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Israele: Livni avanti di un seggio, ma lontana dal governo

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  • Tags: Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu, capo, elezioni, Israele, Kadima, Likud, Shimon-Peres, Tzipi-Livni
  • 3 commenti

Tzipi Livni

L’ha battuto lì, sul filo di lana, dopo una lunga rincorsa. Partita come perdente, alla fine ha vinto le elezioni. Di un solo metro, di un solo seggio alla Knesset. Ma questo risultato potrebbe rivelarsi insufficiente per essere la seconda donna, dopo Golda Meir, a guidare il governo di Gerusalemme. Oggi, Israele si è svegliato con due primi ministri in pectore: Tzipi Livni, la leader che ha condotto Kadima alla vittoria nelle elezioni politiche, e Benjamin Netanyhau, il numero uno del Likud. Loro due si contenderanno la poltrona più importante. I risultati finali, il responso delle urne, indicano un panorama politico ancora più frammentato del previsto, anche se, alla fine, le previsioni di diverse analisti dovrebbero essere confermate: sarà necessario un governo di unità nazionale, che comprenda i maggiori partiti per governare il paese.
Con un’incognita: che ruolo giocherà il super-falco Avigdor Lieberman?
Dopo una notte di attesa, lo spoglio definitivo ha indicato che Kadima è il primo partito della Knesset. 28 seggi, contro i 29 della precedente legislatura. Il Likud si è fermato a quota 27, guadagnando però 15 seggi rispetto al precedente parlamento. Terza forza, Israel Beiteinu, che ha ottenuto 15 mandati, qualche cosa in meno rispetto a ciò che avevano promesso i sondaggi alla vigilia, ma comunque un risultato in grado di far compiere lo storico sorpasso alla formazione di estrema destra di Lieberman nei confronti del Partito Laburista, sceso (crollato) da 19 a 13 seggi. Discreto anche la prestazione dell’ ultraortodosso Shas, che ha ora 11 parlamentari, mentre invece è andato male - ma si sapeva - il Meretz (sinistra) la cui campagna elettorale era stata nobilitata dalla presenza di scrittori del calibro di Amoz Oz e David Grossman.

Già dopo l’uscita dei primi exit polls, sia Tzipi Livni, sia Benjamin Netanyhau hanno reclamato la vittoria chiedendo, di fatto, a Shimon Peres di affidar loro l’incarico per formare il nuovo governo. Teoricamente, il presidente israeliano dovrebbe darlo al leader del maggiore partito del parlamento, quindi alla Livni. Ma questa soluzione non è per nulla scontata. Anzi. La “nuova Golda Meir” non dispone che del sostegno teorico di 55 deputati. Troppo pochi per avere la maggioranza necessaria (61) alla Knesset. Inoltre, questo blocco moderato, con venature di centrosinistra comprenderebbe anche gli undici eletti dei partiti arabi con i quali Tzipi Livni non vuole stringere un’alleanza. Da quella parte la strada è sbarrata. Non è un caso che il numero uno di Kadima, nella sua prima dichiarazione dopo il voto, abbia chiesto al suo (eterno) rivale di unirsi a lei per formare un governo di unità nazionale. Il leader del Likud ha glissato.
Vero che il suo risultato è stato inferiore alle attese. Grazie soprattutto al voto degli indecisi - ma anche degli elettori del centrosinistra e del Meretz - che, all’ultimo, si è riversato nelle casse di Kadima per bloccare l’ascesa dell’ultra falco Lieberman.
Ha mancato il colpo grosso, Benjamin Netanyhau fallendo il sorpasso nei confronti del partito di Livni e Olmert. Ma, ha molte più frecce nel suo arco. Prima di tutto, sulla carta, ha i numeri per governare. Con il sostegno dell’estrema destra e delle formazioni religiose, Netanyhau appare in migliore posizione per formare una coalizione governativa, sulla base di una maggioranza di 65 deputati su 120. Già Avigdor Lieberman ha fatto sapere di essere disponibile a entrare nell’esecutivo guidato dall’ex suo mentore quando era anch’egli nel Likud.

Ma un’alleanza di estrema destra sarebbe osteggiata da molti. Prima di tutto dagli Stati Uniti. Barack Obama da tempo punta su Tzipi Livni per aprire una nuova stagione di dialogo tra arabi e israeliani. Lo stesso Shimon Peres avrebbe delle perplessità nel dare il via libera a un esecutivo che rischierebbe l’isolamento sul piano internazionale. Ma il meno convinto, potrebbe essere proprio Benjamin Netanyhau. Rischierebbe di rimanere ostaggio dei suoi imprevedibili alleati, prima fra tutti il leader di Israel Beiteinu. In questo quadro è quindi possibile che il leader del Likud possa decidere di accettare la formula del governo di unità nazionale, con Kadima e Laburisti, ma chiedendo, in cambio, di guidarlo al posto di Tzipi Livni. A quel punto, la presenza nella coalizione di Avigdor Lieberman risulterebbe ininfluente. Potrebbe anche essere lasciato ai margini. O usato come spauracchio con chi, tra Tzipi Livni e Ehud Barak, minacci, in futuro, di lasciare la coalizione. Per ora, si tratta solo di scenari. La partita del dopo Olmert, il primo ministro uscente, è appena iniziata.


PARTITI ISRAELIANI

SEGGI (tot:120)

VOTI
Kadima (centro) 28 23
Likud (centrodestra) 27 21
Yisrael Beitenu (estrema destra) 15 12
Laburisti (centrosinistra) 13 10
Shas (ultraortodosso) 11 9
United Torah Judaism (ultraortodosso) 5 4
Meretz (sinistra) 3 3
Jewish Home (destra religiosa sionista) 3 3
National Home (destra religiosa) 4 3
Haddash (comunisti) 4 3

United Arab List
(arabo-israeliano)
4 4
Balad (arabo-israeliano) 3 3
  • michele.zurleni
  • Mercoledì 11 Febbraio 2009

Preti pedofili in Usa: 660 milioni di dollari alle vittime

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  • Tags: abusi-sessuali, arcidiocesi, azioni-legali, Boston, capo, chiesa, clero, collegio-di-difesa, Oregon, pedofili, preti, Ray-Boucher, Roma, Vaticano, vescovo, vittime, Washington
  • Un commento

Una cifra da capogiro: ben 660 milioni di dollari (485 milioni di euro), che creeranno non pochi problemi alla diocesi di Los Angeles, e rappresentano un record da guinness dei primati nella dolorosa vicenda dei sacerdoti accusati di pedofilia negli Usa. Sarà sottoscritto in queste ore il patteggiamento extragiudiziario che annullerà una quindicina di processi civili che dovevano approdare in tribunale e prendere in esame accuse per reati di pedofilia e molestie sessuali commessi da preti, frati e personale laico delle parrocchie della città del cinema in un arco di tempo di settant’anni.
La diocesi guidata dal cardinale Roger Mahoney ha quindi deciso di pagare, risarcendo 508 vittime di molestie sessuali, molte delle quali avvenute molti anni fa (sono stati segnalati infatti casi risalenti agli anni precedenti la seconda guerra mondiale). L’intesa pone fine a tutte le azioni legali nei confronti della arcidiocesi, la più popolosa di tutti gli Stati Uniti.

Com’è noto, in America la legislazione prevede che nel caso di reati di questo genere, a rispondere non sia soltanto la persona accusata – così accade ad esempio in Italia – ma anche la Chiesa nella quale il responsabile delle molestie presta servizio.
Dopo lo scandalo scoppiato a Boston cinque anni fa, che aveva portato alla rinuncia del cardinale Bernard Law, e a un deciso giro di vite da parte delle autorità vaticane, diverse diocesi statunitensi hanno rischiato la bancarotta, visto che Boston ha dovuto sborsare 157 milioni di dollari, mentre la diocesi di Portland (in Oregon) ha dovuto tirar fuori 129 milioni.
Fatte le somme, le azioni legali per gli abusi sessuali del clero sono già costati alla Chiesa cattolica americana la cifra astronomica di 1,5 miliardi di dollari. Ogni diocesi deve vedersela da sola, senza aiuti finanziari dal Vaticano.

Cinque diocesi - San Diego, Davenport nell’Iowa, Portland, Spokane nello stato di Washington e Tucson in Arizona - hanno chiesto la protezione dalla bancarotta. A ciascuna vittima andranno 1,3 milioni di dollari e c’è chi ha espresso riserve: “È una cifra enorme che dimostra un enorme senso di colpa. Ma io non avevo fatto causa per avere soldi. Non ci sono soldi abbastanza che mi possono ridare la mia infanzia”, ha detto Mary Ferrell, una vittima, che oggi 59 anni. I 660 milioni di dollari metteranno la parola fine a 570 denunce di abuso da parte di 221 preti, frati e altri dipendenti laici della diocesi in un arco di 70 anni. Nel 2002 - ed è una anomalia rispetto ad altre congregazioni - lo stato della California approvò una legge che creava una finestra di un anno durante la quale potevano essere presentate denunce senza limiti retroattivi di tempo.

  • matteo.durante
  • Lunedì 16 Luglio 2007

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