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(Credits: Epa)
Il Psuv (Partido Socialista Unido de Venezuela) del presidente Hugo Chavez si aggiudica la maggioranza nell’assemblea parlamentare, ma non raggiunge i 2/3 dei seggi, necessari per poter promulgare nuove leggi senza chiedere il voto del Parlamento.
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Le venezuelane sono fra le donne più belle del mondo. Qui Stefania Fernandez, Miss Universo 2009 (EPA/PATRICK PRATHER / MISS UNIVERSE ORG.)
Le donne venezuelane, si sa, sono tra le più belle al mondo.
Non a caso negli ultimi due anni le vincitrici di Miss Universo sono state Stefania Fernandez e Dayana Mendoza, entrambe residenti nel paese sudamericano. Continua

Tutto il mondo ha osservato, chi con piacere, chi con smarrimento, la stretta di mano fra il caudillo venezuelano Hugo Chavez e il presidente americano Barack Obama. Dopo anni di tensioni e di relazioni deteriorate, in cui il capo di Stato socialista non è stato certo tenero con gli Usa (invitati letteralmente ad andarsene a quel Paese), a molti è sembrato un gesto storico, sia a Caracas che a Washington.
Chi invece non ci ha dato proprio peso è stata l’opposizione al Chavez, che dopo il referendum dei mesi scorsi (vinto con il 55 per cento dei voti) potrà essere rieletto presidente senza limiti di mandato. Un’opposizione frammentata, scottata dalla sconfitta elettorale e preoccupata per il suo futuro: lo scambio di doni al summit delle americhe in Trinidad e Tobago, per loro al momento non vuol dire nulla e, anche sui giornali di riferimento degli oppositori, è stata accolta freddamente. “La loro preoccupazione attuale - chiosa Francisco Toro sul Caracas Chronicles - è semplicemente di tenere i loro leader vivi e fuori di prigione”.
Fra i gruppi che ancora tengono testa compatti agli uomini del presidente, ci sono gli studenti, uno dei gruppi che più si è mobilitato nei giorni del referendum, scendendo in piazza e sfidando le classi meno abbienti, le più vicine al leader bolivariano. Più frammentata è l’opposizione politica: uno dei leader di riferimento, il sindaco di Caracas, ha visto i suoi poteri fortemente limitati a causa delle nuove disposizioni presidenziali e per un certo periodo non ha avuto nemmeno accesso al suo ufficio, occupato da manifestanti. Come lui, i capi dei vari stati del governo federale, si sono visti spogliare di molte competenze relative al budget e alla sicurezza, circostanza che li ha lasciati zoppi nella loro opera di opposizione a Chavez.
E che soprattutto li ha lasciati divisi su quali debbano essere i prossimi passi per continuare la loro battaglia. Proprio approfittando di questo, negli ultimi mesi, il presidente venezuelano ha dato un ulteriore giro di vite. “Anche se ha stretto la mano ad Obama - continua Toro - le cose non sono cambiate. La retorica estremista contro gli Stati Uniti può anche essere meno presente, ma nell’ultimo mese Chavez ha esplicitamente detto che “l’opposizione va piallata” e chi non è d’accordo con lui “sarà cacciato”. Bersagliati da una nuova repressione e sotto assedio, difficilmente i leader avranno tempo di guardare le foto del Presidente”. Dovranno piuttosto cercare una nuova linea comune per opporvisi.
Prima, erano “cani, porci, rapaci e malvagi capitalisti” da cacciare, perché depredavano il Venezuela della sue ricchezze. Ora, le compagnie petrolifere occidentali sono le benvenute a Caracas: Chevron, Royal Dutch/Shell e Total, dopo essere state messe in un angolo con tasse e royalties sempre maggior man mano che il prezzo del greggio che saliva, avranno di nuovo accesso ad alcune delle riserve petrolifere più grandi del mondo.
Già, perché coi prezzi del petrolio in picchiata fino a 35 dollari al barile e con la produzione nazionale in declino, il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha optato per una decisa quanto pragmatica marcia indietro. «Se trattare nuovamente con le multinazionali dell’energia è necessario per la sua sopravvivenza politica, Chavez lo farà – ha spiegato al New York Times Roger Tissot, membro di Gas Energy, una società di consulenza brasiliana –. Non bisogna dimenticare che è un militare che capisce quando è necessario perdere una battaglia per vincere la guerra».
La posta in palio per il presidente socialista è riuscire a mantenere in piedi, nonostante la crisi finanziaria mondiale, tutti quei progetti sociali e di welfare che in questi anni sono stati finanziati con i proventi della vendita del greggio, che nel 2008 ha rappresentato circa il 93 per cento dell’export venezuelano. E siccome proprio su questi progetti Chavez ha costruito buona parte della sua popolarità e del suo appeal sulle masse, ora, a circa un mese dal referendum costituzionale che potrebbe garantirgli la possibilità di nuovi mandati presidenziali, il leader venezuelano è deciso a giocarsi il tutto per tutto.
Così, dopo anni in cui i suoi partner privilegiati erano le compagnie statali di Paesi come Bielorussia, Iran o Cina, è arrivata questa nuova e per ora timida apertura alle multinazionali private, che dovrebbero, grazie all’esperienza accumulata altrove, essere in grado di far crescere nuovamente la quota di produzione petrolifera di Caracas, calata dopo gli ultimi anni. Anche se le fonti ufficiali parlano di 3,3 milioni di barili al giorno, infatti, altre fonti, come l’Opec, di cui il Venezuela è membro, ritengono più verosimile una cifra vicina ai 2 milioni e mezzo.
«Ma un accordo su un pezzo di carta non vuol dire nulla, finché Chavez non cambierà le regole del gioco – ha chiosato un petroliere venezuelano, che ha richiesto di restare anonimo per paura di rappresaglie –. Non è un caso che da quando è al potere, ovvero negli ultimi dieci anni, in Venezuela non sia stato avviato nessun nuovo progetto di largo respiro».
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Londra, Madrid, Ankara, New York, Caracas, Damasco, Beirut, Amman, Sidney e non solo. Occidente e Oriente. Non c’è stata grande città, araba o occidentale, dove non siano state organizzate manifestazioni di protesta contro l’intervento militare israeliano a Gaza: proteste, bandiere bruciate, preghiere e iniziative per aiuti umanitari sono state il leitmotiv delle rivendicazioni pro-Palestine. A Torino e Milano bandiere e simboli d’Israele sono stati bruciati suscitando indignate reazioni in parte del mondo politico. Ma è nelle capitali arabe che le proteste hanno assunto una venatura più marcatamente anti-israeliana. Ecco una selezione di video da Youtube delle principali manifestazioni di questi giorni.
Milano
A Damasco, che è stata una delle prime capitali del medio Oriente a scendere in piazza, le bandiere di Israele invece sono state calpestate, lungo le strette vie dei suq.
A Parigi si sono registrati alcuni scontri davanti ai cartelli che invitavano a “pulire il mondo dagli sporchi sionisti”, così come momenti di tensione si sono registrati a Londra per le scritte “Olocausto Gaza”. Molti manifestanti invece hanno lanciato le scarpe, imitando il gesto del giornalista iracheno contro Bush.
Dai 10 mila in piazza a Istanbul ai 5 mila di Damasco, passando per il coro unanime di “Free Palestine”, anche gli arabi hanno accolto l’invito a manifestare per Gaza lanciato dal predicatore Youssef al Qaradawi, nato in Egitto ma residente in Qatar. La manifestazione più ampia si è svolta ad Amman.
Beirut
Istanbul
Sydney
Berlino
New York
Amsterdam
Madrid
Caracas

Il Venezuela acquisterà nove sottomarini russi tipo Kilo, moderni battelli che consentiranno al regime di Hugo Chavez di disporre della più grande flotta subacquea dell’America Latina, in grado di ostacolare almeno sulla carta il dominio statunitense nelle acque ristrette dei Caraibi.
Il contratto per la consegna dei primi sottomarini verrà ratificato a Mosca in maggio, in occasione della visita di Chavez al Cremlino, e ha un valore di oltre un miliardo di dollari. L’export di questi sottomarini potrebbe inasprire le tensioni tra Washington e Mosca soprattutto perchè i russi hanno già venduto tre Kilo alla marina iraniana. Secondo indiscrezioni, da quando la politica di Chavez è in rotta di collisione con gli Stati Uniti e con la vicina Colombia, Caracas ha più che raddoppiato il bilancio della difesa che nel 2005 era di 1,5 miliardi di dollari. Denaro finito soprattutto nelle tasche delle aziende russe.
Secondo i dati forniti dalla Rosoboronexport, la società moscovita che gestisce l’export militare, dal 2005 il Venezuela ha stretto accordi di acquisto armamenti con la Russia per un valore che supera i 3 miliardi di dollari che includono l’acquisto di 24 aerei da combattimento Sukhoi 30, 35 elicotteri Mi-17, Mi-26 e Mi-35 e circa 100 mila kalashnikov. Oltre ai sottomarini la marina venezuelana punta anche ad acquistare 14 jet da attacco antinave Sukhoi-39. Un programma colossale per gli standard latino-americani, che rischia di far saltare i delicati equilibri militari nell’area provocando una corsa al riarmo in tutto il continente.

Chi ha detto che il “socialismo bolivariano” del presidente venezuelano Hugo Chávez (che ha avuto il plauso internazionale per la riuscita della mediazione per la liberazione di due ostaggi colombiani da cinque anni nelle mani delle Farc) non porti benessere nel Paese? Certo, forse non tra i quartieri poveri di Caracas che domenica 2 dicembre gli hanno voltato le spalle nel referendum per riformare la Costituzione in senso socialista (ma tanto, Chávez dixit, quella del “No” è stata “una vittoria di m…”). Di sicuro, però, il ristretto gruppo di imprenditori che da qualche anno ha preso ad appoggiare la sua Revolución di soldi ne ha fatti, tanti.
Ma chi sono e come si sono arricchiti questi capitalisti che appoggiano la rivoluzione bolivariana?
Il caso più paradigmatico di quella che a Caracas è stata ribattezzata “boliborghesia” (mixando le parole bolivariano e borghesia) è quello di Wilmer Ruperti Perdomo, impresario di origine italiana che, prima dello storico sciopero dell’azienda petrolifera statale Pdvsa tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003, era un illustre “Don Nadie” (Signor nessuno) o, se preferite, un semplice capitano della marina mercantile venezuelana. La svolta arriva quando Ruperti mette a disposizione del caudillo una flotta di navi che esportano e importano petrolio e beni di prima necessità per forzare il blocco causato dallo sciopero della Pdvsa. Da quel momento, nel giro di poche settimane, l’azienda petrolifera venezuelana viene rivoltata come un calzino: vengono licenziati in tronco i circa 18mila dipendenti in sciopero e i fedelissimi di Chávez vengono paracadutati, per volontà del caudillo, in tutte le postazione strategiche e di comando dell’azienda. Anche la vita di Ruperti viene “rivoltata” come un calzino ma in meglio: vestiti di Gucci, gioielli di ogni tipo, molte donne e tanto glamour, comprese un paio di pistole di Simón Bolívar acquistate per 1,6 milioni di dollari. Insomma, in meno di un anno diventa uno dei massimi rappresentanti della nuova boliborghesia e la sua azienda “Trafigura Beheer B.V.” comincia a fare affari d’oro con la nuova Pdvsa bolivariana. Nel luglio del 2005 un’inchiesta giornalistica del Nuevo Herald di Miami dimostra, carte alla mano, una doppia fatturazione dell’azienda petrolifera nei confronti dell’impresa di Ruperti per la “modica” somma di 14 milioni di dollari. Tutto finisce lì, nonostante l’enormità sospetta della cifra, e oggi l’ex capitano della marina mercantile è diventato anche il magnate proprietario di Canali, il primo canale filogovernativo di news 24 ore su 24.
Anche il caso di Arne Chacón, un tenente di fregata in pensione con nessuna esperienza d’economia, è emblematico: nel giro di qualche anno arriva a detenere il 49% delle azioni della banca privata Baninvest. Come abbia fatto a diventare banchiere acquistando le azioni da Pedro Torres Ciliberto, amico dell’ex ministro della Difesa di Chávez José Vicente Rangel, è un mistero: “Non avevo i soldi per pagarlo”, ha candidamente ammesso in tv facendo per capire, con perifrasi degne di miglior sorte che il debito a Ciliberto sarà rimborsato grazie a consulenze milionarie e sostegni di altra natura. Alleato della prima ora di Chávez nel golpe del 4 febbraio 1992, fratello dell’ex ministro degli Interni bolivariano Jesse Chacón, Arne si sarebbe trasformato da anonimo tenente di fregata a banchiere proprio grazie, secondo molti, a queste alleanze politiche.
E che dire di Nelson Ramiz? Quando nell’aprile 2002 Chávez fu deposto per 48 ore dal golpe di Carmona, quest’imprenditore di origini cubano-libanesi e di passaporto Usa disse all’Associated Press: “Chávez era contro la gente d’affari perché aveva idealità comuniste. I tre anni che abbiamo passato con lui sono stati come un grande velo nero che ha ricoperto tutto il paese”. Oggi Ramiz sopravvive alle sue parole perché non partecipa al mega-sciopero di fine 2002 e, come per Ruperti, i suoi conti e le sue attività esplodono. Prima tra tutte, Aeropostal che, oggi, è una delle compagnie aeree più forti dei Caraibi.
L’ultimo esempio di imprenditore arricchitosi con la rivoluzione è quello di Gustavo Cisneros, proprietario del canale televisivo privato Venevisión e tra i più ricchi uomini d’affari del Sud America. Da quando nel 2004 è giunto ad un accordo con Chávez, grazie all’opera di mediazione dell’ex presidente statunitense Jimmy Carter, le cose per lui e per Venevisión non sono mai andate meglio. E in cambio della sordina alle critiche contro il caudillo, Chávez ha chiuso il principale competitor, ovvero Rctv, garantendo anche a Venevisión l’appalto di alcune strapagate trasmissioni per il Ministero delle Telecomunicazioni.

El Pais : Un paese pieno di lussi ma senza latte
Il presidente venezuelano Hugo Chávez sostiene di aver fondato il socialismo del ventunesimo secolo. Ma sostiene anche che la proprietà privata non corre alcun rischio. Questa è solo una delle più vistose contraddizioni del Venezuela dacché ha vinto le elezioni del 1998. I grandi centri commerciali e i ristoranti più cari di tutta Caracas sono sempre pieni. In qualsiasi negozio si possono comprare le ultimissime novità tecnologiche. Però sul mercato è difficile trovare latte, zucchero e uova. Centinaia di donne si siliconano il seno ma la sanità pubblica è in uno stato disastroso. E anche parte di quella privata. Nei quartieri poveri della capitale…
Leggi tutto l’articolo su El Pais (Spagna)
El Mundo: Hallo, populismo
Prima paracadutista, poi rivoluzionario boliviano e infine presidente della Repubblica che lui stesso si propone di rifondare mettendo una statua di Simón Bolívar in tutti gli angoli del Venezuela.
Vita per immagini di Hugo Chavez su El Mundo (Spagna)
El Universal: “A Caracas festeggeremo il Natale”
L’urlo di vittoria non si è fatto attendere facendo irruzione (…) nel pesante silenzio calato fino a mezzanotte nelle strade della città. Al timore, e alla quasi certezza di una frode ha fatto seguito l’incredulità di fronte ai primi sms che nella notte annunciavano la vittoria, poi risate, lacrime di allegria, abbracci, musica. La speranza è tornata a Caracas.
Leggi tutto l’articolo su El Universal (Venezuela)
El Clarin: Dieci elezioni in dieci anni
In una decade di chiamata alle urne Hugo Chávez non aveva mai perduto un’elezione. Sembrava che corresse sempre con il vento in poppa quando c’erano le elezioni. Ha affrontato tre presidenziali e in tutte e tre ne è uscito vittorioso. Nel 1998, vinse con il 56,2 %. Tornò a vincere nel 2000, cuando ottenne il 59,7%. Alla fine ottenne uno schiacciante 62,8% lo scorso anno. Contando il voto di ieri sono cinque i referendum celebrati in Venezuela negli ultimi dieci anni
Leggi tutto l’articolo su El Clarin (Argentina)
Il testo della riforma costituzionale in pdf
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