
Il generale Paolo Serra assume il comando dei caschi blu in Libano (Credits: Stato Maggiore Difesa)
Con una cerimonia che si è tenuta sabato mattina nel quartier generale dei caschi blu di Naqoura, il generale italiano Paolo Serra ha assunto il comando della missione Unifil nel sud del Libano. Si tratta del secondo turno di comando italiano dopo l’incarico affidato tra il 2007 e il 2010 al generale Claudio Graziano, attuale capo di stato maggiore dell’esercito. “Cambia il comandante ma il mandato resta lo stesso così come definito dal Consiglio di sicurezza nell’ambito della risoluzione 1701 dell’Onu’” ha dichiarato il generale Serra durante la cerimonia di passaggio delle consegne con lo spagnolo Alberto Asarta Cuevas. E’ evidente che il comando italiano coincide con uno dei momenti di maggiore tensione per il Libano esposto non solo nell’eterno confronto tra Hezbollah e Israele ma oggi anche retrovia della guerra civile siriana.
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(Credits: Ansa/Ciro Fusco)

Il governo
ad interim in Libia, costituito dai rivoltosi di Bengasi, ha
rigettato l’idea di
un intervento della forza militare internazionale delle Nazioni Unite, perché “il Paese non ha bisogno dell’aiuto esterno per mantenere la sicurezza”.
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Bambini haitiani (Credits: UN Photo/Eskinder Debebe)
Un duro colpo al sistema delle Nazioni Unite. Se sarà infatti confermata la notizia resa nota ieri dall’Associated Press, ovvero che all’origine dell’epidemia di colera che ha colpito Haiti negli ultimi giorni ci sarebbero le feci di un’unità di peace-keeper arrivata dal Nepal poche settimane fa nel paese, potrebbero saltare delle teste importanti all’interno del sistema della Minustah, la missione ONU di stabilizzazione ad Haiti. Continua
Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
Madrid dovrà attendere probabilmente ancora qualche mese prima di poter mettere un proprio generale alla testa dei caschi blu della missione Unifil in Libano. Al Palazzo di Vetro sembra infatti prendere piede l’ipotesi di prolungare il mandato del generale Claudio Graziano, alpino da quasi tre anni al comando della delicata missione dell’Onu che dalla fine del conflitto dell’estate 2006 ha l’incarico di far rispettare il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah. Continua
I più piccoli hanno appena 6 anni, le più a rischio sono le ragazzine di 14-15 anni, ma neppure i loro coetanei hanno scampo. Spesso orfani, senza più nessuno che si preoccupi per loro o un posto dove vivere. Come quella giovanissima di Haiti che dormiva per strada quando “un gruppo di persone ha deciso di guadagnare qualcosa portandola a un uomo che lavora per un’organizzazione internazionale” ha raccontato un testimone teen ager. “L’uomo ha dato alla ragazza un dollaro e lei era felice di avere del denaro. Erano le due del mattino. Lui l’ha presa e l’ha stuprata. Il giorno dopo lei non riusciva neppure a camminare”.
Il rapporto di Save the Children. Queste parole crude, che svelano un orrore insopportabile sono state raccolte da Save the Children (leggi il rapporto), l’Ong che si batte per i diritti dei bambini. Per mesi il personale dell’organizzazione ha visitato il paese centramericano, la Costa d’Avorio e il sud del Sudan incontrando bimbi e adolescenti, ponendo domande difficili, ascoltando storie sulle mostruosità commesse da chi quelle piccole vite avrebbe dovuto proteggerle: caschi blu, personale dell’Onu, membri locali e stranieri delle ong, senza differenze di incarico e a volte di sesso. Sono coinvolti autisti, educatori, soldati e dirigenti, soprattutto uomini, ma anche donne.
Il tema degli abusi, cui la Bbc online ha dedicato oggi l’articolo di apertura, è riassunto in un rapporto dal titolo emblematico, Nessuno a cui dirlo. Perché accanto alle dimensioni sconcertanti del fenomeno, l’aspetto più odioso emerso da questa indagine è proprio il silenzio cui le vittime sono condannate per paura di non essere credute, di subire ritorsioni, di portare per sempre lo stigma della comunità, ma soprattutto di perdere i regali che gli aguzzini “umanitari” offrono come ricompensa per il sesso: “Sta usando quella ragazza, ma senza di lui lei non mangerebbe” confessa una giovanissima ivoriana.
Difficile ribellarsi. Nei paesi poveri, sconvolti da recenti guerre, molte famiglie, gruppi di rifugiati, villaggi interi e soprattutto bambini soli dipendono dalle organizzazioni umanitarie per la loro sicurezza, il cibo, tutto. Per questo ribellarsi contro gli aguzzini travestiti da salvatori può rivelarsi impossibile. “La gente non denuncia gli abusi perché teme che le agenzie smettano di lavorare qui e noi abbiamo bisogno di loro” riassume con spietata lucidità un ragazzo sudanese. “A chi dovremmo dirlo?” si chiede disperato un coetaneo di Haiti. “I poliziotti sono spaventati dai peacekeeper e non possono fare niente e poi ho sentito che anche la polizia fa queste cose”.
L’inferno è fatto di parole e gesti sconci, orribili lusinghe e violenze. Il 65 per cento degli intervistati ha identificato i commenti pesanti come il più frequente degli abusi di cui si macchia il personale umanitario, il 55 per cento ha riportato storie, soprattutto di ragazzine indotte a fare sesso in cambio di qualcosa da mangiare, del sapone e (raramente) beni di lusso come telefonini. Spinte a volte dagli stessi compagni di giochi che i mostri hanno trasformato in complici: “Tutti noi lavoriamo nel campo militare sin da quando i primi uomini sono arrivati qui nel 2003″ spiegano tre quattordicenni della Costa d’Avorio. “Vendiamo sculture e gioielli per dare una mano alle nostre famiglie. Se ci sono altre cose che vogliono e non ne possono parlare di fronte ad altre persone, ci invitano nelle loro stanze e lì chiedono ogni tipo di favore. A volte ci domandano di procurare loro delle ragazze, della nostra età. Spesso gruppi di otto o dieci uomini si dividono tra loro due o tre ragazze. Quando abbiamo provato a consigliare quelle più grandi, hanno rifiutato, le vogliono della nostra età. Alla fine abbiamo trovato alcune che l’avevano già fatto ed erano contente per i regali che venivano loro promessi. Lo sappiamo che è una cosa cattiva” concludono. “Ma così riusciamo a trarne dei profitti: soldi, ma anche magliette, orologi e scarpe da tennis”.
Meno frequente (30 per cento) ma anche più temuta la violenza sessuale da parte di singoli e gruppi. “Ogni tanto i militari vengono qui e stanno in un accampamento locale, che si trova vicino a una pompa dove vanno a prendere l’acqua anche le ragazze del villaggio” ha spiegato un teen ager del Sudan. “Questi uomini le chiamano e le portano nei loro alloggi. Una di loro è rimasta incinta e poi è scomparsa. E’ successo nel 2007 e ancora non sappiamo che fine abbia fatto”.
Organizzazioni coinvolte. Tuttavia i risultati dell’inchiesta di Save the Children squarciano il velo su un’emergenza che sfugge quasi completamente alle statistiche ufficiali: poche agenzie dell’Onu e praticamente nessuna grande Ong raccoglie e soprattutto pubblica dati su questo fenomeno. Tra il 2004 e il 2006 il dipartimento cui fanno capo i caschi blu (Dpko), che sono risultati i più coinvolti nei casi di abusi, ha rilevato 112 episodi, il Programma alimentare mondiale 2, l’Alto commissariato per i rifugiati 3 e i Volontari delle Nazioni unite 5. Neppure Save the children è immune e nel 2007 ha indagato su 15 casi, di cui sette riguardano accuse contro partner e otto contro il personale della stessa organizzazione, tre delle quali risultate infondate.
L’accaduto ha comunque portato, scrive l’Ong nel rapporto a un rafforzamento delle procedure di controllo interne. “Nonostante le dichiarazioni di impegno a risolvere il problema da parte dei governi e delle organizzazioni internazionali, il nostro rapporto documenta come gli abusi nei confronti dei minori continuino” commenta Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, “e soprattutto ci lascia intendere che per ogni caso identificato ce ne siano probabilmente molti che rimangono nascosti o sconosciuti”. Che fare? Save the Children chiede all’Onu di far sì che nei paesi dove è forte la presenza di personale internazionale, sia reso più facile ai piccoli e alle loro famiglie riportare i casi di violenze e soprattutto che siano prese misure rapide nei confronti di chi le commette. Suggerisce infine la creazione di un super “cane da guardia” globale che tenga sotto controllo gli sforzi compiuti dalle agenzie e dalle ong internazionali per contrastare gli abusi.
Scandali sessuali e peacekeepers: conferenza Onu 2007
Il VIDEO servizio:

Caschi blu indiani impegnati in operazioni di peacekeeping nel Nord-Kivu (est del Congo) sarebbero implicati in un traffico d’oro con ribelli rwandesi hutu delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr). Lo rivelano documenti interni della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo (Monuc) consegnati in via anonima all’agenzia France Presse. Secondo questi documenti, una brigata indiana di stanza nella zona di Nyabiondo (80 km a nordovest di Goma, capitale del Nord Kivu) avrebbe barattato per il periodo 2005-2006 razioni alimentari e informazioni di intelligence in cambio di oro e dollari. Filtrando le informazioni al contagocce, il portavoce della Monuc, Kemal Saiki, ha spiegato che “un’inchiesta è stata aperta dalla direzione del dipartimento delle investigazioni interne dell’Onu non appena le dichiarazioni di accusa sono state portate a conoscenza della missione”. Nulla si sa sulla vastità del traffico, né quali siano le informazioni raccolte nell’inchiesta interna dell’Onu.
Sebbene i ribelli delle Fdlr abbiano negato qualsiasi coinvolgimento in questa vicenda, alcuni ufficiali del movimento rwandese hanno rivelato all’Afp i loro legami con i caschi blu indiani, i quali anticipavano al comando delle Fdlr il giorno e il luogo in cui i soldati dell’Onu e i militari dell’esercito regolare congolese avrebbero attaccato le loro basi. Accusate di aver partecipato nel 1994 al genocidio del Rwanda, le Fdlr continuano a seminare il terrore nell’est del Congo (ormai in preda a una vera e propria emergenza umanitaria), mettendo così a rischio la stabilità di un paese teatro fino al 2003 del più devastante conflitto armato africano degli ultimi cinquant’anni.
Intanto, lo scandalo dei caschi blu si è trasformato in un vero e proprio tsunami mass-mediatico. “Si tratta di soldati coinvolti in una missione di pace: un tale atteggiamento pone numerosi interrogativi sul programma di disarmo dell’Onu nei confronti dei gruppi ribelli” sottolinea l’editoriale del quotidiano nazionale Le Potentiel. “Ancora e sempre la Monuc!” tuona invece il sito congolese Digitalcongo.net, che ricorda come “alcuni mesi fa, un altro contingente, questa volta pakistano, sia rimasto coinvolto nell’Ituri (est del paese, ndr) in un traffico di armi. Per non parlare degli abusi sessuali di cui si sono macchiati i caschi blu uruguayani e tunisini”. Nonostante la presenza della Monuc abbia consentito l’organizzazione delle prime elezioni democratiche nella storia del Congo, la popolazione congolese (80 per cento della quale costretta a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno) non ha mai digerito le derive di una missione i cui finanziamenti annuali si aggirano intorno al miliardo di dollari. Non sorprendono quindi le voci di dimissioni piombate sul capo della missione Onu, William Swing, costretto a ribadire che “la più grande sfida della Monuc è la sua credibilità presso i congolesi“.
Per notizie aggiornate sul Congo: Radio Okapi
Un rapporto di International Crisis Group sulla ribellione rwandese
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