
A quando le messe per i dissidenti? (Credits: J. Ortega Martinez by Flickr)
E’ stata la Chiesa stessa - che da tempo sta mediando nel delicato dossier dei disidentes di Cuba - ad annunciare la liberazione di Ariel Sigler Amaya, un detenuto divenuto paraplegico dopo il suo arresto anni fa. Altri sei prigionieri, invece, verranno trasferiti in carceri più vicine alle proprie abitazioni.
Continua

Hugo Chavez e Raul Castro (EPA/ALEJANDRO ERNESTO)
Il
legame del Venezuela con Cuba è sempre più importante per il presidente
Hugo Chávez e non lo dimostra solo il recente viaggio a Caracas dell’ex ministro cubano degli interni
Ramiro Valdés come consulente per dirimere la complessa crisi dell’energia che ha scatenato polemiche a non finire anche all’interno del governo chavista.
Continua

Dalla destituzione all’incitamento alla rivolta. Il percorso di Manuel Zelaya, presidente dell’Honduras, dopo il golpe dello scorso 28 giugno assomiglia ad una succosa trama di un romanzo di Marquez. Prima, la decisione di un referendum per consentire a se stesso di poter essere rieletto fuori dalle (attuali) norme costituzionali, poi il colpo di stato ad opera dei militari che, eseguendo un ordine della giustizia honduregna lo arrestano mettendolo su un aereo e costringendo a lasciare il paese. Continua

Niente più “puzza di zolfo“. Hugo Chavez stringe la mano a Barack Obama. Il presidente venezuelano, che ha fatto dell’antiamericanismo uno dei suoi cavalli di battaglia e aveva definito George Bush “il diavolo” sembra adeguarsi al nuovo corso della politica estera Usa. Ma a Port of Spain, Trinidad e Tobago, dove si svolge il “Summit delle americhe”, l’attenzione non è rivolta al primo incontro di Barack Obama con i 33 leader centro e sudamericani, ma al “convitato di pietra”, ovvero Cuba. Esclusa da questo tipo di incontri dal 1962, l’isola è al centro dei discorsi delle delegazioni diplomatiche. Effetto dell’apertura di Obama e delle dichiarazioni di ieri di Raùl Castro, che a differenza di quanto aveva detto suo fratello Fidel, si è espresso positivamente sull’allentamento di alcuni vincoli dell’embargo statunitense su Cuba (maggiore possibilità di viaggiare verso l’Avana e di inviare denaro dagli Stati Uniti). Non solo, l’attuale presidente dell’isola si è detto disposto a parlare con gli uomini di Obama “di tutto, diritti umani e prigionieri politici compresi”. Una dichiarazione subito ripresa dal segretario di Stato americano Hillary Clinton: “Abbiamo visto i commenti del presidente Raul Castro” ha detto l’ex first lady, “e salutiamo le sue dichiarazioni e l’apertura che rappresentano. Stiamo studiando molto seriamente quella che sarà la nostra risposta”. La Clinton ha poi ribadito che considera “fallimentare” l’embargo citando il senatore repubblicano Richard Lugar.
Nel suo discorso al summit, Obama ha chiesto ai leader latinoamericani presenti - dal brasiliano Lula, al messicano Felipe Calderon e il venezuelano Hugo Chavez - di non incolpare gli Usa ”per ogni problema sorto nell’emisfero”. Non sono solo gli Stati Uniti ”a dover cambiare, tutti noi abbiamo delle responsabilità rispetto al futuro” - ha osservato il presidente Usa, offrendo nel contempo alla regione latino-americana ”un dialogo fondato sul rispetto reciproco di valori condivisi” in cui non ci siano ”partner di prima o di seconda categoria”. Alla fine del vertice Hugo Chavez ha regalato personalmente a Obama un libro: “Le vene aperte dell’America Latina”, dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, un reportage-saggio, pubblicato anche in Italia ormai molti anni fa, nel quale lo scrittore di Montevideo ripercorre il passato della regione, mettendo in risalto i ripetuti episodi di sfruttamento ai danni delle popolazioni locali. LEGGI ANCHE: La sfida di Obama in America Latina: arginare la Cina

I fratelli Castro ascoltano. E ribattono. Tra Stati Uniti e Cuba si va verso la fine del gelo? Una delegazione di sette membri del Congresso (tutti afroamericani e democratici, il Caucus nero del Congresso) ha incontrato a L’Avana il presidente Raùl e tre di loro anche il convalescente Lìder Maximo. E hanno ricevuto un messaggio per Obama: “Cuba è pronta al dialogo, sempre che sia alla pari”. Si tratta del primo incontro di Castro con politici Usa dopo il suo intervento al colon nel 2006. Il Granma, quotidiano ufficiale castrista informa che Raùl ha manifestato alla delegazione Usa ”la disponibilità a dialogare su qualsiasi tema, tenendo come ‘condicio sine qua non’ l’uguaglianza sovrana dei due Stati e l’assoluto rispetto dell’indipendenza nazionale e del diritto inalienabile di ogni popolo all’autodeterminazione”.
”Non abbiamo paura del dialogo con gli Stati Uniti. Nè abbiamo bisogno dello scontro per esistere, come alcuni pazzi pensano”, aveva detto ieri Fidel Castro. E il Lider Maximo oggi, prima dell’incontro con parte della delegazione, ha scritto: ”Stimo il gesto della missione di parlamentari”.”Faremo raccomandazioni alla presidenza degli Stati Uniti, al Dipartimento di Stato e al Congresso. Il momento di parlare con Cuba è adesso”, ha commentato una dei parlamentari, la rappresentante della California Barbara Lee. Ma quali sono in concreto il tema sul tappeto? L’embargo, ovviamente. E i viaggi tra le due nazioni. Sono queste le direttrici sulle quali si muoverebbe un eventuale dialogo. Anche perché la comunità cubana in Florida, pur da sempre anticastrista, ha appoggiato Obama più dei suoi predecessori democratici proprio per un’apertura verso il paese caraibico. L’amministrazione Usa ha già manifestato la disponibilità ad allentare le restrizioni per i viaggi a Cuba di religiosi, studenti e scienziati. E a rimuovere le restrizioni per l’invio di denaro. Tra le richieste dei cubani anche un progressivo allentamento dell’embargo commerciale: dal 2001 è già stata autorizzata la vendita di alimenti dagli Stati Uniti, ma il commercio del “made in Cuba” resta vietato.
Per la prima volta su un media ufficiale del regime, il sito Cubadebate (dove Fidel Castro pubblica regolarmente i suoi pezzi in esclusiva) ha ammesso che Cuba non potrà onorare i suoi debiti con l’estero a causa del blocco americano.
L’articolo, a firma del giornalista Patricio Montesinos, lancia un messaggio chiaro: “L’embargo sempre più rigido che i governi statunitensi succedutisi al potere ci hanno imposto da quasi 50 anni ha impedito all’isola caraibica di ricevere notevoli entrate dalle esportazioni di beni e servizi e, parimenti, ha reso impossibile far fronte ai pagamenti del suo debito estero”.
L’articolo, inviato via email ad alcuni corrispondenti stranieri all’Avana, ha scatenato immediatamente il dibattito nella comunità online, che, al solito, si è divisa in due fazioni. Da un lato i filoamericani, dall’altro i filocastristi. Resta il messaggio, magari in codice visto che la news è stata tenuta comunque “bassa” sul sito governativo cubano. Alcuni analisti lo interpretano come un vero e proprio annuncio di default, mentre altri lo considerano semplicemente un’ammissione ufficiale di crisi finanziaria. Una crisi acuitasi nelle ultime settimane dopo che gli uragani Ike e Gustav si sono abbattuti sull’isola caraibica causando un danno di 5 miliardi di dollari reso ancora più drammatico a causa del crack del credito che dagli Stati Uniti si è diffuso negli ultimi giorni anche in America Latina. Secondo l’Ufficio Cubano di Statistica, nel 2006, l’ultimo anno di cui si hanno dati ufficiali, il debito estero dell’isola caraibica ammontava a 7.8 miliardi di dollari.
Sinora nessuno ha smentito ufficialmente l’articolo di Montesinos anche se Marta Lomas, ministra cubana per l’investimento estero e la comunicazione ha detto qualche ora fa alla stampa che, nonostante le difficoltà che sta attraversando il paese, il suo governo sta “cercando di rispettare tutti i suoi impegni”, con il chiaro intento di calmare le acque. Ciononostante, alcuni fornitori del governo cubano, tra cui la compagnia petrolifera canadese Pebercan, hanno fatto sapere che l’impresa statale Cuba Petróleo (Cupet) è in ritardo con i pagamenti.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_castro03b.jpg)
Giocando d’anticipo, Fidel Castro ha spiegato oggi attraverso un messaggio pubblicato da tutti i media cubani, le ragioni che lo hanno spinto ”a non aspirare, né a voler accettare”, in caso gli fosse offerta, la carica di presidente del Consiglio di Stato, lasciando però chiare indicazioni sull’assetto che Cuba potrà avere nel prossimo futuro.
Questo va visto in relazione al proclama del 31 luglio 2006 in cui, annunciando di doversi allontanare dal potere per gravi problemi di salute, forniva un elenco di sei personalità che, guidate da Raul Castro, avrebbero assunto le redini del paese.
Nel messaggio odierno in cui dice che da ora in poi si impegnerà semplicemente come ”un soldato delle idee” impegnato a scrivere le ”Riflessioni del compagno Fidel” come ”arma su cui si potrà contare”, fornisce in realtà preziosi elementi sull’organigramma che dovrà preoccuparsi di portare avanti la transizione. Dopo aver spiegato che sarebbe ”un tradimento alla sua coscienza” assumere una responsabilità che richiede cose che ”non sono in condizioni fisiche di offrire”, Castro aggiunge che ”fortunatamente il nostro processo conta ancora su quadri della vecchia guardia, insieme ad altri che erano molto giovani quando cominciò la prima tappa della Rivoluzione”.
”Alcuni, quasi bambini, si unirono ai combattenti sulle montagne - dice ancora - e dopo con il loro eroismo e le loro missioni internazionali hanno riempito di gloria il paese”.
Questi leader, che non nomina ma che vedremo chi sono, contano con l’autorità e l’esperienza per garantire la sostituzione”. ”Il nostro processo - dice ancora - dispone di una generazione intermedia che ha appreso insieme a noi gli elementi della complessa e quasi inaccessibile arte di organizzare e dirigere una rivoluzione”.
E Castro offre uno dei consigli in cui in questi ultimi tempi si è specializzato: ”Bisogna sempre prepararsi per l’ipotesi peggiore. Il principio da non dimenticare è che si deve essere tanto prudenti nel successo, come fermi nelle avversità”. Per quanto riguarda gli uomini, a parte il fratello Raul che tutti vedono già definitivamente al potere dopo la costituzione domenica del Consiglio di Stato, sei personalità ricevettero da Fidel Castro responsabilità chiare nella transizione.
Oltre al vicepresidente Carlos Lage e al ministro degli Esteri Felipe Perez Roque, molto noti e conosciuti, anche altri personaggi lontani dai riflettori potrebbero avere un ruolo nella scelta sul tipo di transizione che vivrà l’Isola dopo il ritiro di Castro. José Ramon Machado Ventura, il vicepresidente, è il fondatore del Partito comunista, ha partecipato alla lotta rivoluzionaria nella Sierra Maestra e ora si occupa del Programma nazionale ed internazionale di educazione. Tra i punti deboli , l’età: ha 77 anni e difficilmente potrebbe aspirare a rappresentare gli interessi delle nuove generazioni. Anche Esteban Lazo, 63 anni, membro del Politburo laureato in economia, ha partecipato alla campagna di alfabetizzazione agli inizi della Rivoluzione e si è occupato di educazione insieme a Machado Ventura. José Ramon Balaguer, medico di professione e ministro della Sanità, ha 75 anni, è stato fondatore del Partito comunista e a lui Castro ha delegato il programma sanitario nazionale ed internazionale, e la Missione Miracolo (cubano-venezuelana) che ha ridato la vista a migliaia di latinoamericani indigenti. Un ruolo importante nel favorire la transizione c’è anche Francisco Soberon, il Presidente della Banca centrale di Cuba sotto la cui gestione il dollaro è stato messo fuori circolazione a Cuba.
Ma, accanto agli uomini della vecchia guardia, che Castro vede come garanzia di una successione morbida, ci sono anche alcuni giovani in ascesa nella politica cubana.
Felipe Roque, ingegnere di 42 anni, è ormai un personaggio di spicco della vita cubana, molto noto anche all’estero, dove dal 1999 è il capo della diplomazia dell’Avana. Proprio dall’alto del suo incarico, qualche giorno fa ha per esempio annunciato la firma da parte di Cuba di due protocolli Onu sul rispetto dei diritti umani.
Entrato a 21 anni nel comitato centrale del Partito comunista cubano, è stato per sette anni nella segreteria particolare di Fidel: è infatti cresciuto nella sua ombra, e continua ad essere uno dei suoi protetti prediletti. Nonostante la giovane età, potrebbe essere ben visto in una futura transizione come un uomo chiave, poiché l’ortodossia della sua linea politica non urterebbe i disegni ed i progetti dei ‘dinosauri’ sia del Pcc sia delle Forze Armate.
Anche Ricardo Alarcon, presidente del Parlamento dal 1993, è un personaggio in auge nonostante l’età: 70 anni. E’ lui che nel recente video sugli studenti che criticavano le cose che non vanno a Cuba arrivato alla BBC, discute pazientemente spiegando la storia del paese. È stato per un decennio ambasciatore cubano all’Onu, ed anche per questo è sempre stato il principale consigliere di Castro per la politica statunitense.
Ha fluidi contatti con i principali leader progressisti latinoamericani e con i principali esponenti della sinistra europea. Guida nei confronti dei media le campagne per la liberazione dei cinque cubani in carcere negli Stati Uniti per accuse di spionaggio e per la condanna del cubano esiliato Luis Posada Carriles, considerato colpevole di un attentato ad un aereo cubano.
A sua volta Abel Pietro, ministro della Cultura dal 1997, ha 56 anni, è professore di lingua e letteratura spagnola ed autore di romanzi. È il più aperto fra i membri del governo ed il più favorevole ad un più marcato pluralismo nella società cubana. Un suo avanzamento nella gerarchia del potere significherebbe un cambio molto significativo in senso filo-occidentale.
Ha sostenuto il progetto del cantautore Silvio Rodriguez di portare la musica nelle carceri.
LEGGI ANCHE: Tra Vaticano e Cuba è l’ora del disgelo? - Il FORUM
n
n
Gli ultimi commenti