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cecenia

di Aldo Ferrari
La possibile, ma non certa, matrice caucasica degli attentati di lunedì 29 nella metropolitana di Mosca riporta in primo piano uno dei nodi cruciali della Russia odierna: il rapporto irrisolto con il Caucaso. Dopo la dissoluzione dell’Urss, i territori del Caucaso settentrionale, abitati prevalentemente da popolazioni musulmane con una lunga tradizione di resistenza al dominio russo e sovietico, sono rimasti nella Federazione Russa, però manifestando una notevole conflittualità. In particolare, Mosca ha affrontato due vere e proprie guerre per sottomettere la Cecenia. Continua

Candele per le vittime
All’indomani del duplice attentato nella metropolitana di Mosca, i quotidiani russi puntano oggi l’attenzione sulla cronaca, sulla testimonianza dei sopravvissuti, ma molto poco sugli impegni che dovrà affrontare il governo per sconfiggere il terrorismo caucasico. Forse perché il ricordo dell’ultima tragedia (la cui riedizione fu preannunciata nei mesi scorsi sui web-site del leader ribelle islamista Doku Umarov) risaliva a 6 anni prima. La gente, insomma, ha creduto, o voluto credere, che le misure prese per la sicurezza del paese (la riforma della polizia) fossero sufficienti e si è illusa che il Caucaso fosse quasi diventato un’oasi di pace. Un terribile errore. Continua
di Marina Castellaneta e Anna Jannello
Nella Cecenia che il presidente Ramzan Kadyrov vorrebbe «pacificata» si continua a morire. Un conflitto a bassa intensità, quello attuale, che però contraddice le dichiarazioni sia dell’uomo forte voluto da Mosca sia del premier russo Vladimir Putin sulla conclusione (vittoriosa) delle operazioni contro i separatisti ceceni.
La pace, sbandierata anche dal presidente russo Dmitri Medvedev, che nell’aprile 2009 ha deciso il ritiro delle truppe da Grozny, appare ancora lontana. Soltanto ad agosto ci sono state decine di vittime fra poliziotti e civili; tre attentati di kamikaze nell’ultima settimana.
Dall’invasione dei carri armati russi, dicembre 1994, non c’è tregua alle sofferenze dei ceceni, provati da due guerre in 15 anni. E non solo per le decine di migliaia di cittadini rimasti uccisi sotto i bombardamenti di Grozny. Molti giovani poco più che ventenni sono scomparsi dalle proprie case nella notte. O per strada, alla luce del giorno. Senza che nessuno indaghi e cerchi i mandanti.
Per abbattere il muro del silenzio e fare luce sulle sparizioni dei loro figli, mariti, fratelli, le donne cecene si sono rivolte alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. Istituzione che dal 1959 garantisce il rispetto dei diritti riconosciuti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, vincolante per 47 stati, Russia inclusa. Se i diritti fondamentali, come quello alla vita, vengono violati da uno stato, le vittime possono fare ricorso alla corte. Che, accertata la violazione, condanna lo stato in causa e impone alle autorità nazionali il pagamento alle vittime di un indennizzo monetario e anche la riapertura di indagini.
Dal 24 febbraio 2005, data della prima sentenza di condanna alla Russia per sei giovani rapiti in Cecenia, Mosca ha accumulato 117 verdetti di responsabilità. I ricorsi a Strasburgo continuano: alla Corte europea ne sono pendenti 249 per sparizioni forzate nel piccolo stato caucasico. Le sentenze ricostruiscono uno scenario agghiacciante, simile a quello dei desaparecidos argentini e cileni.
L’ultima, del 23 luglio scorso, ha come protagonista Zara Mutsayeva. Suo figlio Khizir, 21 anni all’epoca dei fatti, viene fermato e costretto da uomini in uniforme a salire su un’automobile la mattina del 27 agosto 2001. Da quel momento il buio. I genitori chiedono, invocano, vogliono sapere. Il padre di Khizir muore e Zara Mutsayeva, da sola, parte per Strasburgo. La Corte europea squarcia il velo sui fatti: molti testimoni hanno visto scomparire il giovane nel centro di Urus-Martan a bordo di un veicolo militare, nell’ambito di un’operazione di sicurezza.
Considerata l’assenza di spiegazioni da parte delle autorità locali, la corte «ritiene che bisogna presumere che il giovane è morto e che lo stato in causa è responsabile del decesso». Tradotto in termini giuridici vuol dire che la Russia ha violato l’articolo 2 della Convenzione europea che impone agli stati di rispettare il diritto alla vita.
Malgrado le denunce e gli appelli allora rivolti da Zara Mutsayeva, le indagini sono state ritardate, sospese all’improvviso e poi riprese. Per oltre 7 anni nessuna risposta le è pervenuta dalle autorità locali. Ne consegue la violazione dell’articolo 3 che vieta trattamenti disumani e degradanti, dell’articolo 5 che proibisce detenzioni illegali e dell’articolo 13 che impone agli stati di garantire ricorsi giurisdizionali effettivi alle vittime. La Corte europea ha concesso 35 mila euro di indennizzo alla madre di Khizir. Poca cosa, ma conta che un organo giurisdizionale internazionale abbia potuto fare luce su un pezzo di storia, far parlare le vittime per bocca delle madri e svelare gli orrori in Cecenia.
Nel lungo percorso per ottenere giustizia, Zara Mutsayeva non è stata sola: due organizzazioni non governative (Ehrac e Memorial) l’hanno sostenuta anche sul piano processuale. Ehrac (European human rights advocacy centre) è sorto nel 2003 all’interno della London Metropolitan University.
«Il nostro obiettivo è assistere privati cittadini, avvocati, ong in Russia, Georgia e altre repubbliche ex sovietiche nei loro appelli alla Corte europea» spiega a Panorama l’avvocato Philip Leach, direttore del centro. «Operiamo in stretto contatto con Memorial, organizzazione russa sorta negli anni della perestroika, che ha sedi a Grozny e a Urus-Martan. È lì che si crea il primo contatto con le madri dei ragazzi spariti». Natalia Estemirova lavorava proprio nell’ufficio di Memorial nella capitale cecena: il mattino del 15 luglio scorso è stata rapita dal suo appartamento. Il corpo è stato trovato alla sera in Inguscezia.
«Le autorità russe negano i fatti: sostengono che i giovani siano spariti di casa per entrare in clandestinità e lottare con i ribelli» dice Roemer Lemaitre, belga, responsabile dell’ufficio legale a Mosca di Russian justice initiative, ong che assiste le madri degli scomparsi aiutandole a preparare i processi presso la Corte europea. Come nel caso di Lecha Basyev, trascinato via dalla sua casa il 5 luglio 2002 da uomini armati che parlavano in russo. La sentenza del 28 maggio scorso ha ritenuto Mosca responsabile di violazione del diritto alla vita, del divieto di tortura, di detenzione illegale, violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare e per non avere garantito un rimedio giurisdizionale alle vittime.
In 3 mesi, da aprile di quest’anno, la cancelleria della corte ha comunicato alla Russia 19 casi: vuol dire che i ricorsi hanno già superato il filtro di ricevibilità e, prima di emettere la sentenza, viene data a Mosca la possibilità di replicare alle accuse.
Fra questi casi più recenti, Strasburgo ha contrassegnato come prioritario quello di Toita Shamsayeva, madre di Apti, 19 anni, assistita dagli avvocati di Memorial. La notte tra il 24 e il 25 maggio 2009, Toita viene svegliata da un rumore di passi nel cuore della notte: di fronte a lei dieci uomini incappucciati dichiarano di essere agenti di sicurezza. Puntano una torcia sul marito: troppo vecchio. Svegliano Apti, che scompare quella notte. L’unica risposta alla denuncia dei genitori è che probabilmente il giovane ha raggiunto un movimento insurrezionale in Cecenia e che il suo rapimento è stato una messinscena.
Mosca deve dare conto anche al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa (organo cui spetta il monitoraggio sullo stato di esecuzione delle sentenze) sulle misure adottate per eseguire concretamente i verdetti di condanna.
La Russia in genere provvede al pagamento degli indennizzi. Nel 2008, condannata a versare 3.762.987 milioni di euro (inclusi anche casi non ceceni), ha pagato il 61 per cento degli importi dovuti. Mosca, però, ha bloccato l’entrata in vigore del protocollo 14, ratificato da tutti gli altri stati, necessario per accelerare i procedimenti e garantire maggiori poteri al comitato dei ministri sull’esecuzione delle sentenze.
Adesso il Consiglio d’Europa prova ad aggirare il niet russo con il protocollo 14 bis.
Torero incornato a Lisbona

Credits: Epa/Antonio Cotrim
07/08/09 - A Lisbona, Portogallo, un torero viene incornato durante una corrida in onore degli immigrati nell’arena di Campo Pequeno.
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1.452 chili di cocaina sequestrati a Panama
Credits: AP Photo/Tito Herrera
07/08/2009 - La polizia panamense ha sequestrato 1.452 chili di cocaina lungo la via principale della capitale, in un’operazione che si è chiusa con 5 arresti. Nella foto, i pacchetti di cocaina sequestrati, esposti per la stampa nel quartier generale della polizia di Panama.
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In giro per il mondo con Google
Credits: AP Photos/Jacques Brinon
07/08/2009 - Arthur Poirier lavora per Google: con il suo triciclo dotato di telecamera, riprende le strade di Parigi, che finiranno poi su Street View Maps. Insieme a lui stanno girando per Parigi anche due persone a piedi, per riprendere le immagini delle zone accessibili ai soli pedoni.
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Chi sarà Miss Universo?

Credits: AP photo/Miss Universe Organization
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07/08/2009 - È attesa per il prossimo 23 agosto la serata finale del concorso di bellezza che incoronerà la 58esima Miss Universo. A fare da sfondo alla manifestazione, la Paradise Island delle Bahamas. Nella foto, da sinistra: Dominique Peltier, Miss Bolivia 2009; Estibaliz Pereira Rabade, Miss Spagna 2009; Ada Aimee De la Cruz, Miss Republicca Dominicana 2009; Michelle Rouillard, Miss Colombia 2009 e Larissa Costa, Miss Brasile 2009.
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Sorteggi a Nyon per la Europe League

Credits: AP Photo/Keystone, Salvatore Di Nolfi
07/08/2009 - A Nyon, in Svizzera, hanno avuto i sorteggi per determinare le sfide che vedranno contrapporsi nei Play-Off le squadre impegnate nella Champions League 2009/10. La Fiorentina sfiorerà lo Sporting Lisbona.
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La danza del fuoco a Bali

Credits: Ansa/Epa/Olivier Matthys
07/08/2009 - A Ubud (Bali), in Indonesia, durante un rituali di escorcismo contro la possessione di spiriti malvagi, alcuni ragazzi si muovono a ritmo di danza, scalzi, intorno e attraverso il fuoco.loro stato di trans dopo aver finito la loro performance.
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Il tifone Morakot arriva nelle Filippine

07/08/09 - Il Tifone Morakot, che già ha investito la Cina, Taiwan e Hong Kong, arriva nella Filippine. Due persone sono morte e più di 15.000 sono state coinvolte dagli effetti di questo potenete fenomeno atmosferico.
Nella foto, a Manila Bay dei ragazzi cercano oggetti preziosi tra i rifiuti gettati a riva dalla onde.
Credits: Ansa/Epa/Francis R. Malasig
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Grandi incendi in British Columbia: già evacuate 17.000 persone

Credits: AP Photo/The canadian Press - Darryl Dyck
05/08/09 - Restano indomati gli incendi che da alcuni giorni stanno divorando le foreste della British Columbia (Canada). In questa foto, i piloti di elicotteri impegnati nelle operazioni anti-incendio osservano il tragico spettacolo del fuoco.
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“Fuoco amico” uccide 3 bimbi e un uomo a Kandahar

AP Photo/ Allauddin Khan
05/08/09 - Un raid aereo delle forze internazionali contro covi dei Talebani nella provincia meridionale di Kandahar, in Afghanistan, è costato la vita ad almeno quattro civili, tra i quali tre bambini. “Gli elicotteri hanno iniziato a colpire il villaggio di Kohat intorno all’una di notte” - ha spiegato Haztat Mohammad, un abitante del villaggio, fornendo il bilancio delle vittime, tutte appartenenti alla stessa famiglia.
In segno di protesta, un centinaio di persone del villaggio del distretto di Arghandab si è diretto a Kandahar, con i corpi delle vittime, per denunciare l’incidente.
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Managua festeggia Santo Domingo

AP Photo/Esteban Felix
05/08/09 - Santo Domingo di Guzman è stato un missionario, protettore e difensore degli schiavi, vissuto fra il 1170 e il 1221. Popolarmente conosciuto come Minguito, è il patrono di Managua, in Nicaragua. Per festeggiarlo, la popolazione locale viene coinvolta in una processione, alla quale molti partecipano con costumi tradizionali. I due uomini nella foto hanno ricoperto il loro corpo con olio riciclato.
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Resta grave la disoccupazione in Cina
AP Photo/Andy Wong
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05/08/09 - Resta alta la percentuale dei disoccupati in Cina, nonostante i segnali di recupero economico avuti nel primo semestre 2009.
Nuovi posti di lavoro sono stati creati soprattutto grazie a finanziamenti statali (4.000 miliardi di yuan - circa 400 miliardi di euro), ma ciò non ha assorbito la disoccupazione conseguente alla chiusura di decine di migliaia di fabbriche, soprattutto nel Guangdong, a causa del crollo delle esportazioni, cui la gran parte delle ditte cinesi sono orientate.
Gran parte dei nuovi posti di lavoro sono quindi collegati alle grandi opere finanziate dallo Stato e potrebbero venire meno alla fine di tali lavori. Chi ha mantenuto il posto di lavoro, inoltre, ha spesso dovuto accettare diminuzioni delle ore di lavoro e del relativo salario
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Un film racconta la virta di Rebiya Kadeer

AP Photo/David Crosling
05/08/09 - Rebiya Kadeer, leader della minoranza musulmana degli Uighuri - coinvolti in recenti scontri etnici nella regione cinese dello Xinjiang - ha parlato oggi alla stampa a Melbourne, in Australia, partecipando al Melbourne International Film Festival, dove verrà proiettato un documentario sulla sua vita.
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Corano e fucile per i “ragazzi difficili” di Grozny
Credits: Ansa/Epa/KAZ
BEK VAKHAYEV
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05/08/09 - Le autorità politiche e militari al potere in Cecenia hanno pensato a una soluzione formativa peculiare, a base di armi e disciplina, per i “ragazzi difficili” di Grozny, segnalati dalla polizia per i loro comportamenti o per particolari problemi sociali: un campo estivo lungo un mese fatto di ordini, divisa, studio del Corano, lezioni di storia e addestramento militare.
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Credits: Ansa/Epa/KAZBEK VAKHAYEV
04/08/2009 - Le autorità politiche e militari al potere in Cecenia hanno pensato a una soluzione formativa peculiare, a base di armi e disciplina, per i “ragazzi difficili” di Grozny, segnalati dalla polizia per i loro comportamenti o per particolari problemi sociali: un campo estivo lungo un mese fatto di ordini, divisa, studio del Corano, lezioni di storia e addestramento militare.
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Gli articoli di Panorama sulla Cecenia

Il presidente filorusso della Cecenia Kadyrov con il premier russo Vladimir Putin
La conosceva da anni. Decine di denunce insieme, decine di battaglie contro i soprusi. Quando ha saputo del rapimento, ha capito subito che era in pericolo di vita. Due telefonate, a distanza di un’ora una dall’altra, due interviste, e la vita di una persona che se ne va, portata via dai sicari ancora senza volto, da un sistema che si basa sulla violenza, sulla soppressione di ogni voce libera, indipendente.
Andrej Mironov, anima di Memorial, una Ong che si occupa di diritti umani in Russia, aveva incontrato tempo fa Natalia Estemirova, la giornalista cecena rapita a Grozny da un commando di uomini incappucciati, uccisa e il cui corpo è stato fatto ritrovare in Inguscezia, una vicina repubblica della federazione.
Natalia, dopo aver denunciato da sola per anni, in prima persona, le torture e gli abusi dell’esercito russo e del regime filo-Cremlino, era diventata collaboratrice proprio di Memorial. Il suo omicidio è un nuovo caso Anna Politkovskaya.
“Non ci sono dubbi” – dice Mironov, con il suo splendido italiano da Mosca, la voce rotta dall’emozione. Il suo assassinio si inserisce nel filone dei delitti politici commessi nella Federazione Russa negli ultimi anni”.
Secondo un altro collega di Memorial, Aleksandr Cherkesov, Estemirova aveva denunciato una esecuzione sommaria e arbitraria da parte delle autorità cecene filo-russe. “Io credo che non si tratti di questo – dice Andrej Mironov – ma penso che sia stata uccisa, per la sua attività, in complesso e non per un episodio specifico. Proprio come è successo ad Anna Politkovkaya, freddata per i suoi articoli”.
Qualche tempo fa, la giornalista cecena aveva ritirato un premio intitolato all’inviata speciale, assassinata tre anni fa a Mosca. “Era l’unico modo per fermarla – dice Mironov – l’unico modo per farla stare zitta, lei che da anni, conduceva le sue battaglie per i diritti in Cecenia. Mi ricordo – prosegue il dirigente di Memorial – che Natalia girava villaggio per villaggio per raccogliere testimonianze, registrare racconti”.
Una mole di lavoro che ha dato fastidio, molto. “Così, dopo le minacce – racconta Mironov –è arrivato il rapimento e l’esecuzione”. “Chi c’è dietro? Domanda facile – risponde l’attivista di Memorial – Risposta obbligata. Andate a chiedere alle autorità cecene filo russe, andate a chiedere al Cremlino”.
Natalia Estemirova doveva andare a un incontro con una troupe televisiva francese. Un’intervista, l’ennesima coraggiosa denuncia. Non è mai arrivata a quell’appuntamento .Uscita di casa, lei questa quarantenne, dopo aver salutato la figlia adolescente, è stata caricata con forza su di una macchina. Sparita nel nulla per qualche ora, il suo corpo è stato ritrovato a qualche decina di chilometri dal luogo in cui era stata rapita. “Ripeto l’hanno assassinata perché era una simbolo, una paladina, dei diritti umani”.
La Cecenia è parte dell’Europa aveva detto ritirando il premio intitolato a Anna Politkovskaya “Non potete dimenticarci”. La sua instancabile opera era indirizzata a quello. A evitare che il conflitto caucasico, con il suo carico di morti, lutti, devastazioni e ignominie (da una parte e dall’altra, ma più dalla parte dei più forti) – formalmente chiuso, finito, vinto dalle autorità russe - venisse completamente rimosso dalle coscienze del Vecchio Continente.
“Sì, la sua tensione morale e professionale era indirizzata verso quell’obiettivo – conferma Andrej Mironov, nel suo commosso ricordo della collega scomparsa. Questo “vecchio” dissidente, abituato ai cupi periodi del periodo sovietico, ormai non si stupisce di nulla in questa “nuova” Russia. Neppure dell’atroce notizia della morte di un’amica. “Qui, chi dissente, rischia una pallottola” afferma. La lista dei morti eccellenti ormai è decisamente lunga.

Il presidente Dmitry Medvedev durante un’esercitazione al campo di ‘Rayevsky’ nella regione di Novorossiysk, in Russia
Da un lato una serie di omicidi “eccellenti”. Nomi segnati su una fantomatica lista nera, fatta di oppositori da eliminare. Dallo scorso settembre sono tre in Turchia e uno in Austria. Tutti freddati da una “Groza”, la pistola in dotazione agli 007 russi. Tutti accomunati da un passato in Cecenia, tutti ex separatisti che, scappati all’estero, avevano cercato di nascondersi dagli occhi del fedelissimo di Putin, il presidente ceceno Ramzan Kadyrov. Dall’altro, le dichiarazioni del premier russo e del suo protetto che hanno detto che il terrorismo in Cecenia è sconfitto e lo hanno fatto annunciare al portavoce della Camera bassa della Duma.
E poi la “saga” degli Yamadayev: prima Ruslan, freddato a Mosca nel settembre 2008. Poi, alla fine dello scorso marzo, Sulim, ucciso nel parcheggio del Jumeirah Beach Residence. A Dubai. Ed è proprio qui che la storia cambia. Perché nei giorni scorsi la polizia della città-stato araba ha fatto ciò che prima soltanto gli inglesi avevano fatto pubblicamente puntando il dito contro la Russia e indicando in Adam Delimkhanov, braccio destro di Kadyrov e membro della Duma di Mosca, il mandante dell’ultimo omicidio. “Adam Delimkhanov è l’uomo che si cela dietro l’omicidio di Sulim Yamadayev” - ha detto Dahi Kahalfan Tamim, capo della polizia di Dubai. “Il Cremlino deve fare qualcosa per fermare questi killers, che stavano cercando anche altri due cittadini russi e un kazako, che fortunatamente hanno già lasciato la città”.
Un accusa che Delmkhanov ha accolto senza battere ciglio dall’alto della sua poltrona nel parlamento russo. Una poltrona - vuole il caso - vicina a quella di Andrei Lugovoy, l’ex agente del Kgb che Londra vorrebbe processare per l’omicidio Livtinienko, l’ex agente avvelenato a Londra col polonio. Non che Yamadayev fosse uno stinco di santo; tuttavia, fra rifiuto dell’estradizione e immunità parlamentare in patria, Delmkhanov, che è cugino del presidente ceceno, non sembra rischiare nulla, nemmeno un processo. In fondo, Kadyrov si è schierato personalmente: “Devo dire che Adam Delmakhanov è un amico, un fratello, la mia stessa mano destra - ha detto - Per questo, prendo ogni frase che lo riguardi come se riguardasse me stesso. E per questo prenderemo ogni misura consentita dalle leggi internazionali per mettere davanti alle sue responsabilità chi fa queste spregevoli insinuazioni”. Fosse anche la polizia di Dubai.
D’altra parte, Kadyorv può permettersi affermazioni del genere: è riuscito, con la morte di tutti i leader “ribelli”, compreso quella di Sulim Yamadayev, simbolo dell’opposizione, a consolidare la sua posizione e a “riappacificare” la Cecenia, trasfomandola in una delle regioni più tranquille del Caucaso. Nonostante questo, però rimane ancora “sotto osservazione” da parte delle truppe russe, che - nonostante l’annuncio del presidente della Duma - rimarranno ancora massicciamente presenti nella regione a maggioranza islamica.
Il presidente ceceno Ramzan Kadyrov
È finita l’emergenza terrorismo in Cecenia. Lo ha dichiarato stamane il presidente della Duma, la Camera bassa del parlamento russo, Boris Gryzlov, ponendo indirettamente fine a una guerra che, in dieci anni, ha provocato, secondo la maggior parte delle Ong, tra gli 80 e i 100 mila morti: “La situazione in Cecenia è notevolmente migliorata - ha dichiarato Gryzlov. “Penso che si possa porre la questione della fine dell’operazione antiterrorismo in quella repubblica”. Nel suo annuncio odierno Gryzlov, per spiegare le ragioni della fine dell’”emergenza terrorismo, ha fatto un chiaro riferimento anche alla crisi economica: “Vengono impiegati notevoli forze e mezzi finanziari. Con la crisi mondiale occorre valutare la necessità di mantenere in Cecenia un contingente così numeroso”. A chiedere la fine delle operazioni era stato del resto lo stesso presidente ceceno, Ramzan Kadyrov, secondo il quale già da tempo nel suo Paese non vi sarebbero ormai più di una settantina di combattenti, rispetto alle tante migliaia degli anni scorsi.
Dieci anni di guerra. Mosca avviò operazioni armate in grande stile contro la Cecenia nell’autunno 1999 dopo un sanguinoso raid di alcune migliaia di guerriglieri separatisti ceceni nella confinante repubblica del Daghestan, e dopo una serie di attentati terroristici a Mosca e in altre località russe. A firmare il decreto, il 23 settembre 1999, sul lancio della “operazione antiterrorismo” (Kto) in Cecenia era stato l’allora presidente russo, Boris Eltsin. I combattimenti su vasta scala si sono conclusi già da alcuni anni, anche se si susseguono costantemente azioni sporadiche e isolate di militanti armati, sia in Cecenia che nelle repubbliche caucasiche vicine.
Fonti militari a Mosca hanno detto che, nel caso venga effettivamente decretata la fine della “Operazione antiterrorismo”, dalla Cecenia potranno essere ritirati più di 20 mila dei circa 50 mila soldati russi attualmente presenti. Ad andarsene sarebbero i 20 mila uomini delle truppe del ministero dell’Interno, mentre resterebbero gli altri 30 mila militari, dislocati in Cecenia in maniera permanente, come avviene per altre regioni della Federazione russa. Il presidente Medvedev si potrebbe così presentare da Barack Obama, il giorno dopo a Londra, con una notizia di sicuro gradimento per il nuovo capo della Casa Bianca.
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