
(Credits: EPA/WU HONG)

Se la popolazione mondiale continuerà a crescere ai ritmi attuali, nel 2050 sarà necessario produrre almeno il 70% di prodotti agricoli in più per soddisfare le esigenze di 9,1 miliardi di persone. Tuttavia, uno studio delle Nazione Unite ha rilevato che un quarto dei terreni agricoli mondiali è talmente rovinato da non poter più essere riutilizzato, mentre solo il 36% è rimasto in buone condizioni mentre un (quasi) insignificante 10% è migliorato. Continua

La rivolta a Maputo, Mozambico, di mercoledì 1° settembre 2010
Il prezzo dei cereali corre e ora lo ha certificato anche la Fao. L’indice specifico (FFPI) calcolato dall’organizzazione ha fatto registrare ad agosto un aumento del 5 per cento, toccando il livello più alto dal settembre 2008. Siamo ancora lontani dal picco raggiunto nel giugno del 2008 all’apice della crisi alimentare, ma il segnale è comunque preoccupante. L’ondata di siccità e gli incendi che hanno messo in ginocchio la Russia, distruggendo i raccolti, hanno indotto il governo di Mosca a dichiarare un bando sulle esportazioni di grano fino a dicembre.
L’altro grande granaio dell’Asia centrale, il Kazakhstan, ha accusato un calo nella produzione del 35 per cento. In totale, stima la Fao, la produzione mondiale di grano scenderà nel 2010 del 5% rispetto al 2009, e il fabbisogno annuale non sarà coperto. Tuttavia i raccolti di cerali restano al di sopra della media quinquennale, assicura l’organizzazione, che sottolinea come le scorte siano ancora tali da scongiurare lo scenario del 2007-2008, quando proprio il basso livello degli stock contribuì a infiammare il costo del cibo. Continua

La mappa di Der Spiegel sulle rivolte dovute agli aumenti dei generi agroalimentari
Durante il vertice Onu denominato Commercio e sviluppo tenutosi ad Accra, in Ghana, Ban Ki-Moon, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che l’impennata dei prezzi dei cereali e del carburante ha reso sempre più irrealistico il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio sottoscritti dagli Stati membri nel 2000. La speranza di dimezzare la povertà in Africa entro il 2015 è insomma, per il segretario Onu, “sempre più lontana”, a causa del boom dei prezzi dei beni agroalimentari.
Il dramma africano è però soltanto la parte più visibile di un iceberg immerso nelle acque agitate dell’attuale crisi mondiale che attanaglia gran parte dei Paesi del sud del mondo. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, le ondate di violenza causate dal boom dei prezzi delle derrate alimentari (+83 negli ultimi 26 mesi) stanno minacciando la stabilità politica di almeno 36 Paesi, (guarda la mappa di Der Spiegel) in quasi tutti i continenti. Per dirla con il Relatore delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, Jean Ziegler, per le aree più povere del pianeta “è prevedibile un lungo periodo di conflitti e di destabilizzazione regionale incontrollabile”. Con prevedibili ricadute politiche sulla stabilità di gran parte dei Paesi coinvolti, anche perché, come hanno segnalato le principali istituzioni internazionali, l’attuale crisi alimentare è destinata a durare ancora per molto tempo.
Burkina Faso
Le prime rivolte scoppiate in Burkina Faso, il 20 febbraio scorso, si concludono con un centinaio di arresti e decine di feriti. Nelle strade scendono migliaia di persone, vittime di un sistema commerciale internazionale che colpisce soprattutto i paesi importatori di materie prime agricole. “Il riso asiatico è di gran lunga il più consumato in Burkina” spiega il settimanale San Finna, “ma purtroppo sta sparendo dai mercati nazionali dopo il blocco all’esportazione imposto da alcuni governi asiatici”. Le famiglie burkinabé ringraziano: “La crescita irresistibile dei prezzi dei beni di prima necessità sui mercati internazionali ha cambiato radicalmente i rapporti tra Martine e il suo marito Jean-Christophe” scrive su Vita Non profit Magazine il giornalista burkinabé Koffi Ametepe. Olio (+100%), riso (+70%), mais (+50%): per questa coppia anche “la carne è diventata un lusso”. Ma i problemi non finiscono qui: “Come tanti altri lavoratori della classe media burkinabé, Jean-Christophe mette i suoi figli al riparo dei mal di pancia grazie ai crediti rilasciati da commercianti senza scrupoli”.
Senegal
Accusati di sfruttare l’impennata dei corsi mondiali per accumulare profitti, i grossisti di Dakar giustificano la vendita del riso a peso d’oro con l’aumento vertiginoso del carburante. “Non possiamo farci nulla” avrebbero detto i loro rappresentanti sindacali a Abdoulaye Wade. Di fronte all’esplosione di un’ondata di proteste senza precedenti, il presidente del Senegal ha prima risposto inviando l’esercito e infine è corso ai ripari prelevando dalla casse pubbliche 10 miliardi di Franchi CFA (oltre 15 milioni di euro, ndr) per dare ossigeno al mondo rurale. “Alcuni specialisti sostengono che ci vogliono almeno 200 milioni di euro per consentire agli agricoltori di fronteggiare la crisi” assicura a Panorama.it il caporedattore del principale quotidiano indipendente senegalese, Sud Quotidien. “Non vedo come Wade possa placare la rabbia della gente, anche perché ora deve giustificare la montagna di denaro speso per accogliere a Dakar il recente Summit dell’Oci (Organizzazione della Conferenza islamica)”, rilancia.
LEGGI: proposte e soluzioni su Swissinfo
Haiti
Nell’isola caraibica, il patto fra governo e cittadini è sul punto di spezzarsi. A segnare il destino del primo ministro haitiano Jacques Edouard Alexis sono state le rivolte urbane esplose contro il carovita e il cui bilancio (cinque morti e oltre 200 feriti) ha spinto il Senato a destituirlo recentemente dalle sue funzioni. Nel giorno in cui il Senato sfiduciava il primo ministro, il presidente René Préval ha costretto gli importatori di derrate alimentare a ridurre il prezzo di un sacco di riso di oltre 15 punti percentuali (da 32 a 27 euro). . “Una decisione opportuna” sostiene da Bruxelles il giornalista haitiano e direttore della rivista The Courier ACP-EU Hegel Goutier, e supportata a sua volta dai 10 milioni di dollari di aiuti concessi dala Banca Mondiale. Molti esperti sottolineano però che la crisi attuale è stata aggravata dalle politiche di dumping esercitate negli anni ‘90 dalle compagnie agroalimentari americane. “Da paese esportatore” conclude Goutier, “Haiti è diventato un importatore netto di riso”. In un territorio dove l’80% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, la pace recente conquistata dopo anni di conflitti rischia di sgretolarsi nel giro di pochi mesi.
Egitto
Al comando da ormai 27 anni, il presidente Hosni Mubarak ha represso nel sangue le manifestazioni contro l’aumento del pane. Per il Raìs, le elezioni municipali dell’8 aprile sono state l’occasione per soffocare i tentativi dei Fratelli Musulmani di strumentalizzare il malcontento contro il carovita. Mubarak deve stare in guardia, avverte il quotidiano Al-Masri Al-Ayoum. In Egitto, circa 30 milioni di cittadini vivono con meno di 1,5 dollari al giorni. Per oltre il 40% della popolazione, il consumo alimentare quotidiano si riassume in pane, pasta e riso, tutti beni i cui prezzi sono cresciuti del 25%. Le sovvenzioni, assieme agli ordini inferti all’esercito per aumentare la produzione locale di pane non sono bastate a placare la rabbia. “Fino quando il regime non affronterà di petto le riforme” conclude Al-Masri Al-Ayoum, “gli scontri che si sono verificati a Mahalla Al-Kubra rischiano di ripetersi in altre aree del Paese. Pensare il contrario sarebbe un grave errore”.
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Filippine
Anche in Asia lo scenario è fosco. Le stesse inquietudini prevalgono nelle Filippine, con la differenza, drammatica, che la presidenta Gloria Macapagal-Arroyo è alla guida del più grande Paese importatore mondiale di riso. Il governo è stato costretto a correre ai ripari con un sussidio eccezionale di oltre un miliardo di dollari per il mondo agricolo. “Una goccia in un oceano di emergenza” accusano i potenti sindacati del settore, convinti che la Arroyo si trovi davanti a “un vulcano pronto ad esplodere in qualsiasi momento”. Per ora i militari filippini, da sempre padroni del Paese, assicurano che “le rivolte non sono all’ordine del giorno”. Ma c’è chi scommette su un futuro nero.

Una rivolta globale della fame. È il rischio che corre la comunità internazionale se non saprà affrontare le rivolte esplose in oltre 30 Paesi del Sud del mondo causate dalla vertiginosa crescita dei prezzi dei beni di prima necessità. È questo il messaggio lanciato dal Direttore generale del Fao, Jacques Diouf, in occasione della presentazione a Roma del rapporto trimestrale (”Crop Prospects and Food Situation“) per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
Tra i dati più preoccupanti c’è il costo delle importazioni dei cereali dei Paesi più poveri, destinato a crescere del 56% tra il 2007 e il 2008 (addirittura del 76% nei Paesi africani): un valore che si somma all’aumento già registrato nel biennio 2006-2007 (+37%). Tra l’utilizzo sempre più intenso di cereali destinati al mercato degli agrocarburanti, il boom delle tariffe petrolifere (quindi dei trasporti) e il boom dei consumi in Cina e India, le scorte cerealicole sono scese al loro livello più basso dal 1980 (-5% dall’inizio dell’anno rispetto al 2007): questo nonostante la produzione mondiale sia destinata a crescere del 2,6% nel 2008. Risultato: dal riso alla farina, dal mais al latte, passando per la carne, i beni di prima necessità sono diventati pressoché inaccessibili per centinaia di migliaia di persone nel Sud del mondo. Qualche esempio? Tra dicembre 2007 e marzo 2008, a Douala (Camerun) il costo di un litro di olio di palma è cresciuto del 140%, mentre il prezzo di un chilo di zucchero o di riso è quasi raddoppiato in Togo, Camerun e Burkina Faso.
Nei Paesi ricchi le spese alimentari rappresentano in media il 16% del budget familiare, nei Paesi importatori di alimenti questo rapporto sale al 60-80% (oltre il 73% in Nigeria). Per far fronte all’emergenza, la Fao ha lanciato la cosiddetta “Iniziativa sul rialzo dei prezzi” con l’obiettivo di offrire assistenza alle aree più colpite dall’attuale crisi. Ma potrebbe non bastare. Il suo Direttore Diouf esorta i donatori a rivedere i loro programmi di assistenza aumentando i loro fondi di almeno 1,2 miliardi di dollari. Secondo l’Onu, a rischio sono la pace e la stabilità politica del parte più povera del pianeta.
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