
Murales del Che a San Francisco (Credits: Franco Folini by Flickr)
Da simbolo di un’epoca e di più generazioni, a brand per una delle più conosciute case produttrici d’auto, la Mercedes Benz. Questa la sorte toccata, suo malgrado, a Ernesto Che Guevara e alla sua immagine. Per il guerrigliero marxista, tra i padri della rivoluazione cubana, nato in Argentina e morto in un’imboscata a La Higuera in Bolivia il 9 ottobre del 1967 sembra, insomma, davvero non esserci tregua. Continua

Dopo la Coca il Che cattura anche l'esercito boliviano (Credits: Hanan Cohen by Flickr)
Il motto è antico e pieno di storia, “Patria o morte … vinceremo”. A coniarlo fu Che Guevara, lo slogan fu usato dall’esercito cubano subito dopo la rivoluzione del 1959. E dopo cinquantun’anni torna in auge, stavolta, quasi per legge del contrappasso proprio in Bolivia, recuperato dalle Forze Armate, le stesse che arrestarono e uccisero il Che. Continua

Prima un servizio della televisione statunitense Fox che immortalava una bandiera cubana con l’effigie del Che Guevara in un ufficio della campagna elettorale di Barak Obama.
Il servizio di Fox Tv
Poi una pioggia di critiche da parte dell’elettorato latino, con i cubani-americani letteralmente infuriati per l’esposizione pubblica in un ufficio di supporters pro-Obama di un simbolo che rappresenta un personaggio da loro considerato più un carnefice che un eroe. Alla fine per placare le ire di una parte dell’elettorato, che potrebbe essere decisivo per la conquista della Casa Bianca, è dovuto scendere in campo il responsabile della comunicazione del candidato democratico diramando un comunicato ufficiale in cui si chiarisce che “Obama considera inappropriata l’esposizione della bandiera”, che l’ufficio in cui era esposta la bandiera del Che “non fa parte di quelli ufficiali ma è stato fondato da dei volontari” e che la politica nei confronti di Cuba espressa più volte dal senatore dell’Illinois si basa su un unico principio: “Libertà per il popolo cubano”.

Intanto, il Boston Globe si chiede che cosa avrebbe fatto JFK al posto suo, mentre, a giudicare dalla risposta data alla giornalista della Fox, la responsabile dell’ufficio “incriminato” non sembra affatto pentita di aver messo in difficoltà Obama sull’annosa “questione cubana”.
Le reazioni della volontaria “guevarista”


Fidel con suo fratello Raul Castro, il successore
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Con alle spalle solo un piccola isola caraibica, Fidel Castro, che si è dimesso da presidente cubano oggi a 81 anni, è stato, nel bene e nel male, uno dei grandi protagonisti della storia mondiale della seconda parte del secolo scorso e degli inizi del nuovo millennio.
Rivoluzionario per gli ammiratori e dittatore per i suoi critici, si è misurato con grande acume politico nella Guerra Fredda, ha resistito al crollo dell’Urss e alle incessanti bordate - embargo e 600 attentati, a suo dire - degli Stati Uniti.
Forte di inossidabile carisma e fascinosa oratoria, ha giocato, per 50 anni, un ruolo di rilievo nelle vicende dell’America Latina. Nato a Biran nel 1926, figlio di ricco proprietario terriero emigrato dalla Galizia, Fidel Alejandro Castro Ruz, studia prima nei collegi La Salle e Dolores di Santiago de Cuba e, poi, dal 1941 al 1945, a L’Avana, nell’esclusivo Belen, la più famosa scuola gesuita. Quando nel 1945 si iscrive alla facoltà di legge comincia subito il suo impegno politico fino alla candidatura pochi anni dopo, nel 1952, alle presidenziali. Obiettivo frustrato per il golpe del 10 marzo di Fulgencio Batista. La sua risposta è l’assalto alla Caserma della Moncada, luglio 1953. Un disastro. Il gruppo viene decimato e Castro viene condannato a 15 anni di prigione. Dopo 22 mesi di carcere, amnistiato, va in esilio negli Usa e poi in Messico dove conosce Ernesto ‘Che’ Guevara.
Quando annunciò la morte di Guevara
Con lui, il fratello Raul ed altri 79 volontari, nel 1956 sbarca, a bordo del ‘Granma‘, nell’isola. Il gruppo viene decimato: sopravvivono in 16, si rifugiano nella Sierra Maestra, e dopo due anni di guerriglia è costretto a fuggire. L’1 gennaio 1959, Castro ed i suoi ‘barbudos’ entrano trionfalmente a L’Avana. Il 16 febbraio Fidel assume l’incarico di comandante del Governo Rivoluzionario e delle Forze Armate e due anni dopo dichiara ’socialista’ la sua rivoluzione e comincia ad essere chiamato ‘lider maximo’. Da allora comincia un lungo cammino costellato di avvenimenti che spesso hanno una ripercussione a livello mondiale come nel 1962 per la crisi della Baia dei Porci.
Solo di fronte alla malattia, 19 mesi fa, ha di fatto lasciato le redini del potere a suo fratello Raul, che oggi ricopre ufficialmente l’incarico lasciato da Fidel.
Un celebre discorso all’Onu (1979)
Storici discorsi di Castro in mp3: 1 - 2 - 3
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“Se siamo in difficoltà lui ci aiuta e fa miracoli. Grazie a lui, qui è arrivata una strada e ci hanno costruito un cimitero e una scuola migliore. Certo che preghiamo per lui e celebriamo messe in suo onore”. Irma Rosado ha 50 anni ed è una delle poche persone - meno di cento - che ancora oggi vivono a La Higuera, minuscolo villaggio vicino a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, in Bolivia. Ma, a differenza di quanto si potrebbe immaginare, Irma non parla di Gesù bensì di Ernesto Guevara de la Serva, il guerrigliero più famoso della storia che qui fu ucciso il 9 ottobre del 1967 dall’esercito boliviano, il “Che”. Che quando si trasforma in santo, per i boliviani ai bordi dei 60 Km di strada che unisce La Higuera con Vallegrande smette di essere il “Che” e diventa “San Ernesto”.
Nella città di Vallegrande, dove il corpo di Guevara fu esposto dopo la morte, ogni 9 ottobre si rende omaggio al mitico rivoluzionario che, tuttavia, qui è considerato più un santo che un guerrigliero. Padre Agustín, prete di Vallegrande, invoca ogni giorno la benedizione di “San Ernesto de la Higuera”, perché i suoi parrocchiani ne includono regolarmente il nome tra i defunti da ricordare. Assieme a quelli di parenti e amici. Quest’anno, poi, si commemorano i 40 anni dalla sua uccisione e le offerte di fiori, le candele accese e le richieste di ex voto superano di gran lunga le abituali.
Chi considera il “Che” come un avventuriero (o peggio ancora) può restare stupefatto per questo mix tra sacro e profano ma, come spiegava già qualche anno fa il compianto poeta boliviano Jorge Suárez, “la figura del Che a livello popolare ha subito una curiosa trasformazione e il popolo boliviano lo ha incorporato nel suo pantheon politico più come un santo che come un rivoluzionario, entrando a far parte della mistica popolare”.
Per rendersene conto è sufficiente ritornare a La Higuera e avvicinarsi al “santuario” a lui dedicato dove, al fianco di una grande statua del “Che” fanno bella mostra di sé un’enorme croce e una serie di immagini ex voto raffiguranti Giovanni Paolo II e Gesù. “Sono migliaia i contadini boliviani che pregano San Ernesto per chiedergli qualche miracolo o per ringraziarlo di una grazia ricevuta”, spiega Indymedia.

“Era come Cristo”, confessa al quotidiano argentino La Nación Susana Osinaga, forse la fedele più antica di “San Ernesto”. Fu lei, infatti, l’infermiera che quarant’anni fa lavò e ricompose il corpo del “Che” nella lavanderia dell’ospedale Nuestro Señor de Malta, prima che venisse esposto pubblicamente, a Vallegrande. Ed è lei a raccontare che da allora si rivolge direttamente a “San Ernesto”, la cui immagine ha collocato tra quelle della Vergine Maria e di Gesù sul piccolo altare che ha eretto nella sua umile casa.
Lungo i 60 chilometri che separano La Higuera da Vallegrande le storie dei miracoli compiuti da “San Ernesto” si moltiplicano, così come gli altari improvvisati con l’immagine del “Che” affiancata a quelle di Gesù, la Vergine Maria, Papa Wojtyla e il presidente boliviano Evo Morales. E sulle doti miracolistiche del rivoluzionario Primitiva Rojas, un’altra abitante de La Higuera, non ha dubbi. “Ho molta fede in lui. Qualche giorno fa mi sono ammalata, ho invocato “San Ernesto” e la stessa notte ho sognato un uomo con la barba nera e lo sguardo dolce che mi diceva: io sono colui che ti ha curato. La mattina dopo ero guarita”.
Oggi, a 40 anni dalla sua morte, la piazza principale di Vallegrande è tappezzata con immensi ritratti del Che e gli abitanti del luogo che nel 1967 non avevano aderito alla sua chiamata rivoluzionaria lo venerano come un santo. Chissà che ne penserebbe lui se oggi, 79enne, fosse ancora vivo…
Quaranta anni fa moriva Che Guevara. Ma il mito persiste: il video servizio
Che Guevara - gli ultimi anni

Adesso è arrivato anche l’Ok delle Farc, le forze armate rivoluzionarie colombiane, addirittura con un video: il presidente della repubblica bolivariana di Venezuela, Hugo Rafael Chávez Frías potrà negoziare con loro il rilascio degli ostaggi, tra cui quello della politica franco-colombiana Ingrid Betancourt e l’incontro avverrà a Caracas il prossimo 8 ottobre. Questo almeno nelle intenzioni della guerriglia colombiana. Le immagini con il messaggio registrato sono state consegnate dagli stessi ribelli che si ispirano a Marx e a Simón Bolívar alla senatrice colombiana Piedad Córdoba in piena foresta, in un punto non rivelato. A parlare davanti alla telecamera il portavoce dei ribelli, Raúl Reyes. “Le Farc”, ha detto al quotidiano colombiano El Tiempo la Córdoba che appare nel video al lato di Reyes, “intendono incontrare Chavez in Venezuela”. E ha inoltre aggiunto che i ribelli intendono trattare il rilascio di politici, di militari e di tre cittadini statunitensi in cambio della liberazione di circa 500 guerriglieri. Nel video, invece, Reyes non fa nessun riferimento esplicito ad Ingrid Betancourt, mentre sono espresse chiaramente la data e il luogo, il Venezuela. Ecco il video:
Un messaggio, quello del portavoce delle Farc, che si carica di forti connotazioni ideologiche se si pensa che la data prescelta, l’8 ottobre appunto, non è un giorno qualsiasi ma il quarantesimo anniversario della cattura nella selva boliviana di Ernesto Guevara de la Serna, alias il “Che”. E che, andando sul sito delle Farc, è facile trovare immagini che innegiano alla rivoluzione bolivariana chavista…
Già all’inizio del mese di settembre il presidente del Venezuela aveva incontrato il suo omologo colombiano Álvaro Uribe per rendere ufficiale la sua disponibilità a trattare con i ribelli. Ma la posizione della Colombia era stata chiara: nessun incontro in Colombia e no alla creazione di un corridoio umanitario demilitarizzato dove effettuare lo scambio degli ostaggi. Una posizione confermata una decina di giorni fa, quando i presidenti di Venezuela e Colombia si sono nuovamente incontrati. Anche per questo l’incontro tra le Farc e il mediatore “disinteressato” Chávez avverrà in territorio venezuelano. A meno di nuovi colpi di scena, sempre all’ordine del giorno in queste latitudini.
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