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Egitto, la nascita del nuovo regno - SPECIALE CON PANORAMA
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Cisgiordania

Uno Stato Palestinese per il 20 settembre? Ci credono in pochi - L’ANALISI

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  • Tags: anp, Cisgiordania, Gaza, Generazione Tel Aviv, Israele, onu, Palestina
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Netanyahu, Obama e Abu Mazen (Credits: Epa/Jim Lo Scalzo)

Netanyahu, Obama e Abu Mazen (Credits: Epa/Jim Lo Scalzo)

Anna MomiglianoL’Autorità nazionale palestinese, ossia quell’organo di semi-autogoverno che controlla la Cisgiordania e presto potrebbe tornare a controllare la Striscia di Gaza grazie a un accordo con Hamas, intende presentare davanti alle Nazioni Unite una richiesta di riconoscimento di uno Stato palestinese. Insomma, si tratta di una dichiarazione di indipendenza unilaterale, con l’obiettivo di ottenere il sostegno della comunità internazionale, per la serie: se Israele non ci concede l’indipendenza, uno Stato ce lo creiamo noi. Come tiene a sottolineare il presidente Abu Mazen, la dichiarazione unilaterale avverrà solamente se proseguirà l’attuale stallo dei negoziati. Continua

  • annamomigliano
  • Giovedì 16 Giugno 2011

La piazza araba insorge, ma in Palestina Fatah si arrocca

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  • Tags: Abu Mazen, anp, Cisgiordania, Fatah, Generazione Tel Aviv, Salam-Fayyad
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(Credits: Epa/Atef Safadi)

(Credits: Epa/Atef Safadi)

Anna MomiglianoIl Medio Oriente brucia, le piazze arabe insorgono contro raìs e colonnelli corrotti al potere da troppo decenni, e in Palestina che cosa succede? Fatah, lo storico partito-milizia di Yasser Arafat che governa l’Autorità nazionale palestinese da quando è stata creata, si sta arroccando. Solo così, almeno questa è la mia opinione, si spiega la richiesta delle dimissioni del premier Salam Fayyad recentemente avanzata da un gruppo di esponenti di Fatah. Continua

  • annamomigliano
  • Venerdì 4 Marzo 2011

I terroristi israeliani? Pochi, ma pericolosi

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  • Tags: Benjamin Netanyahu, Cisgiordania, Generazione Tel Aviv, Israele, Kach, Palestina, Yaakov-Teitel, Zeev-Sternhell
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Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto Karma Kosher.
Leggi gli altri post »
Yaakov Teitel era ricercato da 12 anni per due omicidi (AP, Shin Bet)

Yaakov Teitel era ricercato da 12 anni per due omicidi (AP, Shin Bet)

Ci sono voluti quasi dodici anni per rintracciarlo e arrestarlo: Yaakov Teitel, detto “Jack”, è un terrorista israeliano considerato responsabile dell’assassinio di due palestinesi e di altri attentati contro israeliani. Lo Shin Bet (i servizi segreti interni “cugini” del più celebre Mossad) lo ha preso circa un mese fa. Ma la notizia è stata resa pubblica solamente ieri - probabilmente per non compromettere le indagini dello Shin Bet. Continua

  • annamomigliano
  • Martedì 3 Novembre 2009

Le foto del giorno: 4 agosto 2009

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  • Tags: Cina, Cisgiordania, croazia, Filippine, florida, foto-reportage, Gran-Bretagna, India, Usa
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Al Fatah a Congresso, ventanni dopo l’ultima volta

Al Fatah tenta la strada del Congresso

AP Photo/Tara Todras-Whitehill

Abu Mazen (Mahmud Abbas) è intervenuto oggi, a Betlemme, al sesto Congresso di Fatah, vent’anni dopo la sua ultima convocazione, avvenuta nel 1989 a Tunisi. Per tre giorni i circa 2.260 delegati dovranno rinnovare i quadri direttivi di questa organizzazione e formulare un nuovo programma politico.
Nel suo intervento, Abu Mazen ha denunciato come “golpisti e corrotti” i leader di Hamas e, rivolgendosi alla gente di Gaza, ha assicurato che “la Palestina resterà unita” e ha aggiunto: “Noi non permetteremo ad Hamas di distruggere l’unità” del popolo palestinese.

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Gli eredi di Marcos rendono omaggio a Corazon Aquino

Gli eredi di Marcos danno l’addio alla Aquino

AP Photo/Jay Morales

I figli del dittatore Ferdinand Marcos hanno reso omaggio oggi, nella Cattedrale di Manila, alla salma della ex presidente democratica delle Filippine, Corazon Aquino, prima donna a diventare presidente in Asia e primo presidente democratico dopo la fine della dittatura di Marcos.

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14 anni fa, in Croazia, l’Operazione tempesta

14 anni fa l’Operazione tempesta in Croazia.

AP Photo/Srdjan Ilic

A distanza di 14 anni dall’operazione militare croata denominata “Tempesta”, lanciata con l’obiettivo di riconquistare i territori controllati dai serbo-croati, si sono svolte oggi a Belgrado delle cerimonie commemorative. A partire dal 4 agosto 1995, nell’arco di qualche giorno 250.000 serbi della Krajna furono obbligati alla fuga dall’esercito croato.


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Convalidati gli arresti dei “ribelli” nello Xinjiang

La polizia cinese nello Xinjiang

AP Photo/Kyodo News

Alcune agenzie cinesi riportano che nella regione dello Xinjiang sono stati arrestati oggi altri 83 indagati per i violenti scontri etnici dello scorso mese di luglio tra i musulmani Uighuri e i cosiddetti “Han”, durante i quali rimasero uccise 197 persone. Le accuse vanno dall’incendio doloso, all’aggressione, all’omicidio, ma le date dei processi non sono ancora state fissate. Secondo le fonti ufficiali cinesi, le persone arrestate sarebbero, in totale, 718, anche se, in precedenza, le forze dell’ordine avevano confermato di aver trattenuto almeno 1.500 persone, del cui rilascio non si sono ancora avute notizie. Durante una conferenza stampa dello scorso 29 luglio a Tokyo, la leader in esilio della dissidenza uighura, Rebiya Kadeer, ha parlato di ”circa 10.000 persone sparite in una notte a Urumqi”.


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Pronto al lancio lo shuttle Discovery

Discovery pronto per il lancio

AP Photo/John Raoux

Presso il Centro spaziale Kennedy di Cape Canaveral, in Florida, procedono i preparativi per la prossima missione - la STS-128 - dello shuttle Discovery verso la Stazione spaziale internazionale (Iss). La navetta è stata spostata questa mattina dall’hangar di assemblaggio ed i tecnici la stanno lentamente trasportando fino alla torre di lancio 39A, da dove decollerà il prossimo 25 agosto.

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Se ne va la carpa Benson, con i suoi 29 kili

È morto Big Fish, 25 chili di carpa

Ansa/Epa/Angling Times

Secondo quanto riferito dai media locali, la carpa Benson - che coi suoi 29 chili era ritenuta la carpa più grande del mondo -  è stata trovata morta, galleggiante nel Bluebell Lakes, vicino alla britannica Peterborough, dove nuotava e ingrassava dal 1995. Benson aveva dai 20 ai 25 anni ed era stata catturata 63 volte (nella foto del maggio 2008, insieme a uno dei 63 pescatori che ce l’hanno fatta).

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 Sentenza contro terroristi di Mumbai

Sentenza contro terroristi di Mumbai

AP Photo/Rajanish Kakade

Syed Mohammed Haneef Abdul Rahim è una delle persone condannate per gli attacchi terroristici che, nel 2003, causarono 52 morti e ferirono più di 100 persone nella capitale finanziaria dell’India, Mumbai. Un tribunale ha riconosciuto Rahim colpevole insieme alla moglie ed al figlio.

  • redazione
  • Martedì 4 Agosto 2009

Gaza 2008: Tutto il potere alle donne

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  • Tags: Cisgiordania, Gaza, Hamas
  • Un commento

Soldati israeliani

Di Stella Pende da GAZA

Bendata, dentro una Mercedes gialla a pezzi che corre nei vicoli di Gaza. «Adesso esci piano e non guardarti intorno» mi dice il ragazzo Amir, lungo come i suoi razzi Kassam. Distesa di ulivi infinita. Come la paura. D’improvviso all’orizzonte due ombre nere schizzano tra gli alberi come due felini. Testa foderata dalla kefiah, armi dappertutto. «È la prima volta che un giornalista incontra due martiri pronti a morire» dice il ragazzo. Mente: è la prima volta che un giornalista incontra due kamikaze donne. Perché sono due ragazze quelle che ho davanti con gli occhi che scintillano da una fessura del cappuccio. È vero che vi farete esplodere in quel modo atroce? Perché morire e uccidere? Perché?
Risponde Um Watam (la madre della patria), nome di battaglia di questa soldatessa delle brigate del Fronte popolare di liberazione della Palestina: «Perché il vostro mondo, per far contento quel corrotto di Ehud Olmert (premier israeliano, ndr), ci ha già condannato a morte». Um dondola il suo Kalashnikov come se fosse un neonato affamato. «Dopo la presa di potere di Hamas, a Gaza più di 60 morti. Loro hanno i razzi, non si sporcano le mani di sangue. Noi abbiamo una sola arma: i nostri corpi».
L’altra Um Arab (la madre dell’arabo) sta zitta come una statua. Ma i vostri figli? Non è snaturato abbandonarli così? «Facile per voi giudicare, signora». Due vere lacrime cadono da quelle fessure del cappuccio. Galera degli occhi.
«Lei non può sapere cos’è la mia disperazione. I suoi figli studiano e domani si innamoreranno. Davanti ai miei c’è il nulla. Se un giorno però Gaza sarà libera, allora capiranno il sacrificio della loro madre». Se continuate con gli attacchi kamikaze, condannate a morte la vostra gente. Gaza diventerà una città di morti viventi. «Io sono già morta. Anche i miei figli e anche i neonati che nasceranno domani. Guardi…» mi porta la mano sulla sua. È ghiacciata. «Non c’è più sangue nelle mie vene. Addio!».
Le miliziane scompaiono mentre ho un tonfo nella gola. Il ragazzo Amir aggiunge un dettaglio sorpresa: Um Arab combatte nelle file dei martiri di al-Aqsa, il braccio armato di Al-Fatah. Ma come, i terroristi di questa organizzazione non erano spariti? Il presidente palestinese Abu Mazen, dice Amir, «è riuscito a fermare i suoi guerrieri maschi. Ma le donne no. Sono più dure e non sono comprabili».

Il corpo di di Fadel Shana

Le donne di Gaza: in questa città tritata da bombe e massacri, gli uomini che contano sono talpe umane che lavorano sottoterra. Quelli di Al-Fatah sono emigrati a Ramallah. I veri signori di Hamas non possono esistere pubblicamente. «I missili israeliani ne sentirebbero l’odore» dice Amir. Per molti altri la galera: 1.500 prigionieri, tra cui 40 deputati di Hamas, stanno chiusi nelle carceri israeliane. Così le donne di Gaza entrano nella pelle e nelle vite degli uomini. Le parlamentari di Hamas hanno avuto le deleghe per rappresentare amici e mariti prigionieri. Importanti associazioni sono dirette da donne. E anche fabbriche. «Non dimentichiamo che Hamas ha stravinto le elezioni anche grazie all’impegno sociale delle sue donne» spiega Ryad Malky, politologo autorevole. «Da lì comincia la scalata femminile della jihad al potere».
La Mercedes gialla ritorna nel cuore della città ostaggio di rottami di guerra. La fila per la benzina è un serpente con la coda lunga 1 chilometro. E il petrolio, ricordiamolo, è il sangue di una città. Apparizione: in mezzo alla distruzione ecco la sede principesca dell’associazione Mujamma, dove incontrerò una delle signore eccellenti della città.
Lusso spinto, scale, marmi e un formicaio di donne foderate di bianco. Suore senza faccia. La padrona, Rasha Rantisi, moglie del supremo leader di Hamas Abdul Aziz Rantisi, ucciso da Israele dopo l’elezione a guida spirituale al posto dello sceicco Yassin, ci aspetta in una stanza oceanica con ricco tappeto su misura. Hamas, diciamolo, non è un’organizzazione affamata come la sua città.
«Mujamma non accoglie soltanto centinaia di donne, orfani e poveri, ma nutre la rivoluzione delle donne. L’associazione fa perfino corsi di computer».
Ecco il grande contrasto delle donne nell’Islam di Hamas e in quello dei loro parenti libanesi Hezbollah. Comandano, vogliono, decidono, ma diventano sempre più radicali nell’essenza religiosa. Il sorriso sinistro dello sceicco Ahmed Yassin brilla sulla parete. Potere e Corano: è ancora questo il suo credo. Ricorda l’attimo esatto dell’assassinio di suo marito? «Una grande esplosione e la radio annunciò che il dottor Abdul Aziz era morto» dice parlando del coniuge come se fosse il suo imam. «Allora sono corsa a lavarmi e a pregare. Ma Ariel Sharon non ha avuto la soddisfazione di una sola mia lacrima».
Fuori dal castello della replicante con velo si riaffonda nella peste di Gaza. Un ciuco scheletrito trascina mezzo morto un carro pieno di uomini che lo bastonano a sangue. È come il popolo di Gaza, che muore innocente sotto il peso della guerra tra Hamas e Israele. Guerra estranea al suo dolore.
Oggi in parlamento si discute la legge sullo sport. Impossibile affrontare leggi più importanti. La camera intera è stata trasferita nelle prigioni d’Israele. Sulla parete il ritratto di Aziz Duwaik, il presidente del parlamento carcerato, e quello di Yasser Arafat, presidente per sempre. La sala pullula di giovani e vecchie donne. Nel primo banco discutono due deputate note alle cronache cittadine: Jamila Shanti, eroina degli scudi umani, e Mariam Farhat, madre di tre martiri (i malevoli la chiamano «fabbrica di shahid»). Jamila esce dalla sala. Lei ha finalmente bocca, naso e un sorriso materno ben in vista. Si mette davanti alla foto con i 40 tra i parlamentari e i ministri arrestati.
«Vogliono umiliarci e ridurci a barbari senza leggi. Ma non ci arrendiamo. Ho sei deleghe. Penserò e voterò per loro. Sono il ventriloquo perfetto dei miei amici deputati prigionieri». Ma è la cultura della morte che vi consuma, Jamila… «Capirebbe di più se rimanesse a Gaza per 1 mese. Ma io combatto la fame di morte. “Venite ad affrontare una palestinese viva e vera!” urlo quando sfiliamo come scudi umani davanti ai loro carri armati».

Gaza

Ha gli occhi lucidi, Jamila, e racconta dell’assedio israeliano alla moschea di Bethanun: «Era il novembre 2007. Andiamo noi a liberare quei 70 poveracci, ho detto alle mie donne. I carri israeliani erano lì. Immensi. Noi marciavamo piano, tenendoci per mano. Hanno sparato. Quanto sangue innocente… Alla fine i prigionieri erano liberi».
Anche Mariam Farhat, la madre dei martiri, ci invita nella sua casa. Elegante anche quella con il quadro della Mecca illuminato dalle lucine. Hamas premia le famiglie dei suoi martiri. Chiedo: come si fa a volere la morte di un figlio a cui si è data la vita?«Non la vuoi, ma l’accetti con dolore per amore della Palestina» risponde mentre rughe come rami secchi le invadono la faccia.
Insisto: lei ha perso tre figli martiri, ma con il terzo ha girato anche il video di addio. Sapeva tutto? «Certo. Gli ultimi mesi ha voluto dormire con me. Mi stringeva. Mi accarezzava». Mostra il filmato: Omar fascia verde in testa e sul cuore la dinamite. E poi l’addio. «Ho pianto tutte le mie lacrime» dice come in un copione mal recitato. L’ideologia che mangia la maternità non è accettabile. Un bimbetto ricciuto si affaccia alla porta. Un dubbio da brivido attraversa la testa: non aspetterà anche lui di diventare grande per morire? Mariam ha «sentito» il pensiero: «Lui farà come vuole. I due figli che restano conoscono già la strada giusta».
Gaza è in preda a un delirio di morte? Finalmente, nelle stanze della Coopi, ong italiana a Gaza, trovo una risposta. Tre ragazze normali, belle e affamate di vita: «Faccio l’architetto e so che un giorno costruirò il museo della cultura più bello del mondo» ride Hanya. «E io reciterò con George Clooney!» ride Diana. Le ragazze mi scortano alla libreria pubblica dedicata a Diana Tamari Sabbah, vera mecenate. Una meraviglia. «Siamo come strappati da due condanne. Da una parte i missili di Israele e dall’altra Hamas. Ma a Gaza siamo 1 milione e mezzo di persone. La città vera e le sue donne sperano nel futuro. La morte non vincerà. Lo giuro».

  • redazione
  • Sabato 14 Giugno 2008

Gaza, a cosa puntano davvero gli israeliani

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  • Tags: Cisgiordania, Gaza, Hamas, Israele, Palestina, tsahal
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Prigionieri palestinesi in una base militare nel sud della Striscia

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A oltre una settimana dall’attacco palestinese al terminal di Nahal Oz (guarda il videoservizio su Al Jazeera), che ha scatenato nuovi raid israeliani nella Striscia di Gaza, le violenze non accennano a placarsi. Nella sola giornata di ieri sono morte oltre 20 persone (3 soldati israeliani e almeno 18 palestinesi, tra cui un cameraman palestinese dell’agenzia Reuters). Questa mattina due miliziani della Jihad islamica sono stati uccisi a seguito di un’incursione dei soldati di Tsahal, l’esercito israeliano, nella casa dove si nascondevano.

L’uccisione del cameraman Reuters: filma il colpo che lo uccide


Lo stato ebraico, che con i carri armati è penetrato più volte nel territorio governato da Hamas, ha autorizzato ieri la ripresa delle forniture di carburante a Gaza, sospese da una settimana: una richiesta avanzata dall’Unione Europea per il rischio che il blocco paralizzasse anche gli ospedali. Il riesplodere della tensione avviene in un periodo non casuale. Hamas è stato isolato anche dai Paesi arabi e si sente con le spalle al muro. Israele vuole cogliere questa occasione per assestare un colpo decisivo agli integralisti che controllano Gaza e allo stesso tempo obbligare il “moderato” presidente Abu Mazen a scegliere da che parte stare.
Come spiega il sito del giornale israeliano Yediot Ahronoth, Hamas è sempre più isolata e i Paesi arabi temono che la violenza dilaghi in tutta l’area. L’Egitto ha allertato i suoi militari al confine con la Striscia, per evitare che i palestinesi aprano nuovi varchi nella frontiera, come avvenuto mesi fa. I legami di Hamas con l’Egitto, secondo Ynet, sono al minimo storico. “I siriani, d’altronde, hanno invitato Mahmoud Abbas (Abu Mazen) all’incontro della Lega Araba a Damasco”, mentre i membri di Hamas, tra cui Khaled Mashaal (ideologo del movimento integralista a lungo ospitato e protetto dalla Siria), non sono stati ammessi nemmeno come osservatori e questo ha minato seriamente la posizione di Hamas”.

Soldati israeliani penetrano nella città vecchia di Hebron

Inoltre, “le trattative con Israele sul caso Shalit (il soldato rapito due anni fa) sono ferme, Hamas non è riuscito ad ottenere il sostegno europeo per la rimozione dell’embargo politico ed economico che subisce, e infine la mediazione yemenita nel tentativo di riconciliare Hamas e Fatah è fallita.”
Restano aperti, invece, i negoziati tra Israele e Abu Mazen. Ehud Olmert sarebbe disposto a restituire all’autorità palestinese il 64% del territorio della Cisgiordania.

Il servizio di Al Jazeera e tutti i video israeliani


  • eri garuti
  • Giovedì 17 Aprile 2008

Medioriente, gli irriducibili della pace. Nonostante tutto

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  • Tags: Cisgiordania, Gaza, Israele, Palestina
  • Un commento

Giovani palestinesi protestano contro il blocco israeliano di Gaza.<br /> [i](AP Photo/Eyad Baba)[/i]

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di Giovanni Porzio
La vita di Maria Amin, 6 anni, è appesa al respiratore agganciato alla sedia a rotelle con cui si sposta nei corridoi del reparto di riabilitazione dell’ospedale Alyn di Gerusalemme. Era il 20 maggio 2006, un sabato, quando a Gaza il missile sparato da un Apache contro un dirigente della jihad islamica investì l’auto su cui viaggiava uccidendo sua madre, la nonna e il fratellino di 7 anni. Maria, paralizzata dal collo in giù, non potrebbe farcela senza l’aiuto degli israeliani. Senza Dalia, la volontaria che l’ha «praticamente adottata». Senza i medici e i fisioterapisti dell’unico centro specializzato del Medio Oriente in grado di accudirla. E senza l’assistenza gratuita dell’avvocato Adi Lustigman, che si è appellata alla corte suprema per costringere il governo a finanziare le cure indispensabili alla sopravvivenza della bambina palestinese.
Quella di Maria è una piccola storia nel tragico scenario del conflitto arabo-israeliano. Non servirà a bloccare la costruzione delle colonie e del muro nei territori occupati, a fermare la pioggia di razzi Qassam sulle città del Negev o a impedire gli attacchi dei kamikaze. Ma di fronte alla paralisi dei negoziati, alle vuote dichiarazioni d’intenti dei leader politici e all’intransigenza degli opposti estremisti, offre almeno un concreto segnale di speranza. Dimostra che la comprensione e la solidarietà tra i due popoli in guerra è possibile. Che c’è ancora qualcuno che non ha paura della pace.
Senza il respiratore Maria non può parlare e il suo esofago dev’essere drenato ogni mezz’ora per mezzo di una sonda. Ma ha imparato l’ebraico e frequenta una delle scuole bilingui dell’associazione arabo-israeliana Mano nella mano. Quando dorme sogna di camminare e di tornare a casa. «Hanno distrutto la mia famiglia» dice Hamdi, il padre. «Però non provo rancore, il mio destino è stabilito da Allah. Ho visto gli israeliani, semplici cittadini, fare cose incredibili per Maria. Ora ci battiamo insieme perché sia il governo a occuparsi del suo futuro».
Sono in molti, arabi e israeliani, a pensare che la pace si possa costruire dal basso, che il solco dell’odio debba essere riempito in fretta, senza attendere l’improbabile palingenesi della politica mediorientale. L’avvocato palestinese Khalid Mahamid è uno di loro. Tre anni fa, lo stesso giorno in cui fu inaugurato lo Yad Vashem, il museo della Shoah di Gerusalemme, Khalid aprì a Nazareth, la più popolosa città araba d’Israele, il suo Arab institute for holocaust research and education: il primo e unico museo arabo dell’olocausto.

Il modesto edificio ospita un’esposizione di fotografie che illustrano le persecuzioni degli ebrei in Europa, i campi di sterminio, la vita nei ghetti, l’esodo in Palestina. E, sull’altra parete, le immagini della Nakba, la disfatta araba del 1948, i villaggi palestinesi distrutti, le tende dei profughi. «Gli arabi negano l’olocausto perché lo considerano un’arma nelle mani di Israele» spiega l’avvocato, che ha investito 200 mila dollari nel progetto, ha stampato più di 2 mila opuscoli, offre borse di studio sull’argomento e anima un sito web  www.alkaritha.org). «Ma io sono convinto che non faremo progressi se non saremo capaci di abbattere il muro dei pregiudizi e la barriera dell’incomunicabilità. Il maggiore ostacolo alla pace è la reciproca ignoranza della storia dei due popoli».
Jenin è nota come «la città dei kamikaze»: i suoi campi profughi hanno sfornato il più alto numero di uomini bomba dall’inizio della seconda intifada. I blocchi di cemento alti 8 metri del muro e i carri armati la circondano da ogni parte. I militari vi compiono frequenti incursioni notturne. Per entrare e per uscire i palestinesi hanno bisogno di un permesso speciale e devono ogni volta sottoporsi a meticolose e umilianti perquisizioni all’interno di un check point dotato di telecamere, scanner ai raggi infrarossi e cani annusaesplosivo.

È l’ultimo posto dove verrebbe in mente di cercare segnali di riconciliazione. E invece basta non fermarsi ai muri tappezzati di ritratti dei «martiri», di foto di Saddam Hussein e dello sceicco Yassin, il fondatore di Hamas assassinato dall’esercito israeliano. Basta inoltrarsi nei vicoli, tra le case che mostrano i segni indelebili della guerra e del degrado, per imbattersi nell’imbianchino Ismail, padre di Ahmad, 11 anni, settecentosessantesimo bambino ucciso nella seconda intifada, colpito mentre armeggiava con una pistola giocattolo. Ismail ha donato gli organi del figlio a sette coetanei di Ahmad, cinque ebrei e due musulmani, perché «anche così possiamo costruire la pace tra i due popoli».
A poca distanza, nel campo profughi, ha riaperto il Freedom Theatre, fondato negli anni Ottanta dall’israeliana Arna Mer-Khamis con l’intento di promuovere la coesistenza tra arabi ed ebrei e demolito dai carri armati durante l’invasione di Jenin nel 2002. Lo gestiscono Juliano, figlio di Arna (morta di cancro nel ’95), e Zakaria Zubeideh, 31 anni, ex capo delle Brigate al-Aqsa, per lungo tempo in testa alla lista dei «most wanted» dei servizi di sicurezza israeliani. Zubeideh, che nel conflitto ha perso i genitori e un fratello, ha rinunciato alla lotta armata per dedicarsi al progetto teatrale.
«Quasi tutti i miei compagni d’infanzia» racconta «sono morti in operazioni suicide. Ma con la violenza non abbiamo ottenuto niente. Con il teatro cerchiamo di ricostruire ciò che la guerra ha distrutto: l’identità della generazione perduta dell’intifada. E recitare è per noi sinonimo di libertà. Libertà dall’occupazione ma anche dai preconcetti, dai condizionamenti sociali, culturali, religiosi. Sognavamo di imbracciare il mitra e diventare martiri. Ora abbiamo un altro scopo nella vita: contribuire a formare dei leader migliori di quelli che abbiamo avuto in passato». Più di 2 mila giovani sono coinvolti nelle attività del Freedom Theatre: corsi di recitazione e danza, cinematografia, giornalismo e mimo, in collaborazione con l’Arab-American University.

Sempre a Jenin incontro alcune ragazze reduci da uno dei peace camp organizzati in Canada da Linda Divon, moglie dell’ex ambasciatore israeliano a Ottawa. Lì per la prima volta Nermin, Jwana e Samah, studentesse sedicenni, hanno vissuto e si sono confrontate con i coetanei ebrei. Il gap culturale resta profondo.
«I ragazzi israeliani» dice Samah «non hanno la minima idea della situazione nei Territori. Non immaginano cosa significhi vivere all’ombra del muro, passando da un posto di blocco all’altro, con le strade chiuse, pattugliate dai soldati, e gli elicotteri che volano a bassa quota. Nel 2002, durante l’invasione, i militari hanno fatto saltare la nostra casa con la dinamite. C’erano ovunque cadaveri abbandonati e le ambulanze non potevano entrare. Due dei miei zii sono morti, mio cugino è stato ferito e arrestato e mio padre, accusato di terrorismo, è costretto alla clandestinità».

Le ragazze concordano però sull’utilità dell’esperienza, che intendono ripetere: «Conoscevamo solo israeliani in divisa militare. E loro pensavano che noi fossimo tutti terroristi. Parlando, ci siamo resi conto che nonostante le divergenze di opinioni vogliamo la stessa cosa: vivere in pace».
Due delle loro nuove amiche israeliane, Or e Shirel, abitano a Sderot, la cittadina del Negev bersaglio dei razzi Qassam lanciati quasi ogni giorno dai palestinesi della Striscia di Gaza: uno è esploso, senza conseguenze, nel giardino della villetta della famiglia di Shirel. «Non possiamo certo andare a Jenin» spiegano «ma la tecnologia ci aiuta a superare le distanze: comunichiamo con Skype e Facebook».
Costruire un ponte tra i due popoli è anche, dal febbraio 2006, l’obiettivo di Ram Fm 93.6, l’unica emittente in inglese della Palestina, con studi a Ramallah e a Gerusalemme, staff arabo-israeliano e capitali investiti a profusione dall’imprenditore ebreo Issie Kirsh, patron della celebre Radio 702 di Johannesburg: stazione che, ha riconosciuto lo stesso Nelson Mandela, fu decisiva nel promuovere il dialogo tra bianchi e neri dopo la fine dell’apartheid. «Diamo voce a tutti» dice Raf Gangat, ex diplomatico ed ex giornalista sudafricano, che conduce un seguitissimo talk show. «Ci ascolta un numero crescente di israeliani e di palestinesi. Non faremo noi la pace ma possiamo contribuire a generare un clima di reciproca fiducia».

Ismail al-Khatib, imbianchino. Ha donato a un ospedale ebraico gli organi di suo figlio Ahmad, 11 anni, ucciso dai soldati israeliani.<br /> [i](Foto: Giovanni Porzio)[/i]

Hebron e Neve Shalom, in quanto a fiducia, sono agli antipodi. La città dei Patriarchi è il simbolo dell’intolleranza. Novanta famiglie di coloni ebrei ultraortodossi, armati fino ai denti e protetti dall’esercito, si sono installate nel centro dell’abitato arabo e il loro portavoce David Wilder, pistola alla cintura, ha convinzioni granitiche: «Hebron è e resterà ebraica. Lo stato palestinese è una chimera. In una guerra di religione non c’è spazio per i compromessi. Non vogliamo rapporti con gli arabi: lupi e agnelli non possono convivere». In via Tall Rumede tutte le case sono state occupate dai coloni. L’unica a resistere è la famiglia Abu Ashe, barricata in una palazzina con le grate di ferro alle finestre per fare scudo ai sassi. «Ci minacciano e ci insultano» afferma Reema, madre di otto ragazzini. «Hanno dipinto la stella di Davide sul portone. Dobbiamo chiedere il permesso ai militari persino per chiamare l’idraulico e per avere la bombola del gas. Ma da qui non ce ne andremo».
Neve Shalom, l’Oasi della pace a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, è invece il sogno realizzato: l’unico luogo della Terra santa dove ebrei, cristiani e musulmani hanno scelto, più di vent’anni fa, di vivere insieme. L’insegnamento è bilingue, i professori sono arabi ed ebrei, l’amministrazione è paritetica e le decisioni, assembleari, sono prese di comune accordo. «Il governo non ci vede di buon occhio» ammette Tibi Kamil, responsabile delle finanze, «anche perché ci siamo espressi contro la guerra in Libano e molti di noi sono obiettori di coscienza. Ma portiamo avanti il nostro esperimento, imparando dagli errori del passato, dimostrando ogni giorno che la convivenza non è soltanto possibile: è necessaria».

A Neve Shalom sono germogliate iniziative come il circolo dei genitori, che accoglie i familiari arabi e israeliani dei giovani caduti nel conflitto. E come il progetto Cross border, animato da Michal Zak, la combattiva direttrice della Scuola per la pace, che con l’appoggio americano ed europeo ha riunito intorno a un tavolo una sessantina di delegati ebrei e musulmani dai 21 ai 64 anni.
Il primo incontro si è svolto in Turchia, il secondo si terrà in aprile in Giordania. Sono intellettuali e professionisti, studenti e contadini, metà israeliani e metà dei territori occupati, metà uomini e metà donne. Tutti decisi a discutere, senza precondizioni, del futuro della Palestina.

  • redazione
  • Domenica 9 Marzo 2008

Giustizia express in versione israeliana

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  • Tags: Cisgiordania, giustizia, Israele, israeliani, Medio Oriente, ong, palestinesi, Territori-occupati, Yesh-Din
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Un detenuto palestinese durante lo sciopero della fame del 2004

Sei minuti, secondo più, secondo meno: è il tempo impiegato dalla giustizia israeliana, in media, per processare i detenuti palestinesi. Lo rivela un rapporto datato dicembre 2007 e reso pubblico il 6 gennaio scorso dall’ong israeliana Yesh Din secondo la quale in Cisgiordania i tribunali di Gerusalemme dedicano in media meno di quattro minuti a ogni presunto colpevole palestinese, mentre le condanne a pene detentive sono pronunciate in meno di due minuti.

A differenza dei civili israeliani, i palestinesi sono processati da tribunali militari che spesso vengono accusati di violare il diritto internazionale. Dopo un anno di ricerca effettuato attraverso la raccolta di 800 testimonianze incrociate, Lior Yavneh, l’autore del rapporto, è convinto che “i diritti più elementari sono violati a pressoché tutti gli stadi della procedura giudiziaria, con pressioni enormi sui giudici”. Dei 43.000 atti d’accusa pronunciati tra il 2002 e il 2006, secondo Yesh Din, oltre il 95% sono stati fondati sulla sola base delle testimonianze a carico dei detenuti. Il 2006, anno di altissima tensione tra le autorità israeliane e palestinesi, si è poi chiuso con 23 assoluzioni, cioè lo 0,29% delle sentenze complessive (8.854). Yesh Din è solitamente nota per la sua discrezione e per il livello profilo professionale dei suoi responsabili, tra cui l’ex sindaco di Tel Aviv Shlomo Lahat del Likud e l’ex procuratore generale Michael Ben Yair.

  • joshua.massarenti
  • Martedì 22 Gennaio 2008
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