
George Bush incontra Abu Mazen nel Palazzo della Muqata
Pace in Terra Santa entro un anno. Nella sua prima visita a Ramallah, in Cisgiordania, il presidente americano, George W. Bush, si è detto certo che israeliani e palestinesi firmeranno un accordo di pace entro la fine del suo mandato, nel gennaio 2009. Al termine di un incontro di più di un’ora con il presidente dell’Anp, Abu Mazen, e otto ministri nel palazzo della Muqata, Bush si è spinto oltre l’ottimismo di facciata e si è lanciato in un’affermazione, “non solo la pace è possibile, accadrà”, che potrebbe suonare come un azzardo. “Sono certo - ha rilanciato il presidente Usa - che, con un aiuto adeguato, nascerà uno Stato palestinese”. Abu Mazen, da parte sua, lo ha ascoltato in silenzio e ha ribadito quanto va ripetendo da mesi: “La pace è un’opzione strategica per i palestinesi”. Bisognerà vedere se lo sarà anche per le bande armate che controllano Gaza e i Territori.
Per dare più forza alle sue affermazioni, Bush, accolto con onori militari e un lungo tappeto rosso, ha chiesto a Israele di astenersi da azioni che possano minare l’efficacia delle forze di sicurezza dell’Anp: “Nella misura in cui le azioni di Israele hanno minato l’efficacia delle forze palestinesei o l’autorità dello Stato per il cittadino comune, noi non siamo d’accordo e lo abbiamo messo in chiaro”.
Il riferimento è alle incursioni e alle operazioni militari israeliane in Cisgiordania che secondo l’Anp minano l’autorità del governo palestinese. Bush ha anche lanciato altri assist alla leadership moderata di Fatah. Anzitutto osservando che Hamas, che controlla la striscia di Gaza, “ha portato soltanto miseria”. E poi avvertendo che il futuro Stato palestinese dovrà avere una continuità territoriale perché “la groviera non funziona quando si parla del territorio di uno Stato”. La questione di una continuità territoriale che non sia pregiudicata da insediamenti ebraici e blocchi di sicurezza israeliani è uno degli elementi chiave attorno a cui i sono rotte le trattative degli ultimi anni.

La polizia disperde i manifestanti scesi in piazza a Ramallah al grido di “Bush assassino”
La visita di Bush in Cisgiordania, proseguita a Betlemme, è avvenuta tra massicce misure di sicurezza. A Ramallah le forze di sicurezza palestinesi hanno disperso con i manganelli e i gas lacrimogeni una manifestazione di protesta, caricando 200 manifestanti che nella centrale piazza Manara scandivano slogan come “Bush criminale di guerra” o “Via Bush”. Nella notte, a Gaza, era stata attaccata con un lanciagranate la sede dell’American College che ha subito gravi danni.

Il presidente americano George W. Bush a fine mandato. Il premier israeliano Olmert in caduta libera nei sondaggi. Il presidente palestinese Abu Mazen che appare incapace di tenere sotto controllo le bande armate. Sono le figure-chiave della conferenza di pace di Annapolis, nel Maryland, che si è conclusa ieri, tra speranze e scetticismi, con l’obiettivo ambizioso di “giungere a un accordo tra israeliani e palestinesi entro la fine del 2008″ e di ridisegnare la mappa del Medioriente (leggi il testo della dichiarazione congiunta, ndr). Ne abbiamo parlato con una delle più famose giornaliste israeliane, la “scandalosa” Amira Hass (nella foto).
Figlia di due sopravvissuti della Shoah, voce fuori dal coro, la Hass, 56 anni, è l’unica corrispondente israeliana che ha scelto di trasferire la sua residenza nei Territori (prima a Gaza e dal 1997 a Ramallah) per raccontare come vivono i palestinesi. Una scelta controcorrente (per una giornalista ebrea) che a Panorama.it spiega con una domanda: “Se devo fare la corrispondente per l’Italia, ditemi, mi trasferisco a Berlino oppure a Roma?”. Penna di punta del quotidiano israeliano Haaretz e del settimanale Internazionale, la Hass si trova in questi giorni a Roma dove leggerà un suo scritto teatrale all’Auditorium Parco della Musica (nell’ambito dello spettacolo Al Kamandjati - leggi qui) ispirato alla vicenda umana di un musicista palestinese di fama internazionale, Ramzi Aburedwan, che ha fondato una scuola di musica per bambini di Ramallah ma che prima, nel 1987, grazie a uno scatto che fece il giro del mondo, divenne il bambino-simbolo dell’Intifada delle pietre.
Parliamo di Annapolis?
Quella del Maryland non è neanche una conferenza di pace.
Eppure si è conclusa con la lettura di un documento congiunto. Ma lei crede che due leader considerati deboli possano firmare una pace forte?
La debolezza non conta: i leader israeliani possono anche essere deboli sul piano politico , e Olmert lo è, ma la forza di Israele è talmente soverchiante sul piano militare da potersi permettere anche un premier senza sostegno popolare come Olmert. La verità è che c’è stato un disegno israeliano - portato avanti da tutti i governi e di qualsiasi tendenza politica - che ha come obiettivo la sistematica colonizzazione dei Territori. Per mettere i palestinesi di fronte al fatto compiuto e impedire una pace basata sulle risoluzioni internazionali. No, su Annapolis non posso proprio essere ottimista.
Una pacifista disfattista, Amira Hass?
Negli ultimi quindici anni ho cominciato a trovare ipocrita la parola pace, a trovarla un odioso sinonimo di pacificazione. Forse che nei Paesi dell’Unione sovietica non c’era la pace? No, guardi, la pace senza giustizia è ormai una parola vuota. E se rimangono i coloni israeliani in Palestina non ci può essere alcuna pace autentica e condivisa.
Olmert però ha dichiarato di essere disposto a ritirare le colonie illegali dalla West Bank e di sospendere le nuove costruzioni.
Israele farà qualche piccolo aggiustamento ma non ha intenzione di smantellare le colonie. Punto.
Perché sotto ricatto dell’estrema destra religiosa?
Ma quale ricatto! La colonizzazione israeliana dei Territori dopo la guerra del 1967 non è stata voluta dai coloni ma da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi quindici anni. La verità è che, di qualsiasi colore fosse il governo, non sono loro, i coloni, che hanno creato il problema, ma le autorità
Ad Annapolis non ci sono stati né Hamas né Teheran: scelta obbligata o disegno strategico?
Ovvio che non ci siano: da quando gli uomini di Hamas hanno vinto le elezioni, israeliani, americani e palestinesi di Abbas hanno fatto di tutto per screditarli. E l’effetto è stato un disastroso abbraccio tra Hamas e Teheran.
I palestinesi guardano con speranza ad Annapolis?
I palestinesi non credono né in Abbas, né in Hamas, né nel vertice. La gente dei Territori, per come la vedo io, vive la sua battaglia personale per mantenersi viva e crescere i propri figli ma ha totalmente perso la fiducia.

Lei è una giornalista ebrea filopalestinese che vive a Ramallah da molti anni. Solo curiosità giornalistica o, come dicono i suoi avversari, anche sindrome di Stoccolma?
Estremista, pazza, traditrice: gli israeliani mi hanno definito in tutti i modi. Per quanto riguarda gli arabi ho appena intervistato un pezzo grosso dell’Anp. Mi ha detto: sei troppo dura coi palestinesi. Io gli ho risposto: non sono dura coi palestinesi, sono dura con voi dell’Autorità palestinese. La verità è che, se ho scelto di vivere nei Territori, è per raccontare come vive la gente ai tempi dell’occupazione.
Come hanno accolto i palestinesi una giornalista ebrea?
Quelli che mi conoscono mi apprezzano. Le racconto una storia: il grossista delle verdure di Ramallah mi ha fatto il più bel complimento che potessi aspettarmi come giornalista: mi ha detto, “Amira, mi piace quello che scrivi perché non sei interessata ai leader dell’Anp, ma alle persone”. Quel complimento mi ha commosso.
Quello israelo-palestinese è un problema religioso o nazionale?
E’ un problema coloniale classico. Con la differenza che Israele non è uno stato colonialista come ce ne sono stati altri nella Storia perché l’origine dello Stato ebraico è legato alla persecuzione di cui gli ebrei sono stati vittime durante la II guerra mondiale. Lo stato di Israele è nato da questa tragedia: questo i palestinesi lo devono capire. Mi chiede anche se potrebbe diventare un problema religioso? Certo che sì. Fu l’ex premier Barak nel 2000 (attuale ministro della Difesa laburista di Israele, ndr) a parlare per primo di conflitto religioso. E va detto anche che sono sempre più anche i palestinesi che percepiscono il conflitto in chiave religiosa. Un bel guaio: del resto non puoi chiedere direttamente a Dio che cosa intendeva esattamente nella Bibbia. (ride)
Amira Hass è sionista?
No, il sionismo dice che Israele è la patria degli ebrei. Io, ebrea, penso che almeno emozionalmente la diaspora sia la naturale condizione degli ebrei ed è per questa che dobbiamo lottare. Questo non significa che io sostenga che Israele non debba esistere, chiaramente.
Addirittura: il sionismo come negazione dell’identità ebraica?
Fin lì non mi spingo. L’identità ebraica è molteplice. Ma oggi, senza rinunciare alla mia identità, posso tranquillamente dire che i palestinesi sono la mia gente quanto lo sono gli israeliani.
Ultima domanda: chi è il violoncellista Aburedwan cui ha dedicato il testo dello show con Moni Ovadia che andrà in scena a Roma?
Quella di Ramzi è la storia di una persona straordinariamente creativa cresciuta nei Territori occupati. Un talento individuale ma anche un simbolo per migliaia di palestinesi meno fortunati cui l’occupazione ha impedito di sviluppare talento e sogni. Vedete, le operazioni israeliane in Palestina non pongono solo un problema di terra, di spostamenti o di passaporti. Pongono anche un problema di creatività inespressa, di libertà creativa conculcata, per migliaia di cittadini.

Il musicista palestinese Ramzi Aburedwan oggi e nell’immagine simbolo della prima Intifada
LEGGI ANCHE: Ramzi, dalle pietre al violino - Pace entro il 2008: conclusa la Conferenza - Il testo dell’accordo — Il FORUM

Costerà 1,5 milioni di dollari il mausoleo di Yasser Arafat che sarà ufficialmente inaugurato l’11 novembre, nel terzo anniversario della morte del presidente palestinese. Situato all’interno della Muqata, il quartier generale di Ramallah, comprenderà, oltre alla tomba, una moschea, una piscina ornamentale e in una fase successiva un museo. Il mausoleo sarà circondato da giardini fioriti, con terra portata appositamente dalla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, il luogo sacro all’Islam dove Arafat aveva chiesto di essere sepolto. L’opera, di aspetto spartano - in linea - dicono all’Anp - con lo stile di vita dello statista palestinese, è stata spiegata da un portavoce dell’Autorità palestinese con “il debito di riconoscenza che il popolo palestinese ha nei suoi confronti”. Ma chi era Arafat? Un articolo di Panorama.it - nel giorno della sua morte - spiega miserie e grandezza di un leader che non solo “rappresentava” la causa palestinese. “È stato” per mezzo secolo la causa palestinese.
Biografia per immagini
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Condoleezza Rice è arrivata in Israele per la prima tappa del tour in Medio Oriente che anticipa la conferenza di pace organizzata dalla Casa Bianca per novembre. E subito si trova a dover gestire uno scontro durissimo tra Israele e Hamas. Il Consiglio dei ministri israeliano ha infatti deciso all’unanimità di tagliare i rifornimenti di carburante ed energia elettrica a Gaza. Governata da Hamas dopo una sanguinosa battaglia contro i “laici” di Al Fatah, la Striscia è stata definita anche “un’entità nemica”, quasi a sancire formalmente la separazione tra le due Palestine: quella “buona” di Ramallah controllata da Al Fatah, con cui Gerusalemme è disposta a sedersi al tavolo delle trattative, e quella “cattiva” di Gaza City in mano ai miliziani integralisti dopo il golpe di giugno. La risposta di Hamas non si è comunque fatta attendere: quella di Israele “è una dichiarazione di guerra”. Alla base della decisione odierna c’è la ripresa da qualche settimana del lancio dei missili Qassam, la conseguente riorganizzazione del braccio militare di Hamas e forse anche la volontà di spaccare ulteriormente il fronte palestinese prima di sedersi, da una posizione di forza, al tavolo delle trattative di pace. Incalzato dalle destre israeliane Ehud Barak, il ministro della Difesa, non ha escluso un intervento di terra, ma quella di oggi è una decisione - secondo il quotidiano Haaretz - che, in chiave interna, mira a prendere tempo e a spiazzare i fautori di un’invasione su larga scala.
A complicare il quadro nell’immediato c’è la forte divisione, all’interno dell’organizzazione integralista palestinese, tra il suo braccio politico guidato dal premier Hanyeh e i vari signori della guerra integralisti che agiscono ormai per conto proprio, padroni assoluti del territorio e delle varie enclave guerrigliere. Sullo sfondo però c’è una questione strategica: la trattativa di pace (con i buoni uffici della Rice) che va avanti in gran segreto da alcuni mesi tra il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen. Una trattativa che – secondo il quotidiano palestinese vicino ad Al Fatah al Quds al Arabi - avrebbero già portato a un accordo “definitivo” e “dettagliato” che sarà presentato solo alla Conferenza voluta da Bush a Washington il prossimo autunno: Gerusalemme ‘capitale di due stati’, parziale riconoscimento del diritto al ritorno di 100 mila profughi e ‘risarcimento’ a coloro che non rientreranno. L’intesa, sempre secondo il quotidiano palestinese, prevederebbe il ritiro di Israele dai territori del 1967, salvo “compensazioni con altri territori del 1948″. Alla fine del processo potrebbe nascere una confederazione palestinese-giordana.
L’unica certezza è che l’amministrazione americana ha oggi tutto l’interesse per favorire, prima della fine del mandato presidenziale, un accordo di pace che consenta ai repubblicani di scrollarsi di dosso la fama bellicista conquistata in questi anni. La decisione di dichiarare Gaza “un’entità nemica” e di comminargli sanzioni di tipo economico potrebbe anche non interrompere il dialogo diplomatico tra Gerusalemme e Ramallah. E, benché Abu Mazen abbia formalmente condannato la decisione israeliana, non sono di secondaria i toni scelti dall’Anp: “Lo Stato ebraico – ha detto Saeb Erekat, consigliere politico del presidente Abu Mazen - non ha diritto formale di dichiarare la striscia di Gaza entità nemica perché quello è un territorio occupato: è una decisione nulla”. Una condanna tutto sommato lieve, formale, dove sono scomparsi i tradizionali riferimenti all’”entità sionista” e all’”aggressione terroristica” cui anche gli eredi di Arafat ci avevano abituati. Una presa di posizione molto diversa da quella di Hamas, appunto. Nel momento dell’avvio delle trattative, gettare altra benzina verbale sul fuoco significherebbe per l’Anp rischiare di perdere, dopo aver perduto l’appoggio di buona parte della popolazione, anche la sponda diplomatica, l’ultima possibilità che hanno gli eredi di Arafat per legittimarsi agli occhi dei cinque milioni di palestinesi. Da parte sua Condoleezza Rice ha sottolineato che “Quello che vogliamo è portare avanti la causa della pace tra israeliani e palestinesi. Non possiamo continuare a dire che vogliamo una soluzione con due stati, ma dobbiamo muoverci e credo che la traccia degli incontri bilaterali in cui si sono impegnati le parti abbia esattamente questo scopo”.
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Dopo aver concluso il blitz militare che ha portato i suoi miliziani islamisti a conquistare l’intera Striscia di Gaza, Hamas sembra voler rafforzare la propria immagine mediatica potenziando il sito ufficiale Palestine Information Center on line già in 7 lingue: arabo, inglese, ebraico, francese, russo, farsi, urdu e malese.
Presto sarà disponibile anche in lingua turca che si rivolge al crescente pubblico di estremisti islamici di Ankara. Hamas dispone poi di altri 25 siti legati o affiliati al movimento politico e militare. I servizi d’intelligence israeliani ritengono che Hamas sia l’organizzazione palestinese che meglio e più diffusamente impiega la rete per la propaganda anche rispetto all’Autorità Nazionale Palestinese, al-Fatah e il gruppo Jihad Islamica Palestinese.
Anche le Brigate Ezzedine el Qassam, braccio militare di Hamas, hanno ampliato il sito internet accessibile anche in inglese mentre l’ultima nata tra le forze militari di Hamas, la Executive Force di Gaza, ha aperto un suo sito internet. Sempre a Gaza, per “conquistare i cuori e le menti” Hamas ha dato vita a un nuovo quotidiano, chiamato Falesteen, leggibile anche on line.
Infine è attivo anche il sito di al-Aqsa TV, la televisione satellitare di Hamas realizzata sulla falsariga di Al-Manar, realizzata in Libano da Hezbollah.
Johnston in un video da Gaza con una cintura da kamikaze
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