
"Nemmeno una in più" (Credits: jrsnchzhrs by Flickr)
L’unione fa la forza e così due associazioni di una delle città considerate più pericolose al mondo, Ciudad Juárez, in Messico, assieme all’ong statunitense Wola nel lontano 2003 avevano deciso di chiedere aiuto agli esperti dell’Eaaf, l’Equipe argentina di antropologia forense. Continua

Targa di Chihuahua, "terra di incontri" (Credits: woody1778a by Flickr)
L’ultima novità dalla macelleria messicana e il Chiuso per narcos dei commercianti. Per quanto incredibile possa sembrare è questo il nuovo trend a Chihuahua, capitale dell’omonimo e violentissimo stato che confina con il Texas. Continua
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L'esercito messicano contro la violenza dei narcos (Credits: Supaman89 by Flickr)
Corpi da una parte e teste dall’altra. L’ultimo ritrovamento, tra i cespugli, domenica 14 marzo nello stato di Guerrero, ad Acapulco, la città-cartolina del Messico. Ma se i cadaveri decapitati in Messico sono oramai la norma, non era mai successo che il “metodo” venisse esportato a Filadelfia, come ha denunciato lo scorso anno il congressman repubblicano Mark Kirk .
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Torna al centro dell’attenzione Ciudad Juarez, la città più violenta del Messico al confine con gli States che solo nel 2008 ha fatto registrare 1.600 omicidi e che è diventata tristemente famosa in tutto il mondo per le centinaia di assassinii di giovani donne che negli ultimi anni hanno ispirato decine di libri e persino un film, Bordertown. Questa volta, però, al centro delle indagini non ci sono i cartelli dei narcos, i veri padroni di Ciudad Juarez, bensì un cittadino statunitense di origine ispanica arrestato con l’accusa di violenza carnale su 19 donne di età compresa tra i 13 e i 32 anni.
La conferma arriva dal procuratore generale dello stato di Chihuahua, Alejandro Pariente. Il presunto violentatore si chiama Jorge Alberto Méndez Navarro, ha 43 anni ed è stato arrestato mentre provava a raggiungere Ciudad Juarez da el Paso, in Texas, dov’è residente. Pariente ha spiegato che le indagini sono iniziate nell’aprile del 2008, dopo lo stupro di una ragazza di 17 anni che dopo essere stata violentata è riuscita ad annotare su un foglio di carta il numero di targa dell’automobile del suo stupratore.
L’arresto di Méndez Navarro, tuttavia, non è che la punta dell’iceberg. Oltre agli omicidi, infatti, gli stupri rappresentano una tristissima routine per le donne di Ciudad Juarez, vuoi per l’impunità regnante nella regione, vuoi perché quelle che lavorano nell’industria manifatturiera locale, le maquilladoras, provengono in gran parte dal centro e dal sud del Messico e, per questo, sono più isolate e fragili di fronte alle violenze. Resta il fatto che le donne messicane, in particolare quelle di Ciudad Juarez, troppo spesso vengono umiliate, torturate, violentate e uccise. Al punto che nel gennaio del 2008, la Commissione Interamericana per i Diritti Umani dell’OEA (Organizzazioni Stati Americani) ha denunciato il Messico di fronte alla Corte Interamericana per “femminicidio”, coniando addirittura un nuovo termine giuridico. Ma il rischio di essere violentate aumenta vertiginosamente quando decidono di entrare illegalmente negli Stati Uniti affidandosi ai “polleros”, ossia le “guide” che le fanno attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti. A tal proposito tragicamente illuminante è la testimonianza raccolta da Panorama.it di Juan, un ex taxista di Guadalajara che un paio di anni fa ha deciso di entrare a far parte dei circa 15 milioni di illegali messicani che oggi lavorano negli Stati Uniti attraversando il confine proprio a Ciudad Juarez.
“Era notte”, racconta, “e ad un certo punto un paio di “polleros”, probabilmente drogati, sono saltati addosso ad una giovane donna che stava con noi, prima che attraversassimo il Rio Bravo che ci separava da El Paso. Noi “polli” eravano una ventina ma non abbiamo fatto niente, loro erano armati e non eravamo in condizione di denunciarli. Altrimenti ci avrebbero fatti arrestare o uccisi, lo capisce? Abbiamo assistito alla violenza in silenzio mentre quella donna gridava. Ancora oggi ho nelle orecchie quelle grida”.

La dimensione della guerra è in un numero: 7.200. Dall’inizio del 2008, secondo le autorità messicane, è il numero di persone che sono morte nel paese centroamericano a causa del narcotraffico. Duecento delle quali decapitate “come avvertimento”. Intere città nel nord del Messico sono in mano ai narcos e gli scontri sempre più violenti delle bande armate con l’esercito lasciano sul terreno molte vittime. Il presidente Felipe Calderòn ha fatto della guerra senza quartiere ai cartelli la principale sfida del suo mandato, schierando i militari perché buona parte della polizia si è dimostrata foraggiata dai trafficanti. “I miei uomini muoiono ogni giorno ma la maggior parte dei consumatori di questa droga è americana” si è lamentato Calderòn con i governatori di California, New Mexico e Texas.
Presto però il presidente messicano avrà un alleato importante: Barack Obama. Il presidente americano è preoccupato dell’instabilità del popoloso vicino meridionale. Ma il centro delle sue preoccupazioni non è più l’immigrazione illegale, bensì il traffico di droga. E così ha deciso di inviare in Messico agenti federali, tecnici militari e risorse per combattere i cartelli attivi nel nord del paese. Un impegno reale sul campo, oltre al sostegno finanziario che era stato deciso da Bush con il piano Mérida. Lo svela il Washington Post, secondo cui si tratta della prima importante iniziativa in tema di sicurezza domestica (anche se riguarda uno stato confinante più che il territorio americano) della nuova amministrazione. Città del Messico sarà visitata presto da Hillary Clinton e dal segretario alla sicurezza nazionale Usa Janet Napolitano, incaricata da Obama di studiare un piano di sicurezza per il confine. E di intensificare l’azione della polizia nella persecuzione dei trafficanti negli Usa. Non solo di droga, ma anche di armi. Lo stesso presidente visiterà il Messico a metà aprile. Parallelamente, dice il quotidiano della capitale statunitense, l’offensiva sarà anche finanziaria per tracciare i percorsi dell’ingente quantità di denaro (stimata da 18 a 39 miliardi di dollari) mobilitata dal narcotraffico tra Messico e Stati Uniti.
E’ stato l’aumento degli episodi violenti al confine tra due paesi (con i narcos dotati di veri e propri arsenali militari a Ciudad Juarez) a convincere gli esperti della sicurezza interna che la questione doveva essere messa sullo stesso piano di importanza delle guerre in Iraq e Afghanistan e della stabilità del Pakistan.
Se lo Stato messicano capitola contro i signori della droga, questo il ragionamento, poi dovremo trovarci noi a fare i conti con loro ai nostri confini. Una “guerra preventiva”, insomma, anche se gli Usa si limiteranno a inviare personale specializzato e aiuti. Per ora.
Il VIDEO servizio:

14 anni di delitti spesso occultati dall’indifferenza (come quelli a cui è dedicato Bordertown , il film da cui è tratta questa immagine). Oltre 400 donne uccise e 70 scomparse. Ma contro il silenzio delle autorità urla la voce dei famigliari e degli attivisti.
Diverse le associazioni di genitori, sorelle, amici delle vittime. Una di queste è “Nuestras hijas de regreso a casa“, nata all’inizio del 2001, quando la terribile esperienza di omicidi e sparizioni che colpiva Ciudad Juárez si è estesa alla città di Chihuahua. I suoi obiettivi sono proteggere, accompagnare e orientare le famiglie delle ragazze scomparse, richiedere giustizia, informare e mobilitare la comunità nazionale e internazionale. I famigliari hanno anche lanciato una petizione al governatore dello stato di Chihuahua. Solidarietà è giunta dal mondo dell’arte. Alcuni pittori messicani hanno dedicato le loro opere alle vittime. Los Tigres del Norte, band del posto, cantano “Mujeres trabajadoras, pasto de maquiladoras…“. In Italia è uscito nel 2006, pubblicato da Adelphi, il libro Ossa nel deserto, di Sergio González Rodríguez, una drammatica inchiesta con cifre, documenti e testimonianze. Decine sono i film e documentari tematici, come Señorita extraviada di Lourdes Portillo (2001). Di matrice italiana, realizzato nel 2005, è El soldado, el policia y el juez, di Elisabetta Andreoli e David Goldsmith, con la voce narrante di Gael Garcia Bernal. In 45 minuti il racconto di tre casi di violazione di diritti umani in Messico. Malaugurati protagonisti le donne di Ciudad Juárez, contadini ecologisti dello stato di Guerrero e due indigene violentate da militari, sempre nello stato di Guerrero.

Rosa Virginia Hernandez Cano è scomparsa il 17 marzo del 1995. Desaparecida. Dopo una settimana il suo corpo è trovato a Ciudad Juárez, città dello stato messicano del Chihuahua, all’interno di un fuoristrada: la sua vita strappata a coltellate. Il presunto omicida, nonostante sia stato subito individuato dalla famiglia di lei, è stato arrestato solo dieci anni dopo. E tra pochi mesi, in attesa del giudizio di appello, probabilmente tornerà in libertà.
Una storia tra tante. Sono oltre 400 le ragazze che, dal 1993, sono state barbaramente assassinate, spesso dopo sevizie, a Ciudad Juárez e nei vicini centri dello stato del Messico settentrionale, ai confini con gli Stati Uniti, tra indagini locali inadeguate, depistaggi, collusioni.
Il film Bordertown, presentato al recente Festival di Berlino, in uscita nelle sale italiane il 23 marzo, vuole ridare voce e corpo a tutte queste vittime. Con il sostegno di Amnesty International, che lo patrocina e che da anni sta denunciando le violenze delle donne. Sostenendo che l’arma migliore, di fronte all’impunità, è la memoria. La protagonista della pellicola, una giornalista che indaga su questi delitti, è Jennifer Lopez, cui l’associazione ha assegnato il premio “Artists for Amnesty”. Al suo fianco Antonio Banderas, nel ruolo del direttore di un quotidiano di Juárez.
Tutte le iniziative a favore delle donne del Chihuahua
L’intervista a Michela Gaito di Amnesty International
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