
Militari di fronte a un seggio elettorale (Credits: AP Photo/Schalk van Zuydam)
La Guinea Bissau, il piccolo paese dell’Africa dell’Ovest è sempre più al
centro dell’interesse dei narcotrafficanti dell’America latina.
Organizzazioni colombiane e venezuelane hanno da tempo scelto questo piccolo e povero paese della costa occidentale dell’Africa per farne un hub e un punto di passaggio.
Perché? La Guinea Bissau è piccolo ma con vaste zone disabitate, è mal controllato, ha un governo debole e una cupola militare che si corrompe facilmente.
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- giamp
- Lunedì 3 Gennaio 2011

(Credits: antonicusmax by Flickr)
Non deve stupire che i 10 quintali di cocaina purissima dal valore stimato di 250 milioni di euro recentemente sequestrati in un container nel porto di Gioia Tauro fossero stoccati su una nave mercantile battente bandiera italiana ma proveniente da Santos, in Brasile. Il carico di polvere bianca arriva infatti da un Paese che è sempre più centrale nelle rotte internazionali degli stupefacenti.
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Tuareg in marcia nel deserto (Credits: AP Photo/Jerome Delay, File)
Dodici narcotrafficanti fermati e uccisi in pieno deserto del Sahara. Numerosi gli arrestati. Non è stata un’operazione della polizia algerina, né di quella marocchina, e nemmeno dell’Interpol. È stato un commando di ex ribelli touareg, spalleggiati dalle forze speciali maliane a portare a termine l’azione.
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- giamp
- Mercoledì 20 Ottobre 2010

(Credits: Valerie Everett by Flickr)
Centinaia di tonnellate di foglie di coca in attesa di un destino che ancora non è chiaro. Succede in Bolivia che attraverso il suo presidente índio Evo Morales da tempo vive una strana contraddizione. Da un lato il Paese riconosce addirittura nella costituzione il valore delle foglie come sacre per la popolazione ma allo stesso tempo si è impegnato, con l’aiuto degli Stati Uniti, a distruggere quelle che invece vengono usate dal narcotraffico per produrre droga.
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Evo Morales (EPA/Martin Alipaz)
Era diventato lo
sciamano più famoso dell’America Latina. Dopo che il presidente della Bolivia Evo Morales lo aveva eletto “
amauta” personale (che vuol dire appunto sciamano nella lingua aymara, la stessa etnia cui appartiene Morales)
Valentin Mejillones Acarapi, 55 anni, era stato incaricato di consegnare il simbolico bastone di comando a Morales nel corso delle due cerimonie di insediamento del Presidente, nel 2006 e nel 2010, e celebrando anche i riti per la salvaguardia della salute del Capo dello Stato.
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Una sniffata in bianco e nero (Credits: antonicusmax by Flickr)
Nella produzione della coca il Perù sta soppiantando la Colombia, considerato finora il più importante Paese produttore al mondo. A denunciarlo sono le Nazioni Unite che hanno registrato in Colombia dal 2008 una caduta della produzione del 18% e un aumento in Perù del 45% dal 1998 a oggi.
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Yovanna Guzman, ex del boss Wilber Varela, è stata gambizzata per gelosia
Di Vito Taormina, da Città del Messico
Avvenenti e ambiziose, a volte schiave, a volte anche adolescenti. Sono le donne dei narcos, le signore della droga: modelle, attrici, cantanti, ballerine, reginette di bellezza. Ma anche giornaliste e conduttrici televisive. Possiedono tutto: ville hollywoodiane, auto da sogno, tanti soldi, potere. Incutono rispetto. Accecate dal lusso e dalla coca, vivono emozioni forti accanto a criminali feroci. «Fino a quando ti fermi perché hai terrore del vuoto interiore» racconta la colombiana Yovanna Guzman, per sette anni bambola del narcozar Wilber Varela. Che per gelosia l’ha gambizzata. Ora lei sta scrivendo un libro di «narcomemorie» dal titolo ancora da definire. Continua
Di Marco De Martino
Los sicarios non dormono mai. Talvolta arrivano di notte e prendono in ostaggio un’intera cittadina, come è successo a Villa Ahumada, 9 mila abitanti, la cui disgrazia è trovarsi lungo una delle più trafficate rotte della droga verso gli Stati Uniti. Prima di abbandonare il Paese sui loro nove furgoni, i circa 50 assassini legati ai clan della droga hanno ammazzato cinque persone, tra cui il capo della polizia, e ne hanno sequestrate altre dieci. Facendone per ora ritrovare una sola, piena di proiettili e avvolta in un tappeto persiano.
A Culiacan, capitale dello Stato di Sinaloa, la settimana scorsa i killer hanno usato bombe a mano e mitra, di solito in dotazione alle forze speciali, per ammazzare sette agenti di polizia. E sempre più spesso i sicari si divertono a mutilare o decapitare le loro vittime. Accanto alle tre teste lasciate sul bordo di un’autostrada vicino a Durango c’era una scritta che diceva: “Ecco cosa succede agli stupidi che tradiscono”.
Il Messico è in guerra. Non lo afferma solo il Congresso di Washington, che mentre stanzia un finanziamento da 400 milioni di dollari per aiutare il governo di Città del Messico lancia l’allarme attraverso David Johnson, a capo delle operazioni Usa contro i narcotrafficanti al dipartimento di Stato: “La guerra contro i cartelli della droga, se non affrontata, può mettere in pericolo lo sviluppo delle istituzioni democratiche messicane”.
Lo scontro con i narcos. A parlare di guerra sono soprattutto le cifre della carneficina: oltre 2mila persone ammazzate solo quest’anno dai sicari dei clan della droga, circa 5mila nei 19 mesi passati da quando il presidente Felipe Calderón ha lanciato la sua offensiva contro il narcotraffico mandando 40mila soldati a pattugliare 18 dei 31 Stati messicani. Da allora ci sono stati 5.800 arresti e sono state sequestrate 2.900 tonnellate di marijuana e 29 di cocaina per un valore di 20 miliardi: circa 70 narcotrafficanti sono stati estradati per essere processati negli Stati Uniti. Che questi risultati contino fino a un certo punto, però, lo affermano gli stessi messicani, costretti ormai a vivere in un clima da incubo: nell’ultimo sondaggio sulla sicurezza del quotidiano Reforma, il 53% degli intervistati ritiene che le gang criminali stiano vincendo la loro guerra contro lo Stato. “La situazione si sta deteriorando, quella dei narcotrafficanti è ormai guerriglia terroristica” valuta Victor Clark, un attivista di Tijuana, la città messicana a pochi chilometri da San Diego che una volta era la meta preferita dai californiani in cerca di trasgressioni. Dopo che più di 200 persone sono state ammazzate, dall’inizio dell’anno hanno chiuso molti dei negozi e dei bar di avenida Revolución, la strada principale, pattugliata adesso da oltre 1.300 soldati su mezzi corazzati.
Lo stesso avviene nella altre città di frontiera con gli Stati Uniti che rappresentano la trincea avanzata della guerra tra i narcos e il governo. A Nuevo Laredo, al confine col Texas, solo l’intervento di migliaia di soldati ha portato una tregua nelle sparatorie ingaggiate dai militanti di Las Zetas, i gruppi paramilitari al servizio dei leader del cartello del Golfo. A Ciudad Juarez ogni giorno in media muoiono tre persone; un mese fa i narcos hanno ucciso il vicecapo del dipartimento di polizia e, dopo essersi sentito minacciato sulla radio usata dai suoi agenti, anche il capo si è dimesso. Secondo le stime pessimistiche, metà delle forze di polizia messicana sarebbe stipendiata dai boss della droga, che hanno al proprio servizio anche una fetta degli impiegati della Procuradoria general da cui dipendono i giudici che dovrebbero indagare sui narcos. “La soluzione militare da sola non può funzionare: il governo per vincere deve affrontare il problema della corruzione, cosa che non ha ancora fatto” avverte Samuel Gonzalez, che ha guidato l’unità contro il crimine organizzato della polizia messicana negli anni Novanta.
Secondo gli ultimi dati, dal Messico arriva la quasi totalità della marijuana consumata negli Stati Uniti. I narcos hanno esteso le coltivazioni all’interno dei parchi nazionali americani. Ma il Messico controlla pure l’esportazione del 90% della cocaina e delle metanfetamine che arrivano nelle città degli Stati Uniti. Il potere delle organizzazioni criminali messicane è aumentato dopo lo smantellamento dei cartelli di Calí e Medellín in Colombia negli anni Novanta. Le guerre fra clan stanno ora trasformando le aree d’influenza dei sette gruppi che da 30 anni operano in Messico. Il cartello di Sinaloa è dilaniato dalla faida tra il capo Joaquín Guzman e il suo ex vice Arturo Beltran Leyva, e si è da tempo consorziato nella cosiddetta Federación con rappresentanti dei cartelli di Juarez e Valencia, alleati contro i nemici storici del cartello del Golfo. Dopo la morte del leader Ramon Arellano Felix nel 2002 e l’arresto, più tardi, dei suoi fratelli Benjamin e Francisco Javier, si sta frammentando anche il cartello di Tijuana: lo scorso 26 aprile una sparatoria tra le fazioni in lotta ha lasciato nelle strade della città 13 cadaveri tra 1.500 bossoli esplosi.
Convinto di non potere fare affidamento sulle forze dell’ordine colluse con i baroni della droga, il presidente Calderón ha preso decisioni drastiche, come sostituire di punto in bianco 284 comandanti di polizia. Ma così facendo si è privato anche della rete di informatori che fornivano soffiate e si è creato nuovi nemici. È stato uno dei comandanti sostituiti ad assoldare il killer che lo scorso 8 maggio ha ucciso con otto colpi di rivoltella il capo della polizia federale Edgar Millan Gomez a Città del Messico. A ogni offensiva i narcos ribattono con uno stratagemma: da quando sono aumentati i controlli bancari sui trasferimenti di denaro sospetto, i proventi della vendita di droga vengono riportati in Messico in contanti, spesso sugli stessi camion che trasportano la droga. Ma, soprattutto, i narcotrafficanti si stanno facendo sempre più spavaldi.
Nelle strade dei paesi di Sinaloa di recente sono comparsi manifesti che prendono in giro le truppe messicane, composte secondo i criminali da “soldati di latta”. Striscioni appesi ai bordi delle strade di Nuevo Laredo e Reynosa invitano i poliziotti a disertare e ad arruolarsi nelle file dei narcos. Di recente su YouTube è apparso un video del cartello di Juarez che invita i commercianti a pagare un pizzo per la protezione dei loro negozi: da allora molti di loro hanno deciso di chiudere per trasferirsi nella vicina città di El Paso, in Texas.
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