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Chávez e il sogno del paese della coca

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  • Tags: Chávez, cocaina, Colombia, Venezuela
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Il portavoce delle Farc colombiane Reyes ucciso al confine tra Ecuador e Colombia in una foto d'archivio del 2006
Il portavoce delle Farc colombiane Reyes ucciso al confine tra Ecuador e Colombia in una foto d’archivio del 2006

Di Pino Buongiorno

È stato il progetto più ambizioso dei suoi 30 anni di vita dedicati al terrorismo e alla droga: costituire «un nuovo stato, bolivariano e socialista». Una secessione unilaterale dalla Colombia con tanto di proclamazione d’indipendenza da qui a qualche mese: «Kosovo docet» ripeteva negli ultimi tempi. La regione prescelta dalle Farc colombiane, il più vecchio gruppo marxista combattente dell’America Latina, si trova al confine con il Venezuela occidentale, nelle vaste e impenetrabili province a più alta densità di laboratori di cocaina e di narcotrafficanti. Ma Luis Reyes, 60 anni, numero due del leader storico delle Farc, Manuel Marulanda Vélez, 124 ordini di cattura alle spalle, non è riuscito a coronare il suo sogno. Il 1º marzo è stato ucciso dalle bombe dei Supertucano dell’aviazione colombiana in un accampamento in Ecuador, a 1 chilometro e 850 metri dalla frontiera con la Colombia. Dormiva così sicuro di sé da indossare un borghesissimo pigiama.
«Golpe mortal» lo hanno definito i giornali di Bogotà, nonostante la grave crisi diplomatico-militare che si è aperta fra la Colombia da una parte e l’Ecuador e il Venezuela dall’altra. In effetti i commandos Lobo e Jungla dei corpi speciali colombiani hanno sfatato il mito dell’invulnerabilità dei vertici dell’organizzazione narcoterroristica. Ma, soprattutto, il presidente colombiano Alvaro Uribe è riuscito almeno per il momento a bloccare i tentativi di secessione.
Promosso sul campo alcuni anni fa responsabile delle relazioni internazionali delle Farc, il comandante Reyes aveva cercato di convincere prima di tutto Hugo Chávez della necessità di far nascere il nuovo stato. Lo aveva incontrato tre volte, per ammissione dello stesso Chávez, che negli ultimi mesi, in gravi difficoltà all’interno del suo paese per l’alto tasso di criminalità e la scarsità dei generi alimentari, ha cominciato a inveire contro Uribe, «lacchè dell’imperialismo nordamericano», e a proclamare che il Venezuela non confina più con la Colombia, ma con le Farc. Era il primo segnale.
Il secondo è stata l’approvazione formale da parte del parlamento venezuelano dello «status belligerante» per le Farc. Il che equivale al riconoscimento politico del gruppo secessionista. Chávez ha invitato tutti i paesi dell’America Latina a fare altrettanto. Nessuno lo ha seguito, tranne i suoi alleati. Il Nicaragua di Daniel Ortega, innanzitutto, poi l’Ecuador. Il presidente Rafael Correa ha ripetuto la formula di Chávez: «Anche l’Ecuador non confina più con la Colombia, ma con le Farc» aprendo la strada a un altro narco-stato, sempre in territorio colombiano, sul versante opposto al Venezuela. Dalle parole ai fatti. Raúl Reyes ha incontrato prima il ministro dell’Interno di Quito, Gustavo Larrea, e poi lo stesso Correa, secondo due documenti top secret, trovati dalla polizia colombiana nei computer dell’accampamento bombardato (e secondo il governo colombiano c’è anche la prova di un finanziamento alle Farc di 300 milioni di dollari da parte di Chávez).
D’altra parte il «ministro degli Esteri» delle Farc era ormai così sicuro della riuscita del suo progetto indipendentista che lo aveva reso pubblico nell’ultima intervista della sua vita, rilasciata al settimanale comunista Voz: «La gestazione di un nuovo stato bolivariano e socialista è indiscutibile». Da quel momento la caccia a Reyes era diventata per Uribe «una questione di sicurezza nazionale».

  • redazione
  • Venerdì 7 Marzo 2008

Alex James, da rockstar cocainomane a testimonial anti-droga

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  • Tags: Alex-James, Alvaro-Uribe, America Latina, champagne, cocaina, Colombia, narcotraffico, un-milione-di-sterline
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Alex James, star maledetta dei Blur, perso per sua stessa ammissione nella sua autobiografia tra champagne e cocaina, per i quali ha dilapidato oltre un milione di sterline, circa 1,5 milioni di euro.

In onda su Panorama, il celebre programma di approfondimento della BBC ha inchiodato milioni di telespettatori. Una storia dalle tinte forti con gli accostamenti così provocatori da costringere prima a stare incollati allo schermo, poi a riflettere. Prendete, infatti, un bassista di successo di nome Alex James, star maledetta dei Blur, perso per sua stessa ammissione nella sua autobiografia tra champagne e cocaina, per i quali ha dilapidato oltre un milione di sterline, circa 1,5 milioni di euro.

E prendete un paese come la Colombia, tra i massimi produttori di coca al mondo, e il suo Presidente, Alvaro Uribe, desideroso di ripulire la sua immagine in passato più volte accostata al narcotraffico e al paramilitarismo. Ora frullate il tutto. Sì, perché è proprio quello che è successo davanti alle telecamere della tv britannica. Alex, 39 anni, è stato invitato da una lettera inviatagli dal presidente Uribe in persona a visitare proprio quel paese da cui proveniva la droga che poi consumava tranquillamente nelle sue dannate, e forse anche un po’ annoiate, serate londinesi. Il giro colombiano è stato ricco di appuntamenti e molto educativo. Nella regione di El Charco, con più alta produzione di coca in tutto il paese, il batterista ha prima incontrato Sotero Ricolta, un agricoltore che coltiva coca da sei anni, poi a Bogotà è stata la volta di uno spacciatore che ha spiegato ad Alex la lunga strada della coca dal Sudamerica all’Europa. Infine il giovane britannico ha intervistato un killer a contratto, utilizzato dai narcotrafficanti quando necessario. L’uomo è morto poco dopo l’intervista. Ad Alex è rimasto l’insegnamento di questo viaggio: “Non pensavo che il ciclo della droga fosse così terribile, è tutto diverso dalla striscia che ti offrono ad un party qualsiasi a Notting Hill”. Il Presidente Uribe, lui, spera che James abbia imparato la lezione e che possa spiegarla agli altri 800 mila consumatori britannici.

  • paolo.manzo
  • Venerdì 8 Febbraio 2008

Cina: dalla guerra dell’oppio al boom delle droghe chimiche

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  • Tags: Cina, cocaina, droghe, ecstasy, eroina, metanfetamine, oppiacei, Pechino
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Un eroinomane infetto dal virus HIV

L’arresto del regista cinese Zhang Yuan, autore de La guerra dei fiori rossi, ha riaperto il dibattito, anche a mezzo stampa, su traffico e consumo di stupefacenti nella Repubblica Popolare. Un fenomeno dalle proporzioni sempre più vaste anche a causa degli accordi tra i nuovi narcos cinesi e le mafie latinoamericane che consente il passaggio degli stupefacenti alla frontiera di Lowu, che divide Hong Kong ed il Guangdong.

Tra la fine degli anni ‘90 e gli albori del terzo millennio, vale a dire negli anni del “miracolo economico” cinese, sono stati soprattutto i “nuovi ricchi” ad essere iniziati al consumo di sostanze di lusso a fini “ricreativi”, come la cocaina (fino a ieri inesistente sul mercato cinese) e l’ecstasy, complice l’esposizione a un modello di vita di tipo occidentale fino a ieri guardato con sospetto dal regime. Negli ultimi anni però, accanto agli oppiacei, si è consolidato, anche a livello di massa e più in giù nella piramide sociale, soprattutto il consumo di droghe sintetiche, prime fra tutte le metamfetamine, di cui, di fatto, la Repubblica Popolare monopolizza la produzione mondiale. Inizialmente la più diffusa è stata l’”ice”, una sostanza estremamente tossica ma estratta da articoli legali a costi piuttosto contenuti: l’ideale, insomma, per quei cinesi della middle class che vogliono assaporare lo stile di vita della nuova borghesia senza poterne sostenere i costi.

Negli ultimi dieci anni il numero dei tossicodipendenti in Cina è aumentato enormemente fino a raggiungere nel 2007 la cifra - pesantemente sottostimata - di 800.000 persone schedate dall’autorità. Tra queste, il 78% consuma eroina, il 2,28% oppiacei e lo 0,19% morfina. I dati dell’Onu, del resto, parlano chiaro: nel 2007 le autorità hanno confiscato più di 9 tonnellate di stupefacenti, secondo una progressione che è probabilmente ancora più drammatica di quanto dicano le statistiche. E anche queste non lasciano adito a dubbi: secondo l’ultimo rapporto annuale della Agenzia delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine Cina, Hong Kong e Taiwan hanno registrato un incremento del consumo di stupefacenti superiore al 10 per cento. Non solo: la Cina resta il primo mercato al mondo per consumo di eroina (15%), il principale produttore di metamfetamine (31,4%, sintetizzate soprattutto nei laboratori del sud del Paese, nel Guangdong e nel Fujian), seguita dal Myanmar (22,9%), e il decimo produttore di ecstasy (1,9%). Il primo è l’Olanda, che soddisfa il 35,1% della domanda mondiale.

Il mercato del narcotraffico ha risposto prontamente alle richieste del mercato cinese aumentando e diversificando la produzione in modo da soddisfare le esigenze di tutti i consumatori. Per quanto la Repubblica Popolare sia il principale produttore al mondo di efedrina, sostanza da cui derivano varie metamfetamine, la maggior parte delle droghe entra però ancora nel Paese grazie al contrabbando. I confini più caldi sono ancora quelli del “Triangolo d’oro”, composto da Myanmar, Laos e Thailandia, della “Mezzaluna d’oro”, che comprende Afghanistan, Pakistan e Iran, e, a est, dalla Corea. Tuttavia, gli esperti delle Nazioni Unite hanno rilevato che, di fatto, negli ultimi tempi l’Afghanistan sta pian piano soppiantando il Myanmar come principale fornitore cinese di eroina e oppiacei.

Consapevole dei danni che un eccessivo utilizzo di droghe potrebbe arrecare al Paese (non va dimenticato che le cause del declino della Cina nell’800 continuano ad essere attribuite al consumo di oppio imposto dall’Occidente), il governo ha adottato una politica repressiva che ha suscitato più di una critica da parte delle organizzazioni non governative che tutelano i i diritti umani. Dal 1990 esiste inoltre una Commissione Nazionale per il Controllo dei Narcotici e dal 2006 l’approvazione di leggi eccezionali consente di perseguire con ogni mezzo chi spaccia o fa uso di droga. Lo scorso giugno sono stati condannati a morte sette trafficanti di droga, e la sentenza è stata resa nota, in chiave propagandistica, solo un giorno prima della Giornata Internazionale contro il consumo e il traffico illecito di droga.

Anche il fermo del regista Zhang Yuan si inserisce in quella che il Partito comunista definisce la “campagna nazionale contro i narcotici”. Tuttavia, se, secondo la legge, il regista avrebbe dovuto essere condannato ad almeno a tre anni di detenzione, di fatto è stato rilasciato dopo pochi giorni. Il China Daily, a pochi giorni dall’arresto, si è limitato a pubblicare una requisitoria orientata a sottolineare quanto, per ogni artista che si rispetti, la fama sia direttamente proporzionale alla rettitudine morale.

  • claudia astarita
  • Domenica 3 Febbraio 2008

San Andrés, Colombia: il paradiso naturale dei turisti dello sballo

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  • Tags: Chupeta, cocaina, Colombia, Italia, San-Andrés, turismo
  • 20 commenti

L'arcipelago caraibico a largo della Colombia (credits: http://www.flickr.com/photos/paolasdmyview/ on Flickr)

“L’atmosfera è quella di Scarface, il film, ha presente?”. A parlare è una milanese 36enne che di mestiere fa l’insegnante e che recentemente è entrata suo malgrado nel dorato mondo della cocaina. Lo ha fatto inconsapevolmente, acquistando assieme a due sue amiche un biglietto aereo per San Andrés, arcipelago di isole dei Caraibi, 60mila abitanti in 42 chilometri quadrati, che appartiene alla Colombia ma che è assai più vicino al Nicaragua. Un paradiso naturale (di cui il governo di Managua ha rivendicato la sovranità al tribunale dell’Aja) che è ancora oggi una meta privilegiata dagli amanti delle immersioni e delle famiglie colombiane in cerca di relax, ma che negli ultimi anni è diventata anche una delle destinazioni preferite dei turisti occidentali dello sballo a basso costo.

“La mia idea - continua - era quella di farmi dieci giorni di mare, sole e immersioni. Che colpa ne ho se mi sono trovata in un’atmosfera da festino permanente, con ragazzi che circolavano per strada come zombie e sniffate a go-go a bordo di piscine in ville megagalattiche?”. Nessuna, per carità. Ma a scanso d’equivoci la chiameremo Pamela, per garantirle quella privacy che permette a lei di raccontarci la sua storia e a noi di presentare uno dei principali “paradisi artificiali” del turismo occidentale verso il quale viaggiano ogni anno migliaia di giovani e meno giovani, qualche volta in cerca di relax, più spesso di sballo a bassi prezzi. Tutti con a disposizione un budget superiore alla media, perché arrivare qui costa parecchio. Manager, colletti bianchi, imprenditori, questo il target, mentre i turisti inconsapevoli come Pamela sono la minoranza: la maggior parte di chi va San Andrés - un isola di fatto in mano ai narcos, che la utilizzano come primo scalo aereo per la coca proveniente dalla Colombia diretta agli Stati Uniti - lo fa per “fare il pieno” di purissima “bamba” a prezzi stracciati. E a dimostrazione della forza di questo vero e proprio “turismo della coca” ci sono i voli Milano-San Andrés della Lauda Air che, da dicembre ad aprile, collegano settimanalmente il capoluogo lombardo all’arcipelago caraibico mentre, paradossalmente, non esistono collegamenti diretti tra Italia e Città del Messico.

L'esercito colombiano requisisce una grande quantità di cocaina nella selva colombiana

Un giorno imprecisato di settembre 2006. All’una e mezza del pomeriggio nelle strade di San Andrés non c’è anima viva. È l’ora della siesta per i locali che, da quando l’isola si è trasformata nel centro preferito dai turisti danarosi colombiani e occidentali, forniscono mano d’opera a basso costo nei resort, nei ristoranti e nelle discoteche dove si fa l’alba e dove la “rumba”, oltre al ballo, è ricercata da tutti coloro i quali vogliono tirarsi su. Il turismo qui è tutto nelle mani degli stranieri - italiani, statunitensi, tedeschi, gli ultimi arrivati sono i canadesi – e per i sanandresinos non resta che la povertà rappresentata dalla pesca, l’emigrazione “in continente” o tentare la fortuna con l’import-export via mare di droga. Proprio per questa mancanza di prospettive da qualche anno è cresciuto esponenzialmente un movimento indipendentista, l’Archipiélago Movement for Ethnic Native Self-Determination (Amen-SD). Obiettivo: staccarsi da quella Colombia che usa San Andrés come il suo parco divertimenti, un po’ come all’epoca di Fulgencio Batista facevano gli Stati Uniti con Cuba, e che “si ricorda di noi solo il giorno della festa d’indipendenza, per cantare l’inno e issare la bandiera”, accusano gli indipendentisti su uno dei tanti forum che, anche online, hanno sollevato il velo sul disagio degli isolani.

“L’immagine che mi sono portata a casa dai miei dieci giorni a San Andrés?”. Pamela ne ha più di una di immagini, quasi tutte forti. Di sicuro si ricorda molto bene di “una coppia di ragazzi sotto i trent’anni, del nord Italia, che avevano fatto un acquisto esagerato e che rimanevano quasi tutto il tempo chiusi in casa. Salvo uscire ogni tanto. Avevano la faccia di due zombie viventi”. All’una e mezza di quel giorno imprecisato di settembre 2006 i locali facevano la siesta mentre i turisti “da coca” erano intenti a recuperare le forze in attesa dello sballo della notte successiva. A un certo punto il rumore di un incidente e un camion che si ribalta in pieno centro fanno svegliare gli abitanti del quartiere. Alcuni si affacciano e non appena notano che il carico che ha “inondato” la carreggiata non è farina bensì cocaina, e per di più di purissima qualità, decidono di interrompere il pisolino e di scendere in strada. A questo punto le testimonianze dei protagonisti dell’insolito episodio raccolte dal quotidiano colombiano El Espectador si fanno divergenti ed è difficile dire chi ne abbia raccolta un chilo, chi due e chi tre, prima dell’arrivo della Polizia, un quarto d’ora dopo il ribaltamento del carico miliardario. Anche perché parlare può essere dannatamente pericoloso dal momento che i veri proprietari dell’Oro Bianco hanno cominciato da subito a minacciare i sospettati di avere rubato la loro coca con rappresaglie sanguinose e lasciando sul terreno una scia di morte. Non a caso proprio a San Andrés sono state sequestrate dalla polizia molte delle 322 proprietà appartenenti al narcotrafficante colombiano Juan Carlos Ramírez Abadía, alias “Chupeta”, arrestato a San Paolo, in Brasile, lo scorso 7 agosto.

Di sicuro Pamela ha ben impresso in mente anche il gruppetto di “6 o 7 nostri connazionali i quali avevano preso in affitto una villa enorme che, si mormorava, fosse di un vecchio narcotrafficante. Una delle ultime sere mi invitano assieme alle mie due amiche a cena e, a parte le bottiglie di vino d’ordinanza, il bordo della piscina sembrava davvero una sequenza di Scarface, con tubetti di vitamina C pieni di cocaina che all’improvviso si aprivano…”. Squallore in un paradiso i cui abitanti, ogni giorno che passa, si rendono conto che non è questo il futuro che si immaginavano qualche anno fa. Fermín, un sanandresino, spiega a Panorama.it lo stato d’animo di chi è nato da queste parti: “Abbiamo importato un turismo che sporca le nostre spiagge, che si ubriaca, che danneggia noi locali e chi viene a farci visita, che consuma vizi. Ecco cos’è oggi San Andrés: uno spaventapasseri della morale dove la cocaina e gli allucinogeni sono i veri sovrani della nostra economia, mentre la sicurezza e la tranquillità sono solo un ricordo del passato”. Una denuncia grave contro un modo di trascorrere le vacanze che è l’esatta antitesi di quel turismo sostenibile di cui molto si parla ma, purtroppo, poco si pratica.

  • paolo.manzo
  • Martedì 4 Settembre 2007

Rapporto Onu sulla droga: cresce il consumo in Europa

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  • Tags: antonio-maria-costa, cannabis, cocaina, droga, eroina, giornata-mondiale-contro-la-droga, Nazioni-Unite, rapporto-annuale-onu, tossicodipendenza
  • 4 commenti

[i](Credits: Ansa)[/i]

“La tossicodipendenza è una malattia che dobbiamo e possiamo prevenire e curare. Test di controllo, migliori terapie e l’integrazione del trattamento terapeutico nei servizi sanitari pubblici e nei programmi sociali possono liberare le persone dalla loro dipendenza dalla droga”. Comincia con una dichiarazione politica la presentazione del Rapporto mondiale sulla droga 2007 (qui il documento integrale, in .pdf) da parte di Antonio Maria Costa, direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (qui la videointervista). “Curare le persone che soffrono a causa della droga” continua Costa “è un investimento nella salute dei nostri Paesi così come lo sono il trattamento dell’Aids, del diabete o della tubercolosi”. Per questo l’Onu chiede ai governi di difendere la salute contro gli effetti degli stupefacenti con lo stesso impegno con cui si distruggono le coltivazioni illecite e si contrastano le organizzazioni criminali. Senza stigmatizzare nè criminalizzare il tossicodipendente.

La pubblicazione del rapporto coincide con la Giornata mondiale contro la droga. I dati raccolti sono in generale positivi. La produzione e il consumo di droga nel mondo si sono stabilizzati, tanto da far ritenere agli operatori di avere la situazione sotto controllo. Per quanto riguarda la cocaina, le coltivazioni del Sudamerica, in particolare in Colombia, diminuiscono (29% in meno tra il 2000 e il 2006 pari a 156.900 ettari). Il consumo è stabile, ma il decremento negli Stati Uniti è compensato da una forte crescita in Europa.

Per la prima volta da decenni le statistiche non indicano un incremento della produzione e del consumo mondiale di cannabis. Anche se questo è il mercato di stupefacenti di gran lunga più vasto, con 160 milioni di consumatori l’anno (su un totale di 200 milioni). La diffusione di oppio ha subito una battuta d’arresto (meno 10% dal 2000) grazie all’azzeramento di bacini d’offerta come l’Asia Sud-orientale. Tuttavia la produzione in Afghanistan è in forte crescita. Da qui, soprattutto dalla provincia di Helmand, proviene il 92 per cento dell’eroina consumata nel mondo.

Il coordinamento delle forze dell’ordine per contrastare il mercato di stupefacenti sta dando buoni frutti. Più del 45 per cento della cocaina e oltre il 25 per cento dell’eroina prodotte vengono sequestrate prima di arrivare ai consumatori. Per questo i trafficanti cercano nuove rotte, come quelle che attraversano l’Africa. Dal continante passano la cocaina colombiana proveniente da Ovest e l’oppio afghano proveniente da Est. “Questa minaccia” conclude Costa “dev’essere affrontata tempestivamente per bloccare la criminalità organizzata e fermare il riciclaggio del denaro e la corruzione. Ma c’è un rischio ancora peggiore: dobbiamo prevenire il dilagare del consumo di droga in Africa“.

Guarda il video

LEGGI ANCHE:

World Drug Report 2007: il rapporto integrale dell’Onu (in .pdf)

Recife-Dakar-Milano solo andata: la nuova rotta della coca sudamericana

Onu: tra Africa e Italia un traffico ad alta intensità, di droga. Che fa gola alla mafia

  • cristina bassi
  • Martedì 26 Giugno 2007
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