
Nomadi Turkana nel villaggio di Nakinomet (Credits: Tommaso Della Longa/CRI)
Il Turkana, una delle più vaste regioni del Kenya, è un triangolo incastonato tra Sud Sudan, Etiopia e Kenya. Da 18 mesi vive una crisi senza precedenti. Da 18 mesi non piove. E così sono 60/100mila (ma sono stime per difetto) le persone toccate dalla siccità e dalla carestia in quest’area. Sono nomadi i Turkana e abituati agli spostamenti. Spesso combattono fra loro per i pascoli e per l’accesso alle risorse. Ma da mesi, il nemico comune è l’assenza di pioggia.
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- giamp
- Giovedì 8 Settembre 2011

10 tonnellate di cibo del Programma Alimentare Mondiale appena arrivate a Mogadiscio (Credits: AP Photo/Mohamed Sheikh Nor)

Come inquadrare la complessa crisi del Corno d’Africa? Cercando di individuarne i diversi livelli di lettura. Il primo: un contesto climatico di eccezionale emergenza, in parte previsto. La siccità e la carestia che hanno colpito il Corno d’Africa non hanno uguali, pare, da 60 anni a questa parte. Il numero delle vittime, incalcolabile. I profughi, decine e decine di migliaia, verso Kenya ed Etiopia. Secondo livello: la risposta internazionale. Tardiva, si è detto, e insufficiente. Terzo livello: la partita a scacchi giocata dalle superpotenze sul suolo africano. La Germania ha di recente accusato la Cina e la sua politica africana, per bocca dell’incaricato tedesco per l’Africa Guenther Nooke secondo cui lo sfruttamento agricolo intensivo praticato da alcune aziende cinesi nel Corno d’Africa è una delle cause della carestia nella zona.
“Non tutto quello che fa la Cina in Africa è cattivo. Ma consacrare tutta l’agricoltura alle esportazioni può portare a gravi conflitti sociali, se i piccoli agricoltori perdono le loro terre e quindi gli unici mezzi di sussistenza”.
E ancora, un quarto livello: la guerra che si combatte in Somalia. Due giorni fa sono atterrati a Mogadiscio i primi aiuti del Pam, il Programma Alimentare Mondiale, e sono subito ripresi gli scontri, rendendo impossibile distribuire gli aiuti anche in alcune zone della città, dove nell’ultimo mese i profughi sono circa 100.000.
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- giamp
- Venerdì 29 Luglio 2011

Un’imbarcazione di pirati si affianca alla nave ucraina. Photo: Ap
I corsari del Corno d’Africa hanno colpito ancora. Solo che stavolta l’hanno combinata più grossa del solito. Famosi per aver reso le acque del golfo di Aden le più pericolose del mondo, lo scorso giovedì i pirati somali hanno sequestrato una nave ucraina che trasportava 33 carri armati e altro materiale bellico destinato all’esercito keniano. Il colpo più grande nella recente storia della pirateria potrebbe però segnare una svolta nella lotta internazionale al fenomeno.
Non è chiaro se i pirati sapessero cosa trasportava l’imbarcazione ucraina Faina, ma per dei cacciatori di taglie come loro poco importa. La richiesta di riscatto è di 20 milioni di dollari per nave ed equipaggio, composto da 20 uomini, uno dei quali sarebbe morto domenica. La minaccia che le armi finiscano in mano ai miliziani somali è così grave che perfino Usa e Russia hanno deciso di collaborare. La nave da guerra Neustrashimy sta facendo rotta verso le acque somale, mentre domenica l’americana USS Howard avrebbe avvistato la nave tra i porti di Harardheere e Hobyo, lungo le coste orientali della Somalia, e la starebbe tenendo d’occhio aspettando l’arrivo di rinforzi. I pirati non sembrano preoccupati dello spiegamento di forze, e hanno avvertito di essere pronti a combattere fino alla morte per respingere qualsiasi attacco nei loro confronti.
Nati in quel laboratorio bellico che è la Somalia, ormai in guerra permanente dal 1991, i pirati hanno prosperato approfittando del disinteresse della comunità internazionale e della debolezza delle istituzioni somale. Nella regione autonoma del Puntland hanno creato un’organizzazione sempre più sofisticata, che ora ha addirittura un portavoce per i rapporti con la stampa. Come ha riferito a Panorama.it Andrew Mwangura, dell’East African Seafarers Association i corsari si spostano in gruppi di piccole imbarcazioni a motore, estremamente veloci e facili da manovrare. Coordinati generalmente da una nave-madre dotata di gru per poter controllare il mare in lontananza, sono equipaggiati di armi pesanti, cellulari e impianti Gps, e riescono a operare fino a 300 km di distanza dalla costa. I pirati attaccano qualsiasi tipo di imbarcazione passi attraverso il golfo di Aden: nelle loro mani sono caduti pescherecci, navi-cargo, imbarcazioni del World Food Program e yacht di lusso. Nel solo 2008, gli attacchi al largo delle coste somale registrati dall’International Maritime Bureau sono stati 24.
Nonostante la minaccia per una rotta così importante come quella che, attraverso il Mar Rosso, collega il Mediterraneo all’ Oceano Indiano, finora la comunità internazionale non si è mossa. Lo scorso giugno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione che autorizza i Paesi alleati della Somalia a intervenire militarmente nelle acque del golfo di Aden. Ma a parte la spettacolare cattura di un gruppo di pirati per mano dell’esercito francese avvenuta la scorsa estate e qualche pattugliamento, nulla è stato fatto a livello di coordinamento degli sforzi. L’episodio di giovedì potrebbe rappresentare uno spartiacque importante: c’è infatti il pericolo che le armi sequestrate dai pirati finiscano in mano agli insorti somali vicini alle Corti islamiche, che dall’inizio 2006 cercano di rovesciare il governo di Mogadiscio. Una minaccia che potrebbe favorire la creazione di una “coalizione di volenterosi” per risolvere il problema.

C’è la Somalia che muore, divisa e che sprofonda nell’anarchia. Quella dove manca tutto: il cibo, l’acqua e l’elettricità. Poi c’è poi la Somalia che prospera, quella del mercato nero. Sono bastati uno stato inesistente, un caos onnipresente e dogane a forma di colabrodo per trasformare il territorio somalo - attraversato da una guerra che dura dal 1991 - nel “più grande duty-free del mondo”. La definizione è di Padre Giulio Albanese, fondatore dell’agenzia di stampa missionaria Misna e analista italiano tra i più attenti dei fatti e misfatti che attanagliano il Corno d’Africa.
Basta un aneddoto risalente al 1997: “Durante quel periodo, in Kenya i cellulari si contavano sulle dita di una mano. In Somalia, invece no. Li trovavi ovunque”. Ti chiedi il perché ed ecco la risposta: “Negli anni ‘90″, racconta Padre Albanese a Panorama.it, “il Paese è diventato un no man’s land che ha favorito tutti i traffici possibili e inimmaginabili tra il Corno d’Africa, l’Africa orientale e quella centrale. Droga, armi leggere, munizioni, carte sim e trasferimenti bancari, tutto passava per la Somalia. I cellulari erano il modo migliorare per far girare i soldi in tutta tranquillità”.
Dieci anni dopo, che cos’è cambiato? L’inviata speciale del quotidiano polacco Tygodnik Powszechny sostiene che il traffico illegale vada a nozze con la guerra. “Benvenuto in Somalia”, annuncia Anna Husrsaka, “il Paese dello Stato decaduto”. Ma non del tutto. “Il commercio del qat (un’eccitante molto diffusa nella penisola arabica e l’Africa orientale ndr) funziona straordinariamente. Così come le reti di telefonia mobile funzionano o il sistema dei bonifici bancari”. Sul fronte opposto, “l’acqua potabile è pressoché inesistente, mentre la sanità pubblica e l’educazione non funzionano”.
La guerra, si sa, fa miracoli. Al punto che se “gli aerei delle organizzazioni umanitari atterrano e decollano a orari incerti, i voli che trasportano il qat raccolto in Kenya arrivano sempre puntuali”. Se ne contano sei al giorno: tre a destinazione di Mogadiscio e altri tre per Galcayo e Kismayo. Il tutto sotto la stretta protezione di “uomini armati fino ai denti”. Ancora più sorprendente è il sistema della telefonia mobile: l’indicativo di ogni numero telefonico corrisponde a un clan. “A Galcayo” scrive Husrsaka, “ci sono due reti che riflettono la suddivisione del territorio. Nel sud della città, i numeri del clan Hawriye cominciano con il 4, mentre quelli del clan Darode, a nord, con il 7″. Infine il sistema bancario.
L’inviata speciale racconta la disperazione di uno sfollato somalo per la mancanza di scuole e di dispensari nel campo profugo dove vive. Eppure, “l’uomo riesce a vivere grazie ai soldi mandati dalla moglie residente a Nairobi”. Come? “Con trasferimenti di denaro tipo quelli garantiti dalla hawala”, un sistema informale di circolazione del denaro fondato sui compensi tra commercianti costretti a vivere in luoghi distanti fra loro. Secondo la Banca mondiale, questo sistema consente il trasferimento tra l’estero e la Somalia di circa un miliardo di dollari ogni anno.

Di Franca Roiatti
In alcuni punti, lungo i 1.000 chilometri di confine, i soldati etiopi e quelli eritrei possono quasi guardarsi negli occhi. A dividerli ci sono poche decine di metri. Qualche sparo è già risuonato sull’altopiano e il rischio che tra i due rissosi vicini scoppi di nuovo la guerra per i confini, che tra il 1998 e il 2000 ha provocato almeno 70 mila vittime, è altissimo.
“Lo spostamento di truppe alla frontiera ha assunto proporzioni preoccupanti” dice François Grignon, direttore del programma sull’Africa dell’International crisis group, il centro studi che ha lanciato l’allarme sul livello di tensione tra Addis Abeba e Asmara. Il segretario generale Onu Ban Ki Moon ha confermato: “Dagli inizi di settembre l’Eritrea ha inviato altri 1.500 uomini e pezzi d’artiglieria nella zona cuscinetto al confine”. L’accordo che ha posto fine alle ostilità nel 2000 ha istituito una fascia smilitarizzata di 25 chilometri in territorio eritreo, che doveva essere controllata da circa 1.700 caschi blu. Asmara, però, ha ristretto le capacità operative del contingente Onu. Difficile monitorare l’arrivo dei militari eritrei nella zona di sicurezza, che ora sarebbero più di 4 mila. Altri 120 mila stazionerebbero nelle vicinanze, pronti ad affrontare i 100 mila soldati mandati al fronte dal presidente etiope Meles Zenawi.
A surriscaldare i rapporti tra i due stati è la mai risolta questione dei confini, la cui demarcazione era stata affidata a una commissione internazionale. Invano. “Il 27 novembre la commissione getterà la spugna” prevede Salley Healy, esperta di Corno d’Africa di Chatham House, centro analisi britannico. “Allora verrà meno un tavolo, seppure poco efficace, che ha mantenuto lo scontro sul piano diplomatico”.
A spingere verso il conflitto, la mutata situazione internazionale: “L’Etiopia ha il forte appoggio degli Usa, per avere cacciato dalla Somalia le corti islamiche” ricorda Grignon. Proprio questo rapporto d’amore ha innervosito l’uomo forte di Asmara, il presidente Isaias Afwerki, che si è alienato le simpatie della comunità internazionale. “L’Eritrea sostiene gli estremisti in Somalia, inclusi elementi legati ad Al Qaeda e i ribelli dell’Ogaden in Etiopia” ha dichiarato Jendayi Frazer, assistente del segretario di Stato per gli affari africani, che ha minacciato di inserire il paese nella lista degli stati canaglia.
“Gli eritrei hanno una grossa influenza nei conflitti in corso nell’area. Sostengono anche i ribelli del Darfur” osserva Stephen Morrison, direttore dell’Africa program al Csis, centro studi di Washington. Più cauta la posizione europea. “L’Eritrea è uno stato fortemente laico e tiene a difendere questa sua connotazione” afferma un diplomatico con base all’Asmara.
Afwerki sembra dunque mosso più dall’ossessione verso il potente vicino e dalla necessità di mantenere il pugno di ferro su un paese allo stremo che da una reale volontà di fiancheggiare Al Qaeda. Zenawi, che pure non è un campione dei diritti umani, è invece tentato dal passare all’azione prima che scada l’amministrazione Bush e alla Casa Bianca arrivi qualcuno meno ben disposto verso il suo governo. Abbastanza per far parlare le armi.
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