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crisi

Oggi a Bruxelles il vertice Ue per dire addio alla crisi

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  • Tags: crisi, Unione-Europea
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(Credits: AP Photo/Virginia Mayo)

(Credits: AP Photo/Virginia Mayo)

Il Consiglio europeo che segna la fine del semestre della presidenza spagnola si riunisce nel segno della crisi. Il vertice occuperà l’intera giornata e sarà dedicato alla risposta europea alle grandi difficoltà che l’intero continente sta vivendo. La speranza è che si tratti di un momento di chiusura dell’emergenza e ritorno alla normalità, dopo le concitate settimane di aprile e maggio, tra continue riunioni prima per la Grecia, poi per la Spagna.

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  • redazione
  • Giovedì 17 Giugno 2010

Giappone: Hatoyama si dimette per lo scandalo della base di Okinawa

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  • Tags: crisi, Diario dal web, elezioni, Giappone, Okinawa, Stati Uniti, Yukio Hatoyama
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Marcia a Tokyo contro la basa di Okinawa

Marcia a Tokyo contro la basa di Okinawa

DIARIO DAL WEB - Il governo giapponese è di nuovo in crisi: dopo meno di nove mesi ai vertici del Paese il premier in carica Yukio Hatoyama ha annunciato di volersi dimettere dalla guida del governo e da capo del partito Democratico nipponico. Si tratta di una scelta inevitabile per un leader il cui tasso di impopolarità ha raggiunto livelli impressionanti (l’indice di gradimento è passato dal 70 al 17% in pochi mesi), principalmente a causa della scelta di mantenere a Okinawa la contestatissima base militare americana. Continua

  • claudia astarita
  • Giovedì 3 Giugno 2010

Crisi coreana: cosa vuole fare davvero la Cina?

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  • Tags: Cina, Corea del Nord, Corea-del-Sud, crisi, Diario dal web, escalation, Giappone
  • 24 commenti
A Sinuiju, sgraditi controlli per il principale alleato di Pyongyang, la Cina

A Sinuiju, sgraditi controlli per il principale alleato di Pyongyang, la Cina

DIARIO DAL WEB - Continuano le ritorsioni della comunità internazionale contro la Corea del Nord. Il Giappone ha annunciato un rafforzamento delle sanzioni contro Pyongyang. Misura, questa, che non può modificare in maniera significativa gli equilibri dell’Asia del Nord dal momento che l’interscambio commerciale tra i due Paesi è sostanzialmente nullo. Più interessante è stata invece la reazione della Cina. Continua

  • claudia astarita
  • Venerdì 28 Maggio 2010

Grecia, sciopero generale e scontri ad Atene - Foto

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  • Tags: Alexandros Grigoropulos, Cina, crisi, Giorgio Papandreou, manifestazione, sciopero, scontri
  • 6 commenti
Grecia, sciopero generale e scontri ad Atene

(EPA/VASSIL DONEV)

(ANSA) - Alcune centinaia di anarchici hanno oggi di nuovo messo a ferro e fuoco il centro di Atene scontrandosi ripetutamente con la polizia ai margini della grande manifestazione sindacale per lo sciopero generale contro l’austerità. FOTO

  • redazione
  • Giovedì 11 Marzo 2010

Foto: resta grave la disoccupazione in Cina

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  • Tags: Cina, crisi, disoccupazione, economia
  • Un commento

resta grave la disoccupazione

Credits: AP Photo/Andy Wong

GUARDA LA FOTOGALLERY

05/08/2009 - Resta alta la percentuale dei disoccupati in Cina, nonostante i segnali di recupero economico avuti nel primo semestre 2009.

Nuovi posti di lavoro sono stati creati soprattutto grazie a finanziamenti statali (4.000 miliardi di yuan - circa 400 miliardi di euro), ma ciò non ha assorbito la disoccupazione conseguente alla chiusura di decine di migliaia di fabbriche, soprattutto nel Guangdong, a causa del crollo delle esportazioni, cui la gran parte delle ditte cinesi sono orientate.

Gran parte dei nuovi posti di lavoro sono quindi collegati alle grandi opere finanziate dallo Stato e potrebbero venire meno alla fine di tali lavori. Chi ha mantenuto il posto di lavoro, inoltre, ha spesso dovuto accettare diminuzioni delle ore di lavoro e del relativo salario.

FONTE: www.asianews.com

  • redazione
  • Mercoledì 5 Agosto 2009

Obama: i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca, tra crisi e febbre suina

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  • Tags: Barack Obama, Casa-Bianca, Congresso, crisi, democratici, diretta, Febbre-suina, Fox, Guida, leadership, Stati Uniti, Usa
  • 3 commenti

Barack Obama

Li festeggerà con una diretta televisiva in prime time, alle 8 della sera; una conferenza stampa dallo Studio Ovale, mandata in diretta da tutti i grandi network: a parte la Fox.

Che ha giustificato la decisione, spiegando che Barack Obama ha già “rivoluzionato” per tre volte i palinsesti serali, compreso il Discorso sullo Stato dell’Unione in febbraio.
Così, la televisione di Rupert Murdoch, farà vedere il botta e risposta con i giornalisti in occasione dei primi 100 giorni da Presidente degli Stati Uniti, solo sul canale news e business, perché su quello generalista andrà in onda il dramma “Lie to Me”, (Bugie). Una scelta che ha sorpreso la Casa Bianca, ma non troppo. A parte questo piccolo “incidente” con il magnate dell’editoria mondiale, che notoriamente non ama il presidente democratico, Barack Obama si appresta ad affrontare questo suo primo traguardo con un discreto carico di giudizi positivi, (entusiastici, se si pensa al suo elettorato) da parte dell’opinione pubblica americana, che diventano commenti favorevoli, ma conditi da una notevole dose di prudenza nei confronti del suo operato, se si vanno a sfogliare i grandi giornali statunitensi. La Luna di Miele sembra durare tra il Presidente e il suo paese, ma il futuro è così gravido di incognite e difficoltà che nessuno nasconde come Barack Obama dovrà essere giudicato nella sua qualità di “capitano” solo quando farà uscire (se riuscirà a farlo) la nave degli Stati Uniti dalle secche in cui è finita, a causa della crisi economica e alla guerre in Iraq e Afghanistan. Nessuno mette in dubbio il suo carisma, la sua capacità di leadership, ma i media più importanti non vogliono pagare assegni in bianco.

Questa prudenza, è quella dimostrata dal Time. Il prestigioso settimanale si è lanciato in una storia di copertina, spiegando che il nuovo inquilino dello Studio Ovale, non “solo ha parlato di un nuovo modo di fare politica, ma ha anche proposto un nuovo sistema di valori agli americani”. I risultati legislativi raggiunti, dice il Time , sono stati “stupefacenti”. Come “Roosevelt e Reagan, Barack Obama è riuscito a cambiare lo spirito della nazione più di qualsiasi altra cosa”. Ma, aggiunge la rivista, sono molti i quesiti, le domande, perchè questo feeling, nel prossimo futuro, può mutare molto velocemente e sfumare: e alla fine, “questi primi mesi corrono il rischio di apparire a un certo punto, presagio di disastri, soprattutto se gli interventi sull’economia risulteranno inefficaci”. Già perchè la crisi e l’attivismo con cui Barack Obama l’ha affrontata sono stati il leit motiv di questa “Honeymoon” con gli americani. Questo dinamismo (ma anche queste difficoltà, scrive l’altra grande settimanale a stelle e strisce, Newsweek) ha permesso al presidente di “marcare punti “tanti quanto riuscì a fare F.D.Roosevelt durante gli anni della Grande Depressione.
Lui dice che vuole fare “ciò che può funzionare” per risolvere i problemi, si legge in un editoriale. “Il fatto è che noi non sappiamo ancora cosa succederà. E se le sue scelte siano quelle giuste”. Per ora ha dimostrato di “avere gli strumenti per ricoprire il ruolo”, chiosa Newsweek. I primi 100 giorni hanno confermato sicuramente una cosa: Barack Obama è sempre più una star globale, una Brand internazionale che “comanda e direziona” l’attenzione dei media, scrive in un lungo reportage dall’interno della Casa Bianca, la rivista on line Politico.com. Che riporta alcuni commenti dei più stretti collaboratori del presidente. Che chiedono all’America di avere pazienza e fiducia. Il traguardo dei 100 giorni sembra diventare solo una prima tappa del lungo viaggio del mandato presidenziale. Per ora, gli americani dicono che, per loro, la direzione è giusta.

Lo afferma in un sondaggio commissionato dall’Associated Press il 48% degli intervistati (contro il 44, una percentuale lievemente inferiore), mentre invece il 64% delle persone interpellate approva , la politica del presidente. Il bilancio di questi primi 100 giorni è il pane quotidiano di tutti i blog che si occupano di politica, dove i commenti sono migliaia. E non tutti favorevoli.
Lì, in quelle pagine elettroniche spuntano anche i giudizi duri degli elettori repubblicani. Come quelli apparsi sul Los Angeles Times, dove, per esempio, Jim scrive che “Obama è solo uno scherzo “un brutto scherzo”. Perchè ha fatto passare un pacchetto di stimolo dell’economia che porterà il paese alla bancarotta. E perchè, scrive invece Fred, tutte le sue promesse non verranno mantenute. Barack Obama dovrà tenere conto anche dei loro giudizi quando mercoledì sera apparirà davanti alle telecamere per raccontare i suoi primi 100 giorni. Visti da dietro la scrivania dello Studio Ovale, probabilmente, più che una “Luna di Miele” sono sembrati un difficile percorso ad ostacoli.

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 29 Aprile 2009

Cina, locomotiva del mondo

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  • Tags: Cina, crisi, economia
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Shanghai, la città proiettata nel futuro

I mandarini del “capitalismo socialista” vogliono di più. E puntano su un patto strategico con gli Usa. Addio Deng Xiaoping. Il “venerato leader” che ha portato 1 miliardo e 300 milioni di cinesi fuori dalle miserie e dalle tragedie della rivoluzione culturale di Mao Zedong, per godere i successi dell’economia di mercato, seppure con il timbro dello stato socialista, insegnava che “la Cina doveva sempre tenere un basso profilo, non prendere mai la guida, guardare pazientemente quanto accade e tenere ben nascoste le sue capacità”. Non più: Wen Jabao, il primo ministro cinese, ha osato rompere la tradizione e ha definito per la prima volta il suo paese, nel corso di un recente viaggio in Europa, “una grande potenza”. Hu Jintao, successore di Deng, non fa mistero del suo ruolo geopolitico e geoeconomico ogni volta che parla in Africa, Asia o in un forum internazionale, come il recente G20. A Londra ha accettato di mettere 30 miliardi di euro a disposizione del Fondo monetario, ma a condizione che Pechino abbia più peso nelle istituzioni finanziarie internazionali e che si ponga fine al duopolio Usa-Ue sulla leadership di Fmi e Banca mondiale. E poco importa se Hu Jintao ha fatto poco o niente per bloccare l’irrequieto vicino di casa, Kim Jong-Il, dal lanciare il 5 aprile un missile con tanto di satellite, come aveva implorato alla vigilia il presidente Usa Barack Obama.

Quasi certamente Hu Jintao sapeva che il satellite non sarebbe mai entrato in orbita: tanto meglio assicurarsi mediazioni cruciali con la Corea del Nord e tenere sulla corda Washington e soprattutto Tokyo. Saranno state le Olimpiadi di agosto, che hanno mostrato di cosa è capace la Cina quando si tratta di organizzare un grande show, ma anche una straordinaria competizione sportiva. Sarà stata la crisi economica globale, che ha reso evidenti i fallimenti del capitalismo di Wall Street, su cui pure la leadership cinese aveva scommesso. Sta di fatto che l’Impero di Mezzo sembra aver ritrovato la sua posizione storica: al centro di tutti i giochi economici, ma anche politici, quasi si completasse l’idea confuciana del ritorno all’ordine naturale delle cose. Parli con i sociologi dell’Accademia delle scienze, parli con i politologi di Pechino, incontri gli uomini della nomenklatura del partito e ti accorgi che la Cina non reagisce più come comparsa sul palcoscenico mondiale, ma si propone e si comporta da protagonista. “Con la sorpresa di tutti, la Cina ha rotto con la tradizione di enfatizzare i principi generali. Sempre più spesso viene fuori con idee e misure dettagliate” fa notare Shi Yinhong, docente di relazioni internazionali all’Università Renmin. È così forte il desiderio di imporsi che spesso si traduce in revanscismo. In questi giorni va a ruba un saggio intitolato Cina scontenta. Erano state previste 70 mila copie, l’editore ne ha dovute ristampare cinque volte tante in due settimane. “Il capitalismo dominato dall’Occidente è bloccato da una crisi seria e profonda e sta portando il disastro nel mondo intero” dice a Panorama il sociologo dell’Accademia delle scienze Huan Ji Su, uno dei cinque autori del saggio. Ufficialmente il partito comunista tende ad ammorbidire questo fervore iper-nazionalistico.

Nei fatti lo status di egemonia neoimperiale, reclamato dal controverso best-seller che fa seguito al famoso La Cina puo dire di no, datato 1996, si consolida giorno dopo giorno. Mentre il resto del mondo e in recessione, la Cina continua a correre, seppure non ai ritmi degli anni scorsi. Le banche d’affari piu pessimiste calcolano un piu 5 per cento di aumento del pil; Wen Jabao scommette ancora sull’8 per cento. E’ vero. Ci sono 26 milioni di nuovi disoccupati tornati nelle aride campagne. Le proteste sociali sono all’ordine del giorno e il partito ha spedito in tutta fretta emissari in ogni angolo del paese per rassicurare i rivoltosi. Ma lo stimolo fiscale di 585 miliardi di dollari approvato a novembre sembra dare i primi risultati grazie agli imponenti lavori per le infrastrutture nelle aree piu depresse del paese. La conseguenza immediata e che i consumi interni sono ripartiti e, in parte, compensano il calo dell’export. A marzo e migliorato, dopo l’agonia autunnale e invernale, l’indice del settore manifatturiero, che rappresenta da solo il 40 per cento del pil. Le banche cinesi, rimaste fuori dai giochi dell’alta finanza a rischio, conquistano le classifiche mondiali. Solo tre anni fa non c’era un solo istituto di credito fra i top 20 del mondo per capitalizzazione di mercato. Oggi le prime tre banche mondiali sono cinesi. Grazie alle enormi riserve accumulate (quasi 4 mila miliardi di dollari), il governo ha dato il via a un programma di acquisti su scala globale. Le imprese cinesi hanno gia comprato da inizio 2009 solo in Europa aziende per 13 miliardi di euro. Le societa automobilistiche di Shanghai possono permettersi di fare offerte alla Ford per la Volvo e alla General Motors per la Buick. Ancora piu attive le compagnie petrolifere di stato, che hanno firmato accordi multimiliardari e a lunga scadenza in Brasile, Russia e Venezuela. La fame di risorse naturali ha scatenato la Chinalco, che ha messo a disposizione 19,5 miliardi di dollari per aggiudicarsi il gigante angloaustraliano Rio Tinto. In Peru sempre la Chinalco e alla conquista di miniere di rame: l’ultimo progetto vale 2 miliardi di dollari. Complessivamente in America Latina, uno dei continenti piu appetiti dopo l’Africa, Pechino ha promesso di investire 100 miliardi di dollari entro il 2015. L’ascesa economica della Cina si riflette nel rapporto con gli Stati Uniti. Secondo gli ultimi dati, la banca centrale di Pechino possiede un terzo dei 6 mila miliardi di dollari di debito americano. E diventata così un partner essenziale degli Usa. Ma e un’alleata scomoda, che pretende solide garanzie sulla stabilita del sistema finanziario e soprattutto sulla non svalutazione del biglietto verde. In alternativa, appoggia un progetto a lunga scadenza per creare una nuova riserva valutaria che sostituisca il dollaro con un paniere di monete, fra cui l’euro, sotto garanzia del Fondo monetario. I mandarini comunisti chiedono che Barack Obama non stringa la mano al Dalai Lama e Hillary Clinton non protesti per l’abuso dei diritti umani quand’e in visita in Cina. Cosi nasce l’idea del G2, l’alleanza duratura fra America e Cina per governare il nuovo ordine mondiale postcrisi. Progetto che fa piu comodo alla Cina che all’America, interessata a mantenere rapporti con Ue, India e Giappone. Ma anche qui la condizione e drastica: il G2 non deve fermarsi all’economia. “I cinesi ragionano soprattutto in termini strategico-militari” assicura a Panorama il sinologo Francesco Sisci. “L’America chiede l’assistenza cinese per tenere sotto controllo la Corea del Nord e l’Iran in modo da potersi dedicare all’Afghanistan. In cambio la Cina vuole un’alleanza strategica e non tattica, ma soprattutto chiede di poter accedere alle ultime tecnologie. Addirittura a quelle militari”.

  • pbuo
  • Domenica 12 Aprile 2009

Spagna, catastrofe in cantiere

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  • Tags: crisi, immobili, Spagna
  • 2 commenti

case_spagna

Di Gian Antonio Orighi

«Se vende»: l’annuncio della Caporetto edilizia spagnola troneggia ovunque, dalla Catalogna alla Galizia, dai Paesi Baschi all’Andalusia. Nel paese dove nel 2005 si costruivano più appartamenti di Francia, Germania e Gran Bretagna messe insieme le abitazioni nuove e invendute sono 930 mila: una città. Non solo, la cementificazione indiscriminata ha ulteriormente deturpato uno dei gioielli spagnoli, la costa. Tanto che persino il quotidiano filogovernativo El País lancia l’allarme: «Stanno uccidendo la gallina dalle uova d’oro, il turismo».

Il premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero ha negato fino all’ultimo lo stato di coma nel quale si trova l’economia del paese, ma i dati Eurostat sembrano un bollettino di guerra. La Spagna guida la non invidiabile classifica della crisi nel settore delle costruzioni. A fine dicembre 2008 il flop era del 23,7 per cento, contro una media europea del meno 10,1 per cento. Le famiglie, che in alcuni casi hanno sottoscritto anche mutui esosi, sono in difficoltà con i pagamenti. Nel biennio 2008- 2009, 1 milione di addetti del settore edile perderà il lavoro: il 30 per cento del totale dei disoccupati, che ormai sono il 14,4 per cento, la quota più alta d’Europa. Tra gli esempi eclatanti del fiasco immobiliare spagnolo c’è Seseña, una landadesolata a 33 chilometri da Madrid, dove Francisco Hernando, detto «el Pocero » (il Fognaiolo, suo antico mestiere), voleva realizzare la più imponente urbanizzazione della storia del paese: 280 edifici da 10 piani con laghetto centrale di 18 mila metri quadrati. In tutto 13.908 abitazioni di valore compreso tra 214 mila e 313 mila euro. Oggi Seseña è una cittadina fantasma, mentre file di gru sono ferme. Ci vivono appena 750 persone. Dappertutto, sui balconi o agli ingressi, il triste annuncio: «Se vende». «L’edilizia spagnola è malata di ipertrofia, dovuta al fatto che negli ultimi anni si è costruito il doppio del necessario» ammette Juan Villar Mir, presidente del gruppo di costruzioni Ohl. «Per smaltire lo stock di quasi 1 milione di case invendute ci vorranno almeno tre anni».

A fine 2008 il bilancio del settore, uno dei volani dell’economia spagnola travolto dalla catastrofe seguita alla crisi dei subprime americani, non poteva essere peggiore. La vendita di abitazioni è crollata del 32,6 per cento, più di 1.000 sono le imprese edilizie fallite a cominciare da ex colossi come la Martinsa. «Per gran parte dello scorso decennio» ha scritto sul New York Times il premio Nobel per l’economia Paul Krugman «la Spagna è stata la Florida dell’Europa, con la sua economia spinta da un boom immobiliare speculativo. Come è successo in Florida, il boom si è trasformato in un fallimento totale». La crisi del mattone «è aggravata dal mancato intervento del governo a sostegno del settore» polemizza José Manuel Galindo, presidente della Apce, l’associazione dei costruttori. «A fine anni Ottanta è invalsa l’idea secondo cui la casa crea ricchezza, che invece deriva dall’industria e dalla tecnologia » lamenta il docente di economia immobiliare Ricardo Berge. «Con il boom si sono arricchiti solo i costruttori e i comuni, che non vogliono mettere a disposizione i terreni per le case popolari, perché questo comporterebbe la riduzione delle loro fonti di introito». La situazione è così grave che la Fiera delle case scontate (in media del 30 per cento), in programma a Barcellona il prossimo giugno, ha quasi raddoppiato lo spazio espositivo per il gran numero di richieste. Chissà se in vendita ci saranno anche gli «scheletri» di Marina d’or, quella che doveva essere la città delle vacanze più grande d’Europa, nei pressi di Valencia: 20 mila appartamenti costruiti da Jesús Ger, ex materassaio. L’anno scorso hanno perso il lavoro 1.000 delle persone impiegate nel cantiere, un terzo delle maestranze del re del mattone, il cui motto era «socializzare il lusso» attraverso le seconde case. Il tramonto del progetto, stigmatizzato come «aberrazione ecologica» nel romanzo El Dorado di Robert Juan Cantavella, è scritto nei numeri: le vendite del 2008 sono calate del 60 per cento.

«Di questi tempi la classe media non ha soldi per investire nella casa per le ferie» commenta Manuel Gandarias, presidente di Live in Spain, associazione di imprese specializzate in abitazioni per le vacanze. Mattone selvaggio ha colpito anche sul litorale, rischiando di compromettere un’altra importante componente dell’economia spagnola, il turismo, che vale il 10,7 per cento del pil. Secondo gli ultimi dati raccolti via satellite dall’Instituto geográfico nacional, tra il 2000 e il 2005 il suolo edificato entro i primi 2 chilometri dalla costa è aumentato del 21,85 per cento. La superficie costruita si è estesa del 23 per cento sul Mediterraneo e del 19 per cento sull’Atlantico. In quei cinque anni si è realizzato un quarto di tutto quello che era stato costruito nei 2 mila anni precedenti. Un ritmo di crescita che, se continuasse, porterebbe entro il 2071 a una costa mediterranea totalmente cementificata, senza più neanche un metro quadrato libero. Scempio certificato da un rapporto del Parlamento europeo, completato a febbraio, in seguito a 186 denunce e tre sopralluoghi. Il documento critica l’urbanizzazione eccessiva della Spagna, la mancanza di rispetto per l’ambiente e propone di sospendere i finanziamenti dell’Unione Europea se la situazione non cambia. «La maggior parte dei piani urbanistici finiti nel ciclone riguarda terreni agricoli ai quali è stata modificata la destinazione d’uso. Sono state progettate case dove non c’è nemmeno l’acqua» stigmatizza Bruxelles. La peggiore delle colate di cemento è l’Algorrobico, un mostro di 75 mila metri cubi e 20 piani a picco sul mare, sorto nel parco naturale di Cabo de Gata, in Andalusia. Alla fine la magistratura ha deciso di demolirlo: «Abbiamo fatto ricorso contro la sentenza perché è un progetto della regione destinato a creare posti di lavoro» annuncia però il sindaco Cristóbal Fernández, che aveva dato il via libera al progetto. «La vertigine del mattone, che per anni ha divorato le nostre coste e i nostri campi, cade adesso sulla società come uno specchio rotto con cui è facile tagliarsi» sintetizza amaro il poeta di Granada Luis García Montero.

  • redazione
  • Sabato 21 Marzo 2009
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