
Néstor Kirchner (Credits: Mariano Pernicone by Flickr)
L’ex presidente argentino Nestor Kirchner è morto poche ore fa in Patagonia per un “arresto cardio-respiratorio”, un infarto riferisce il medico che da tempo gli aveva suggerito di alleggerire le sue attività politiche perché il suo cuore era debole. Una morte improvvisa - Kirchner aveva appena 60 anni - ma non completamente inattesa se si pensa che lo scorso settembre era stato operato d’urgenza per l’ostruzione di un’arteria. Continua
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Uno dei tanti cartelli che in Argentina rivendicano le isole (Credits: alex-s by Flickr)
Che fare quando su un premier piovono con un’intensità sempre maggiore accuse di corruzione mentre l’economia arranca?
Deve essere stata questa la domanda che frullava in testa alla presidente argentina Cristina Kirchner quando martedì scorso si è svegliata come ogni giorno nella sua residenza di Olivos. Un rapido briefing con il marito Néstor, ex presidente recentemente accusato, tra le altre cose, di speculazione avendo comprato 2 milioni di dollari prima dell’ultima, l’ennesima, svalutazione del peso, e la risposta Cristina poche ore dopo già l’aveva in mano. Continua

Cristina Fernandez de Kirchner, presidente argentino
“Siamo ciò che mangiamo” dicono molti medici di scuola feurbachiana quando cercano di convincere i loro pazienti ad ingurgitare meno “porcherie”. Ma deve essere sfuggita alla presidente dell’Argentina, quando ieri, circondata dal gotha industriale del settore suino, ha pensato bene di uscirsene con un “non sapevo che la carne di maiale migliorasse la vita sessuale”. Continua
Dopo circa tre anni di silenzio in Italia si torna a parlare delle obbligazioni argentine in mano ancora oggi a 195 mila investitori italiani che nel 2005 non aderirono al cosiddetto concambio proposto dal governo di Néstor Kirchner. Un argomento spinoso, quello dei cosiddetti “tango bond”, che è tornato alla ribalta dopo che la presidenta argentina Cristina Fernandez de Kirchner nei giorni scorsi è intervenuta nella prestigiosa sede che ospita il Nasdaq a New York.
L’annuncio della Kirchner al Nasdaq
“Abbiamo ricevuto con molto ottimismo e con molta allegria la presentazione di tre importantissime banche che ci hanno fatto una proposta in nome di quegli obbligazionisti rimasti tagliati fuori nel 2005”, ha annunciato Cristina al Nasdaq, aggiungendo che questa “proposta è davvero molto più favorevole per l’Argentina rispetto a quella di tre anni fa”. Nessuna delle banche citate dalla Kirchner è italiana, trattandosi di Deutsche Bank, Barclays Bank e Citigroup. Secondo indiscrezioni della stampa argentina, la proposta al governo argentino trarrebbe origine da un preaccordo di circa 25 hedge funds con i tre istituti sopramenzionati. Tra tre settimane il Parlamento di Buenos Aires si esprimerà sulla riapertura del concambio e, in caso di accettazione, saranno rinegoziate le obbligazioni controllate da Deutsche, Barclays e Citigroup tramite gli hedge fund per un valore di circa 10 miliardi di dollari. Se quanto riportato dalla stampa argentina corrisponde a verità e se il Parlamento argentino darà l’ok, il livello dei tango bond in default scenderebbe sotto il 10% del totale contro il 24% attuale. Un buon successo per la Kirchner, che vorrebbe reinserire il suo paese nel “salotto buono” della finanza internazionale, nonostante i dubbi espressi su molti suoi fondamentali, a cominciare dall’inflazione.
Ma molti sono anche i dubbi, soprattutto sul versante italiano, espressi da Nicola Stock, presidente della TFA (Task Force Argentina), l’organismo designato dall’Abi che tutela i 195mila risparmiatori italiani che non hanno aderito all’offerta del 2005. “La proposta di ristrutturazione del debito argentino elaborata da alcune banche d’affari internazionali e presentata al Governo di Buenos Aires sembra peggiorativa rispetto ai termini dell’offerta di scambio del 2005, quindi difficilmente accettabile da parte degli obbligazionisti retail italiani”, ha detto Stock tramite un comunicato.
Per la Tfa tale proposta di ristrutturazione soddisfa l’obiettivo di un vantaggioso recupero degli investimenti solo per gli hedge funds internazionali e non per i piccoli obbligazionisti che a suo tempo hanno finanziato l’Argentina pagando 100 ciò che oggi, a sette anni dal default, verrebbe ristrutturato a 34 con scadenze oltre i 25 anni. “Andremo avanti con il ricorso arbitrale internazionale all’Icsid nei confronti dell’Argentina con l’obiettivo del recupero integrale del capitale e degli interessi”, ha proseguito Stock ricordando che “la Tfa ha sempre espresso la propria disponibilità ad un dialogo costruttivo mai avviato da Buenos Aires”.
Sulla falsariga di Stock anche la American Task Force Argentina (ATFA), entità che rappresenta pensionati, contribuenti e investitori statunitensi che nei tango bond hanno investito circa 3 miliardi di dollari e che pochi giorni fa ha pubblicato un annuncio di una pagina sul prestigioso Wall Street Journal dal titolo significativo: “Agisci con serietà, paga i tuoi debiti”.
Inquietudine, secondo il quotidiano El Clarin, sarebbe stata espressa anche dal governo italiano perché nessuna banca italiana è stata coinvolta nell’offerta, anche se l’equipe del ministro degli Esteri Franco Frattini avrebbe accolto positivamente il fatto che l’Argentina abbia riaperto la questione, considerata sino a qualche mese fa “morta e sepolta” dalla Casa Rosada.
La presidenta Cristina Kirchner
Dopo una crescita media annuale dell’8,8 per cento registrata tra il 2003 e 2007 l’Argentina è di nuovo sull’orlo di una crisi. Che rischia di esplodere con la violenza del dicembre 2001. Questo, almeno, è il timore diffuso tra la popolazione: nelle ultime settimane i piccoli risparmiatori hanno ritirato dalle banche l’equivalente di circa 2 miliardi di dollari. A creare lo stato d’allerta le voci sempre più insistenti di nuove misure straordinarie da parte del governo del presidente Cristina Kirchner.
Quella di inizio giugno è stata la decima settimana consecutiva di calo delle riserve in valuta straniera, segnale chiaro che la popolazione vende pesos per comprare dollari ed euro da mettere sotto il materasso, nel timore di rivivere il fenomeno del «corralito», il blocco governativo dei conti correnti che tra fine 2001 e inizio 2002 erose tre quarti del potere d’acquisto di chi aveva lasciato i suoi risparmi in banca.
Che maggio sia stato terribile per l’economia argentina lo testimonia pure l’inflazione al 3 per cento mensile che ha portato Garbarino, Frávega e Rodó, i tre principali marchi che distribuiscono elettrodomestici nel paese, a interrompere le vendite in 12 rate senza interessi dei loro prodotti tramite carta di credito.
L’Indec, l’istituto statistico argentino «occupato» lo scorso anno dai funzionari dell’ex presidente Néstor Kirchner con l’obiettivo di fargli annunciare dati statistici graditi al suo clan, dichiara un’inflazione del 9 per cento annuo. Istituti indipendenti, invece, parlano di un 30 per cento, in ulteriore crescita su alcuni beni alimentari come latte, carne e pane.
A preoccupare maggiormente è l’atteggiamento del governo. Invece di attrarre investimenti produttivi, così da aumentare l’offerta di beni o frenare i consumi interni, per bloccare l’inflazione Cristina Kirchner si è impegnata in un forzoso quanto inutile controllo dei prezzi. Ricorrendo addirittura ai «piqueteros», i sindacalisti disoccupati che un tempo bloccavano le strade di Buenos Aires.
Ma a far esplodere la polveriera argentina potrebbe essere la tassa «mobile» sull’export dei cereali introdotta a marzo dal governo con un decreto senza neanche consultare il parlamento. Questo balzello ha fatto scendere sul piede di guerra tutto il settore agricolo, che ha visto i propri utili trasformarsi in perdite. Risultato: gli agricoltori hanno sospeso le esportazioni e bloccato le strade con i trattori per 3 mesi.
«Questa donna sta uccidendo la gallina dalle uova d’oro dell’Argentina, la campagna» si sfoga Juan Carlos Mesquida, piccolo produttore di Carlos Casares, un paese a 300 chilometri dalla capitale, mentre il suo trattore viene rimosso. «L’errore più grande di Cristina Kirchner» spiega a Panorama Julio Céliz, analista della Nación, «è stato non aver compreso le ragioni della protesta, che ha definito una rivolta dell’abbondanza. Ora rischia di pagarla cara».

Una tregua di un mese per arrivare a un accordo con il governo argentino di Cristina Fernandez de Kirchner. Lo stop alle agitazioni è stata annunciato ieri in Argentina dai sindacati del settore rurali che per 21 giorni hanno bloccato la distribuzione delle produzioni agricole, dalla soia al mais, passando per il latte e la carne. Risultato? Prezzi alle stelle, penuria di alcuni piatti tradizionali in tavola, tra cui il celebre “asado” di carne e, soprattutto, una raffica di posti di lavoro persi: 52mila secondo il segretario generale del “Sindacato de la carne”, Silvio Etcheún.
Ma a cosa si deve lo sciopero dei “campesinos” e come è stata gestita dalla Kirchner questa gravissima crisi che ha fatto ritornare in piazza, con pentole e cucchiai in mano, i cosiddetti “cacerolazos”, come nel dicembre 2001 quando il governo dell’epoca arrivò a bloccare tutti i conti correnti bancari?
I contadini e le loro associazioni sono letteralmente infuriati per la decisione del governo della “presidenta” di aumentare sino al 45% il carico fiscale sulle esportazioni di soia, semi di girasole e altri prodotti agricoli.
Difficile prevedere se si arriverà a un accordo. Ciò che è certo è che la crisi è stata esacerbata dagli insulti con cui la “presidenta” si è rivolta ai contadini del suo Paese. “Estorsori che fanno scioperi del benessere”, li ha definiti una decina di giorni fa, scatenando la furia dei “campesinos”. Lei denuncia una guerra civile ma in realtà il settore rurale argentino si è visto in pochi mesi tartassato da prezzi controllati e tasse sulle esportazioni. E mentre l’inflazione reale continua a crescere si diffondono due notizie boomerang per l’esecutivo: da un lato che il marito di Cristina, l’ex presidente Néstor Kirchner, ha assunto una media di 23 dipendenti pubblici al giorno nei suoi quattro anni di presidenza, dall’altro che, durante gli scioperi, il governo avrebbe assoldato gruppi di picchiatori per creare disordini. Il sindacato degli agricoltori ha già fatto sapere ieri per bocca del leader dei sindacati rurali argentini, Mario Lambías, che la tregua annunciata ieri è solo “momentanea” e che continueranno “a fare pressioni affinché siano ritirati gli aumenti fiscali. In caso contrario torneremo in strada”. Per vedere come terminerà la guerra tra Cristina e i “campesinos” non resta che aspettare cosa succederà nei prossimi 30 giorni.
Un cartoon sulla crisi

Di Paolo Manzo
“Cristina Elisabet Fernández de Kirchner? È cambiata parecchio rispetto a 10 anni fa, quando diceva testualmente che Menem è il migliore presidente di tutta la storia dell’Argentina”. Da Buenos Aires, in esclusiva per Panorama, l’ex presidente argentino (1989-1999) Carlos Saúl Menem non usa l’ironia contro colei che tutti i sondaggi indicano come favorita per succedere al marito alla Casa Rosada, nelle elezioni presidenziali del 28 ottobre.
Provi a descrivere lei, suo vecchio alleato, Cristina.
È una donna che alterna momenti di euforia ad altri di depressione, essendo affetta da sindrome bipolare conclamata.
Addirittura…
Fonti mediche a lei vicine lo hanno rivelato al settimanale Noticias, che dopo un’inchiesta di due mesi ha pubblicato l’informazione senza essere né smentito né querelato. La cosa dovrebbe essere di dominio pubblico, dato che se vince avrà nelle sue mani il destino di 40 milioni di argentini. Una patologia che spiega scientificamente i suoi repentini cambiamenti di umore.
A dire il vero, la notizia è stata data usando sempre il condizionale. Comunque, chi è Cristina secondo lei?
L’unica cosa certa è che sta cercando di imporre all’opinione pubblica, argentina e mondiale, un profilo politico che non ha. Oggi l’inflazione reale supera il 25 per cento annuale e quale risposta dà Cristina? Nessuna, a parte promettere le politiche di controllo dei prezzi tipiche di ogni governo populista. Per di più, si sono già rivelate fallimentari con il marito.
Allora come mai tutti i sondaggi danno per vincente al primo turno Cristina?
Il motivo è semplice. Sa quanto ha investito il governo del presidente nella campagna elettorale della moglie del presidente? Cinque milioni di dollari per pagare i suoi viaggi all’estero, più la pubblicità. Il tutto con decreti presidenziali firmati dal marito e con la scusa che la Casa Rosada non può scindere la figura della first lady da quella della candidata. Mi dica lei se questo non è nepotismo.
Proprio lei parla di nepotismo…
Primo: chi mi accusava era la sinistra radicale e i cosiddetti progre, i progressisti che sono adesso al governo, ma contro di me non è mai stato dimostrato alcunché in sede legale. Secondo: l’organizzazione non governativa Transparency international, che ogni anno calcola la corruzione in 180 paesi al mondo, nel 1998 poneva l’Argentina al 61esimo posto; oggi al 105esimo posto. Un vero record.
Non è riduttivo dire che tanti argentini la voteranno a causa della corruzione e dell’appoggio del marito?
No, anche perché a questo si deve aggiungere che a metà ottobre la Società interamericana della stampa ha denunciato un crollo verticale nella libertà di stampa del mio paese. In Argentina i giornali informano poco o nulla sulla corruzione.
Come si collocherà Cristina sul panorama internazionale?
Continuerà sulla strada del marito-presidente, che ci ha allontanato da tutto il resto del mondo. Compreso il nostro vicino Uruguay, con cui le tensioni non sono mai state così forti. E i suoi alleati continueranno a essere il Venezuela di Chávez, la Cuba di Castro, la Bolivia di Morales e l’Ecuador di Correa, membri di una sinistra che porta a livelli limite il populismo più becero.
Visto com’è finita l’Argentina con il disastro del dicembre 2001, lei non ha qualcosa di cui pentirsi?
No, io l’Argentina l’ho salvata, inserendola nel mondo. Quanto alle accuse secondo cui sarei stato io il grande colpevole della crisi, sono frutto della politica populista di sinistra che oggi governa l’Argentina e nascono dalla storia dei montoneros (organizzazione guerrigliera peronista di sinistra, ndr).
Quindi Cristina sarebbe anche una «montonera»?
È la stessa degli anni Settanta, solo che oggi si fa chiamare progre. E mentre durante la dittatura io mi sono fatto cinque anni di galera, il presidente e la sua signora si sono arricchiti con la legge 1050 del ministro dell’Economia di Jorge Rafael Videla. Non era illegale, era la dittatura. Mentre molti sparivano e altrettanti finivano in galera, c’era anche chi si arricchiva.
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