Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

(Credits: AP Photo/Abdul Khaleq)
La Croce Rossa in Afghanistan ha avviato un programma di istruzione alle tecniche di primo soccorso rivolto ai talebani fornendo loro le competenze di base per soccorrere i compagni feriti in combattimento Ai miliziani vengono forniti anche kit di pronto soccorso contenenti bendaggi, medicinali e attrezzi necessari a intervenire sulle ferite da armi da fuoco.
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Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso
Quando è partito, lo scorso 22 gennaio, già sapeva che cosa si sarebbe trovato di fronte. Port-au-Prince con tutti i suoi cadaveri mai sepolti, le macerie, gli sciacallaggi non è L’Aquila. E il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, di catastrofi ne ha viste molte e alcuni disastri li ha anche risolti. Continua
di Giampaolo Musumeci
Volge al termine la missione della Croce Rossa Italiana e del suo Commissario Francesco Rocca in Israele e Palestina. Oggi Rocca ha parlato con il delegato del Comitato internazionale della Croce Rossa in Israele e nei Territorio palestinesi Pierre Wettach, con il presidente della Mezzaluna Rossa Palestinese Younes Al Khatib e della consorella israeliana, la Magen David Adom, Noam Yifrach.
Commissario, come sono andati gli incontri?
Bene, al di là di tutto, e della tragedia immane di Gaza: una buona parte dell’area è stata distrutta dai combattimenti e dai bombardamenti. Si contano migliaia di sfollati.
Che cosa avete pianificato con i colleghi?
La Mezzaluna Rossa Palestinese ci ha fornito una lista di farmaci e presidi sanitari, dagli aghi ai manometri, fino ai cateteri e su questo stiamo facendo una raccolta che invieremo nei prossimi giorni. Entro 24 ore ci faranno avere poi un aggiornamento della lista, visto che in queste ore loro stessi stanno valutando la situazione all’interno della Striscia. Inoltre noi abbiamo messo a disposizione squadre per fare potabilizzazione dell’acqua e le nostre cucine da campo. Questa è una prima fase di risposta all’emergenza. Abbiamo detto alla Mezzaluna Rossa “voi chiedete e noi vi facciamo sapere quello che possiamo dare”. Noi lavoriamo sempre sulle loro liste, perché la raccolta deve essere razionale, per evitare donazioni “a casaccio” e a prescindere dai bisogni.
Tutti i nostri comitati sono stati attivati per la raccolta e nei prossimi giorni invieremo il materiale. Ripeto: se ci fosse ulteriore bisogno noi siamo pronti con le cucine e la potabilizzazione. Per ciò che riguarda il nostro intervento sanitario, al momento non sembra vi sia la necessità.
E quanto alla mancanza di un tetto per molta gente?
I primi posti dove si va sono le scuole. Ora è in corso una valutazione generale di bisogni e priorità, fatta dai tecnici della Mezzaluna e sulla base di questo noi ci muoveremo. Bisogna capire se le case son danneggiate e possono essere riparate e quantificare il numero dei senza tetto.
I tempi?
Abbiamo bisogno di qualche giorno per organizzare la nostra presenza. Sicuramente tra le altre cose, rafforzeremo il nostro supporto psicosociale dei bambini, un’azione fondamentale per prevenire l’odio e la cultura del risentimento.
Oggi il quotidiano inglese Indipendent scriveva che questa è una delle più difficile ricostruzione post belliche della storia.
Sono d’accordo, non lo dice solo Croce Rossa: è una delle crisi umanitarie peggiori. Gli addetti ai lavori sanno quanto è difficile lavorare qui. Non si sa cosa accadrà di qui a due settimane: e se dovessero ripartire i lanci di missili kassam, quale sarà la risposta israeliana? Quali sono i profili della sicurezza degli operatori umanitari sul territorio?
Quali sono le altre problematiche per gli operatori?
L’accesso ai corridoi umanitari e un aspetto di ordine pubblico: chi comanda nella Striscia ora? Sono tutti fattori che stiamo valutando.
Come vede il possibile intervento dei Carabinieri alle frontiere?
Intervenire o meno è un problema della comunità internazionale: a noi interessa venga garantito l’accesso agli aiuti umanitari.
Al di là degli aiuti di adesso uno dei problemi è che Gaza è chiusa, e le sole porte sono i tunnel. Qual è la soluzione?
La soluzione è fare controlli: i contrabbandieri ci son sempre stati, anche in Italia, l’illegalità è sempre esistita.A Gaza c’è la diffusione di tunnel perché c’è problema di approvigionamento di materie prime. Non vogliamo i tunnel? Bene, facciamo maggiori controlli ma apriamo le frontiere. La soluzione non è chiudere gli accessi sia dall’Egitto che da Israele.
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Di Giampaolo Musumeci
“Non c’è valico che tenga di fronte alla vita dei bambini. I valichi vanno aperti e la guerra si deve fermare. C’è una valenza anche simbolica nella nostra operazione”. Così il commissario straordinario della Croce Rossa Francesco Rocca, mentre 10 piccoli pazienti palestinesi venivano imbarcati sul C130 dell’Aeronautica Italiana appositamente attrezzato (grazie al team medico dell’Aeronautica insieme con agli specialisti della 46esima Brigata Aerea di Pisa).
E ieri i dieci bambini palestinesi, accompagnati dai familiari, sono arrivati all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. “Così come è avvenuto per altre crisi umanitarie - ha detto ancora Rocca - la Croce Rossa Italiana dà il suo contributo. Ci occupiamo, in questo caso dei bambini palestinesi, del trasporto e dell’assistenza dei malati oltre che dell’ospitalità dei familiari. A questi ultimi sarà assicurato l’alloggio per tutta la durata delle cure ed anche dopo nelle nostre strutture. Li ospiteremo finché ce ne sarà bisogno”. La missione di Rocca tra Israele e Striscia di Gaza proseguirà domani: in mattinata, il commissario straordinario incontrerà il delegato del Cicr in Israele e nei Territorio palestinesi; nel pomeriggio, incontrerà i presidenti della Mezzaluna Rossa Palestinese e della consorella israeliana, la Magen David Adom. Tutti contatti finalizzati alla messa a punto di un programma di collaborazione a favore delle popolazioni colpite dalla guerra.
“E’andato tutto liscio – ha detto ancora Rocca commentando l’operazione - speriamo in una tregua duratura e non a singhiozzo. Ieri al valico (Keren Shalom, ndr) gli aiuti entravano con apparente normalità. Vedremo nelle prossime ore. Speriamo continui così. Il bisogno umanitario nella Striscia di Gaza è enorme. Bisogna organizzare un intervento, al di là degli aiuti che invieremo nelle prossime settimane. Già da oggi vedremo come implementare i nostri progetti: noi siamo presenti già da quattro anni su Striscia e Territori”. E alla domanda se sia ottimista o meno sulla soluzione del conflitto: “Non lo so, ci sono mille variabili. Bisogna essere prudenti con l’ottimismo, come purtroppo la storia ci ha insegnato. Sulla risposta umanitaria sono invece ottimista: questa ultima crisi ha impressionato il mondo intero, al di là dei torti e delle ragioni. E la gente si è mossa, comprendendo la gravità della crisi”.
Proprio la gravità della situazione ha spinto Cri a occuparsi dei dieci bambini palestinesi: i 10 piccoli malati, che hanno gravi patologie non legate alla guerra (epilessia, malformazioni e problemi neurologici), erano ricoverati negli ospedali di Gaza City. Ora che i nosocomi straboccano di feriti, i dieci giovanissimi (il più piccolo di 3 mesi, il più grande di 13 anni, l’età media 4 anni) erano a rischio. Così è nata l’operazione, in collaborazione con Ministero degli Esteri italiano e Regione Toscana. Dopo questo primo intervento di emergenza, Croce Rossa sta ora raccogliendo fondi e materiali seguendo la lista della Mezzaluna Rossa palestinese, in accordo con il movimento internazionale di Croce Rossa. Mentre continuano in Cisgiordania e a Gaza i progetti di assistenza ai bambini traumatizzati dalla guerra.
Continua a fare discutere, soprattutto in Colombia e in Svizzera, la liberazione di Ingrid Betancourt e di altri 14 ostaggi dello scorso 2 luglio avvenuta nell’ambito dell’operazione “Scacco Matto”. Proprio ieri, infatti, il presidente Álvaro Uribe Vélez dalla capitale Bogotà ha ammesso che “sì, uno dei liberatori che hanno portato a compimento l’operazione portava su un giubbotto l’insegna della Croce Rossa”. Accusato da più parti perché in base alla Convenzione di Ginevra l’uso indebito del simbolo della CRI rappresenta un crimine di guerra, Uribe ha chiesto pubblicamente scusa all’organizzazione umanitaria con sede in Svizzera spiegando che l’errore si deve unicamente “al nervosismo” di uno dei liberatori, intimorito dal vedere “tanti guerriglieri armati”. Le polemiche sono scoppiate dopo che la tv statunitense CNN aveva mandato in onda un video della liberazione della Betancourt in cui uno dei falsi operatori umanitari – in realtà un membro dell’esercito colombiano – portava al braccio una fascia contenente il simbolo della Croce Rossa. Difficile comunque che il governo di Bogotá sia sanzionato. “Stiamo trattando direttamente con il governo di Bogotá con cui abbiamo una relazione molto buona”, spiega Carlos Ríos della Croce Rossa colombiana, “inoltre hanno già ammesso che si tratta di un errore”.
Tensione con Ginevra. C’è tuttavia un altro motivo di tensione tra Bogotá e Ginevra che ha fatto molto rumore nelle ultime ore. La procura generale colombiana ha infatti comunicato alla stampa che aprirà un’inchiesta contro Jean Pierre Gontard, un mediatore svizzero accusato di avere consegnato 500mila dollari ai guerriglieri delle Farc. Secondo il procuratore Mario Iguaran, infatti, esisterebbero “elementi che ci permettono di considerare che il mediatore svizzero potrebbe essere l’autore di un reato o aver partecipato a un’associazione a delinquere”. La decisione della procura colombiana è stata presa in seguito alle dichiarazioni rilasciate dal ministro della Difesa di Bogotá Juan Manuel Santos che qualche giorno fa aveva accusato Gontard di avere consegnato 500mila dollari a un membro delle Farc in Costa Rica. Inoltre il nome di Gontard figurerebbe più volte sul computer di Raul Reyes, il numero due delle Farc, ucciso dall’esercito colombiano il primo marzo scorso in territorio ecuadoregno. Per ora dalla Svizzera il ministero degli Esteri ha chiesto ufficialmente di “cessare gli attacchi contro Gontard”, ma da Bogotá hanno ribattuto che non si tratta di una questione politica bensì di semplici “indagini”.
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