Archivio per il tag “dalai-lama”
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da quattro come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Il Panchen Panchen Lama Gyaltsen Norbu (Credits: La Presse)
È notizia di oggi che il Panchen Lama Gyaltsen Norbu è stato incluso fra i membri della Conferenza consultiva politica cinese, uno degli organi che hanno poteri consultivi nel complesso sistema istituzionale della Repubblica popolare e che raccoglie tutte le figure influenti del Paese. La storia di Gyaltsen Norbu è alquanto singolare. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Il Dalai Lama durante la recente visita in Gujarat (Credits: LaPresse)
I due si parleranno nella Map Room, uno delle sale di rappresentanza della Casa Bianca, e non negli appartamenti privati come era solito fare Bill Clinton; ma il vero luogo simbolo, lo Studio Ovale, non verrà aperto a questo ospite straniero (come invece fece George W. Bush nel 2008, appena due anni fa): un luogo troppo impegnativo, l’ufficio di lavoro dell’uomo più potente della Terra: rischierebbe di dare troppa solennità alla visita. Meglio evitare.
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Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Liu Xiaobo (Credits: LaPresse)
Gli Stati Uniti non sono i soli ad aver deciso di cambiare la “strategia cinese”. Sta forse per finire l’era dei compromessi perché l’Occidente vuole tornare in prima linea anche nella battaglia per il rispetto dei diritti umani in Cina? Continua
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Il Dalai Lama durante una visita in Gujarat (Credits: LaPresse)
E se il Dalai Lama diventasse indiano?
Sarebbe ridicolo, dicono i cinesi. Una scelta possibile, replicano gli indiani.
Cosa sta succedendo in Tibet? E il Dalai Lama vuole davvero richiedere la cittadinanza, questa volta non onoraria, indiana? Continua
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

T-shirt di Obama in vendita a Shanghai (Credits: La Presse)
“Ho iniziato il mio viaggio asiatico da Tokyo perché l’allenza tra Giappone e Stati Uniti rappresenta il fondamento della pace e della prosperità in questa regione”: il Presidente degli Stati Uniti ha commentato con queste parole il suo arrivo nella capitale del Sol Levante. In Giappone Barack Obama sta discutendo, oltre che di nucleare, della ricollocazione della base militare americana di Okinawa. Temi difficili, ma i giorni più duri di questo viaggio in Oriente saranno i quattro trascorsi in Cina, dove il Presidente arriverà domenica.
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Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Dalai Lama (Credits: La Presse)
“Il Dalai Lama è tornato in Cina”: questo fine settimana molti cinesi lo hanno sicuramente pensato, ma in pochi hanno avuto il coraggio di ammetterlo ad alta voce. Nel bel mezzo di quella che dovrebbe essere definita una guerra verbale tra la Cina e l’India, che dal 1949 continuano a non riuscire a mettersi d’accordo sulla sovranità di una striscia di territori lungo la linea di confine che li separa, il Dalai Lama ha messo a dura prova la pazienza Pechino decidendo di organizzare una gita a Tawang, località dell’Arunachal Pradesh in cui si trova il secondo tempio buddista più importante dopo il palazzo Potala di Lhasa. Continua
Claudia Astarita, 29 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Hu Jintao e Barack Obama
L’ultimo segnale di una malcelata deferenza americana nei confronti della potenza cinese è stata la decisione di Obama di non incontrare il Dalai Lama in visita negli Stati Uniti. Continua

Il braccio di ferro tra il governo di Pechino e il Dalai Lama è sbarcato per la prima volta anche in Africa. Stavolta, a finire nel ciclone delle polemiche è stato il governo sudafricano, reo, secondo gli organizzatori di una conferenza di pace in programma per il prossimo fine settimana a Johannesburg, di aver negato un visto d’ingresso al leader spirituale e politico del popolo tibetano per compiacere l’alleato cinese.
A denunciare il fatto sono stati l’arcivescovo Desmond Tutu e l’ex presidente Frederick De Klerk che, assieme al terzo premio Nobel per la pace locale, Nelson Mandela, avevano esteso al Dalai Lama l’invito a partecipare alla conferenza, organizzata nell’ambito di una serie di manifestazioni preparatorie ai Mondiali di calcio del 2010. L’arcivescovo ha condannato senza mezzi termini la decisione presa dal dipartimento per gli affari interni, e ha fatto sapere che boicotterà l’evento se il governo non dovesse tornare sui propri passi. Una posizione fatta propria anche da De Klerk, e che rischia di mettere in serio imbarazzo il presidente ad interim Kgalema Motlanthe, gettando un’ombra sull’organizzazione della prossima Coppa del Mondo.
Dal ministero degli interni non è arrivata alcuna motivazione ufficiale ma, secondo le indiscrezioni riportate oggi da numerosi giornali locali, la rappresentanza diplomatica sudafricana in India avrebbe chiesto al Dalai Lama di posporre il proprio viaggio. Colpa delle pressioni di Pechino, decisa a fare tutto il possibile per scongiurare la visita di Sua Santità, organizzata in coincidenza con una serie di sgraditi anniversari: il sessantesimo dell’invasione cinese del Tibet, il cinquantenario dalla fuga del Dalai Lama in India e il primo anniversario delle proteste scoppiate nella regione nel marzo dello scorso anno.
Non che la Cina abbia dovuto faticare molto per piegare la resistenza del governo sudafricano, visti i legami tra i due Paesi: secondo il quotidiano sudafricano Sunday Independent, il commercio bilaterale ammonta a un quinto del totale degli scambi tra Pechino e il continente africano, e meno di dieci giorni fa è stata inaugurata a Johannesburg la nuova sede del Fondo di investimento Cina – Africa (CadFund), del valore di 5 miliardi di dollari, creato nel 2007 per facilitare gli investimenti cinesi in Africa. Non è la prima volta che Pechino esercita pressioni sugli altri governi per contrastare la visibilità e l’appeal mediatico del padre spirituale tibetano. Ma in Sudafrica la questione ha assunto una valenza molto particolare, visti i trascorsi del Paese e le radici dell’African National Congress (ANC), l’ex movimento di liberazione dall’apartheid che domina la vita politica sudafricana da 15 anni. L’arcivescovo Tutu ha avuto buon gioco nel definire la decisione del governo “un totale tradimento del nostro passato di lotta”, accusando Pretoria di essersi piegata “senza vergogna” alle pressioni di Pechino.
Ma i tempi cambiano, e anche il partito di Nelson Mandela non è più quello di una volta: nonostante nella leadership del partito figurino ancora molti militanti della vecchia guardia, l’ANC è accusato da una crescente fetta della società sudafricana di essere diventato un semplice apparato di potere, travolto da scandali e faide interne e disposto perfino ad accettare finanziamenti da alleati scomodi quali il Partito comunista cinese e il leader libico Gheddafi per vincere le prossime elezioni. Non che il trionfo del partito sia in discussione, tutt’altro. Le previsioni più “fosche” accreditano l’ANC di almeno il 60 percento delle preferenze, ma il partito guidato da Jacob Zuma preferisce non correre rischi. In attesa che, con o senza gli ideali di una volta, le urne sanciscano un trionfo già scritto.

“L’inferno in terra”. Questo è il Tibet da cinquant’anni per i suoi abitanti, secondo quanto ha detto oggi il Dalai Lama davanti a 10mila fedeli a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio in India. Le più belle e alte montagne del mondo, trasformate in “una prigione a cielo aperto” per tutti coloro che contestano il dominatore cinese e difendono la propria cultura originaria. Le parole di Tentsin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, nel 50esimo anniversario del suo esilio da Lhasa (e della repressione della rivolta contro le truppe di Mao), stupiscono solo chi lo considera un semplice maestro spirituale che si dedica alla predicazione del buddhismo e della non-violenza. Il premio Nobel per la pace è prima di tutto il leader di una nazione, in esilio. E come tale ha parlato oggi: “Dallo scorso marzo si sono diffuse pacifiche proteste in tutto il Tibet. La maggior parte dei partecipanti erano giovani nati e cresciuti dopo il 1959, i quali non hanno mai vissuto né visto un Tibet libero. Questi cinquanta anni hanno portato indescrivibili sofferenze e distruzioni alla Terra del popolo tibetano”. Parole che hanno incendiato gli animi dei suoi seguaci, in tutto il mondo. E preoccupato la Cina, che teme un riproporsi delle proteste dello scorso anno.
“Stiamo andando a Roma”. La voce del professor Chodup Tsering arriva disturbata dal canto di un bambino, “faremo una marcia pacifica da palazzo Chigi al Colosseo, speriamo partecipino anche alcuni parlamentari”. L’autobus da cui parla è pieno: non sono tanti, i tibetani in Italia, ma sanno organizzarsi. Come nel dicembre 2007, quando Chodup, ex monaco e professore di filosofia buddhista, il primo tibetano a stabilirsi in Italia dal ‘75, ebbe l’onore di introdurre Sua Santità il Dalai Lama nel palazzetto dello sport di Cologno Monzese, periferia di Milano, dove risiede la comunità tibetana più grande della penisola (circa 150 persone).
Da allora è passato più di un anno, a marzo del 2008 ci sono state le violente proteste anticinesi a Lhasa, represse nel sangue. Poi il silenzio, imposto da Pechino con il divieto d’accesso ai giornalisti occidentali, in seguito gli incontri tra emissari del Dalai Lama e dirigenti del partito comunista, prima delle Olimpiadi. Secondo Chodup, un bluff di Pechino: “C’era la speranza di ottenere un po’ di autonomia, non chiedevamo l’indipendenza” spiega, “ma era solo una mossa di propaganda: hanno respinto tutte le richieste e non hanno ceduto nulla, incolpando il governo tibetano in esilio di terrorismo”.

Così è morto il dialogo, portando il Dalai Lama alla scelta di chiedere al suo popolo di non festeggiare il capodanno tibetano (il 25 febbraio), in segno di lutto. “Lo abbiamo ascoltato, certo” dice il professor Tsering, “nessuno ha festeggiato e abbiamo solo fatto una cerimonia di preghiera. E’ stato molto triste, per noi è una rinuncia importante, è la prima volta in vita mia che non faccio festa con gli amici”. Ora è il tempo delle proteste: “Il governo in esilio ha organizzato manifestazioni in tutte le città indiane e negli insediamenti tibetani in Nepal, sicuramente ci saranno anche in Usa e Svizzera, dove ci sono le comunità più grandi perché in quei paesi viene concesso l’asilo politico”. E in Tibet? “La verità è che ne sappiamo poco” riconosce il professore, “quest’anno Pechino si è mossa in anticipo e tutte le città e i monasteri sono circondati da militari, sono stati arrestati cento monaci nei giorni scorsi”. Insomma, “qualcosa succederà sicuramente, ma sarà difficile venire a saperlo, senza dar credito alla propaganda cinese”.
Dopo il dialogo frustrato e l’affievolirsi delle pressioni occidentali sul governo cinese, (chiaro esempio l’ultima visita di Hillary Clinton, che ha completamente eluso il tema dei diritti umani), il Dalai Lama sembra aver sposato una linea più dura, di denuncia. Effetto anche delle pressioni interne alle organizzazioni tibetane, dove soprattutto i giovani contestano la scelta della lotta non-violenta. “Noi seguiamo la linea di Sua Santità” dice Chodup. “I giovani rispettano il Dalai Lama, sono nati e cresciuti nell’esilio” ma “la disperazione è una brutta bestia, però la violenza è una scelta sbagliata e sarebbe sfruttata dalla propaganda cinese”. Per ora, secondo il professore, i più anziani riescono a tenere sotto controllo gli attivisti più “irrequieti”. “La Cina ha già iscritto l’organizzazione Students for a free Tibet, attiva in tutto il mondo, tra i gruppi terroristici”, dice. “Eppure non sparano né mettono bombe”. Per ora. “Siamo sempre contro la violenza” specifica Tsering, “ma dopo tanti anni è l’ora di dire basta”.
Il VIDEO servizio:
“La Cina minaccia Parigi” (Liberation), “Cina: il dilemma di Sarkozy” (Le Nouvel Observateur), “Dalai-Lama: Pechino fa pressione su Sarkozy” (Le Parisien), “Il Dalai-Lama con Sarkozy: Pechino vede rosso” (Ouest France). Questi i titoli con cui la stampa d’oltralpe ha deciso di commentare l’incontro previsto domani in Polonia tra il presidente francese Nicolas Sarkozy e il Dalai-Lama. E non poteva essere diversamente. La scelta di Sarko’ di voler incontrare personalmente il leader tibetano continua a mandare in bestia delle autorità cinesi ormai completamente disorientate dai rapporti diplomatici che la Francia intende portare avanti con la Cina. Questo almeno è il parere di Le Monde, secondo il quale dopo un inizio incoraggiante contrassegnato da accordi commerciali importanti siglati nel novembre 2007 “la relazione con la Cina è progressivamente sprofondata in un abisso di incomprensione e di acrimonia”. Il peggioramento delle relazioni sino-francesi coincide con le rivolte esplose nel marzo scorso in Tibet. “Prima silenzioso, il capo di Stato ha modificato la sua posizione in seguito allo choc che aveva provocato la repressione cinese sull’opinione pubblica francese”. Da cui la sua decisione, poi rivista, di non partecipare all’inaugurazione dei Giochi Olimpici. Il resto è una questione di forma: “annunciando in pubblico, e in maniera improvvisata, il suo incontro con il Dalai-Lama, Sarkozy ha ravvivato tensioni” che si erano dissipate durante l’estate scorsa. Le conseguenze sono state pesantissime: con un gesto senza precendenti nelle relazioni diplomatiche tra Ue e Cina, Pechino ha deciso di cancellare il Summit sino-europeo previsto a Lione il 1 dicembre scorso imputando alla Francia la colpa di questa decisione. Per Vincent Jauvert, editorialista del settimanale di centro-sinistra Le Nouvel Observateur, “la Cina rimane un dilemma per Sarkozy”, troppo attaccato ai giudizi di un’opinione pubblica francese estremamente sensibile al caso tibetano, e nel contempo conscio che “la Francia ha più che mai bisogno della Cina: al Consiglio di sicurezza Onu per i dossier iraniano, libanese, africani; al G20 per costruire un sistema finanziario internazionale. Ma Sarkozy ha anche un bisogno ernome del mercato cinese per strappare punti di crescita indispensabili all’economia francese”.
Ma davvero i rapporti tra Cina e Francia sono così a rischio? No sostiene Le Figaro, quotidiano vicino a Sarkozy, che preferisce parlare di “minaccia sapientemente distillata“. Il parametro con cui Arnaud de La Grange misura l’ira dei cinesi è Internet: “a differenza della crisi della primavera scorsa”, periodo in cui i prodotti francesi furono oggetti di una pesante campagna di boicottaggio, “le autorità non sembrano voler aizzare la collera cinese su Internet”. Del resto, “il tema ‘Francia’ non è molto all’ordine del giorno nei forum. E le visite sulle discussioni anti-francesi si contano in decine di migliaia, e non in millioni come nell’aprile scorso”. Certo, conclude Le Figaro, bisogna aspettare domani. “Sia le immagini in provenienza di Gdansk che il modo con cui l’incontro verrà presentato possono provocare un escalation negli attacchi” di Pechino. Intanto, Sarkozy può consolarsi leggendo i risultati del sondaggio lanciato dal Nouvel Observateur sul suo sito: alla domanda “Sarkozy deve incontrare il Dalai-Lama?”, il 72% ha risposto sì.
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