
Manifestazione anti-Farc (Credits: kozumel by Flickr)
“Liberateli subito!”,”Basta violenza!”, “Stop Farc!“: questi gli slogan più gettonati dalle migliaia di colombiani scesi in strada martedì 6 dicembre per protestare contro le Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, ma anche “tutti gli altri gruppi criminali perché liberino subito i rapiti che tengono in ostaggio e ci dicano una volta per tutte dove sono finiti i desaparecidos“. Continua

"Nemmeno una in più" (Credits: jrsnchzhrs by Flickr)
L’unione fa la forza e così due associazioni di una delle città considerate più pericolose al mondo, Ciudad Juárez, in Messico, assieme all’ong statunitense Wola nel lontano 2003 avevano deciso di chiedere aiuto agli esperti dell’Eaaf, l’Equipe argentina di antropologia forense. Continua

L'ex generale Reynaldo Bignone (EPA/CEZARO DE LUCA)
L’ex generale Reynaldo Bignone, l’ultimo dittatore dell’Argentina, è stato ieri condannato a 25 anni di carcere per il suo ruolo nel sequestro, nella tortura e nell’uccisione di decine di oppositori durante il passato regime militare (1976-1983). FOTO
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Uno dei tanti cartelli che in Argentina rivendicano le isole (Credits: alex-s by Flickr)
Che fare quando su un premier piovono con un’intensità sempre maggiore accuse di corruzione mentre l’economia arranca?
Deve essere stata questa la domanda che frullava in testa alla presidente argentina Cristina Kirchner quando martedì scorso si è svegliata come ogni giorno nella sua residenza di Olivos. Un rapido briefing con il marito Néstor, ex presidente recentemente accusato, tra le altre cose, di speculazione avendo comprato 2 milioni di dollari prima dell’ultima, l’ennesima, svalutazione del peso, e la risposta Cristina poche ore dopo già l’aveva in mano. Continua

“Ergastolo nell’ambito di un ”genocidio”. Una sentenza storica quella inflitta in Argentina contro Christian Von Wernich, cappellano della polizia di Buenos Aires ai tempi dell’ultima dittatura (1973-83).
Il sacerdote è stato accusato di aver partecipato agli interrogatori dei desaparecidos, oltre che di sequestri, torture e sei omicidi.
Una sentenza unanimemente definita ‘’storica” che è stata accolta con manifestazioni di giubilo da parte dei familiari delle vittime, le madri di plaza de Mayo e dai militanti degli organismi dei diritti umani presenti nel tribunale.
Il procedimento giudiziario contro Von Wernich, 69 anni, ha fatto riemergere nel paese la memoria della ‘guerra sporca’, ed è stato per settimane al centro dell’attenzione dei media. Non tutti i giorni si vede un rappresentante della chiesa cattolica seduto nel banco degli imputati per aver commesso crimini contro l’umanità, e successivamente condannato quale complice dell’ apparato repressivo dei militari.
L’ex cappellano della polizia ‘bonaerense’ ha assistito alle udienze, durante le quali sono stati ascoltati una cinquantina di testimonianze, mantenendo lo stesso atteggiamento avuto anche oggi: quasi immobile, sotto lo sguardo attento di quattro guardie, protetto da un giubbotto antiproiettili e da un vetro blindato. Poco prima della chiusura del processo, il religioso ha preso la parola, mettendo in dubbio alcune testimonianze ”false”, che ha definito ”impregnate di malizia”.
Per conoscere la verità è necessario ”farlo con la pace”, ha detto Von Wernich, che nel suo breve intervento ha ricordato alcune citazioni bibliche: ”testimone falso è il demonio, perché vive nella menzogna”, ha per esempio osservato, mentre fuori dal tribunale numerose persone attendevano la il verdetto del tribunale. “Una sentenza chiave che rappresenta un verdetto storico, un significativo passo avanti nella nostra ricerca di giustizia iniziata ormai 30 anni fa” ha commentato Angela Boitano, una delle leader dell’ Associazione dei familiari dei desaparecidos. Per la commissione esecutiva della conferenza episcopale argentino invece “In Argentina la Chiesa è colpita dal dolore che ci provoca la partecipazione di un sacerdote in delitti gravissimi, sulla base della sentenza”. “‘Riteniamo che i passi che la giustizia sta dando per chiarire questi fatti devono poter rinnovare gli sforzi di tutti i cittadini nel cammino verso la riconciliazione”‘, precisa poi la nota firmata dal cardinale Jorge Bergoglio.
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Tutte le informazioni le aveva raccolte in un diario, assieme ai suoi ricordi che continuavano a tormentarlo anche dopo trent’anni. Parole terribili quelle scritte dal primo desaparecidos della democrazia argentina o, come lo definiscono oggi i mass-media del paese del tango, dall’uomo scomparso due volte. Jorge Julio López aveva nascoste le sue annotazioni in una borsa di cui nessuno conosceva l’esistenza. Nessuno a parte l’amico Pastor, con cui si era confidato, come chi lascia un’eredità speciale, assieme ai suoi timori, perché da qualche giorno si sentiva pedinato. “Pastor, ti lascio queste lettere per vedere se almeno tu, un giorno, potrai rendermi giustizia”, gli aveva detto poco prima della sua scomparsa, la sera del 18 settembre 2006.
López, un muratore che militava nel partito peronista che oggi governa l’Argentina, era stato sequestrato tra il 1976 e il 1979, tradotto in più campi di concentramento e, nonostante le terribili torture a cui fu sottoposto, riuscì a sopravvivere. Trent’anni dopo la testimonianza di questo pensionato di 77 anni è stata fondamentale per condannare quello che, sinora, è l’unico torturatore finito in galera in Argentina dopo l’annullamento fortemente voluto dal presidente Néstor Kirchner delle leggi menemiste di amnistia: Miguel Etchecolatz, il direttore del reparto investigativo della Polizia della provincia di Buenos Aires.
Ciò che fa raggelare il sangue nella vicenda López è la sequenza delle date. Il 18 settembre 2006 Lopez testimonia in tribunale alle 17.20 del pomeriggio
La testimonianza di López
La sera dello stesso giorno scompare. Il 19 settembre 2006, alle 20.22, Etchecolatz è condannato all’ergastolo. Il messaggio intimidatorio verso i testimoni è chiaro e la domanda che molti seppur sommessamente si pongono in Argentina dopo questa sparizione è: da oggi in poi quanti saranno davvero disposti a testimoniare contro i torturatori della dittatura?
La condanna di Etchecolatz
A un anno dalla sua seconda scomparsa il caso López sta mobilitando da mesi la società civile argentina e martedì 18 settembre le madri di Plaza de Mayo assieme ad altri 10mila manifestanti hanno occupato Plaza de Mayo per reclamare la “aparición en vida” dell’ex muratore.
Le manifestazioni a Plaza de Mayo per l’apparizione in vita di López
Lo stesso è accaduto in tutte le piazze del paese e, in molti – tra cui l’avvocato Guadalupe Godoy che difende gli interessi della famiglia López – cominciano ad accusare il governo Kirchner di portare avanti una lotta “più formale che effettiva” contro i torturatori della dittatura. Nel suo diario lasciato all’amico Pastor poche ore prima di trasformarsi nel primo desaparecido della democrazia, López ha fatto anche dei disegni “molto impressionanti dei campi di concentramento dove era stato rinchiuso dalla dittatura”. È lo stesso Pastor, intervistato dalla televisione di news argentina Todo Noticias ha svelare i contenuti dei diari di López e a mostrare i disegni in cui si vedono chiaramente le posizioni in cui erano costretti a sopravvivere i prigionieri, ma anche i torturatori e gli assassini.
Torniamo alle parole contenute nei diari di López, parole che entrano come delle lame roventi di un coltello nella memoria di chiunque abbia vissuto quella parte di storia dell’Argentina, la più tragica del paese. “Terzo giorno: dopo una feroce sessione di picaña (pungolo elettrico usato come strumento di tortura dalla dittatura argentina. Generalmente veniva usato sul corpo nudo della vittima e un prolungato contatto degli elettrodi sulla pelle ne provocava la bruciatura. I torturatori sceglievano i punti più sensibili, il pene, i testicoli, i seni, e sopratutto le parti umide del corpo, la vagina, l’ano, le gengive o gli occhi, ndr) ci siamo gettati tutti e cinque a terra, in cella. Però più o meno alle 8 di sera è arrivato di nuovo il gruppo di tortura… Li hanno uccisi, uno per uno, attraverso una pistola con il silenziatore. Sentivo un colpo, come una sculacciata, e un grido… ahhh… e restavano a terra, immobili… Qui Tate, ridotto molto male, balbettando mi dice in un orecchio: López, se ti salvi in un altro posto c’è Mirta. E avvisa a casa mia per dire loro dove siamo finiti… Seduto, il gorilla, ossia Etchecolatz, faceva le domande”. Il 18 settembre 2006 López era ansioso di testimoniare di fronte ai giudici. Non vedeva l’ora perché, “per lui testimoniare contro Etchecolatz era come togliersi un peso dal cuore”, spiega Pastor dal momento che, come aveva scritto sui suoi diari prima di scomparire per la seconda volta “questi crimini non scadono mai”…

Il memoriale dei desaparecidos a Montevideo
3.612 pagine che svelano tutti i dettagli più scabrosi della dittatura che, tra il 1973 e il 1985, tenne in scacco la popolazione di Montevideo e dintorni. Ci sono voluti mesi di dibattiti parlamentari e una legge ad hoc, ma alla fine l’Uruguay ce l’ha fatta a fare i conti con il suo recente passato e a metterlo a disposizione di tutti sulla piazza virtuale di Internet. Da ieri, infatti, per decisione del presidente dell’Uruguay Tabaré Ramón Vásquez Rosas, queste 3.612 pagine sono direttamente consultabili sul sito Internet della presidenza della repubblica del paese sudamericano.
Cinque volumi (file pdf) che fanno di quest’inchiesta la più grande ricerca mai fatta in Uruguay sui “detenuti desaparecidos” negli anni in cui i paesi dell’America Latina erano quasi tutti sotto il giogo di dittature militari di destra. Dal Brasile (1964-1985) al Cile di Pinochet (1973-1990), passando per l’Argentina (1976-1983), la nazione dove, in solo otto anni, il numero dei desaparecidos fu di gran lunga superiore a tutte le altre, con oltre 30mila vittime che si volatilizzarono nel nulla, come testimonia il rapporto della Commissione Nazionale per la Sparizione di Persone (Co.Na.Dep.) presieduta dallo scrittore Ernesto Sábato e la cui sintesi è stata pubblicata nel libro Nunca más (”Mai più” in italiano).
In Uruguay i desaparecidos furono oltre 200, decisamente meno che in Argentina, ma la metodologia e il modus operandi degli “squadroni della morte” uguali. Anzi, fu proprio il metodo di eliminare di nascosto gli oppositori politici inaugurato a Montevideo che, tre anni dopo, fu preso a modello e perfezionato dalla dittatura argentina. Il Nunca más uruguayano prova l’esistenza di cinque unità militari che funzionavano come centri di reclusione, di otto centri clandestini di prigionia e di nove luoghi in cui, assai presumibilmente, sono state sepolte le vittime della dittatura uruguayana. Per la prima volta, inoltre, l’inchiesta stabilisce l’esatta entità della repressione contro la popolazione dal 1971, quando ancora a Montevideo c’era la democrazia, sino al 1983, quando il regime scatenò l’ultima operazione di repressione di massa contro la Juventud Comunista. Oltre a descrivere come le forze repressive uruguayane operarono all’estero (in Cile, Colombia, Paraguay e Bolivia oltre, durante il mondiale di calcio del 1978, in Argentina), l’inchiesta prova anche la loro partecipazione nell’Operación Cóndor e il fatto che il governo degli Stati Uniti fosse a conoscenza di quanto stava accadendo.
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