
Un cacciabombardiere F-35. Li compreremo anche se Obama cancella le commesse ialle aziende taliane? (Credits: Lockheed Martin)
Buy american, compra americano, è uno degli slogan più utilizzati dal presidente Barack Obama per fronteggiare la crisi incoraggiando a comprare prodotti statunitensi. Roba che dovrebbe far ridere nell’epoca dei “mercati globali” ma lo slogan è utilizzato anche in Francia da Nicolas Sarkozy mentre in Italia la sua piena applicazione venne attuata durante gli anni ‘30 dal Duce, che la chiamava Autarchia, ma si trattò di una scelta obbligata a causa delle sanzioni economiche internazionali per l’invasione dell’Abissinia. Il populismo oggi certo non difetta dall’altra parte dell’Atlantico dove però il “buy american” obamiano si è tradotto in una raffica di tagli a contratti militari con aziende europee e soprattutto italiane.
Continua

Il J-20 cinese (Credits: AP Photo/China out)

Le somiglianze tra un nuovo jet cinese e un prototipo russo lasciano sempre di più immaginare che, pur evitando di farsi troppa pubblicità, qualcuno a Mosca abbia deciso di assistere la Repubblica popolare cinese nella sua trasformazione in potenza militare di rango mondiale. Il jet in questione è J-20, lo stesso velivolo da combattimento che a inizio gennaio aveva creato non poche polemiche visto che il volo di prova venne organizzato in concomitanza con la visita del Segretario della difesa americano Robert Gates a Pechino, “per cogliere l’occasione”, hanno pensato in tanti, “per segnalare al popolo cinese, compresi gli ufficiali militari, che Pechino non ha nessuna intenzione di cedere alle richieste degli Stati Uniti“.
La progettazione del J-20 si sarebbe ispirata al jet russo Mikoyan 1.44, un velivolo per il quale Mosca non ha mai autorizzato la produzione. Continua

I prossimi saranno anni durissimi per la Difesa italiana costretta a subire pesanti tagli finanziari in assenza delle necessarie riforme strutturali che potrebbero produrre maggiore efficienza. La Finanziaria prevede infatti che la Difesa, per la quale quest’anno sono stati stanziati poco più di 14 miliardi di euro, subisca tagli per 250 milioni nel 2012 e per 650 e 770 milioni nei due anni successivi. Nel complesso quasi 1,7 miliardi di tagli in tre anni che andranno a colpire soprattutto le capacità operative, l’addestramento, le manutenzioni e la possibilità di acquisire nuovi mezzi e materiali.
Continua
Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

(Credits: Ansa)
Dopo il crack della Grecia la scure dei tagli alla spesa pubblica colpisce in Europa senza troppi riguardi tutti i settori inclusa la Difesa. Misure drastiche che hanno già trasformato le forze armate di Grecia, Romania, Austria, Portogallo e di altri Paesi più deboli in semplici pagatori di stipendi, anch’essi decurtati.
Continua

LEGGI ANCHE: Sulla battaglia di Helmand Obama si gioca tutto
È dalla guerra del Vietnam che non accade di vedere così tanti marines scendere in campo per un’azione militare: per vincere la battaglia contro il terrorismo islamico in Afghanistan e Pakistan Obama dispiega un numero di forze - 68mila entro la fine dell’anno, il doppio rispetto al 2008 - che nemmeno il suo predecessore, il bellicista Bush, aveva osato schierare. Puntando anche sull’addestramento delle truppe afghane: ora sono 65mila, il piano del presidente vuole arrivare, con la collaborazione di Kabul, a 134mila (a questo scopo sono appena atterrati in Afghanistan 4mila istruttori militari dagli Stati Uniti). Il risultato è che il costo economico della guerra lieviterà a dismisura: i due miliardi spesi ogni mese in quest’area aumenteranno, secondo la stampa Usa, del 60 per cento grazie al piano Obama.
Certo, la strategia del presidente Usa, che ha messo in discussione l’ideologia sottostante alla war on terror dell’Amministrazione repubblicana, è tutta diversa nello stile rispetto ai quattro anni del duo Cheney-Bush. Il dialogo con l’Iran, dopo le tensioni delle proteste di piazza a Teheran, è ripreso. I rapporti con il Pakistan sono intensi. Ma è prematuro dire se siano stati fatti passi avanti verso la pace. Perché a leggere i bilanci governativi per la Difesa americana sembra che le cose non sia così semplici. Anzi: oggi, come ai tempi di Bush, sono sempre le società della sicurezza privata le più beneficiate del fiume di denaro che proviene dal Dipartimento di Stato.
Un fiume di denaro e finanziamenti che non accennano a diminuire: secondo il Pentagono i contractors della sicurezza privata impegnati in Afghanistan sono aumentati del 29 per cento negli ultimi mesi. E ad accaparrarsi il boccone più ghiotto della torta, un quarto del denaro versato dalla Casa Bianca ai contractors, sono un pugno di multinazionali: tre specializzate nel settore dell’aviazione (Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman), una in ingegneria navale (General Dynamics) e una in sistemi elettronici per la difesa (Raytheon). I dati arrivano dal sito Usaspending.gov, una banca dati online da pochi giorni, che segna un indubbio passo in avanti nella battagia della trasparenza dopo gli scandali finanziari degli ultimi anni inauguarata da Obama. Che mostra in dettaglio persino i prestiti per le istituzioni locali (ospedali, banche, piccole e medie imprese) con puntuali informazioni sul luogo di produzione, sul tipo di contratto e sulla caratteristiche della ditta privata specializzata nella sicurezza.
Nelle pieghe della banca dati si scopre, però, anche che le commesse più sostanziose alle prime tre aziende sono state affidate non ora, ma durante l’interregno tra Bush e Obama, cioè all’indomani delle elezioni e prima del giuramento alla Casa Bianca. Valore complessivo di cinque contratti firmati tra novembre e dicembre? Cinque miliardi di dollari. E tanti altri sono stati sottoscritti negli ultimi sette mesi. Obama insomma, che come John F. Kennedy incarna il sogno americano e l’ideologia della frontiera, rischia di seguire il suo leggendario predecessore anche nello crescita dell’impegno militare. A ben vedere non è una novità assoluta: all’inizio degli anni Sessanta non fu un repubblicano, ma il democratico Kennedy a intensificare prima l’attenzione sul Vietnam e poi a decidere un attacco a Cuba (la cosiddetta operazione della “Baia dei porci”) che si è rivelato come uno dei più micidiali flop della storia militare della guerra fredda.
Nonostante la crisi, la Cina non rinuncia alle spese militari. Anzi, “anche nel 2009 le risorse destinate all’esercito aumenteranno del 14,9%”, ha annunciato in una conferenza stampa Li Zhaoxing, esponente del Consiglio di Stato cinese oltre che ex Ministro degli Esteri.
L’aumento regolare del budget della difesa cinese non è una novità: il 2009 è infatti il diciannovesimo anno consecutivo in cui le spese militari della Repubblica popolare crescono più del 10%. Tuttavia, ha ribadito con fermezza Li Zhaoxing, l’aumento approvato va considerato “modesto” e soprattutto non orientato ad allarmare la comunità internazionale visto che “le forze cinesi sono limitate, destinate a salvaguardare la sovranità nazionale e l’integrità del territorio, non a minacciare altri Paesi”.
Secondo Jean-Pierre Cabestan, direttore del dipartimento di Relazioni Internazionali di Hong Kong Baptist University, l’ennesimo aumento delle spese militari, seppure inferiore di tre punti percentuali a quello del 2008, “evidenzia la necessità da parte del governo cinese di far fronte alla crescita delle spese per il personale dell’esercito (che coprono almeno un terzo del budget militare), ma anche il bisogno di acquistare nuovi equipaggiamenti ed armi in un momento in cui la Cina si ritrova sempre più spesso a intervenire o comunque a proiettare la propria forza ben al di là dei confini del Paese”.
Seppure in termini assoluti le spese militari cinesi sono nettamente inferiori a quelle statunitensi (59 contro 515 miliardi di dollari), Washington ribadisce che il vero problema della Repubblica popolare è legato alla scarsa trasparenza in merito alle intenzioni del suo continuo riarmo. Un rapporto del Pentagono afferma infatti che la modernizzazione della capacità nucleare della Cina e lo sviluppo di tecnologie per compiere missioni nello spazio stanno cambiando gli equilibri militari in Asia e non solo. E se ufficialmente Pechino risponde accusando gli Stati Uniti di essere rimasti ingabbiati in una mentalità da Guerra Fredda e sostenendo che il rapporto annuale sulla potenza militare cinese stilato ogni anno dal Pentagono non rappresenta altro che l’ennesimo tentativo di interferire nella politica interna cinese, Cabestan ricorda che al momento l’unico obiettivo dell’esercito orientale è quello di modernizzare il proprio arsenale, in termini di armamenti, con artiglieria anti-aerea e potenziamento della difesa sulle coste come priorità, e di software di comunicazione in grado di migliorare il coordinamento sui campi di battaglia”.
Nel paradiso della Costa do Sauípe, nello stato di Bahia, nord-est del Brasile, dove erano riuniti i rappresentanti di tutti i paesi di America latina e Caraibi, i membri dell’Unasur (neonata alleanza regionale con un ruolo più politico rispetto a quello essenzialmente commerciale del Mercosur) hanno creato un organo di cooperazione tra le Forze Armate che esclude gli Stati Uniti. Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay e Venezuela gli stati sudamericani che hanno votato a favore della creazione di un Consiglio regionale di Difesa. È la prima volta che ciò accade da quando, nel 1823, l’allora presidente degli Stati Uniti dichiarò alle superpotenze europee di non immischiarsi nelle vicende del continente americano con quella che poi passò alla storia come la dottrina Monroe, sintetizzata dalla formula “l’America agli americani”. La decisione ha colto di sorpresa osservatori e giornalisti “distratti” dal reinserimento di Cuba in un consesso internazionale dopo decenni di ostracismo, il cosiddetto Gruppo di Rio.
Quali le conseguenze? Il primo punto rilevante è interno perché il Consiglio di Difesa “contribuirà ad aumentare la fiducia tra le Forze Armate della regione e a creare una visione comune sulle politiche di difesa”, ha sottolineato l’altro ieri il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim. Una cosa non da poco viste le tante tensioni tra i paesi dell’area nel recente passato. Il secondo punto, altrettanto importante, è che “non si tratta di un’alleanza militare classica”, precisa il ministro della Difesa verde-oro Nelson Jobim. Insomma, fanno sapere gli anfitrioni soprattutto per non preoccupare Washington (che pur non avendo partecipato al vertice era stata previamente informata dell’iniziativa da Brasilia), non si tratta di una Nato sudamericana in funzione anti-Usa, anche se il venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías si è già premurato di coniare il termine Sato, acronimo che sta per South American Treaty Organization. A conferma di quanto detto da Jobim non è previsto un intervento automatico nel caso in cui uno dei paesi sudamericani venisse attaccato ma, comunque, lo statuto prevede la “difesa dei sistemi democratici di governo da minacce esterne e interne”, condanna la “presenza e l’azione” di “gruppi armati illegali” di qualsivoglia natura in riferimento alle Farc – clausola che ha permesso anche alla Colombia, sino a ieri il paese più contrario al Consiglio, di votare a favore – e sancisce esercitazioni congiunte di truppe, la cooperazione tra i 12 eserciti e un’uniformità degli equipaggiamenti volta a integrare le industrie di armi dei paesi della regione.
Al momento gli Stati Uniti non si sono ancora pronunciati ufficialmente sulla nuova alleanza militare sudamericana. Forse perché manca poco più di un mese all’insediamento di Obama alla Casa Bianca e, nei periodi di transizione, la cautela è d’obbligo. Inoltre, anche la dottrina Monroe fu enunciata da Washington quando il predominio statunitense sul continente venne minacciato in concreto, ovvero dopo che la Gran Bretagna aveva occupato con la sua flotta le isole Falkland-Malvinas per “tutelare” le ex colonie ribelli del decadente e diviso impero spagnolo. E per ora il Consiglio di Difesa dell’Unasur non è percepito come una minaccia concreta dall’entourage di Obama, anche perché il gigante della regione, il Brasile, è il miglior alleato statunitense nella regione, sia per le questioni energetiche legate ai biocarburanti che per la moderazione della sua leadership, lontana anni luce dal populismo anti-yankee di Venezuela, Ecuador, Bolivia, Cuba e Nicaragua che approfittando del vertice della Costa do Sauípe hanno attaccato pesantemente e per l’ennesima volta l’”Impero”.
Gli ultimi commenti