Claudia Astarita, 30 anni, lavora da quattro come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. È sposata con un diplomatico italiano in Cina.

Scene di un matrimonio cinese (Credits: La Presse)
Olanda, Belgio, Spagna, Gran Bretagna, e, negli Stati Uniti, Massachusetts, Connecticut, Vermont, New Hampshire, Iowa e Distretto di Columbia. Sono questi gli Stati in cui sono state recentemente riconosciute le unioni omosessuali. Nessuno in Asia, dove le coppie dello stesso sesso continuano ad essere considerate un tabù. Ecco perché il caso dell’anno, a Hong Kong, è proprio l’annullamento del matrimonio tra una transessuale e il suo fidanzato. Un’unione che in Europa, negli Stati Uniti e addirittura nella Repubblica popolare è consentita.
Le autorità dell’ex-colonia britannica hanno negato alla giovane ‘W’ il diritto di convolare a nozze con il fidanzato perché il certificato di nascita presentato dalla giovane continua a classificarla come un uomo. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Gadgets del Tea Party (Credits: LaPresse)
L’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca è stato interpretato dalla maggioranza della società come il compimento della storia dell’integrazione degli afro-americani negli Stati Uniti. Tuttavia esiste una profonda America che ha vissuto quell’elezione come il segnale di “scivolamento”, di un declino dei principi basilari su cui sono nati ed evoluti gli Usa. Continua


di Giovanni Porzio
Due edifici contigui ai lati della carreggiata che sfiora le colline a nord-est di Kabul. Costruiti con un finanziamento della cooperazione italiana, i centri di detenzione minorile e femminile sono il fiore all’occhiello del sistema carcerario afghano: campi di pallavolo, asilo, corsi di computer. Niente a che vedere con le celle di altre carceri dove i reclusi bivaccano senza alcuna speranza di riveder le stelle. Dai racconti dei prigionieri emerge una realtà agghiacciante, specchio di una società arcaica che a 9 anni dal crollo del regime del mullah Omar non sembra avere fatto alcun progresso nella sfera dei diritti civili. Continua
La navata centrale gremita di gente. Il sacerdote all’altare. Lo sposo che aspetta, vestito di tutto punto nell’abito nuziale. Ed ecco che dal portale fa il suo ingresso… l’altro sposo. Un matrimonio omosessuale. In chiesa. Surrealismo? Fantasie da gay pride di San Francisco? No, la scena in questione sarà presto realtà, almeno nell’austera Norvegia.
Il Paese scandinavo ha approvato ieri (84 voti a favore, 41 contrari) la legge che equipara giuridicamente i matrimoni tra omosessuali a quelli eterosessuali. La Norvegia si unisce così a Spagna, Olanda, Belgio, Canada, Sudafrica e California e Massachussets negli Usa. Il ristretto gruppo di Stati che permettono il matrimonio (non una semplice unione civile, un “Pacs” come in Francia) tra persone dello stesso sesso, con tutti i diritti e i doveri delle coppie etero. Inclusa la possibilità di adottare (non in tutti i casi, però). La Norvegia nel campo è stato uno dei primi Paesi a creare, già nel 1993, un registro delle unioni civili che includeva le coppie lesbiche o gay. Ma la legge di ieri marca un’ importante differenza: nel Paese dei fiordi la religione di Stato, la Chiesa Nazionale di Norvegia, è un ramo del protestantesimo luterano, la sua massima autorità è il re (come in Inghilterra) e obbedisce alle leggi emanate dal parlamento. Ecco perché i pastori delle comunità norvegesi potrebbero essere obbligati, primi al mondo, a celebrare il rito matrimoniale per unire un lui a un altro lui. O una lei a un’altra lei. Questo sempre che non venga approvata una specie di “obiezione di coscienza” per i pastori, come nel caso della Chiesa evangelica canadese nel 2005. Ma la Chiesa nazionale norvegese non dovrebbe opporsi, visto che il 16 novembre 2007 ha deciso a maggioranza di autorizzare l’ordinazione di omosessuali anche ‘attivi’, a membri del suo clero. Con 50 voti a favore su 84, infatti, il Sinodo generale, la sua più alta istanza, ha approvato una risoluzione che annulla l’attuale divieto a ordinare omosessuali attivi nel clero.

Alla faccia del Re! Per Fouad Mourtada, si trattava soltanto di uno scherzo. Nulla più. E invece no. Per la giustizia marocchina, usurpare il nome di un membro della famiglia reale costituisce un reato. Anche in Rete. Perché al nostro ingegnere informatico, l’idea di iscriversi a Facebook utilizzando l’identità di Sua Altezza reale Moulay Rachid, fratello minore del Re del Marocco Mohammed VI, si è rivelata fatale.
Condannato dalla corte di Casablanca a tre anni di carcere, Fouad Mourtada è diventato a tutti gli effetti il primo prigioniero Facebook del mondo. Un’assurdità se si pensa a quanto sia comune registrarsi sul social network più famoso del mondo spacciandosi per Brad Pitt, George W. Bush o Joseph Ratzinger. A ricordarlo al Sovrano del Marocco è il sito Helpfouad.com creato l’11 febbraio scorso per mobilitare l’opinione pubblica internazionale. Assieme alle manifestazioni organizzate a Parigi, Montréal, Londra, Bruxelles e Washigton, le accuse di Amnesty International e Reporter senza frontiere stanno creando non pochi problemi alle autorità marocchine, ormai consce che con il caso-Mourtada il paese ci sta rimettendo la faccia.
La mobilitazione internazionale a favore di Fouad Mourtada su YouTube
Pacs all’ungherese: il parlamento ha infatti approvato, con i voti della maggioranza di centrosinistra, il disegno di legge del governo sull’istituzione della “convivenza registrata”. In questo modo una coppia, eterosessuale o dello stesso sesso, si potrà registrare presso l’ufficio dell’anagrafe, e in quanto tale godere così di maggiori diritti civili.
La registrazione non ha però il valore di un matrimonio, perché non viene riconosciuto il diritto all’adozione, neanche dei figli del convivente. Per quanto riguarda le questioni di patrimonio e di eredità, i conviventi registrati hanno invece gli stessi diritti dei coniugati.
Per sciogliere la convivenza basta poi una dichiarazione congiunta davanti al notaio e per il patrimonio comune valgono le stesse regole applicate in caso di divorzio.
In Ungheria, come in altri paesi dell’Europa, il numero dei matrimoni è in calo: oggi quasi il 10 per cento delle persone sceglie la convivenza invece delle nozze.

di Paolo Manzo e Gian Antonio Orighi
Coppie di fatto in Uruguay. Pillola del giorno dopo in Cile. Aborto libero nelle prime 12 settimane e pacs in Messico. E un minimo comun denominatore: lo scontro con la Chiesa, che difende la famiglia eterosessuale e il no all’interruzione volontaria della gravidanza. L’onda lunga, partita nel 2005 dalla Spagna del leader socialista José Luis Rodríguez Zapatero con la legge sulle nozze gay, ha attraversato l’Atlantico dilagando nella cattolica America Latina.
«Diversi vescovi latinoamericani mi hanno parlato dell’influenza delle proposte legislative della Spagna, chiaro punto di riferimento culturale» assicura a Panorama don Manuel Bru, 43 anni, direttore dei programmi religiosi della radio della Conferenza episcopale spagnola. «C’è coincidenza ideologica con progetti politici laicisti che vogliono mettere la Chiesa in un angolo».
Non a caso nel 2005 Zapatero venne premiato come «uomo dell’anno» dai gay brasiliani. E il premier bollato dal Vaticano come il «padre di tutti i relativismi morali» spedì il suo ambasciatore a ritirarlo. D’altronde, la zapaterizzazione del Sud America, dove governano (tranne che in Colombia, Messico e Paraguay) governi orientati a sinistra, è vantata da potenti ong come la Rete di lesbiche, gay, omosessuali e transessuali (Lgbt) del Mercosur. In un comunicato del 31 novembre, l’ong rivela: «Dovevamo cercare appoggio di paesi avanzati. E subito abbiamo ricevuto l’aiuto della Fundación Triángulo, finanziata dall’Agenzia spagnola di cooperazione internazionale» (braccio del ministero degli Esteri di Madrid).
Avanguardia del fronte laico è l’Uruguay, guidato da una coalizione dove il partito più forte è quello degli ex guerriglieri tupamaros. La camera di Montevideo ha approvato la prima legge nazionale sulle coppie di fatto del Cono Sud, la «unión concubinaria» (i pacs esistono, solo localmente, a Buenos Aires, Rio de Janeiro e San Paolo). «I concubini e le concubine, etero o omosessuali, godranno di tutti i diritti dei matrimoni eterosessuali su pensioni, eredità, beni comuni» precisa il deputato Edgardo Ortuño. L’unión concubinaria deve solo passare il vaglio (scontato) del senato, previsto per il 15 dicembre. E, mentre la Chiesa insorge, si avvicina il raddoppio: il senato ha già dato luce verde a una legge che prevede l’aborto libero nelle prime 12 settimane.
Anche lo stato di Città del Messico, governato dal progressista Partido de la revolución democrática, fa da battistrada per leggi innovative. Il 5 dicembre il parlamento ha approvato quella sull’ortotanasia, un provvedimento per malati terminali che vuole evitare, se questi sono d’accordo, l’accanimento terapeutico. Procedura, peraltro, già approvata dalla Conferenza episcopale brasiliana. Molto più controversi altri provvedimenti, come la legge che l’anno scorso ha dato alle coppie di fatto gli stessi diritti su eredità e pensione delle coppie sposate, pur non contemplando le adozioni. O la legge sull’aborto libero nelle prime 12 settimane, approvata ad aprile.
Il terzo polo della secolarizzazione è il Cile del presidente socialista Michelle Bachelet, che ha sempre considerato Zapatero «un modello da imitare per le sue politiche di eguaglianza». In America Latina l’aborto è libero solo a Cuba e Porto Rico; Bachelet ha trovato un escamotage per saltare la proibizione all’aborto terapeutico decisa dall’ex dittatore Augusto Pinochet nel 1989. Con un decreto presidenziale, a ottobre ha permesso la vendita della pillola del giorno dopo alle minori di 14 anni. Apriti cielo: i farmacisti cattolici hanno invocato l’obiezione di coscienza. E il governo ha risposto imponendo multe pari a 42 mila euro a chi si rifiuta di venderla.
In Colombia, paese guidato dal conservatore (e antiabortista) Alvaro Uribe, la corte costituzionale ha depenalizzato l’interruzione della gravidanza in caso di violenza sessuale, rischio di vita della madre e malformazione del feto. A differenza del Nicaragua sandinista, che ha appena approvato la legge più proibizionista al mondo.
Lo schieramento politico c’entra poco con le tematiche etiche. Contano molto di più le pressioni della Chiesa. In Argentina la neoeletta Cristina Kirchner, progressista, si è subito dichiarata «da sempre contraria all’aborto» e ha bloccato ogni progetto di depenalizzazione. Obiettivo: appianare le divergenze con la Chiesa cattolica causate dal marito, in vista della visita del Papa auspicata nel 2008. Anche Michelle Bachelet ha rassicurato il Papa, durante la sua visita in Italia, dicendo di non avere in programma progetti di legge per la legalizzazione dell’aborto. E nel Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva la legge sulla liberalizzazione dell’aborto è bloccata dopo la visita di Benedetto XVI, lo scorso maggio.
Di più: nell’Uruguay dei tupamaros il presidente ha detto che metterà il veto sulla nuova legge sull’interruzione di gravidanza perché contraria al suo modo di pensare. E anche il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa (vicino a Hugo Chávez), ha dichiarato di non essere d’accordo con la nuova legge sull’aborto.
«La Chiesa fa sentire la sua voce affinché non si perda il senso etico della cosa pubblica» dichiara a Panorama il cardinale Odilo Scherer, arcivescovo di San Paolo. «In Brasile aiutiamo il governo a non perdere di vista la sua missione». Parole tutt’altro che controcorrente. «In America Latina la stragrande maggioranza della popolazione, anche quella politicamente progressista, è molto conservatrice sulle questioni etiche» spiega il vaticanista brasiliano Luiz Antonio Magalhães. «Se i politici di sinistra decidessero di aprire su questi temi, più che per l’intervento della Chiesa rischierebbero di essere penalizzati dal loro stesso elettorato».
Ma, seppure a fatica, l’onda lunga di Zapatero avanza. «Dopo di noi verranno molti altri paesi spinti da due forze ineguagliabili, la libertà e l’uguaglianza» avvertiva profetico Zapatero dopo aver approvato le nozze gay. E il XVII vertice iberoamericano di Santiago del Cile ha dichiarato il 2008 «anno contro tutte le forme di discriminazioni». Cioè l’anticamera di nuove leggi pro gay.

A un mese dalle manifestazioni guidate dai monaci e schiacciate dallo stivale di una giunta militare sempre più impopolare, la Birmania e le campagne “vestiamoci di rosso” sono praticamente sparite dal nostro circuito mediatico. Eppure a Yangon e nel resto del Paese le proteste di settembre e le pressioni internazionali sembrano aver innescato alcuni importanti cambiamenti di facciata. La giunta ha acconsentito a organizzare un incontro con la leader dell’opposizione e premio Nobel per la Pace, Daw Aung San Suu Kyi, ripreso dalle telecamere di tutto il mondo. Il governo birmano ha inoltre fatto scarcerare 70 dissidenti imprigionati durante gli scontri del mese scorso, compresi una cinquantina di membri del partito della stessa Suu Kyi.
Tuttavia, mentre l’ex premio Nobel e il rappresentante del governo tornavano a dialogare – la Suu Kyi ha lasciato i domiciliari per la prima volta dopo 4 anni (ed è stata reclusa per 12 degli ultimi 18 anni) - nell’ex capitale è tornata aria di repressione. L’esercito è stato dispiegato in strada e intorno ad alcune importanti pagode da cui quattro settimane fa era partita la protesta color zafferano dei monaci. È probabile che la giunta voglia prevenire simili manifestazioni e, nel contempo, mostrare aperture verso la Suu Kyi, gli attivisti democratici e i monaci. Anche se, nelle ultime ore, il sito Asia News ha pubblicato alcune foto di cadaveri di religiosi orribilmente massacrati dai soldati della giunta, “che proprio oggi diffonde alle telecamere di tutto il mondo il suo goffo tentativo di “riconciliarsi” con i monaci buddisti”.
Come se non bastasse, un rapporto appena pubblicato dall’organizzazione internazionale Human Rights Watch punta il dito contro l’esercito birmano, che continuerebbe ad attaccare, lontano dalle telecamere, i villaggi abitati dalle minoranze etniche del Paese al confine con la Thailandia. Secondo il rapporto, quasi 100mila sfollati si starebbero nascondendo dai soldati, mentre più di 400mila persone vivrebbero in aree controllare dai militari.
“Oltre ad attaccare i monaci e gli attivisti per la democrazia a Yangon, la giunta militare sta costringendo le minoranze etniche a fuggire dalle proprie case nelle zone di confine”, ha detto Brad Adams, di Human Rights Watch – Asia. Tra questi figurano molti membri dell’etnia Karen, da anni una delle più vessate dal regime, spesso accusato di pulizia etnica e repressione religiosa (i Karen sono in maggioranza cristiani. Su questo argomento leggi Le etnie birmane in lotta contro la Giunta). Nelle campagne, gli oligarchi di Yangon sembrano disposti a tutto fuorché al dialogo.
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