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Medvedev: il presidente sono io e decido io

Dmitry Medvedev

Dal 7 maggio 2008, da quando cioé ha assunto la carica presidenziale, Dmitry Medvedev aveva rilasciato molte interviste, tutte però a giornali o televisioni straniere (inclusa la Rai). Fino a oggi, quando - con una lunga intervista a Novaya Gazeta, il quotidiano di opposizione di cui l’azionista di riferimento è Mikhail Gorbaciov - ha scelto di parlare a ruota libera di tutto, compresi gli assassinii dei giornalisti come Anna Politkovskaya e Anastasia Baburova. Un’oretta di colloquio fitto fitto presso la residenza presidenziale Gorki vicino a Mosca.

Alla domanda del direttore del Novaya Gazeta, che gli ha chiesto su che cosa si regga il patto non scritto tra la cittadinanza e il potere, Medvedev, prontamente, ha chiesto: “Lei intende che dobbiamo barattare  la salsiccia in cambio della libertà?”. E con la crisi, come cambierà questo  rapporto tra società e Stato? “La stabilità da una parte e la democrazia dall’altra devono andare di pari passo. In nessun caso devono essere concetti contrapposti o alternativi. Non si può contrapporre una vita stabile  ai diritti e alla libertà”. ”D’altra parte - ha aggiunto - se le persone non si sentono protette, se non ricevono lo stipendio, se non sono in grado di acquistare i generi di prima necessità, i principali diritti di libertà sono in pericolo”.

Il presidente russo ha commentato anche la recente decisione di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi dei ministri e alti funzionari. “Sono contento che per la prima volta nella storia Russia tutti gli alti dirigenti dello stato hanno dovuto rendere publici i loro redditi. Certo, da noi si può fare business, e rimanere nell’ombra (il segreto bancario è garantito in Russia), ma se decidi di fare carriera pubblica, devi accettare il fatto che i tuoi redditi e della tua famiglia saranno resi noti ai cittadini”. Il tutto - ha detto -  per arginare corruzione e eccessi di burocrazia.

Alla domanda, “se ha avuto una reazione negativa da parte dei chinovniki (dirigenti pubblici)”, Medvedev ha risposto modestamente  che  “la carica di Presidente libera dalla necessità di ascoltare  le opinioni negative dei burocrati. Io ho preso la mia decisione, e tutti si devono attenere alle mie decisioni”. Dmitri Medvedev (il cui reddito ufficiale è di 93 mila euro annuale contro i 103 mila di Putin ndr)  si è  rifiutato di fare previsioni sull’esito del secondo processo in corso a Mosca a carico dell’ex magnate del petrolio Mikhail Khodorkovsky. ”Per il Presidente, fare previsioni sull’esito di un qualsiasi processo, e quindi anche su quello a carico dell’ex capo del colosso petrolifero Yukos, è  contro la legge. E questo riguarda anche tutti gli altri funzionari pubblici”. ”Tutti gli altri - ha aggiunto il presidente - sono liberi di fare i propri commenti” sull’esito del processo. ”Sono affari loro”.
Ha parlato di internet e della sua regolamentazione: “Internet è la migliore piattaforma per le discussioni libere e non solo in Russia, ma nel mondo. La sua regolamentazione deve essere sensata. Non dobbiamo correre prima degli altri, ma dobbiamo sia permettere a internet di svilupparsi, sia reprimere i crimini collegati ad internet. Internet non è un male assoluto”. Medvedev ha ribadito poi che non vuole entrare in nessun partito (”Nel nostro paese esiste attualmente la tradizione di un presidente senza partito”), nemmeno in quello del premier. Medvedev ha parlato poco di economia, un compito che spetta al premier Putin. Proprio oggi la Duma dovrebbe approvare il Programma Anticrisi del governo, presentato il 19 marzo. Valore: 3000 miliardi di rubli (circa 90 miliardi di dollari).

Vladimir Putin debutta come pittore

Il quadro di Putin
Il quadro di Putin

Per tre giorni, nell’albergo Europa di San Pietroburgo, saranno messi in esposizione i quadri di politici russi: un’esposizione, chiamata “Alfabeto di Natale”, che raccoglie da tre anni alcune opere a tema che iniziano con le lettere in cirillico dei leader politici più in vista. Tra loro anche il sindaco Valentina Matvienko. Ma quest’anno il salone ha riservato una sorpresa: il quadro “Arabeschi sulla finestra” (in russo Uzor, con la lettera U), realizzato dal premier Vladimir Putin.

Quest’anno l’esposizione è dedicata a “La notte prima di Natale”, il celeberrimo romanzo di Nikolaj Gogol. Il sindaco ha scelto la lettera M (come l’iniziale del suo cognome), con un quadro su Metel, la tempesta di neve. Putin ha invece scelto la lettera U, e non la P. è il suo quadro debutto: stile naif, verde blu, con la grande firma del Premier, ovviamente in cirillico. E per questa firma si prevede il prezzo massimo sull’asta benefica tra tre giorni. La prima volta, due anni fa, il quadro più caro è stato quello di Matvienko (2,2 milioni di rubli, quasi 100 mila dollari). Così anche l’anno scorso, con il suo quadro venduto a 11 milioni di rubli (quasi 500 mila dollari). Quest’anno, non ha dubbi l’organizzatrice del progetto, Nadezhda Anfalova: “il più caro sarà quello di Putin. Chi compra guarda il nome”. Il prezzo di vendita, in questo caso, potrebbe raggiungere un milione di dollari secondo gli organizzatori. Tutti i soldi ricavati andranno in beneficenza per gli ospedali pediatrici e le chiese locali.

Sarkozy-Medvedev, da Nizza disgelo sui missili

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Dal vertice Ue-Russia di Nizza arrivano venti di disgelo. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha proposto di tenere un summit dell’Organizzazione per la sicurezza e la sicurezza in Europa (Osce) a metà 2009 “per gettare le basi della sicurezza in Europa e oltre coinvolgendo sia la Russia che gli Stati Uniti”. Ad aprile a Strasburgo è in programma un vertice della Nato in cui potrebbero essere discusse le proposte da avanzare a Mosca.

Nel frattempo Sarkozy ha auspicato un congelamento dello scudo antimissile - che “non fa nulla per portare sicurezza e complica le cose” - e della risposta russa con i missili Iskander che dovrebbero essere schierati nell’enclave di Kaliningrad. Su questo punto si è impegnato il presidente russo, Dmitry Medvedev, che ha promesso di non schierare i nuovi missili almeno fino al summit. “Dobbiamo tutti astenerci da misure unilaterali”, ha dichiarato il capo del Cremlino.
Sarkozy ha anche riconosciuto che la Russia ha attuato “in buona parte” il previsto ritiro dalla Georgia ma ha chiesto a Mosca di lasciare anche Akhalgori e Perevi, due villaggi osseti della Georgia fuori dai confini dell’Ossezia del sud sottratti al controllo delle truppe di Tbilisi. Dopo il breve conflitto di agosto, Mosca ha lasciato truppe anche in alcune enclave fuori dalle due repubbliche secessioniste, Ossezia del sud e Abkhazia. L’accordo per il cessate il fuoco prevede che le truppe russe si attestino sulle posizioni precedenti alla guerra, ma Tbilisi sostiene che questo non è accaduto.

Il prossimo obiettivo di Mosca? L’Ucraina

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La tensione tra Russia e Stati Uniti? E’ destinata a crescere. Le accuse di Vladimir Putin di un coinvolgimento americano nell’attacco georgiano contro l’Ossezia del Sud ? Un messaggio del Cremlino a John Maccain: non ti sognare di seguire la strada del tuo predecessore contro di noi, nel caso in cui fossi eletto alla Casa Bianca. Il prossimo obiettivo (politico, non militare) di Mosca ? L’Ucraina, ovviamente. Robert McMahon, giornalista, è il vicedirettore della rivista web del Council of Foreign Affairs, una delle più importanti istituzioni mondiali nel campo dell’analisi della politica internazionale. Da Washington, ora Mcmahon, dopo anni sul campo nell’Europa Orientale, monitora tutte le mosse di Mosca. E non è sorpreso della piega presa dagli avvenimenti.

 

“Siamo in una fase veramente calda - dice Robert McMahon. L’intervista alla Cnn, durante la quale Vladimir Putin ha accusato l’amministrazione Bush di aver spinto la Georgia contro l’enclave osseta per facilitare la campagna elettorale del candidato repubblicano è una pietra miliare del nuovo corso dei rapporti con la Russia. Con quelle parole siamo tornati indietro di almeno 15 anni. Se poi, le sommiamo ai movimenti delle navi militari di entrambe le potenze nel Mar Nero, be’… il panorama è veramente fosco. Ma c’è la possibilità di tornare ad usare toni amichevoli, anche se io scommetterei sull’aumento della tensione nelle prossime settimane”.

Una parvenza di dialogo comunque rimane. Una comunicazione aspra, in ogni caso. Che è fatta di messaggi distensivi accanto a chiusure nette. Il giornalista del C.F.A. racconta un paio di esempi. Ieri, nel vertice del Gruppo di Shangai - che include oltre la Russia, anche la Cina e e le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, dopo aver incassato l’appoggio dei paesi membri alla sua azione militare in Ossezia, la Russia si è dimostrata disponibile con l’Occidente e ha deciso di non impedire il passaggio sul suo territorio del materiale militare destinato alle truppe Nato in Afghanistan. Una mano tesa a Washington. Ritirata poche ore più tardi quando il ministro degli esteri russo Andrei Nesterenko ha minacciato conseguenze irreversibili nelle relazioni con l’Alleanza Atlantica dopo che il Consiglio della Nato ha condannato il riconoscimento moscovita di Abkhazia e Ossezia del sud. Un altro schiaffo dell’Orso Russo.

Che non si accontenterà di annettersi di fatto le due repubbliche ribelli georgiane. “Nell’agenda di Mosca, ora, al primo posto c’è l’Ucraina. Secondo molti osservatori - e io concordo con loro - se la Georgia è importante per Mosca, Kiev è fondamentale dal punto di vista strategico. Lì, nella penisola della Crimea ci sono le basi militari navali russe. L’Ucraina è la porta verso l’Europa occidentale, da lì passano i gasdotti e gli oleodotti diretti verso il Vecchio Continente. Lì, inoltre, abitano una ventina di milioni di persone originarie della Russia, come ha ricordato qualche giorno fa il Presidente Dmitri Medvedev. Anche Kiev ha chiesto di entrare nella Nato. La Georgia è stato un durissimo segnale di avvertimento nei confronti della dirigenza ucraina. Mosca vuole condizionare la politica di Kiev.”

Dopo questa escalation, la Casa Bianca vorrebbe isolare il più possibile Mosca. Ma, i partner europei sono restii a usare metodi duri con un paese - la Russia - ha il coltello dalla parte del manico, se si pensa alla questione energetica. Oggi, Parigi ha fatto sapere che nel vertice straordinario dei capi di stato e di governo della Ue che si tiene lunedì a Bruxelles non verranno adottate provvedimenti contro Mosca. ‘L’ora delle sanzioni non è arrivata”, hanno affermato le fonti dell’Eliseo. E ‘questa la dimostrazione di una divisione tra Usa e Europa sulla politica da adottare con la Russia ? “Al di là della retorica sull’unità, io penso che gli interessi europei nei rapporti con Mosca siano troppo importanti e delicati per accettare le richieste di Washington - afferma Robert McMahon. “Casa Bianca dice : cacciamo fuori i russi dal G8, ma la Germania risponde: aspetta un attimo, quello che è successo in Georgia è stato molto grave, ma noi non vogliamo arrivare ad una rottura con loro.” Vediamo come si comporterà Nicolas Sarkozy. La Francia è presidente di turno dell’Unione Europea. “Ma George W. Bush, nonostante tutte le dichiarazioni di simpatia da parte sua, non deve aspettarsi molto dalla Ue, per ora. E probabilmente anche in futuro” - chiosa il vice direttore di Council of Foreign Affairs.

E l’orso russo si prende la rivincita

Allargamento a est

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Di Giovanni Porzio

Negli affollati caffè di via Arbat, dove i moscoviti amano trascorrere le lunghe e tiepide serate estive, il vino georgiano è sparito da tempo. E le prime pagine dei quotidiani che girano fra i tavoli, grondanti di bellicosa retorica, sembrano stampate ai tempi della Guerra fredda. Con una differenza. I titoli, dicono i sondaggi, collimano oggi con i sentimenti dell’80 per cento dei lettori: il conflitto in Caucaso ha cancellato anni di umiliazioni e sancito il ritorno della Russia a una politica di grande potenza.
Secondo Fyodor Lukyanov, direttore di Russia in Global Affairs, il Cremlino meditava da tempo una mossa che gli consentisse di riaffermare le proprie aspirazioni egemoniche sull’ex sfera d’influenza sovietica: l’incauto presidente georgiano Mikhail Saakashvili è caduto nella trappola preparata da Vladimir Putin. «Ma gli Usa» sottolinea Lukyanov «non sono esenti da gravi responsabilità: il loro sostegno incondizionato alla Georgia e ai partiti filoatlantici nell’Europa dell’Est è stato vissuto, anche dalla gente comune, come una continua provocazione».
L’elenco delle «ingerenze occidentali» è lungo: il sostegno alle sconsiderate privatizzazioni russe degli anni 90, che spianarono l’ascesa agli invisi oligarchi; gli sforzi per spingere gli ex satelliti dell’Urss ad aderire a Nato e Ue; l’appoggio di Washington alle rivoluzioni rosa e arancione in Georgia e Ucraina; l’invio di consiglieri militari a Tbilisi; il dispiegamento di un sistema missilistico in Polonia (l’accordo, definito «atto di ostilità» dal presidente russo Dmitri Medvedev, è stato siglato il 14 agosto) e nella Repubblica Ceca; e il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, precedente che i secessionisti delle due enclave georgiane non mancheranno di far valere.
Putin ha agito con estrema decisione. A poche ore dall’inizio della crisi, mentre a Pechino George Bush si faceva fotografare con le atlete della squadra americana di beach volleyball, era già a Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord, a dirigere le operazioni. Dimostrando, se ce n’era bisogno, di essere ancora il vero capo del Cremlino. E di avere un disegno preciso. Dopo avere normalizzato la Cecenia con il tacito assenso di Europa e Usa, ha colto al volo l’occasione offertagli da Tbilisi per rompere l’accerchiamento da cui si sentiva minacciato e ribadire, non solo con lo strapotere economico, l’influenza russa nel Caucaso. Ha affondato, forse per sempre, le rivendicazioni territoriali della Georgia e ne ha compromesso l’adesione all’Alleanza atlantica, voluta da Bush e per fortuna bloccata dagli europei al vertice di Bucarest dello scorso aprile. E ha notificato un pesante avvertimento all’Ucraina, che aspira a divincolarsi dall’abbraccio dell’orso russo.
Ma Putin è anche riuscito a dividere l’Europa: se i paesi della nuova Ue, Polonia e stati baltici in testa, hanno apertamente solidarizzato con Tbilisi, Germania, Francia e Italia si sono mostrate molto più aperte alle ragioni di Mosca, che controlla una quota sempre maggiore delle riserve energetiche e delle forniture di gas del Vecchio continente. Dalla Georgia passano le pipeline che trasportano gli idrocarburi del bacino del Caspio alle coste del Mediterraneo: rotte alternative alla rete distributiva russa, come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (1 milione di barili al giorno) e il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (6 miliardi di metri cubi all’anno), ora considerati a rischio. Al pari degli investimenti per il megaprogetto Nabucco, gasdotto da 30 miliardi di metri cubi all’anno dal Turkmenistan all’Europa, il cui destino appare oggi segnato.
La vittoriosa sortita di Putin è stata in larga misura resa possibile dall’obiettiva debolezza di Washington. Da troppo tempo l’infinita campagna elettorale americana ha trasformato George W. Bush in un’«anatra zoppa», mentre il prestigio internazionale degli Stati Uniti, tra crisi finanziarie e contestate avventure militari, è sceso ai minimi storici. Insieme all’indice di gradimento del presidente. Alle prese con la difficile situazione in Iraq e Afghanistan, costretta a chiedere l’aiuto di Putin per frenare le ambizioni nucleari iraniane, la Casa Bianca si è trovata spiazzata di fronte al rigurgito neoimperiale del Cremlino. «Di fatto» afferma George Friedman, direttore dell’istituto di analisi geopolitica Stratfor, «siamo in una posizione di assoluta impotenza».
L’esatto contrario della Russia. Imbaldanzita dalla crescita economica e dalle straripanti risorse valutarie, forte del ricatto energetico sull’Europa, animata da un nazionalismo autoritario ma condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione, si è mossa con cinico tempismo calcolando esitazioni e incertezze occidentali. L’atteggiamento ambivalente dell’amministrazione Usa in Georgia ha convinto Mosca che la reazione di Washington si sarebbe limitata a una condanna verbale dell’intervento: a luglio, durante una cena privata, il segretario di Stato Condoleezza Rice aveva esortato Mikhail Saakashvili a non provocare una guerra che non avrebbe potuto vincere. Mentre in pubblico ripeteva le parole pronunciate da Bush nel 2005 in piazza della Libertà a Tbilisi: «L’America sarà sempre al vostro fianco».
Ma le opzioni di Washington non sono molte: congelare la collaborazione russo-americana nel settore nucleare a scopi civili, bloccare l’accesso di Mosca al Wto e la sua partecipazione al G8, procrastinare gli accordi di cooperazione con l’Ue. Misure di ripiego, quasi certamente inutili e in ogni caso non suscettibili di alterare l’equazione strategica che vede la bellicosa Russia di Putin riaffacciarsi da protagonista sulla scena mondiale. E non solo in Caucaso, Europa o Medio Oriente.
Negli ultimi anni Mosca ha allacciato relazioni commerciali con India, Cina e i paesi africani ricchi di materie prime. Ha rinsaldato i rapporti con Cuba. E con Hugo Chávez, bestia nera degli Usa, ha firmato contratti per la vendita al Venezuela di armi, tank, caccia e sommergibili per un valore di 30 miliardi di dollari.

Silvio e Vladimir premier: due amici per la pelle

[i]17 aprile 2008[/i] - È Vladimir Putin il primo leader mondiale a congratularsi di persona con Berlusconi per il successo elettorale, facendo visita in Italia al futuro presidente del Consiglio.

Ieri, alle 12 in punto, Vladimir Putin ha lasciato la carica di Presidente e assunto ufficialmente il ruolo di leader del partito “Russia Unita” (contravvenendo a quanto aveva sostenuto fino a pochi mesi prima, cioé che mai e poi mai non sarebbe stato diventato uomo di partito). Oggi, a poche ore dall’incarico presidenziale a Dmitry Medvedev, si è presentato davanti alla Duma, il parlamento russo riunito in sessione straordinaria, per ricevere l’incoronazione dell’Assemblea. Tutto è andato secondo le previsioni. Solo i comunisti hanno votato contro. Oltre a Russia Unita, che detiene la maggior assoluta della Duma con 315 deputati su 450, altri due partiti (i Liberaldemocratici dell’ultrà nazionalista Zhirinovsky e i centristi di Russia Giusta) hanno votato a favore di Putin che ha ricevuto 392 sì e solo 56 no, con zero astenuti.

Silvio e Vladimir. Un curioso dettaglio: solo qualche minuto ha separato l’incarico di premier a Putin conferitogli dal neopresidente russo Medvedev dalla convocazione al Quirinale di Silvio Berlusconi: due amici per la pelle, anche nella tempistica, Silvio e Vladimir. Ma le similitudini non finiscono qui: Putin, “un grande manager - ha scritto la stampa russa - oltre che un politico di razza”, ha detto che è necessario “guidare il Paese come una grande azienda” e inoltre ha stipulato un “contratto (”trudovoj dogovor” ) con i cittadini” la cui primogenitura spetta al leader del PdL. La cooperazione italo-russa (continua la stampa russa) non riguarda solo la terminologia scelta dai due premier ma anche le curiosità: tanto che il parroco di Porto Rotondo ha festeggiato due volte il Natale - secondo il rito cattolico e quello ortodosso - a sanzionare l’amicizia tra i due primi ministri di Italia e Russia. Infine: Putin è passato dalla poltrona presidenziale a quella di premier. E il già tre volte primo ministro Berlusconi, a dar retta ai boatos, non sogna il Colle?

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Da Putin a Medvedev: ma per la Russia cambia qualcosa?

Passerella nel giorno della cerimonia al Cremlino che lo ha incoronato presidente

È stato un passaggio di consegne lampo, quello tra Vladimir Putin a Dmitry Medvedev, il 42enne avvocato di San Pietroburgo diventato il terzo Presidente russo dalla fine dell’Unione sovietica. Pochi secondi dopo le 12.00 (le 10 italiane) il presidente eletto ha giurato sulla Costituzione russa: 33 parole semplici come le 33 lettere dell’alfabeto cirillico. “Servire il laborioso e ingegnoso popolo russo” e “preservare la stabilità della Russia” nell’ambito di una “politica di collaborazione e amicizia con altri popoli”. Ma anche “sviluppo della classe media” (proprio Medvedev, figlio di professori, già rappresentante della classe media dell’Unione Sovietica) al fine di “proteggere le libertà economiche e civili dei cittadini” e seguire la linea economica già tracciata da Putin. Queste le parole usate dal neo-presidente.
Il cerimoniale. Alla cerimonia ufficiale prima è entrato Putin e poi Medvedev. Al termine sono usciti insieme. Camicia bianca, cravatta grigia con righe bianche e abito scuro per Putin, camicia bianca, cravatta grigia e abito scuro per Mevedev. Le facce emozionate dei due presidenti e delle loro mogli, 2000 invitati. “Per la prima volta nella storia russa un Presidente succede a un altro Presidente, non perché vecchio e malato o gli hanno chiesto di andarsene, ma perché lo dice la Costituzione - questo è un evento veramente importante, quasi sacrale” ha commentato il regista russo e premio Oscar Nikita Mikhalkov.

Putin non esce di scena. Vladimir Putin ovviamente non esce di scena. Già da oggi Dmitry Medvedev potrebbe nominarlo Capo del Governo, e la Duma, il parlamento russo, potrebbe ratificare la nomina già domani. Putin ha creato sia un sistema verticale di potere (spostando il controllo del territorio tramite i fedeli rappresentanti del Cremlino) sia orizzontale (diventando leader del Partito “Russia Unita” che detiene la maggioranza assoluta nel Parlamento). In ogni caso il capo della Russia rimane il Presidente. La gente non ha ancora capito come sarà gestito questo duopolio. Ma la Russia ha come simbolo l’aquila a due teste, girate in diverse direzioni. Qui tutte e due le teste guardano in un’unica direzione, quella stabilita da Putin.

I cannoni davanti al muro del Cremlino salutano il neopresidente

Il circolo (chiuso) del potere russo

Eugeny Utkin

Si è chiuso, con la schiacciante (e prevedibile) vittoria di Dmitry Medvedev, il cerchio del potere russo. Putin, del resto, diceva da tempo: “Se Medvedev farà il presidente io farò il presidente del Consiglio”, ma - aggiungeva velenoso nell’ultima press conference, “non metterò il suo ritratto nel mio ufficio”.

Il settimanale russo Russian Reporter ha pubblicato un sondaggio intitolato “Chi sarà il reale capo della Russia?“. Risposta, tutt’altro che inattesa: 37% Putin; 22% Medvedev, 18% tutti e due. Il perché è chiaro: la gente percepisce ancora Putin come il leader ma anche la nomenclatura è in confusione. E allora, eccovi il triumvirato. Perché, nel cerchio del potere russo, c’è anche Viktor Zubkov, attuale capo del governo. Se fosse inciampato in qualche passo falso, sarebbe stato inviato a fare l’ambasciatore in un Paese lontano. Ma Zubkov è una volpe e ancor prima di essere al vertice del governo, controllava dall’esecutivo i flussi di denaro russo. E allora, qual è la “cassaforte” della Russia? Evidentemente, Gazprom. Ed ecco spuntare la carica “di peso” per Viktor: presidente di Gazprom. Perché l’attuale presidente di Gazprom (Dmitry Medvedev) diventerà presidente russo, il presidente russo (Vladimir Putin) diventerà presidente del Consiglio dei Ministri e il presidente del Consiglio dei Ministri (Viktor Zubkov) diventerà probabilmente presidente di Gazprom.

A supporto di questa tesi stanno alcuni elementi: Medvedev ha pubblicamente affermato che non resterà alla guida di Gazprom (la legge lo permetterebbe, ma il presidente preferisce restare lontano, almeno formalmente, dai gruppi industriali), Putin stesso ha detto che lui non è un manager, e, last but not least, Zubkov è stato proposto nel Consiglio direttivo di Gazprom. Così funziona il circolo chiuso del potere russo. Una democrazie formale che assomiglia a un’oligarchia chiusa e senza finestre sull’esterno.

Presidenziali russe: candidati sì, ma a perdere. Ecco chi sono gli oppositori di Putin

Il candidato di Russia Unita Dmitry Medvedev
Il partito Russia Unita di Vladimir Putin, recentemente nominato dal Time Uomo dell’anno, ha scelto Dmitry Medvedev come candidato alle presidenziali del 2 marzo, con un voto che più plebiscitario non si può: 478 voti a favore e un solo contrario. Una candidatura che, sondaggi alla mano, equivale a un’inconorazione, nonostante la presenza di alcuni rivali, con poche chance di vittoria, tra cui spicca l’assenza dell’ex campione di scacchi, Gary Kasparov, e del liberale Grigory Yavlinsky, contrari a partecipare, così hanno detto, ad “elezioni farsa” manipolate dal Cremlino. Ma dalle fila dell’opposizione antiputiniana provengono anche pezzi da Novanta della dissidenza, come Vladimir Bukovsky, Mikhail Kasyanov e Boris Nemtsov, attualmente divisi ma pronti a sottoscrivere un possibile accordo unitario per sostenere il candidato che abbia più chance di emergere. Eccone i profili.


Vladimir Bukovsky
(30.12.1942) è un ex dissidente dell’Unione Sovietica, famoso almeno in Russia quanto Solzhenizyn e Sakharov. E’ stato in prigione e in una clinica psichiatrica dal 1964 al 1976, quando la sua scarcerazione fu scambiata con quella del leader antifascista cileno Luis Corvalan, arrestato dopo il golpe di Pinochet del 1973. Dopo la liberazione Bukovsky va in esilio a Cambridge, Inghilterra, dove diventa neuropsicologo e scrittore. Per le elezioni russe è una novità assoluta. Ma potrebbe esserci un ostacolo legale alla sua candidatura: avendo la doppia cittadinanza, potrebbe essere bloccato dalla Corte Costituzionale.

Mikhail Kasyanov (8.12. 1957), ex premier russo dal maggio 2000 al febbraio 2004, è un uomo di grande esperienza passato solo recentemente nelle fila dell’opposizione a Putin di cui ha criticato, con parole insolitamente dure, le ultime scelte politiche: “Stiamo assistendo a tentativi di restaurare l’ordine sovietico con elementi di capitalismo di stato”. Il coraggio non gli manca, ma il quotidiano Kommersant sospetta che la sua discesa in campo, nonostante le velate minacce rivoltegli da Medvedev affinché lasci il Paese, sia dovuta non a una scelta ideale, ma al desiderio di trovare una protezione (grazie alla visibilità offerta dalla candidatura) contro eventuali mosse del Cremlino. Coinvolto in uno scandalo finanziario, non è riuscito a registrare il suo partito, “Unione Popolare Democratica”, ma correrà con un gruppo di supporto.

Boris Nemtsov (9.10.1959) è il leader di Unione delle Forze Destra (”Sojuz pravyh sil”), un’organizzazione favorevole alla privatizzazione a tappe forzate di quel che resta dell’apparato pubblico ex sovietico. Ex delfino di Eltsin e possibile suo successore, è stato vicepremier ed infine escluso a favore di Vladimir Putin dopo il crash dello stock-market russo nel 1998 di cui era stato giudicato corresponsabile. Per avere qualche chance di vittoria, ha stretto un’alleanza, lui liberale e liberista, con Anatoly Chubais, un ex tycoon favorevole a una politica più conciliante con il Cremlino.

Vladimir Zhirinovsky (25.04.1946) è il leader storico e fondatore del Partito liberal democratico, nonché vice presidente della Duma (parlamento russo). Grande oppositore dei comunisti, ultranazionalista, attacca Putin un giorno sì e l’altro pure ma nei momenti decisivi non fa venir meno il supporto al presidente.

Ghennady Zuganov (26.6. 1944), il leader del partito Comunista russo, è un nostalgico dello stalinismo duro e puro. Accreditato del 10-15% delle preferenze dell’elettorato, si classificherà con ogni probabilità al secondo posto, a molte lunghezze dall’asso pigliatutto Dmitry Medvedev.

E Putin sceglie il successore: Medvedev, l’uomo di Gazprom

Dmitri Medvedev, il candidato presidente di Russia Unita
Il presidente russo, Vladimir Putin, ha scelto: sarà il vicepremier Dmitri Medvedev il suo candidato a succedergli al Cremlino, nelle presidenziali del 2 marzo. Il quarantaduenne Medvedev, che è anche il presidente del colosso energetico Gazprom, è considerato più liberale e meno falco rispetto a quello che era il suo principale antagonista, l’altro vicepremier Serghei Ivanov. La designazione mette fine a mesi di incertezza e di fatto rappresenta già un’incoronazione per Medvedev: a sostenerla sarà infatti il partito di Putin, Russia Unita, l’alleata Russia giusta (insieme controllano 353 dei 450 seggi della Duma) più il Partito agrario e Forza civile, rimasti fuori dal Parlamento nelle ultime elezioni. Senza contare che da un recente sondaggio è emerso che oltre il 50% dei russi voterà il candidato indicato da Putin.

“Lo conosco da più di 17 anni e sostengo pienamente la proposta”, ha dichiarato Putin in un incontro con i leader dei quattro partiti. Dopo l’annuncio la Borsa di Mosca ha registrato un’impennata dell’1,60% e Gazprom, il colosso dell’energia di cui Medvedev è presidente, è cresciuta del 3%. Secondo gli analisti è un apprezzamento per la lina di continuità incarnata da Medvedev. Avvocato, nato da una famiglia di accademici di San Pietroburgo, la città di Putin, e laureatosi in legge nella sua stessa università, Medvedev aveva guidato la prima campagna elettorale dell’attuale presidente, nel 2000. Putin lo ha voluto prima come vicecapo e poi come capo di gabinetto e gli ha assegnato importanti ruoli istituzionali, fino a farne uno dei due primi vicepremier. A lui è stato affidato un ambizioso piano sociale per migliorare la qualità della vita dei russi. Pragmatico e moderato, Medvedev sa anche tenere una linea dura come gli è capitato più volte in qualità di numero uno di Gazprom, sia nei negoziati sul prezzo del gas con le repubbliche ex sovietiche che in quelli con gli altri colossi dell’energia.

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