Archivio per il tag “donne”

L’India vota per garantire quote rosa in Parlamento

Claudia Astarita, 30 anni, lavora da quattro come ricercatrice presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.
Credits: LaPresse

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Per festeggiare le donne, il Governo indiano ha inaspettatamente riproposto di stabilire tramite decreto il numero di donne da eleggere in Parlamento per ogni legislatura. Chi ha pensato questa legge sperava di poterla approvare proprio l’8 marzo, ma le proteste che la decisione ha scatenato all’interno della Camera Alta indiana hanno costretto il suo presidente Hamid Ansari a sospendere il dibattito.

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Vizi e virtù del macho cinese

Claudia Astarita, 30 anni, lavora da quattro come ricercatrice presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.
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A sentire il rapper Caparezza un vero uomo dovrebbe lavare i piatti. E per i cinesi? Un vero uomo cosa dovrebbe fare, pensare, e come dovrebbe comportarsi? Ecco l’elenco delle caratteristiche del macho cinese: Continua

Un parcheggio per sole donne. In Cina

Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.
Credits: LaPresse

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Donne al volante, pericolo costante, dicono in occidente. Le donne, ahinoi, sono spesso prese in giro per le loro (presunte) deficienze alla guida. Ma mentre noi lo diciamo e basta, la Cina passa all’azione e inaugura un nuovo parcheggio “per sole donne” in un centro commerciale a Shijiazhuang, nella provincia dell’Hebei. Continua

Donne e politica: la seduzione non è più un tabù

Donne e politica: la seduzione non è più un tabù

Si chiama Photoansa 2009 ed una raccolta di oltre 400 scatti dei fotografi della più importante agenzia di stampa italiana. Il filo conduttore di quest’anno? Le donne: nello sport, nelle professioni, ma anche nella politica.

In Europa, in quell’arena che fino a qualche decennio fa  era esclusiva  prerogativa degli uomini, semrano tramontati i tempi di Dolores Ibarruri, Golda Meir, Margareth Thatcher: donne marziali che, per emergere, avevano finito per prendere tutto (o quasi) dai loro colleghi uomini: l’incedere, lo stile, la durezza, l’assenza di sfumature. Continua

Giappone: guerra ai maniaci delle mutandine usate

Claudia Astarita, 29 anni, lavora da tre anni come ricercatrice presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Negozio di lingerie in Giappone

La pudicizia delle donne giapponesi è proverbiale. E per quelle più riservate l’attenzione morbosa di cui sono spesso oggetto persino gli indumenti intimi può creare grandi imbarazzi. Continua

Kabul, l’affluenza batte i talebani. L’Afghanistan vota tra paura e speranza

Afghanistan, le donne al voto
Alle 16, le 13,30 ora italiana, in Afghanistan si sono chiusi i quasi 6.500 allestiti per le elezioni presidenziali e per il rinnovo dei Consigli Provinciali. A chi si trovava già in coda al momento della chiusura è stata peraltro concessa una proroga per votare, oppure l’apertura è stata prolungata laddove si erano verificati ritardi in avvio.
Il presidente uscente, Hamid Karzai, si è affrettato a definire “un successo” la consultazione, la cui legittimità a suo dire non sarà comunque influenzata dall’entità della partecipazione. In termini analoghi si è espresso Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. Karzai ha ringraziato i connazionali per aver sfidato le minacce dei Talebani ed essersi recati a votar, e ha parlato di una “bella giornata” per il Paese, malgrado abbia ammesso che vi sono stati in tutto 73 attacchi della guerriglia in quindici diverse province.
I Talebani hanno comunque moltiplicato le offensive, soprattutto nell’est e nel sud del Paese, ma non ci sono state le azioni eclatanti che avevano adombrato. Razzi sono stati sparati su Kandahar, su Kunduz e su Ghazni. Un attacco suicida è stato tentato da quattro terroristi a Kabul, ma sono stati intercettati da poliziotti che in una sparatoria ne hanno uccisi due; un terzo è stato arrestato mentre un quarto è fuggito.
La Commissione Elettorale Indipendente afghana ha definito “molto buona” l’affluenza, e ha fatto sapere che alla fine potrebbe raggiungere il 50 per cento. Operazioni di voto regolari a Herat, la città nella parte ovest del Paese sotto il controllo dei militari italiani.
Osservatori occidentali hanno tuttavia messo in dubbio il fatto che si possa arrivare a un’affluenza tanto alta, viste che le minacce degli ex studenti coranici hanno fatto breccia soprattutto al sud. Nelle prime presidenziali del 2004 votò il 70 per cento degli aventi diritto. Cauto ottimismo è stato peraltro espresso dall’inviato dell’Onu in Afghanistan, Kai Eide. “Gli attacchi spettacolari che erano stati minacciati non si sono visti”, ha osservato il diplomatico norvegese. “La giornata non è finita ma mi fa piacere vedere che le elezioni sono andate piuttosto bene”. Anche il segretario generale della Nato ha definito “incoraggiante” lo svolgimento del voto.
“È un giorno di cambiamento, un giorno di speranza”, ha commentato Abdullah Abdullah, principale sfidante di Karzai, votando a Kabul. Poche ore prima si era recato alle urne il presidente in carica, che spera di succedere a se stesso.

Afghanistan: la “battaglia” per il voto. Nel giorno delle elezioni, razzi sui parà italiani

voto in Afghanistan

da Chakab (afghanistan) Fausto Biloslavo

Si parte all’alba da base Tobruk con il plotone paracadutisti Nembo per garantire la sicurezza delle elezioni nel distretto di Bala Baluk, uno dei più infami di tutto l’Afghanistan. La “battaglia” per il voto nella provincia di Farah è solo iniziata, quando il tenente Alessandro Capone ci spiega che si temono attacchi kamikaze con autobombe contro i seggi (qui l’AUDIO).
I paracadutisti devono difendere ad ogni costo il seggio di Chakab, uno sperduto e polveroso villaggio lungo la Ring road, la strada che collega in circolo le principali città afghane. Nella piccola moschea locale gli scrutatori sono al lavoro per il voto presidenziale e provinciale.
Le due urne in plastica vengono piazzate per terra sul tappeto rosso di bassa qualità del luogo di culto islamico.
Sulle pareti non mancano foto e immagini della Mecca ed un vecchio orologio fermo chissà da quanto tempo. Nel seggio fai da te comincia ad arrivare gente fin dalle sette del mattino. Gruppi di afghani turbantati si sono organizzati con camioncini per giungere in gruppo dalle colline. Dopo aver mostrato il certificato elettorale ottengono le due schede formato lenzuolo con nomi e facce dei candidati. Qualcuno protesta per il dito indice immerso nell’inchiostro indelebile, che serve a non far votare due volte. Temono la minaccia di talebani di tagliarlo, come punizioni per non aver boicottato le elezioni.
Poi vanno a segnare le loro preferenze dietro due ridicole cabine elettorali in cartone, che stanno in piedi per miracolo.

Per le donne non è stato allestito il seggio separato. Il personale femminile della commissione elettorale ha avuto paura a venire in questa zona infestata da talebani. “Sono orgoglioso di aver fatto il mio dovere votando per il nuovo presidente. Adesso mi aspetto più sicurezza e posti di lavoro” sottolinea Aktar Mohammed, barbone grigio e pelle scavata dalla dura vita afghana. Come gran parte dei pasthun di questa zona deve aver votato per il presidente uscente Hamid Karzai.
Voto a Chakab

Il plotone Nembo controlla la situazione da una collina che domina Chakab, pronto ad intervenire in caso di attacco talebano. Sotto un sole cocente tutto sembra filare liscio, fino a quando dalla radio non scatta il primo allarme: contro base Tobruk i talebani hanno tirato due razzi. All’inizio si pensava fossero colpi di mortaio (qui l’AUDIO). Più tardi arriverà un terzo razzo. Il più vicino è esploso a 150 metri dalla base avanzata, mentre i parà correvano al riparo nei rifugi in cemento armato.
Alle 11.30, ora afghana, una colonna di bersaglieri partita da Farah, il capoluogo provinciale, finisce sotto un bombardamento di mortai. Per radio si sentono i momenti concitati della battaglia con i fanti piumati del primo reggimento costretti a ripiegare e contare i danni (qui l’AUDIO). Nella battaglia intervengono i paracadutisti della 4° compagnia Falchi, che chiedono l’appoggio aereo. I talebani sono annidati sui tetti a cupola del villaggio di Pust e Rod. I piloti dei caccia li inquadrano mentre sparano ai soldati italiani e chiedono l’autorizzazione per bombardare. “Negativo, negativo” è la risposta del comando italiano, che vuole evitare a qualsiasi costo vittime civili (qui l’AUDIO).

La battaglia non è finita. Due soldati dell’esercito afghano (Ana) sono stati feriti ed uno dev’essere evacuato con l’elicottero (qui l’AUDIO). Un reparto di afghani è rimasto intrappolato nel villaggio ed i bersaglieri devono tornare a prenderli con i cingolati d’attacco Dardo.
Nella giornata delle elezioni e la notte precedente sono stati 22 gli attacchi dei talebani nel settore ovest dell’Afghanistan dove operano 2700 soldati italiani. Nel distretto di Bala Baluk sono stati aperti appena 5 seggi su 30, per motivi di sicurezza.
A Chakab dei 600 elettori registrati solo 125 hanno votato, ma si temeva che nessuno osasse recarsi alle urne in una zona così a rischio. Said Ayub, il governatore ombra dei talebani nella provincia di Farah, è di questo villaggio. Un pugno di suoi compaesani lo ha sfidato andando alle urne, ma tutto l’Afghanistan sembra aver vinto la “battaglia” del voto.

Venerdì 21 agosto, su Panorama, il reportage di Fausto Biloslavo, sull’inferno afghano del dopo voto

Le donne cinesi? Scappano all’estero per sfuggire ai soprusi dei loro uomini

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Foto: Ap / Lapresse / Andy Wong

Con tono trionfalista, il China Daily riprende i dati di una ricerca condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica in collaborazione con le Nazioni Unite e con il Centro Studi sulle Donne cinese secondo la quale le donne, nella Repubblica popolare cinese, si sarebbero finalmente conquistate la posizione loro assegnata dal Grande Timoniere, che le definiva le creature che “reggono l’altra metà del cielo”.

In effetti, secondo la pubblicazione, la popolazione femminile in Cina rappresenta il 45,4% della forza lavoro. Il Direttore dell’Istituto Nazionale di Statistica, Wang Kejun, ha dichiarato che “l’uguaglianza di genere è un diritto umano che qualunque stato interessato a mantenere una crescita sostenibile non può non tutelate”.
Secondo Wang Kejun, inoltre, il rapporto paritario tra donne e uomini garantirebbe la “sicurezza politica, sociale, economica, culturale e ambientale” nel Paese. Un concetto piuttosto vago, e in netto contrasto con una realtà molto più rappresentativa della condizione delle donne cinesi, quella del “traffico di mogli”.
La politica del figlio unico, applicata nel Paese dal 1979 e che ha spesso spinto le famiglie a soddisfare la preferenza nei confronti del figlio maschio – considerato l’unico in grado di portare avanti la stirpe - con pratiche illegali di aborto selettivo, ha creato e consolidato nel tempo un divario enorme tra il numero di neonati di sesso maschile e femminile.

La Commissione Nazionale per la Pianificazione delle Famiglie e della Popolazione già nel 1982 aveva denunciato uno squilibrio di genere per la presenza di 108 uomini ogni 100 donne. Oggi il rapporto è di 119 a 100, ed è stato stimato che nel 2020 saranno almeno 30 milioni i cinesi che non riusciranno a trovare moglie. Numeri che non faranno altro che incrementare la domanda al “mercato nero delle donne”.

Seppure dati certi in questo settore non esistono, è confermato che il numero di adolescenti vendute con l’inganno a cinesi in cerca di compagnia sia in continuo aumento. Con la promessa di salari regolari nell’ordine di 50-70 Euro mensili,   vengono cedute per poche centinaia di Euro ai migliori acquirenti. Purtroppo, il mercato nero delle mogli è talmente florido che per soddisfarne la domanda i trafficanti cinesi (spesso donne, in grado di conquistarsi più facilmente la fiducia delle ragazze e delle loro famiglie) hanno iniziato a “importare” adolescenti anche dai Paesi vicini: principalmente Thailandia, Myanmar, Vietnam e Corea del Nord.

Infine, di recente Ã¨  stato persino notato che tante ragazze della Repubblica popolare preferiscono andare in spose ai cugini di Hong Kong e di Taiwan, essenzialmente per sfuggire agli atteggiamenti violenti per cui sono famosi gli uomini del continente. A dispetto di quanto sostiene il governo, quindi, per le ragazze cinesi il rapporto paritario tra i due sessi resta un sogno realizzabile solo trasferendosi all’estero ed evitando di sposare un cittadino cinese.

Foto: Donne in Afghanistan, qualcosa è cambiato?

Con questa galleria di immagini, Panorama.it vuole tornare a parlare della condizione delle donne in quel Paese.
A commentare le immagini, alcuni dati forniti dal rapporto Silence is violence. End the Abuse of Women in Afghanistan (Il silenzio è violenza. La fine dell’abuso sulle donne in Afghanistan), presentato a Kabul lo scorso 8 luglio dal’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay.


Nora, prima donna ministro in Arabia Saudita

Donne a Ryhad

Sedersi in un’automobile e impugnare il volante resta un tabù per le donne in Arabia Saudita. Ma qualcosa sta cambiando. Re Abdullah ha nominato il nuovo ministro dell’Istruzione femminile. Ha un curriculum ineccepibile: docente con formazione internazionale e un dottorato negli Stati Uniti. Soprattutto, è una donna: si chiama Norah Al-Faiz. Finora soltanto agli uomini erano riservate incarichi prestigiosi. Come sottolinea il blog di Foreign policy, re Abdullah ha fatto anche un passo in più, licenziando il capo della “Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”, Ibahim Al-Graith: la polizia religiosa ai suoi ordini aveva impedito a un gruppo di ragazze di abbandonare una scuola in fiamme perché non erano vestite “adeguatamente”.
La notizia della nomina al ministero dell’istruzione è stata accolta con entusiasmo sui blog. Soprattutto nel Golfo persico. “Questo è un giorno davvero felice” scrive Saudiwoman. E fuga ogni sospetto sul fatto che Nora Al-Faiz sia divorziata o straniera: “Sono orgogliosa di dire che in realtà appartiene a una delle più grandi famiglie in Arabia saudita, Bani Tameem di Al Nawayser e che proviene da Najd. Suo marito la supporta ed è molto orgoglioso”. Commenta un altro blog, Empty quarter: “In molti Paesi sarebbe ovvio che una donna avesse il posto di ministro dell’educazione femminile, nel Regno Saudita è diventato soltanto di recente ‘obbligatoio’”. Anche se non dovesse avere reale potere, è comunque un successo, osserva The woman on the web. Il Christian science monitor si spinge più in là e nota che i Paesi del Golfo persico hanno iniziano graduali riforme, anche se molto limitate agli occhi degli occidentali: nelle ultime elezioni, per esempio, il Kuwait ha permesso alle donne di votare.

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