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dublino

Irlandesi al voto per le presidenziali. Tra i candidati, anche un ex dell’IRA

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  • Tags: dublino, Ira, irlanda, McGuinness, presidenziali
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Martin McGuinness vs Sean Gallagher

Martin McGuinness vs Sean Gallagher (Ansa- AP Photo)

Domani si vota in Irlanda per eleggere il nono presidente della Repubblica nella storia del Paese. Poco più di 3 milioni di elettori e 7 candidati. Urne aperte dalle 7 di stamane fino alle 10 di questa sera. Numerosi i motivi di interesse per questa tornata elettorale. Sabato saranno resi noti i risultati.

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  • giamp
  • Giovedì 27 Ottobre 2011

Il tour di Obama in Europa. Oggi a Londra dalla Regina Elisabetta e David Cameron

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  • Tags: Barack Obama, Bashir Al Assad, College Green, David-Cameron, Downing street, dublino, Falmouth Kearney, Gheddafi, irlanda, Libia, Medio Oriente, Moneygall, regina elisabetta, siria, world news
  • Un commento
(Credits: Epa/Chris Radburn)

(Credits: Epa/Chris Radburn)

Anna Mazzone

Barack Obama in versione europea. Il presidente americano, accompagnato da sua moglie Michelle, ha fatto uno stop and go in Irlanda prima di sbarcare a Londra, dove oggi verrà accolto dalla Regina Elisabetta e poi incontrerà il premier David Cameron.

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  • anna.mazzone
  • Martedì 24 Maggio 2011

C’è la crisi, l’Irlanda abolisce cinque ministeri

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  • Tags: Brian-Cowen, crisi-economica, dublino, irlanda
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Il premier irlandese Brian Cowen (a sinistra)
In tempo di crisi tutti tagliano. Tagliano le aziende, tagliano gli stati. La gente protesta e punta il dito contro i “ricchi” o i manager ritenuti responsabili della crisi. La gente protesta e punta il dito contro i politici: benestanti, privilegiati ma incapaci di prevedere e gestire la crisi. E allora in Irlanda, per anni una delle tigri dell’economia europea, ora che la crisi morde più forte, anche i tagli devono essere più decisi.

È per questo che il premier, Brian Cowen, nel varare un budget d’emergenza per salvare l’economia dell’Isola, ha invitato i ministri a consegnargli le dimissioni dopo Pasqua per contenere le spese. La richiesta, che riguarda ben 20 ministri, prevede come data ultima per le dimissioni il 21 aprile; solo dopo alcuni di loro potrebbero essere reintegrati o sostituiti, ma tramite accorpamenti e altri meccanismi, il numero è destinato a scendere al massimo a 15.

Una mossa senza precedenti che si giustifica con la situazione economica dell’ex colonia britannica. Per farvi fronte, oltre al “taglio ministeriale”, Dublino ha messo in campo alcuni programmi speciali per chiudere il divario fra l’ammontare previsto delle tasse (34 miliardi di euro) e il programma di spesa per il 2009 (65 miliardi). Ad esempio, per stimolare la crescita tramite la costruzione di infrastrutture, il governo di Cowen ha pensato a uno sistema di bond che userà i fondi delle pensioni per costruire scuole, strade e ospedali raccogliendo fino a 3 miliardi di euro.

Insomma, fra rilanci e tagli ad andarci di mezzo sono stati i “poveri” ministri. E se nei giorni c’è stata una riunione di gabinetto in cui tutti si sono detti d’accordo sulla mossa, fa specie pensare che a pagare il conto potrebbero essere i membri più giovani dell’esecutivo di Cowen, convocati nuovamente dopo il consiglio dei ministri plenario per discutere la faccenda. “È una misura senza precedenti - ha ammesso il premier irlandese - Ma è fatta per rendere il governo più efficace e per restituire più possibile a chi paga le tasse. Per questo prima di fare le nuove nomine rivedrò i ruoli e le funzioni dei ministri”. Una mossa disperata che potrebbe preludere a una rivisione del suo stesso ruolo da parte degli elettori.

  • matteo.buffolo
  • Mercoledì 8 Aprile 2009

L’Europa “va cambiata”. Ma la strada di Sarkozy è tutta in salita

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  • Tags: ambiente, commissione-europea, consiglio-europeo, dublino, nicolas sarkozy, Parigi, presidenza-di-turno, Trattato-di-Lisbona, ue
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Tour Eiffel illuminata di blu
Oggi il presidente francese Nicolas Sarkozy si appresta a ricevere a Parigi una Commissione europea al gran completo. Nonostante un’accoglienza in pompa magna – ieri la Tour Eiffel è stata illuminata per una notte intera all’insegna dei colori dell’Ue, in blu e stelle gialle – Sarkò è conscio che l’inaugurazione della presidenza di turno francese dell’Unione europea segna l’avvio di un periodo cruciale non soltanto per il destino di Bruxelles, ma anche per la sua stessa affermazione politica (sia interna che internazionale). Purtroppo mai come in queste ore, i sei mesi che la Francia si appresta a presiedere rischiano di trasformarsi in un autentico naufragio. Dopo il no irlandese al Trattato di Lisbona, il Titanic europeo non sta certo navigando in buone acque. Le correnti sono diventate così pericolose che tra il boom delle tariffe petrolifere, la crisi alimentare, quella dei subprimes e un carovita alle stelle, buona parte dell’opinione pubblica europea non vede l’ora di abbandonare una nave considerata alla deriva. E come se non bastasse, proprio in serata il presidente polacco Lech Kaczynski conferma che non ratificherà il Trattato di Lisbona, la “Costituzione leggera” dell’Ue (”La questione del Trattato è senza scopo dopo la bocciatura irlandese”).
Per scongiurare le conseguenze tragiche di una sciagura annunciata, Sarkozy è ben deciso a riportare l’imbarcazione in terraferma con lo scopo di rimetterla in sesto entro il 1 gennaio 2009. La ricostruzione è prevista in cinque cantieri. Questi.
Trattato di Lisbona. Da Parigi a Londra, da Roma a Berlino, i leader dei 27 Stati membri sanno che la sconfitta incassata il 12 giugno scorso con il no irlandese rimanda alle calende greche l’adozione di una Carta europea. Per Nicolas Sarkozy, protagonista assieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel del rilancio di un “mini-Trattato” che potesse superare il no francese nel referendum del 2005 e le reticenze dei cittadini dell’Unione, il colpo è durissimo. Fu proprio Sarkò, in un discorso pronunciato a Bruxelles nel settembre 2006, a preconizzare un Trattato che riprendesse le tre riforme istituzionali in grado di suscitare consenso tra gli Stati membri: una presidenza del Consiglio europeo per due anni e mezzo con poteri rafforzati rispetto alla Commissione; la nomina di un super ministro degli Esteri e, soprattutto, un ampliamento delle decisioni da sottoporre alla maggioranza qualificata (e non all’unanimità come previsto dall’attuale Trattato di Nizza). Nel tentativo di metterlo in cassaforte, la coppia Sarkozy-Merkel optò per un’adozione parlamentare del Trattato, sicuri che i deputati e i senatori dei Paesi membri non avrebbero ostacolato il processo riformistico dell’Ue. Ma era senza contare con l’Irlanda, unico paese ad essersi arrogato il diritto di dare il proprio consenso attraverso le urne. Ora che il no ha prevalso in modo perentorio (con 53,4% di voti contrari al Trattato di Lisbona), quali sono le opzioni rimaste a disposizione? La prima, definita la “passerella giuridica”, propone a Dublino una forma di associazione con gli altri 26 Stati membri. La seconda, sostenuta dalla Francia, offre la possibilità agli irlandesi di votare una seconda volta. Sarkò è tanto più conscio dei rischi che l’Europa incorre con un altro referendum irlandese, che si è deciso ad affrontare il male alla sua radice: il crollo del potere d’acquisto dei cittadini europei. Nella sua lunga apparizione televisiva sugli schermi di France 3, ieri sera il presidente francese ha ribadito la sua volontà di “avvicinare i francesi e gli europei all’Unione” affrontando “i problemi concreti della gente”. Tra le idee escogitate all’Eliseo, si parla della possibilità di fissare un tetto all’Iva sui prodotti petroliferi per controbilanciare la crescita del prezzo del barile. Altro suggerimento: frenare la Banca centrale europea, accusata da Sarkozy di prestare troppa attenzione all’inflazione tralasciando le strategie per rilanciare la crescita.
Ambiente (e clima). Il boom del barile chiama in causa il dossier più spinoso della presidenza francese: il compromesso sul pacchetto ‘clima/energia’ attualmente sotto esame presso la Commissione europea. Per Sarkozy, si tratta di una sfida fondamentale. Nel marzo 2007, la Commissione europea ha adottato tre misure vincolanti: ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 20% da qui al 2020; consumare 20% in energia rinnovabile e risparmiare il 20% dell’attuale consumo energetico. L’Ue spera di trovare un accordo comune in dicembre 2008 per un’adozione in prima lettura presso il Parlamento europeo entro giugno 2009, ma la partita non si annuncia per niente facile. Sotto tiro sono i paesi dell’Est, i cui consumi sono quasi totalmente vincolati alla produzione di carbone. “La Pologna” ha ricordato Sarkozy, “dipende al 95% dal carbone, la Francia all’85% dall’energia nucleare, una risorsa contro la quale si dichiarano contrari il 95% degli austriaci”. Di fronte a tali divergenze, la strada per adottare il pacchetto “clima/energia” presentato dalla Commissione nel gennaio scorso per accelerare l’armonizzazione del sistema delle quote di emissioni di gas carbonico in ambito industriale (attraverso un sistema unico di mise aux enchères delle quote di CO2) si scontra di continuo con le reticenze delle imprese est-europee. Da Varsavia a Bucarest, i governi sono ancora convinti che l’applicazione di un sistema ecologico troppo vincolante mette a rischio la rincorsa economica dei paesi dell’Est sui loro vicini occidentali. Ma la Commissione europea non vede l’ora di poter incassare le decine di miliardi di euro generati dal sistema di mise aux enchères per sostenere la lotta contro il riscaldamento climatico. Per Le Monde, le capitali dell’Europa orientale non hanno molte alternative: “il boom del prezzo del barile di petrolio, attorno ai 140 dollari, rende indispensabile la formulazione di una strategia comune, in particolar modo per produrre energie rinnovabili o creare degli stock strategici”.
Agricoltura. Prima della tegola irlandese, Bruxelles era già confrontata a un’altra sfida improvvisa: la crisi alimentare mondiale. Per molti esperti, il boom dei prezzi dei beni di prima necessità ha messo nuovamente in discussione la Politica agricola comune (Pac) difesa dalla Francia. Chiamata ad accelerare le riforme avviate nel 2003 e che dovrebbero chiudersi con una ‘grande Riforma’ nel 2013, l’Unione europea è divisa tra i paesi come Francia, Italia e Spagna, decisi a difendere le politiche di sovvenzioni concesse ai loro agricoltori, e il Regno Unito, i cui vincoli economici e sociali al mondo agricolo sono ormai ridotti a poca cosa. Non a caso, Londra non ha esitato a puntare il dito contro la Pac sottolineando gli effetti nefasti sul boom delle tariffe alimentari e sull’agricoltura dei paesi sotto-sviluppati, spesso vittime delle sovvenzioni europee e delle barriere doganali che l’Ue impone ai prodotti provenienti dal Sud del mondo. A ruota ci si è messo pure Pascal Lamy, Direttore dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), convinto che le concessioni dell’Europa sulla sua politica agricola potrebbero chiudere il Ciclo di Doha entro luglio 2008 e favorire così la liberalizzazione degli scambi commerciali mondiali.
Immigrazione. Se la circolazione delle merci è fonte di preoccupazione per Sarkozy, quella delle persone è ormai un’ossessione. Nella prossima riunione dei 27 ministri incaricati di seguire le questioni migratorie (il 7 e l’8 luglio a Cannes), la Francia presenterà ufficialmente il suo ‘Patto sull’immigrazione’ che intende far adottare dal Consiglio europeo durante l’autunno 2008. Preparato dal ministro dell’immigrazione, Brice Hortefeux, il progetto francese si articola attorno a cinque “impegni”: favorire il principio di “un’immigrazione scelta” in base alle esigenze del mercato del lavoro degli Stati membri e rinunciare alle sanatorie; rafforzare e accelerare le procedure di rimpatrio degli immigrati illegali invitando gli Stati membri a negoziare con i paesi di origine dei migranti la loro riammissione in madrepatria; rendere “più efficaci i controlli alle frontiere”, in particolar modo rilasciando solamente visti biometrici; adottare da qui al 2013 “dei criteri comuni di richieste di asilo e di riconoscimento dello statuto di rifugiato”; infine, sostenere politiche di “sviluppo solidale” in grado di “costruire un partenariato con i paesi di origine e di transito” con lo scopo di mettere i migranti nelle condizioni di investire nelle regioni che hanno lasciato.
Nonostante le rassicurazioni di Hortefeux sulla buona accoglienza del patto francese tra gli Stati membri, il premier spagnolo José Luis Zapatero ha già opposto un primo rifiuto sul “contratto di integrazione” voluto dalla Francia e che impone i migranti appena sbarcati in Europa di impegnarsi a imparare la lingua del paese di accoglienza e adottare i suoi usi e costumi. Secondo Le Figaro, “la Spagna temeva che un tale contratto potesse dissuadere i lavoratori regolari di cui necessita l’economia spagnola. Negli ultimi dieci anni” ricorda il quotidiano francese, “la crescita della Spagna si è nutrita dell’apporto di oltre 7 milioni di immigrati regolari”.
Difesa. La Politica europea di sicurezza e di difesa (Pesd), che Parigi intendeva vincolare al suo ritorno nella Nato, doveva essere la ciliegina sulla torta dei successi della presidenza di turno francese. Ma anche in questo caso, le ambizioni di Sarkozy rischiano di rimanere lettera morta. Dalla volontà di voler adottare l’Unione di un budget comune per le operazioni militari all’affermarsi di un “meccanismo di cooperazioni permanenti” che potesse sovrapporsi ai meccanismi di collaborazione tra i paesi europei membri della Nato, passando per la nascita di un quartier generale in grado di rafforzare la pianificazione degli interventi dei soldati Ue e l’aumento dei finanziamenti riservati all’Agenzia europea di difesa, le proposte ventilate dall’Eliseo non sono riuscite a raccogliere consensi. Tra i più strenui oppositori, Londra continua a mandare segnali negativi in difesa della Nato.
A ben vedere, la strada di Sarkozy per raggiungere le vette dell’Europa è più che mai in salita.

  • joshua.massarenti
  • Martedì 1 Luglio 2008

La beffa dell’Eurobarometro: i più europeisti? Gli Irlandesi

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  • Tags: dublino, eurobarometro, irlanda, referendum-Lisbona, ue
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Pinte di Guinness

Suonano come una beffa, per i più convinti sostenitori dell’Unione Europea, i risultati dell’ Eurobarometro di primavera, diffusi oggi. Nonostante l’esito negativo del referendum sul Trattato di Lisbona sono gli irlandesi ad avere l’immagine più positiva dell’Europa. E’ uno dei dati, per certi versi sorprendente, messi in evidenza dal sondaggio effettuato dalla Commissione europea per monitorare le opinioni dei cittadini degli stati membri (e aspiranti tali). Va detto che il questionario non prevedeva domande relative al Trattato, ma dopo la secca vittoria del “No” di Dublino al referendum, è singolare leggere che ben il 65% degli irlandesi ha una concezione positiva dell’Unione. Più soddisfatti soltanto i rumeni (67%), ultimi arrivati, mentre la media Ue scende sotto la metà, al 48%.

Gli abitanti dell’isola del trifoglio sono anche tra i più convinti sostenitori dell’appartenenza del loro Paese all’Ue (73%). Un dato che a livello dell’Ue-27 è invece diminuito, attestandosi al 52% (-6%), cosi’ come la sensazione di aver tratto beneficio dall’appartenenza stessa (54%, con un decremento del 4%). I più critici invece sono gli austriaci (solo il 28% ha un’opinione positiva dell’Unione) e i britannici (29%).
Quanto all’Italia, la fiducia nell’Ue è calata di tre punti rispetto al sondaggio condotto nell’autunno 2007, attestandosi sul 40%.
E se il 48% dei cittadini d’Europa pensano che le cose non stiano andando per il verso giusto nella politica dei loro paesi, c’è ancora un dato che fa ben sperare gli europeisti: il 66% degli intervistati crede che l’Europa abbia forti valori identitari comuni, mentre sono in meno quelli che si riferiscono più genericamente ai “valori occidentali”.
Interessante anche la percezione dei problemi: rispetto alle ultime rilevazioni del settembre 2007, l’inflazione sale al primo posto tra le preoccupazioni dei cittadini Ue, col 37%, mentre scendono la disoccupazione (dal 40% del 2006 al 24% adesso), l’immigrazione (11%) e il terrorismo (7%). In generale, però, le istituzioni dell’Europa comunitaria riscuotono più successo dei vari governi e parlamenti nazionali (che in Italia, Belgio e Ungheria sono ai minimi storici), come dire: lontano dagli occhi, lontano dall’antipolitica.

  • emanuele rossi
  • Martedì 24 Giugno 2008

Dublino: ora la strada dell’Europa è tutta in salita

OkNotizie

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  • Tags: dublino, irlanda, Trattato-di-Lisbona, Yves-Meny
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Dublin Castle
I no hanno vinto a Dublino. Le previsioni della vigilia sono state rispettate. Hanno prevalso gli euroscettici. Nell’Isola Verde hanno vinto le paure delle nuove sfide globali. Per l’Europa è un altro stop nella strada dell’integrazione. Una fortissima frenata. “Il risultato del referendum butta sale sulle ferite europee. Per l’Europa è un colpo molto duro, tanto più in questo momento in cui il continente attraversa una fase di difficoltà, caratterizzata dalla crisi economica e dalle incertezze politiche”. Yves Meny, politologo francese, direttore dell’Istituto Europeo di Firenze, lascia poco margine alle speranze nel commentare l’esito della consultazione elettorale irlandese sul Trattato di Lisbona.

Problema giuridico. Non entusiasta dell’accordo raggiunto nella città lusitana, Meny non è certo contento del voto di Dublino. “Bruxelles adesso ha una nuova, doppia, prova da affrontare: cercare di salvare il Trattato dal punto di vista giuridico, invitando l’Irlanda a riconvocare un referendum tra qualche mese. Ricordo che l’intesa deve essere ratificata da tutti gli stati membri e il Si irlandese è obbligatorio. Ma – prosegue il politologo francese – questo potrebbe anche non essere sufficiente per salvare il Trattato. Ci saranno, infatti, grandi problemi dal punto di vista politico. Ed è questa la seconda sfida che dovrà affrontare l’Europa. Il No di oggi rafforzerà infatti il fronte degli oppositori in paesi già molto scettici, come la Gran Bretagna e la Repubblica Ceka”.

Problema politico. Meny intravvede un pericolo: se Bruxelles proseguirà sulla strada dell’approvazione a tutti i costi potrebbe fare aumentare i malumori di larghe fasce dell’opinione pubblica del Vecchio Continente che vedono come una minaccia contro “L’Europa dei Popoli” ogni mossa dei politici e dei burocrati di Bruxelles.

Si, perché il malato non è grave, ma non sta certo bene. Il docente universitario francese giudica molto fragile lo stato di salute dell’integrazione europea. “Una crisi continua su cui si innestano altri fattori di crisi. Il tema è, dal mio punto di vista: quale è il livello di difficoltà che può sopportare l’Europa ?”. Una ricetta deve essere trovata in fretta. Il Trattato di Lisbona ha pregi e difetti, luci e ombre, ma almeno un merito, secondo Meny, l’aveva: prevedeva dei meccanismi di funzionamento dell’Europa a 27 che altrimenti, rischia di rimanere bloccata nell’empasse.

Elezioni 2009. L’occasione per individuare la medicina potrebbero essere le prossime elezioni europee del 2009. “Si tratta di trasformare quella campagna elettorale in una grande occasione di discussione sul futuro europeo. Cinque anni fa, l’accordo sulla Costituzione Europea venne raggiunto 15 giorni dopo le elezioni per il Parlamento di Strasburgo. Dopo, ripeto, e non prima, quando gli elettori ne avrebbe potuto discutere. Bene, proprio questo atteggiamento – sono convinto – ha provocato poi la vendetta francese, che bocciò la Costituzione attraverso il referendum convocato dal Presidente Chirac”. Per Meny, quindi, la strada per l’Europa è veramente in salita. I circa 2 milioni irlandesi che si sono recati alle urne hanno lanciato a Bruxelles un segnale molto forte. Ora, tutti i governi europei, il Parlamento di Strasburgo e la Commissione presieduta da Josè Manuel Barroso dovranno trovare una risposta adeguata. Saranno in grado di farlo?


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  • michele.zurleni
  • Venerdì 13 Giugno 2008

Il futuro dell’Europa passa da Dublino

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  • Tags: dublino, irlanda, Robert-Leonardi
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Dublino a passo di Guinness

Per il Si, la strada sembrava in discesa. Ma, a poche ore dall’apertura delle urne, se a Dublino fremono, a Bruxelles tremano. Già perché gli ultimi sondaggi dicono che gli irlandesi potrebbero fare un altro brutto scherzo all’Unione Europea e bocciare il Trattato di Lisbona nel referendum di giovedì prossimo. I favorevoli, il 34%, sono in testa, mentre i contrari si attestato al 27%. Il fatto è che la maggioranza degli elettori, il 35%, sarebbe ancora incerta sul da farsi. Così, nonostante il Taoiseach, il capo del governo irlandese, Brian Cowen, si sia buttato anima e corpo nella campagna elettorale; nonostante i principali partiti, a parte lo Sinn Feinn, appoggino il trattato europeo, i 4,2 milioni di irlandesi chiamati ad esprime un “Nil” o un “Tà” (in gaelico) potrebbero ripetere l’euro-shock del 2001, quando Dublino rigettò (per referendum) il Trattato di Nizza, approvato “in seconda battuta” con una nuova consultazione popolare, convocata l’anno dopo. L’ex “Tigre Celtica” d’Europa”, la nazione che più di altre ha sviluppato la propria economia nel decennio a cavallo di fine secolo, anche grazie ai contributi elargiti da Bruxelles, ora vive una fase di euroscetticismo e ha paura di perdere, in nome dell’Europa, altri “pezzi di sovranità”. Per questo lo slogan del fronte del No - “C’è gente che è morta per la tua libertà. Non buttarla via” - ha fatto presa su un’opinione pubblica già intimorita da fenomeni complessi legati alla globalizzazione quali l’immigrazione, la disoccupazione, il progressivo indebolimento dello Stato Sociale.

O'Connel Bridge

Fine del miracolo irlandese. “Dopo la fese di grande sviluppo economico e sociale degli anni’90, ora l’Irlanda è rientrata nei parametri di un paese “normale” - dice Robert Leonardi, docente italo-americano della prestigiosa London School of Economics ed esperto di questioni irlandesi. “Questa campagna elettorale sta riportando a galla tutti i problemi di identità nazionale. Siamo tornati, dal mio punto di vista, a un’Irlanda piccola, non più protagonista sulla scena europea”. Un salto all’indietro di almeno 20 anni, a prima del 1988, all’inizio della clamorosa fase di crescita economica. Secondo il politologo, l’Isola Verde è tornata a soffrire dei suoi atavici incubi isolazionisti. Leonardi non usa mezzi termini: “La partita europea è stata persa da Dublino. La sua classe dirigente, nel complesso, non è stata all’altezza. Non ha più fiducia in se stessa, nella possibilità di vincere le sfide globali che deve affrontare”. Torna quindi, il riflesso (o la voglia) d’isolamento che pervade la storia irlandese. Dopo la dichiarazione d’indipendenza nel 1920, che la fece uscire dall’Impero Britannico, Dublino visse decenni quasi in solitudine, terminati con l’adesione all’Unione Europea nel 1976. Con la creazione del mercato unico, dopo aver scelto la strada dell’integrazione, l’Irlanda è stata in grado di vivere la fase di maggiore espansione della sua storia recente.

Rischi per l’Europa. “Ora – ribadisce Leonardi – siamo tornati a un isolamento politico e culturale”. Il fronte del No punta su questo sentimento diffuso per vincere la partita del referendum di giovedì. Il Trattato di Lisbona viene presentato come il cavallo di Troia per fare aumentare le tasse, erodere l’autonomia militare e diplomatica. Anche la liberalizzazione dell’aborto, uno spettro nella cattolica Irlanda, è diventato tema della disputa elettorale. Così, i fantasmi irlandesi hanno nelle loro mani il destino dei quasi 500 milioni abitanti del Vecchio Continente. Anche perché soltanto in Irlanda, la ratifica passa attraverso il voto popolare. Negli altri paesi sono stati (o saranno) i parlamenti nazionali a dare il via libera alla carta di Lisbona. Ma, se dovesse vincere il No, veramente si fermerebbe – ancora una volta – la locomotiva (un po’ stanca, a dir la verità) dell’integrazione europea ? “Certo che il segnale sarebbe preoccupante, ma non penso che ci troveremmo di fronte ad uno stop definitivo – risponde il docente della London School of Economics - Dublino sarà costretta a riconvocare un secondo referendum, come è già avvenuto in passato”. Secondo Robert Leonardi, il Trattato deve andare avanti. L’Europa ha bisogno del rafforzamento delle strutture di guida e leadership, del nuovo equilibrio di peso e potere - a seconda della grandezza del paese – offerta dal patto portoghese. Soltanto così, riuscirà ad affrontare le sfide globali del futuro. Il confronto-competizione con gli Usa, la Cina e l’India, per decidere della crescita dell’Europa nei prossimi decenni, passa attraverso la “piccola-grande” Dublino.

  • michele.zurleni
  • Martedì 10 Giugno 2008

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