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Ecuador

Il paradiso perduto delle Galapagos

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  • Tags: ambiente, Charles-Darwin, Ecuador, Galapagos, latinoamericana, Rafael Correa
  • 3 commenti
Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.
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Un leone marino nelle isole di Darwin

Un leone marino nelle isole di Darwin

Sono state per due secoli il simbolo del paradiso incontaminato, tanto che perfino Charles Darwin le aveva trasformate nel più grande laboratorio a cielo aperto del XIX secolo. Continua

  • paolo.manzo
  • Mercoledì 7 Ottobre 2009

In Spagna cercasi immigrati disperatamente

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  • Tags: Brasile, colonizzazione, Ecuador, immigrazione-europea, Perù, piccoli-comuni, Spagna
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Perù

Una sorta di colonizzazione al contrario. Come a dire che la storia prima o poi ha sempre il suo rovescio della medaglia. Lo sa bene la Spagna in balia in questi ultimi anni di una profonda crisi, oltre che economica, anche demografica. Interi paesini, infatti, nel centro come sulle coste si stanno spopolando con il rischio di trasformarsi   in veri e propri paesi fantasmi. Sono 2648 i piccoli comuni interessati dal problema. E chi può, adesso, si ingegna per correre ai ripari. Così una quindicina di loro, con più coraggio forse e con un occhio più internazionale hanno varato un autentico piano di ripopolamento. Ma dove attingere allora se non in quell’America Latina di cui gli spagnoli furono colonizzatori senza scrupoli? La Spagna dunque sta chiamando a raccolta intere famiglie originarie dell’Ecuador, del Perù e perfino di un paese come il Brasile dove si parla portoghese e dove gli spagnoli non si fecero vedere.
I benefit che i comuni in cambio concedono sono del resto allettanti e vengono comunicati da regolari annunci sui giornali: case gratis, lavoro assicurato e in alcuni casi addirittura il biglietto aereo pagato a spese della pubblica amministrazione. I nuovi emigrati a richiesta sono diventati così un modello per l’intera comunità. A Lorcha,  per esempio, minuscolo comune di montagna di 735 abitanti nella Spagna orientale, otto bambini di cui due brasiliani e sette ecuadoriani tengono in vita l’unica scuola elementare del posto. Ad Avodar, sulla costa mediterranea invece quattro famiglie brasiliane hanno ricevuto oltre a casa e lavoro anche un assegno da 1000 euro come incentivo al trasloco da una parte all’altra del mondo. Insomma, l’idea sta riscuotendo successo e i paesini non muoiono. La prova del fatto che in fondo il mondo è più piccolo di quanto si creda.

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  • paolo.manzo
  • Martedì 12 Maggio 2009

Ecuador: stravince il bolivariano Correa

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  • Tags: Chávez, Ecuador, politica
  • 2 commenti

Ecuador

Con quasi il 70% di voti favorevoli, domenica 28 settembre 9,7 milioni di ecuadoregni hanno approvato tramite un referendum la nuova Costituzione voluta dal presidente Rafael Correa, considerata la base per la nascita nel paese andino del “Socialismo del XXI secolo”, una formula - dalle declinazioni, tuttavia, alquanto fumose - introdotta dal leader venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías.
I dati, annunciati poco dopo le 17 di domenica alla chiusura dei seggi in Ecuadordalla televisione privata Ecuavisa, non lasciano dubbi sull’esito. La vittoria del “sì” è un successo netto (circa il 70% dei voti) che rafforza notevolmente Correa in vista delle elezioni politiche che si terranno il prossimo anno.

Nel celebrare il trionfo il presidente ha affermato che “l’Ecuador ha scelto un nuovo paese, sconfiggendo le vecchie strutture” mentre il sindaco di Guayaquil, Jaime Nebot, l’oppositore più coriaceo del presidente nei giorni immediatamente precedenti al voto, ha riconosciuto che si tratta di “un risultato democratico che bisogna rispettare”.
Nonostante Correa abbia fatto rifernimento in più occasioni al “Socialismo del XXI secolo”, se si analizzano attentamente gli articoli della Costituzione approvata si nota come non solo la frase “Socialismo del XXI secolo” ma neanche la parola “socialismo” sia mai citata nei nove Titoli e nei 444 articoli che la compongono. Ciò che invece dice la nuova Costituzione è che l’economia dell’Ecuador sarà “sociale e solidaristica”, oltre ad attribuire alle imprese statali il controllo di settori strategici quali il petrolio, l’elettricità, le miniere, i trasporti e le telecomunicazioni. Naturalmente chi si oppone a Correa teme che queste siano solo differenze di “metodo” ma che la “sostanza” sarà una “deriva socialista” e un rafforzamento dei legami con il governo della repubblica bolivariana del Venezuela.

  • paolo.manzo
  • Lunedì 29 Settembre 2008

Uribe denuncia Chávez per “finanziamento al genocidio”

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  • Tags: Chávez, Colombia, Ecuador, Farc, Reyes, Uribe
  • Un commento

Il presidente Alvaro Uribe

Il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías avrebbe finanziato con 300 milioni di dollari i ribelli marxisti delle Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia. Di fronte a un folto gruppo di giornalisti riuniti nel Palacio de Nariño, il presidente colombiano Uribe, dopo la chiusura della frontiera decisa da Caracas, ha annunciato che è pronto l’incartamento per denunciare Chávez di fronte alla Corte Penale Internazionale (Cpi) con l’accusa di finanziamento al genocidio. Un’accusa appena più leggera rispetto a quella che qualche anno fa portò all’arresto di Slobodan Milosevic, accusato direttamente di genocidio.
“Il Governo che guido”, ha detto Uribe, “denuncerà il presidente del Venezuela affinché spieghi di fronte alla Cpi il presunto delitto di finanziamento al genocidio”. “Non possiamo permettere che un Paese solidarizzi e diventi complice di terroristi”, ha continuato il presidente colombiano. “Non siamo a favore della guerra ma non siamo deboli e non possiamo permettere che ci siano terroristi rifugiati in un altro Paese che spargono il sangue di nostri compatrioti”, ha poi concluso.
La denuncia di Uribe arriva dopo il ritrovamento di una serie di documenti ed e-mail scottanti nel computer del numero due delle Farc Raúl Reyes, ucciso sabato primo marzo dalle forze speciali colombiane in territorio ecuadoregno, che evidenzierebbero gli stretti legami dei governi di Caracas e Quito con la guerriglia marxista.
Tra le carte trovate sul computer di Reyes, oltre all’appoggio mutuo Farc-Venezuela e Farc-Ecuador a scopo politico, è anche stata resa pubblica una nota che spiegherebbe come Chávez sia grato alle Farc da oltre 15 anni, da quando, rinchiuso in un carcere venezuelano dopo il tentato golpe del 1992, i guerriglieri marxisti colombiani gli fecero avere “cento milioni di pesos”. Un’altra nota fa invece riferimento ai 300 milioni di dollari Usa da cui deriverebbe la denuncia di Uribe alla Corte Penale Internazionale. Ma ci sono anche messaggi di comandanti locali delle Farc a Reyes che parlano esplicitamente di narcotraffico. Uno datato 13 luglio 2007 dice: “Consegno 700 chili di cristallo di cocaina… sabato o domenica dovrò ricevere un milione e mezzo di dollari in contanti a Quito”. La risposta di Reyes, sempre in data 13 luglio, è raggiante: “È positivo che questa gente cominci a mantenere le promesse”.

Il portavoce delle Farc colombiane Reyes ucciso al confine tra Ecuador e Colombia in una foto d'archivio del 2006
Il portavoce delle Farc colombiane Reyes ucciso al confine tra Ecuador e Colombia in una foto d’archivio del 2006

Dal canto suo il ministro degli Esteri venezuelano Nicolás Maduro ha definito i documenti resi pubblici dal governo colombiano “semplicemente ridicoli” e, mentre circa l’85% dei venezuelani secondo i sondaggi dei principali giornali del paese sono contrari a una guerra con la Colombia, Caracas continua a gettare benzina sul fuoco. Da oggi, infatti, ha interrotto ogni flusso commerciale verso Bogotà. Una misura che si aggiunge ai dieci battaglioni con migliaia di soldati e decine di carri armati inviati alla frontiera e all’interruzione di tutte le relazioni diplomatiche ordinata da Chávez il 2 marzo scorso.
Come mai, mentre Ecuador e Colombia hanno ripreso a dialogare nelle ultime ore e stanno cercando di risolvere la crisi attraverso le vie normali diplomatiche, Caracas e Bogotà sono ormai ai ferri corti? Chávez ha messo “nel mirino” Uribe a partire dallo scorso dicembre, quando quest’ultimo decise di riprendere in mano direttamente il dialogo con le Farc, cercando di escludere il presidente venezuelano dal ruolo di mediatore privilegiato nelle trattative con i ribelli marxisti colombiani. Uribe, tuttavia, non ce l’ha fatta ad escludere il presidente del Venezuela, il quale ha continuato nella sua missione oramai non più richiesta dal governo colombiano, interloquendo con le Farc e contribuendo negli ultimi due mesi alla liberazione di sei ostaggi.

Questo sovrapporsi di ruoli e la differenza di approccio dei due presidenti – Uribe è contro ogni concessione alla guerriglia marxista, Chávez li considera, ricambiato, degli eroi - ha fatto precipitare le cose alla prima occasione possibile. Occasione che si è presentata sabato primo marzo quando la Colombia ha fatto sconfinare alcuni suoi soldati in Ecuador durante gli scontri con le Farc che hanno portato all’uccisione di Reyes.

Soldati ecuadoriani presidiano il confine con la Colombia, dove è stato ucciso il numero due delle Farc Reynes

  • paolo.manzo
  • Mercoledì 5 Marzo 2008

Chávez, le Farc e lo spettro della guerra in America Latina

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  • Tags: carri-armati, Colombia, Ecuador, Farc, guerra, Hugo-Chavez, Venezuela
  • 4 commenti

Il presidente Hugo Chavez

Al presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías si riconoscono molte peculiarità: aver raccolto l’eredità di Fidel Castro, aver inventato, a comunismo sepolto, il “socialismo del secolo XXI” e infine avere suggerito al mondo che le Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia, non sarebbero un gruppo terrorista in crisi bensì degli eroici guerriglieri, ignorandone macchie ed implicazioni con il narcotraffico. Da ieri, a Chavez si può attribuire un quarto traguardo: avere riportato lo spettro della guerra in America Latina.

Dieci battaglioni con decine di carri armati inviati alla frontiera con la Colombia, la chiusura dell’ambasciata venezuelana a Bogotà, tutto il personale diplomatico ritirato, l’aviazione mobilitata. Sono queste alcune delle misure adottate domenica 2 marzo dal presidente venezuelano, letteralmente infuriato perché qualche ora prima l’esercito colombiano aveva ucciso il numero due delle Farc, Raúl Reyes. “Un vero rivoluzionario”, lo ha definito Chávez sapendo che la sua eliminazione rappresenta l’ennesimo colpo inferto ai guerriglieri marxisti dal presidente colombiano Álvaro Uribe Velez.

Come mai questa misura così drastica? Ufficialmente la Colombia è stata accusata da Chávez di avere sconfinato in Ecuador durante gli scontri con le Farc che sabato 1 marzo hanno portato all’uccisione di Reyes. Ipotesi tutt’altro che peregrina dal momento che quella di rifugiarsi presso stati vicini è una strategia consolidata delle Farc che da anni approfittano dei confini “porosi” con Ecuador e Venezuela.

In realtà, l’avere per l’ennesima volta attirato tutta l’attenzione dei mass-media su un nemico esterno (sia esso l’Impero, Álvaro Uribe o il re di Spagna), porta ad un risultato concreto, molto utile a Chávez. Non si parlerà più dell’inflazione galoppante che sta erodendo il potere d’acquisto dei venezuelani, nonostante l’introduzione di una nuova moneta dall’inizio del 2008, il bolivar forte. Né della mancanza di prodotti alimentari base, dal latte alle uova, che da mesi soffre il popolo della Repubblica Bolivariana de Venezuela.

La minaccia di guerra alla Colombia, dunque, per ora appare più come un diversivo ad uso e consumo interno che una reale minaccia. Resta il fatto che dal conflitto delle Falkland-Malvinas nella regione non soffiavano più venti di guerra. Nel 1982 lo scontro Argentina-Inghilterra segnò drammaticamente una generazione di giovani lanciati al macello da una giunta militare già destinata al fallimento. Di fatto la guerra con Londra per riprendere le Falkland-Malvinas fu l’ultimo colpo di coda di Gualtieri prima del crollo della dittatura.

Il video-SERVIZIO della Cnn

  • paolo.manzo
  • Lunedì 3 Marzo 2008

Sfratto ecosostenibile alle Galapagos

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  • Tags: Charles-Darwin, ecosostenibilità, Ecuador, Eliecer-Cruz, Galapagos, Oceano-Pacifico, turismo
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Parco Nazionale delle Galapagos

Seimila persone rischiano l’espulsione dalle isole Galapagos, isole incontaminate in mezzo all’Oceano Pacifico rese celebri da Darwin e considerate patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Tutta colpa o merito, dipende dai punti di vista, del loro governatore Eliecer Cruz, dal momento che le isole dipendono politicamente dall’Ecuador. La decisione è stata presa dopo la denuncia fatta proprio dall’Unesco lo scorso mese di aprile. L’arcipelago, composto da 14 isole vulcaniche alcune delle quali datano 4 milioni di anni, secondo gli esperti giunti direttamente da Parigi sarebbe a rischio a causa dell’incremento del flusso di turisti negli ultimi anni e del conseguente sovrappopolamento. Non importa che distino circa mille chilometri dalla costa occidentale dell’America del Sud. Succede così che in molti vi giungano con un visto per visitatori che permette loro di restare solo tre mesi ma che poi prolunghino il soggiorno diventando ospiti fissi e, a questo punto, non graditi. L’espulsione in questo senso sembra essere l’unica soluzione per salvaguardare flora e fauna che qui rappresentano un unicum rispetto al resto del pianeta. L’isolamento nel corso dei millenni prima e dei secoli poi e l’ampia varietà di climi e di habitat favorita dalle correnti hanno infatti permesso l’evoluzione di specie endemiche, sia animali che vegetali, che hanno ispirato profondamente l’evoluzionista Charles Darwin e la sua “Origine delle specie”.

[i](Foto: Barbara Sgarzi)[/i]

  • paolo.manzo
  • Martedì 21 Agosto 2007

Terremoto in Perù: la fragile rete che deve gestire l’emergenza

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  • Tags: Alan-García, alberto-Fujimori, Alex-Kouri, America Latina, Ana-Rodríguez, Benedetto XVI, Cile, Colombia, Ecuador, El-Salvador, Guatemala, Indeci, ISDR, Lima, Nazca, Nicaragua, Pacific-Tsunami-Warning-Center, Paracs, Perù, Pisco, Quito, regione-di-Callao, regione-di-Icá, Valparaiso
  • Un commento

Ica, a 300 chilometri dalla capitale Lima, è una delle città più colpite dal terremoto

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“Un orrore, sono disperata. Ero con la mia bambina e in quel momento la terra ha iniziato a tremare”. Scoppia a piangere Ana Rodríguez, intervistata da Panorama.it e alla ricerca disperata della figlia di 5 anni rimasta travolta dalle macerie nell’abitato di Pisco, dove il 70 per cento delle case sono andate distrutte. Capitale della regione di Icá, la più colpita dal sisma delle 0.41 di stamane (le 18.41 di ieri sera in Perù), a Pisco è stato immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza da parte del presidente peruviano Alan García che, in un discorso a reti unificate teletrasmesso alla nazione ha lanciato un appello disperato: “Tutti i poliziotti devono scendere in strada per aiutare, gli ospedali della polizia, dell’esercito e quelli convenzionati alla sicurezza sociale del paese devono dare a tutte le vittime assistenza gratuita, siano essi o meno in possesso di un’assicurazione medica privata”.

Immediatamente lo sciopero dei medici che avevano incrociato le braccia da settimane per chiedere salari migliori è stato interrotto, e migliaia di camici bianchi si sono messi a disposizione delle migliaia di feriti che necessitano di cure urgenti. Pisco, la città del Pisco Sour, la bevanda nazionale peruviana, e culla delle civiltà precolombiane Paracas e Nazca, oggi è una città fantasma dove si sta scavando disperatamente tra le macerie della chiesa principale, crollata mentre si stava celebrando la messa. Ancora non si conosce il numero esatto delle vittime (per ora la cifra ufficiale è di 337, con oltre 1300 feriti) e l’unica cosa sicura è che agli angoli delle strade di Pisco le squadre di soccorso stanno accatastando corpi senza vita.

Certo, adesso bisogna pensare ai morti e soprattutto ai feriti, ma le polemiche sono già dietro l’angolo. E se la scienza dice che i terremoti non si possono prevedere è vero anche che l’emergenza scattata in Perù in queste ultime ore per il sisma che ha colpito la zona a sud della capitale Lima avrebbe potuto avere un’altra forma e altri effetti se solo ci fossero state condizioni differenti. È mancato, infatti, da parte dell’Indeci, l’Instituo Nacional de defensa civil, la protezione civile locale, un vero piano d’emergenza nazionale e si teme per la gestione dei soccorsi.

Eppure non è la prima volta che il Perù vive una situazione del genere, visto che è considerato dagli esperti di tutto il mondo un paese ad alto rischio sismico, come del resto i vicini Ecuador e Cile. Il sisma più devastante degli ultimi anni è stato quello del 31 maggio 1970, quando le regioni a nord di Lima furono colpite da un terremoto di magnitudo 7,5. Il bilancio fu pesante: 75 mila morti e intere città e villaggi completamente distrutti. L’ultimo in termini cronologici, invece, è stato registrato il 25 settembre 2005, quando sette gradi Richter misero in ginocchio il nord est del Paese. Bilancio meno tragico del precedente, cinque morti e 2500 senzatetto ma quella zona, considerata poverissima, ha fatto fatica a riprendersi da allora.

Stavolta, invece, cos’è accaduto? In assenza di un vero piano d’emergenza nazionale il Perù si è fatto prendere dal panico e ognuno ha dato l’allarme che ha voluto. Alex Kouri, governatore della regione di Callao, il distretto in cui si trova l’aeroporto della capitale e che dista 14 chilometri dal centro di Lima, ha pensato bene di allertare la popolazione, con l’intento di calmarla, dicendo che oltre al terremoto si era abbattuto sul paese anche uno tsunami. Informazione corretta ma… impropria. Era stata infatti lanciata un’allerta tsunami dallo statunitense Pacific Tsunami Warning Center non solo per il Perù ma anche per Cile, Ecuador e Colombia. Allarme poi rientrato. Il sindaco Callao, tuttavia, ha poca colpa.

In Perù manca da anni, infatti, un piano d’emergenza e di evacuazione in caso di terremoto. L’ex presidente Alberto Fujimori, dal suo paese d’origine, il Giappone, non ha voluto prenderlo neanche in prestito. E non solo: sui soccorsi pesano adesso le accuse dell’ISDR, l’International Strategy for Disaster Reduction delle Nazioni Unite che già in un rapporto relativo al terremoto del 2001 denunciava l’incapacità di coordinamento e di gestione dei soccorsi in Perù per emergenze di questo tipo. Il sisma che si è abbattuto stanotte ha interrotto strade e telecomunicazioni e, per muoversi, gli aerei costano. L’unica speranza per il Perù adesso è rappresentata dalla comunità internazionale che ha già attivato numerose linee di intervento, mentre Papa Benedetto XVI ha lanciato un appello di solidarietà alle popolazioni peruviane colpite dal terremoto.

LEGGI ANCHE: America Latina, continente di terremoti - Guarda la GALLERY e il VIDEO servizio:

  • paolo.manzo
  • Giovedì 16 Agosto 2007

Lotta alla coca in Colombia: spruzza, uccidi e scappa

OkNotizie

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  • Tags: America Latina, coca, Colombia, dna, Ecuador, Monsanto, polizia, ricerca, Università-Cattolica-di-Quito
  • Un commento

L'esercito colombiano requisisce una grande quantità di cocaina nella selva colombiana

Sono stati i campioni di sangue a parlare, quelli prelevati su un campione di 24 ecuadoregni che vivono nel raggio di tre chilometri dalla frontiera settentrionale con la Colombia. Sotto accusa sono finiti così gli spray letali spruzzati dal governo colombiano sulle piantagioni di coca come deterrente.
Se l’inchiesta è potuta partire è stato tutto merito dalla tenacia dei ricercatori dell’Università Cattolica di Quito insospettiti dal forte aumento di disturbi di vario genere in una parte della popolazione a partire dal 2000. Vomito, diarrea, dolori intestinali, vertigini, mal di testa, bruciore degli occhi e della pelle, eritemi in continuazione, insomma la lista era lunga e complessa tale da richiedere oltre ad un intervento medico immediato anche una seria e approfondita ricerca delle cause. La verità non ha impiegato molto a venire a galla. 24 pazienti presentano danni al loro DNA fino all’800% in più rispetto alla popolazione che vive a 80 chilometri di distanza, con altissimo rischio di cancro e di compromettere del tutto le generazioni future. Sotto accusa è finito il glifosato, un erbicida venduto alla Colombia dalla statunitense Monsanto con il nome di Roundup, già noto ai ricercatori europei per i suoi effetti letali, e spruzzato per via aerea con generosità sui campi che si trovano nella zona di confine e coltivati a coca.
L’area ai confini con la Colombia, dove vive il campione analizzato, è dal 2000 considerata una zona di grande criticità per le enormi coltivazioni della pianta da cui si ricava la droga. Nel solo 2006 il Diran, la direzione antinarcotici della Polizia Nazionale Colombiana sostenuta dal governo degli Usa, ha coperto di Roundup 171.613 ettari, cioè il 24% in più rispetto all’anno precedente. Gli scienziati di Quito aspettano adesso di vedere pubblicato il loro studio sulla prestigiosa rivista scientifica “Genetics and Molecular Biology”. Un primo passo per sensibilizzare l’opinione pubblica del mondo intero.

  • paolo.manzo
  • Mercoledì 27 Giugno 2007
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