
(Credits: Epa/Abedin Taherkenareh)
L’Agenzia delle Nazioni Unite per il nucleare rende noto che l’Iran ha portato avanti test rilevanti allo sviluppo di un esplosivo nucleare. La ricerca degli iraniani - si legge nelle 25 pagine dell’ultimo rapporto dell’AIEA, il più severo fino ad ora elaborato - comprende l’elaborazione di “modelli al computer che possono essere usati solo per sviluppare il detonatore di una bomba nucleare”. Insomma, ci sono i disegni (al computer) di un detonatore, non il detonatore.
Continua
- farian
- Mercoledì 9 Novembre 2011

(Credits: Ansa)
“L’Iran non ha bisogno delle armi nucleari”, ha dichiarato all’IRIB, la televisione di Stato iraniana, il presidente della Repubblica islamica Mahmoud Ahmadinejad, che sembra così abbassare i toni rispetto al passato. E, ancora una volta, ribadisce che il nucleare di Teheran è a soli scopi civili.
Continua
- farian
- Martedì 8 Novembre 2011

Barack Obama e Benjamin Netanyahu (Credits: Ansa/Moshe Milner)
Quanto è verosimile un bombardamento di Teheran da parte di Israele e degli Stati Uniti? Per ragionare su questo tema, la stampa iraniana si affida - in parte - ai giornali dello Stato ebraico. E infatti sulla homepage di Presstv.ir, l’emittente televisiva della Repubblica islamica in lingua inglese, si legge un articolo con le dichiarazioni (e la fotografia) dell’ex capo del Mossad Ephraim Halevy, secondo cui “un attacco all’Iran avrebbe un impatto sull’intera regione per i prossimi cento anni“. E in ogni caso, aggiunge Halevy, l’Iran “è lontano dal posare una minaccia esistenziale a Israele“.
Continua

Ehud Barak, ex leader del partito laburista (Credits: AP Photos/Dan Balilty)
Il ministro della Difesa Ehud Barak - uno che ha organizzato, tra le altre cose, l’operazione Piombo Fuso - ha lasciato ufficialmente il Partito laburista israeliano. Obiettivo: formare una nuova forza politica che giuri fedeltà al primo ministro (conservatore) Benjamin Netanyahu. Bene. Era ora. Dopotutto, che cosa c’entrasse uno come Barak con la sinistra non lo si è mai capito. Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Il vicepremier Ehud Barak: "Un Telescopio al trentunesimo piano" (AP)
Attenzione: è quasi una questione di Stato. Ehud Barak, vicepremier, ministro della Difesa nonché capo del partito laburista israeliano, è al centro di una bufera mediatica. I giornali israeliani sembrano molto interessati alla sua vita (e ai suoi vizi) privati. Qual è il problema? Pare che il ministro spenda un sacco di quattrini in gadget inutili e infantili, incluso un telescopio gigante che gli permetterebbe di guardare tutta Tel Aviv. Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Il consiglio dei ministri: "governo di Gerusalemme" o "governo di Tel Aviv"?
Per avere un’idea di quanto è complessa la situazione in Israele, basta dare un’occhiata ai giornali italiani. Esistono versioni diverse su tutto: persino su questione che, da qualsiasi altra parte, non meriterebbero nemmeno di essere discusse. Per esempio: qual è la capitale? Continua

Per Benjamin Netanyahu, la strada per formare un governo è, per ora, in salita. Almeno un esecutivo di unità nazionale così come gli “imporebbe” il mandato di Shimon Peres. Con un doppio colpo, prima la leader di Kadima, Tzipi Livni, e poi il numero uno dei laburisti, Ehud Barak, hanno respinto le avances del presidente incaricato. I giochi sono però sono ancora molto aperti.
Il leader del Likud ha un mese di tempo prima di chiudere il cerchio. E, per ora, è in grado di condurre la partita. Può scegliere quale sarà il risultato finale. Perchè se non riuscisse a dare a Israele un governo di Grande Coalizione, potrà comunque percorrere la seconda strada, quella di un esecutivo formato dal blocco di destra. “La possibilità che Netanyahu formi un’alleanza con Kadima e Labour la darei al cinquanta per cento”- dice Menachem Hofnung, docente di Scienze Politiche all’Università ebraica di Gerusalemme. “Dipende tutto da lui, da quello che intende fare”.
Se Bibi è intenzionato veramente a varare un governo che porti avanti i colloqui di pace con i palestinesi, che abbia un buon rapporto con gli Stati Uniti e con l’Europa, sceglierà la prima opzione. E per la Livni sarà facile abbracciare l’alleanza con lui. Se invece, intendesse seguire un’altra strada, quella di una chiusura al dialogo con il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, quella del tentativo di spaccare Kadima - una buona fetta del partito vuole andare al governo a ogni costo, allora stringerà un patto di ferro con i partiti ultra-nazionalisti”.
Difficile dire ora quale sarà la scelta di Bibi. L’accademico israeliano non vuole sbilanciarsi. Le trattative saranno lunghe e difficile, dice. Solo tra qualche settimana se ne conoscerà l’esito. Per ora, siamo ancora alle prime mosse della lunga partita a scacchi. Tzipi Livni si è proposta come portabandiera del dialogo con i palestinesi. Nell’incontro con Benjamin Netanyahu, la leader di Kadima avrebbe detto al presidente incaricato “Io voglio che il prossimo governo porti avanti gli accordi di Annapolis con l’Anp. Il tuo esecutivo, lo farà?” gli ha chiesto, con il suo piglio diretto, per sapere se il numero uno del Likud è disposto ad accettare la formula “Due popoli, due Stati”. Su questo punto, Bibi è sempre stato abbastanza vago, non ha mai voluto scoprire le carte. Secondo i dirigenti del partito di Netanyahu, la posizione della Livni, invece, sarebbe puramente strumentale, tenuta solo per accreditarsi con la Casa Bianca e Bruxelles come unica possibile candidata premier. “Ma può anche rinunciare a questo suo sogno impossibile per avere comunque la possibilità di condizionare pesantemente la politica del prossimo esecutivo” dice Menachem Hofnung. “Quando sapremo quale sarà l’agenda del prossimo governo, sapremo anche se ne faranno parte Kadima e, magari il Labor” - afferma il politologo.
Secondo lui, i laburisti difficilmente entreranno nell’esecutivo, ma l’ipotesi non è completamente da escludere. Anche se, nell’incontro con Benjamin Netanyahu, (l’ancora) ministro della difesa Ehud Barak ha chiuso (per ora) la porta. “Il popolo ha deciso che dobbiamo andare all’opposizione e ci andremo” - ha detto ai giornalisti, al termine del summit con Bibi. Aggiungendo poi però che, ci sarà, in futuro, un nuovo incontro tra loro due. “Se Kadima entra, lo faranno anche i laburisti, ma se la Livni rimane fuori, il Likud formerà un governo di destra. Lui ha già i numeri per governare, ma come si si sa, pochi dentro e fuori Israele vorrebbero un esecutivo condizionato da Avigdor Lieberman, il leader del partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu e dalle altre formazioni ultra ortodosse.” Qualche pressione, nelle prossime settimane, arriverà ancora dagli Usa e dall’Europa. Il neo-segretario di stato statunitense Hillary Clinton e il Ministro degli Esteri Europeo Xavier Solana andranno a Gerusalemme per far sentire il loro peso nella partita a scacchi per la formazione del nuovo governo israeliano.
LEGGI ANCHE: Tutti gli articoli sulla guerra a Gaza
Quanto reggerà la fragile tregua a Gaza? È la domanda che gli stessi protagonisti delle ultime tre settimane della crisi mediorientale si fanno, dal premier israeliano Ehud Olmert, ai vertici di Hamas, dal presidente egiziano Hosni Mubarak ai governanti europei che hanno partecipato al vertice di Sharm el Sheikh – Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi, in prima fila; da Barack Obama al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon.
Dopo che sabato il governo israeliano aveva annunciato un cessate il fuoco unilaterale e dopo che, ieri , Hamas aveva risposto con un la decisione di dichiarare una tregua (di una settimana e condizionata la ritiro delle truppe israeliane), le prime formazioni dell’esercito con la Stella di David hanno iniziato a lasciare la Striscia. Ma usciranno tutti i soldati? E in quanto tempo? Il primo ministro Olmert, nella conferenza stampa del summit egiziano si è limitato a dichiarare che “se il cessate il fuoco si rivelerà stabile, Israele abbandonerà Gaza perché non ha mai avuto intenzione di riconquistarla”. Cosa significa? Che il ritiro sarà parziale per ora e totale solo dopo che Gerusalemme avra`avuto la ragionevole certezza che Hamas non lancerà più razzi Qassam sul sud di Israele, dice a Panorama.it Herb Keinon, firma di punta del Jerusalem Post, uno dei quotidiani israeliani più prestigiosi. “Abbiamo lasciato la Striscia nel 2005 e non ci interessa ora rimanerci più del necessario. Dipenderà da Hamas. Se ci attaccherà ancora, è possibile che il nostro esercito riprenda le operazioni militari. Quindi penso che per i prossimi giorni, i nostri carri armati rimangano all’interno di Gaza, in alcune zone, come deterrente nei confronti del lancio di razzi”.
La strategia del governo di Ehud Olmert è piuttosto chiara. Dopo 22 giorni di bombardamenti, dopo più di 1000 morti palestinesi, dopo tre settimane di stillicidio quotidiano per gli abitanti delle città della parte meridionale di Israele, dopo le pressioni internazionali per un cessate il fuoco e in vista dell’insediamento di Barack Obama, l’esecutivo israeliano, con il supporto delle analisi dei servizi di intelligence, ha ritenuto di aver raggiunto gran parte degli obiettivi che si era dato prima di lanciare l’Operazione Piombo Fuso e ha deciso di fermare l’offensiva, lasciando però i suoi soldati dentro la Striscia, in modo da poterla riprendere immediatamente nel caso in cui fosse necessario. I tanks rimarranno in alcune aree per convincere i miliziani di Hamas che per loro sarebbe controproducente continuare a bombardare il Negev.
“Secondo le mie informazioni, il braccio armato del partito fondamentalista ha subito un durissimo colpo dall’offensiva delle nostre forze di sicurezza. La durata del cessate il fuoco, ripeto, dipenderà da loro” afferma Herb Keinon. “Il nostro governo ha ottenuto degli importanti risultati con l’Operazione Piombo Fuso. Forse non è riuscito a eliminare al 100% il pericolo rappresentato dai Qassam, ma la situazione è sicuramente migliore rispetto al passato. E poi, a mio parere, è riuscito ad avere un appoggio internazionale contro Hamas che prima, forse, mancava”.
Il cessate il fuoco, se verra`mantenuto, sarà il primo passo verso una soluzione complessiva della crisi. Che potrebbe passare anche attraverso il dispiegamento di una forza internazionale di pace ai confini tra Gaza e l’Egitto. Silvio Berlusconi ha già dato la disponibilità dei carabinieri italiani. Ma, per ora, questo scenario appare ancora lontano. “Per Israele, va bene, ma Hamas è sempre stata contraria” dice l’analista del Jerusalem Post. Il quale conosce molto bene le dinamiche interne all’esecutivo israeliano. Da tempo, Keinon ha l’incarico di seguire Tzipi Livini. È stato lui a scrivere nei giorni scorsi delle divisioni tra, da una parte Olmert e dall’altra del suo ministro degli esteri, accanto al quale si è schierato il titolare della difesa, il leader laburista Ehud Barak. “Si c’erano e vertevano sulla durata dell’operazione. La Livni avrebbe voluto concluderla prima, Olmert ha voluto andare avanti ancora qualche giorno. Ma adesso, queste tensioni sono state superate dopo la dichiarazione di tregua unilaterale”. Solo i prossimi giorni e le prossime mosse dei protagonisti ci diranno quanto reggerà il cessate il fuoco.
Gli ultimi commenti