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Israele, Tzipi Livni verso l’incoronazione

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  • Tags: ehud-barak, Golda-Meir, Kadima, Shaul-Mofaz, Tzipi-Livni
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Israele

Una donna potrebbe tornare a guidare Israele. Lei è la favorita a
succedere a Ehud Olmert. Dopo le primarie di Kadima, Tzipi Livini, attuale ministro degli esteri, potrebbe prendere posto del premier, costretto a lasciare l’incarico a causa delle suo coinvolgimento in due inchieste per corruzione.

Davanti a lei, c’è solo un ostacolo. Si chiama Shaul Mofaz, titolare
del ministero dei trasporti, l’uomo con un passato da generale
dell’esercito e ora possibile outsider della politica israeliana. Secondo gli ultimi sondaggi non dovrebbero esserci troppe sorprese. L’affascinante avvocatessa nata a Tel Aviv 50 anni fa dovrebbe conquistare il 47 per cento delle preferenze dei settantaquattromila membri del principale partito israeliano. Mofaz è dato al 28%. In teoria, un abisso divide i due. Se nessuno dei candidati dovesse ottenere almeno il 40 per cento dei voti, tra una settimana ci sarà il ballottaggio. Ma tutti gli esperti dicono che il vincitore uscirà al primo turno.

“Sì, tutti i sondaggi indicano che lei stravincerà. Io non mi fido
ciecamente di loro, ma è difficile che possano sbagliare di 10-15 punti in percentuale” - afferma Herb Keinon, firma di punta del quotidiano Jerusalem Post. Il giornalista e scrittore, con un’esperienza ventennale, conosce bene la Livni perché la sua testata lo ha incaricato di raccontarne l’attività di governo. “Tzipzera” - come l’ha chiamata affettuosamente in un incontro pubblico (dandole così una sorta di investitura per la leadership di Kadima) il Numero Uno dei laburisti Ehud Barak - potrebbe seguire le tracce di un’altra donna, la prima ad assumere l’importante incarico nella storia d’Israele: Golda Meir, primo ministro dal 1969 al 1974. Altri tempi, altri minacce per Gerusalemme, altre guerre con i vicini arabi. Ma molto del fascino di queste primarie dipende anche da questa fattore. E dalla curiosità di sapere quali sono le reali qualità di Tzipi Livni.

“Lei è abbastanza giovane rispetto agli altri protagonisti della scena
politica israeliana. È stata eletta alla Knesset, al nostro parlamento, pochi anni fa. Non è mai stata sfiorata da inchieste o accuse di corruzione. La gente vuole personaggi nuovi e trasparenti. Per questo avrà il consenso alle primarie”, afferma Herb Keinon. Ma questo basta per farne una statista? A questa domanda, il giornalista del Jerusalem Post risponde con prudenza. “Le minacce per noi, per la sicurezza di Israele, rimangono. Ora si chiamano Hezbollah, Hamas e Iran. Lei non ha grande esperienza sulle questioni militari. Può essere un limite? Per alcuni lo è”. Queste perplessità non nascondono una pregiudizio sessista, secondo il giornalista del Post. Ex ufficiale nelle forze armate e poi per quattro anni nelle file del Mossad, “Tzipzera” nella sua carriera politica ha ricoperto diverso incarichi di governo ma mai nessuno legato al tema della sicurezza. “Anche Ehd Olmert non è mai stato un militare di carriera. Ma questo non gli ha impedito di dichiarare guerra contro gli Hezbollah dopo il rapimento del nostro soldato nel sud del Libano.
Gli elettori guardano a questo tipo di reazione, non al curriculum nelle forze armate”.

Ma tutto questo rischia di essere solo uno scenario virtuale nel caso in cui Tzipi Livni non riuscisse a formare un nuovo governo. C’è la possibilità infatti che lei sia costretta a fermarsi ad un passo dalla soglia della stanza dei bottoni. Dopo l’affermazione nelle primarie, il presidente Shimon Peres chiamerà il vincitore per chiedergli di varare un nuovo esecutivo. Non sarà un’impresa facile. Soprattutto dovrà convincere il partito religioso Shas a rimanere nella coalizione, mentre invece la sua dirigenza punta alle elezioni
anticipate. Nel caso in cui il nuovo leader di Kadima fallisse sarebbe
Ehud Olmert a rimanere primo ministro fino alle elezioni anticipate.
Herb Keionon, come molti altri analisti, scommette su questo scenario.
“Secondo me, si voterà nella prossima primavera e il Likud vincerà.
Certo che se la Livni riuscisse a formare il governo e portarlo fino alle elezioni nel 2010, potrebbe giocarsi delle chance di vittoria che allo stato attuale lei, e il suo partito Kadima, assolutamente non hanno.”

E non si tratta di una questione personale. Se anche le primarie di
mercoledì fossero vinte da Shaul Mofaz, il super-falco che guarda a
destra, ci sarebbero le stesse difficoltà a costituire una coalizione di governo. Sefardita, nato 60 anni fa in Iran, il ministro dei trasporti si è creato la fama da duro negli anni quando era capo di stato maggiore del potente esercito israeliano. Fu lui a gestire la fase più calda dell’Intifada. Ma, spiega Herb Keinon, la sua politica troppo filo Likud non piace alla base di Kadima, se si ritrova su toni più moderati. È per questo che Tzipi Livni dovrebbe batterlo nella corsa alla leadership del partito. Ma raggiunto questo risultato, riuscirà “Tzipzera” a essere la nuova Golda Meir?

Golda Meir e Sadat

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 17 Settembre 2008

La Rice è a Tel Aviv. Israele: Gaza nemica. Hamas: è guerra.

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  • Tags: Abu Mazen, Cisgiordania, ehud-barak, Gaza, Gerusalemme, Israele, Palestina
  • Un commento

Gaza, 12 giugno 2007: in Palestina il tempo delle parole sembra finito per lasciare spazio solo a quello delle armi. Da una parte il presidente Abu Mazen e Al Fatah, eredi diretti di Arafat, dall'altra i nuovi leoni arrembanti e arrabbiati di Hamas, il partito islamico legato all'internazionale dei Fratelli Mussulmani che vuole fare della Striscia di Gaza la propria roccaforte. [i](Credits: Ansa)[/i]

Condoleezza Rice è arrivata in Israele per la prima tappa del tour in Medio Oriente che anticipa la conferenza di pace organizzata dalla Casa Bianca per novembre. E subito si trova a dover gestire uno scontro durissimo tra Israele e Hamas. Il Consiglio dei ministri israeliano ha infatti deciso all’unanimità di tagliare i rifornimenti di carburante ed energia elettrica a Gaza. Governata da Hamas dopo una sanguinosa battaglia contro i “laici” di Al Fatah, la Striscia è stata definita anche “un’entità nemica”, quasi a sancire formalmente la separazione tra le due Palestine: quella “buona” di Ramallah controllata da Al Fatah, con cui Gerusalemme è disposta a sedersi al tavolo delle trattative, e quella “cattiva” di Gaza City in mano ai miliziani integralisti dopo il golpe di giugno. La risposta di Hamas non si è comunque fatta attendere: quella di Israele “è una dichiarazione di guerra”. Alla base della decisione odierna c’è la ripresa da qualche settimana del lancio dei missili Qassam, la conseguente riorganizzazione del braccio militare di Hamas e forse anche la volontà di spaccare ulteriormente il fronte palestinese prima di sedersi, da una posizione di forza, al tavolo delle trattative di pace. Incalzato dalle destre israeliane Ehud Barak, il ministro della Difesa, non ha escluso un intervento di terra, ma quella di oggi è una decisione - secondo il quotidiano Haaretz - che, in chiave interna, mira a prendere tempo e a spiazzare i fautori di un’invasione su larga scala.

A complicare il quadro nell’immediato c’è la forte divisione, all’interno dell’organizzazione integralista palestinese, tra il suo braccio politico guidato dal premier Hanyeh e i vari signori della guerra integralisti che agiscono ormai per conto proprio, padroni assoluti del territorio e delle varie enclave guerrigliere. Sullo sfondo però c’è una questione strategica: la trattativa di pace (con i buoni uffici della Rice) che va avanti in gran segreto da alcuni mesi tra il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen. Una trattativa che – secondo il quotidiano palestinese vicino ad Al Fatah al Quds al Arabi - avrebbero già portato a un accordo “definitivo” e “dettagliato” che sarà presentato solo alla Conferenza voluta da Bush a Washington il prossimo autunno: Gerusalemme ‘capitale di due stati’, parziale riconoscimento del diritto al ritorno di 100 mila profughi e ‘risarcimento’ a coloro che non rientreranno. L’intesa, sempre secondo il quotidiano palestinese, prevederebbe il ritiro di Israele dai territori del 1967, salvo “compensazioni con altri territori del 1948″. Alla fine del processo potrebbe nascere una confederazione palestinese-giordana.

L’unica certezza è che l’amministrazione americana ha oggi tutto l’interesse per favorire, prima della fine del mandato presidenziale, un accordo di pace che consenta ai repubblicani di scrollarsi di dosso la fama bellicista conquistata in questi anni. La decisione di dichiarare Gaza “un’entità nemica” e di comminargli sanzioni di tipo economico potrebbe anche non interrompere il dialogo diplomatico tra Gerusalemme e Ramallah. E, benché Abu Mazen abbia formalmente condannato la decisione israeliana, non sono di secondaria i toni scelti dall’Anp: “Lo Stato ebraico – ha detto Saeb Erekat, consigliere politico del presidente Abu Mazen - non ha diritto formale di dichiarare la striscia di Gaza entità nemica perché quello è un territorio occupato: è una decisione nulla”. Una condanna tutto sommato lieve, formale, dove sono scomparsi i tradizionali riferimenti all’”entità sionista” e all’”aggressione terroristica” cui anche gli eredi di Arafat ci avevano abituati. Una presa di posizione molto diversa da quella di Hamas, appunto. Nel momento dell’avvio delle trattative, gettare altra benzina verbale sul fuoco significherebbe per l’Anp rischiare di perdere, dopo aver perduto l’appoggio di buona parte della popolazione, anche la sponda diplomatica, l’ultima possibilità che hanno gli eredi di Arafat per legittimarsi agli occhi dei cinque milioni di palestinesi. Da parte sua Condoleezza Rice ha sottolineato che “Quello che vogliamo è portare avanti la causa della pace tra israeliani e palestinesi. Non possiamo continuare a dire che vogliamo una soluzione con due stati, ma dobbiamo muoverci e credo che la traccia degli incontri bilaterali in cui si sono impegnati le parti abbia esattamente questo scopo”.

  • paolo.papi
  • Mercoledì 19 Settembre 2007
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