Sono centomila i newyorkesi infettati dal virus dell’HIV secondo gli ultimi dati forniti dai funzionari del dipartimento della Sanità della città. Solo nel 2006 i nuovi malati nella metropoli sono stati circa cinquemila. Le statistiche rese note il 28 agosto rivelano che l’epicentro statunitense della diffusione dell’HIV è la Grande Mela. Il dipartimento della Sanità newyorkese giustifica questo “boom” con la forte presenza dei cosiddetti “gruppi a rischio”, soprattutto quelli composti da uomini omosessuali e di colore.
A scattare la fotografia reale di questa vera e propria emergenza è stata una nuova metodologia, in vigore dal 2006 e sviluppata dai Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie negli Stati Uniti, in grado di stabilire l’anno esatto in cui l’infezione è avvenuta. Si è scoperto, così, che in quello stesso anno la metà dei sieropositivi era di sesso maschile e aveva contratto l’Aids attraverso rapporti di tipo omosessuale.
A completare l’identikit delle persone colpite dal virus sempre grazie a questa tecnologia, è venuto fuori che i neri infettati dal virus dell’HIV di entrambi i sessi, invece, sono stati in media tre volte più numerosi dei bianchi. Per la dottoressa Monica Sweeney, specializzata nel controllo e la prevenzione dell’Aids, la precisione delle ultime statistiche aiuterà la città di New York anche per il futuro, soprattutto nell’ottimizzare le risorse per vincere la sua guerra contro il virus.

Partirà a luglio da Salerno, con circa due anni di ritardo, la sperimentazione nel nostro Paese del servizio 112, il numero unico europeo previsto dalle direttive comunitarie da chiamare in caso di emergenze (dal pronto soccorso alla polizia fino ai vigili del fuoco). La decisione è pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n° 59 del 10 marzo 2008 ed emana un decreto del ministero delle Comunicazioni dello scorso 22 gennaio. L’Italia si allinea quindi ai dettami europei, dopo che la Corte di giustizia europea aveva avviato una procedura d’infrazione per il mancato adempimento delle direttive che prevedono una informativa chiara e trasparente sula localizzazione del chiamante, fattore indispensabile per poter coordinare e sveltire le operazioni di soccorso. Il sistema convoglierà al 112 le chiamate dirette ai numeri di emergenza già esistenti (112, 113, 115, 116, 117, 118, 1515 e 1530), le quali vengono ripartite, attraverso un sistema di instradamento automatico garantito da Telecom Italia, tra le sale operative della Polizia di Stato e dei Carabinieri, che provvederanno poi ad inviarle al presidio a competenza generale più prossimo. Dopo Salerno, entro 150 giorni, il servizio sarà adottato dalle province di Imperia, Sassari, Perugia, Padova, Como, Torino, Crotone e Matera; entro 180 giorni toccherà a Caltanissetta, Caserta, Nuoro, Reggio Emilia e Varese. Successivamente, il servizio sarà esteso a tutto il territorio nazionale attraverso l’attivazione di otto province al mese.
Da un recente sondaggio condotto dalla Commissione europea, in risposta a una richiesta formulata dal Parlamento europeo nel settembre 2007, emerse che appena il 22% dei cittadini dell’Unione europea era in grado di identificare spontaneamente il 112 come numero da chiamare per contattare i servizi d’emergenza in Europa (pronto soccorso, polizia, vigili del fuoco). La percentuale varia dal 6% in Danimarca e in Grecia al 56% nella Repubblica ceca. In generale, i cittadini dei nuovi Stati membri sono meglio informati. Il 95% dei cittadini europei riconosce l’utilità di un numero unico di emergenza accessibile ovunque.
Dal sondaggio è risultato che un intervistato su quattro ha avuto la necessità di chiamare un numero di emergenza negli ultimi cinque anni: l’81% ha ottenuto l’intervento di un’unità di soccorso, il 7% ha ricevuto informazioni appropriate e il 5% altri tipi di assistenza. La direttiva Ue che istituisce il numero unico per l’emergenza è del 1991 e, da quando, nel 2003, è entrata in vigore la normativa comunitaria in materia di telecomunicazioni, 26 dei 27 Stati membri si sono attivati per consentire ai cittadini di chiamare il 112 dai telefoni fissi e mobili: questo numero è ancora indisponibile in Bulgaria, Paese nei confronti del quale è in corso un procedimento di infrazione. Nel dicembre 2007, la Commissione ha inviato agli Stati membri un questionario per ottenere altre informazioni sul funzionamento del 112 (ad esempio, l’accessibilità ai disabili e l’accuratezza delle informazioni sulla localizzazione del chiamante). I risultati saranno pubblicati prima dell’estate, in modo che coloro che vanno in vacanza abbiano tutte le informazioni per i Paesi dell’Ue in cui desiderano recarsi.

“Si tratta delle peggiori inondazioni degli ultimi trent’anni”. Non usa mezzi termini la portavoce di Ocha (Ufficio di coordinamento Onu degli affari umanitari), Elisabeth Byrs, per definire la catastrofe ambientale che da luglio sta stravolgendo il continente africano, letteralmente sommerso dalle acque in seguito a ondate di piogge violentissime abbattutesi senza tregua negli ultimi tre mesi dall’Africa occidentale al mar Rosso. Il bilancio complessivo è di circa 270 morti e 1,5 milioni di persone colpite dalle inondazioni. Il Sudan è stato il paese più martoriato con oltre 130 vittime e 500mila persone costrette ad abbandonare le proprie dimore.

Secondo i bilanci locali raccolti dall’agenzia di stampa Afp, si calcola che in Nigeria sarebbero state uccise 42 persone, 22 in Burkina, 20 in Togo, 18 in Rwanda e una decina in Niger. Drammatica è la situazione nel nord del Ghana dove finora sono morte 32 persone mentre altre 260mila devono ormai fare i conti con i rischi di insicurezza alimentare e di epidemie. Raggiunto telefonicamente da Panorama.it, il direttore regionale di Ocha/Africa occidentale, Hervé Ludovic de Lys, ha espresso tutta la sua inquietudine sull’arrivo di nuove piogge nei prossimi giorni: “Il Senegal rischia di fare la fine di molte regioni del Ghana, del Niger, del Mali e del Burkina Faso, tutti paesi in una vera e propria emergenza sanitaria e alimentare”. Secondo de Lys, “si sono verificati casi di colera in zone difficilmente accessibili, dove i centri sanitari non hanno gli strumenti necessari per far fronte all’epidemia”. Sul fronte alimentare, “la devastazione dei terreni afflitti dalle piogge rischia nel medio termine di mettere a durissima prova la vita di centinaia di migliaia di persone”. Da qui l’appello lanciato dal Programma alimentare mondiale (Pam) per una raccolta fondi di 60 milioni di dollari per l’Uganda mentre la Croce rossa internazionale ha chiesto 880mila euro da destinare a 60mila persone in Ghana. Entrambe le richieste fanno però sorgere più di un dubbio sulla tempestività delle risposte rispetto a un’emergenza in corso dal luglio scorso.

De Lys giustifica la lentezza della Comunità internazionale citando il caso ghanese: “Come in tanti altri paesi africani colpiti dalle inondazioni, le autorità ghanesi erano convinte di poter far fronte all’emergenza senza dover ricorre agli aiuti esterni. In realtà, sono state colte di sorpresa dall’intensità delle piogge”. Risultato: soltanto ieri sera, dopo settimane di acquazzoni, il governo ghanese ha lanciato un appello a Ocha per fondi pari a sei milioni di dollari.
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