
Il gasdiotto italo-libico Greenstream (Credits: Ansa)
Quanta fretta nel dare per conclusa la guerra libica. Da due mesi ormai non si fa che parlare di post-conflitto, riattivazione della produzione di petrolio e dell’export di gas, di affari per la ricostruzione del Paese nordafricano come se la guerra fosse finita o le ultime sacche di resistenza dei lealisti fossero sul punto di crollare. Invece la situazione appare differente. A Sirte, le forze fedeli a Gheddafi hanno respinto di nuovo i miliziani penetrati in città e i reporter raccontano di truppe del Consiglio Nazionale di Transizione con ben scarse capacità belliche e che finiscono spesso per spararsi addosso tra loro.
Continua

(Credits: Epa/Hannibal Hanschke)
“La Libia sia dei libici, non della Francia, non dell’Italia, non dei colonialisti”. Dal suo nascondiglio segreto Muammar Gheddafi torna a spronare i suoi fedelissimi per la battaglia finale contro i ribelli e minaccia gli occidentali: “Vi distruggeremo”.
Continua
- Tags: Angela Merkel, Eni, GreenStream, Libia, martirio, Muammar Gheddafi, nicolas sarkozy, rivolte islam, sanzioni, Tripoli, world news
-

(Credits: Epa/Wael Hamzeh)

ULTIM’ORA - (19.18) Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, parlerà pubblicamente nelle prossime ore, oggi o domani, sulla situazione in Libia. Lo indicano fonti della Casa Bianca. Il suo portavoce, Jay Carney, ha oggi ribadito che il presidente condanna ”con forza” le violenze in Libia, ricordando che gli Usa lavorano di concerto con le Nazioni Unite, per fare pressione su Tripoli e senza escludere l’ipotesi di sanzioni. ”Continuiamo a lavorare con l’Onu - ha detto Carney -.
Diverse opzioni sono allo studio, tra cui le sanzioni ma non solo”. (ANSA)
(18:20) Sempre via Twitter, l’inviato della Cnn in Libia, Ben Wedeman, ha riferito che l’Est della Libia è costellato di bandiere verde-rosso-nero pre-Gheddafi. Secondo quanto annunciato da una radio anti-Gheddafi, ”per il regime è cominciato il conto alla rovescia”. (ANSA).
Continua

(Credits: Ansa/Ettore Ferrari)
Un nuovo tormentone firmato WikiLeaks si abbatte sull’Italia. Secondo gli ultimi cablogrammi pubblicati dal sito di Julian Assange, gli Stati Uniti avrebbero “spiato” due grandi aziende italiane, la Glaxo Smith Kline e il gasdotto Transmed dell’Eni. L’intenzione degli americani era di “vigilare” su aziende sparse in tutto il mondo, particolarmente sensibili per la loro sicurezza nazionale.
Continua

(Credits: Epa/Rehan Khan)
Due morti italiani tra le vittime degli schianti di un aereo a Cuba e di un altro a Karachi, in Pakistan, dove è precipitato un charter noleggiato dall’Eni sul quale viaggiavano 21 persone dirette agli impianti petroliferi di Sindh.
Continua

Gli automobilisti sospettano il complotto. Ma come, ci mettiamo tutti in viaggio per le vacanze e la benzina rincara? Colpa dei petrolieri!
Il governo li asseconda e richiama le compagnie all’ordine minacciando indagini antitrust. I petrolieri un po’ protestano, un po’ abbozzano. È un film già visto, si ripete ogni volta che sul display dei distributori di benzina il conto è più salato. Certo, probabilmente i petrolieri ci marciano un po’ adeguando troppo rapidamente i prezzi all’insù. Ma l’aumento della verde e del gasolio, non solo in Italia, è la spia di una situazione paradossale in cui si trova il mercato mondiale del greggio.
Nei primi 6 mesi di quest’anno i consumi di petrolio sono diminuiti del 2 per cento a livello globale e del 9 per cento in Italia. Parallelamente i consumi di benzina e gasolio sono scesi del 5 per cento. Eppure, le quotazioni del greggio sono raddoppiate, passando nel giro di poco più di 6 mesi dai 35 dollari (a cui erano precipitate dopo il picco di 147 dollari toccato l’11 luglio 2008) agli attuali 70 dollari. Più che prendersela con i petrolieri gli automobilisti dovrebbero chiedersi: come è possibile che salga il prezzo di un bene la cui domanda sta calando?
E magari indirizzare le loro maledizioni alle grandi banche internazionali che sono tornate a guidare la danza della speculazione sulle materie prime. Il prezzo del petrolio viene fissato in due grandi mercati: al Nymex (New York Mercantile Exchange, che dal 2008 fa capo al Cme Group, a sua volta nato dalla maxifusione tra il Chicago Mercantile Exchange e il Chicago Board of Trade) e al londinese Ice Futures Europe, controllato dall’americana Intercontinental Exchange di Atlanta. In questi mercati si scambiano contratti future, ovvero scommesse sull’andamento futuro dei prezzi, con scadenze che partono dal prossimo mese di ottobre (i contratti più trattati) fino a dicembre 2017.
Il problema è che su questi due grandi mercati si scambia molto più petrolio di quello che esiste nella realtà. Oggi al Nymex ci sono transazioni per un valore di oltre 500 milioni di barili al giorno, all’Ice di altri 200 milioni al giorno. Peccato che la produzione giornaliera di greggio sia pari, in tutto il mondo, a circa 85 milioni di barili, cioè quasi un decimo di quello che viene trattato nelle borse dei future.
In sostanza, c’è uno scollamento tra il mondo che stabilisce il prezzo del petrolio e il mondo che il greggio lo produce, lo lavora e lo consuma. “Con il calo della domanda e le quotazioni in rialzo” sintetizza Davide Tabarelli, presidente della Nomisma Energia, “le raffinerie guadagnano sempre meno e i produttori non riescono più a vendere petrolio”. Succede così in una fase di rallentamento dell’economia: oltre un certo prezzo il mercato (che è fatto anche di oli, plastiche e innumerevoli derivati degli idrocarburi) non compra più. Galleggiamo su un mare di oro nero invenduto, ma caro. In questo momento, rivela la newsletter Energy Intelligence, ci sono 110 milioni di barili di greggio e 70 milioni di barili di gasolio fermi nelle petroliere davanti a grandi porti come quello di Rotterdam.
Certo, non è solo colpa della speculazione, come ricorda Massimo Nicolazzi, amministratore delegato del Centrex Europe & Energy Gas e autore del libro Il prezzo del petrolio. Tra le ragioni dei rincari ci sono le strozzature dell’industria della raffinazione. E c’è la crescita delle riserve e degli stock. “Negli Stati Uniti” conferma Enrico De Stefano della Galaxy Energy, una società di trading di Monte-Carlo “le riserve strategiche sono ai massimi da sempre, mentre quelle cinesi sono salite al record di 235 milioni di barili”. Tuttavia, la speculazione svolge un ruolo fondamentale.
E il timore degli esperti è che si stia riformando la grande bolla, esattamente come è successo prima del crollo del 2008.
“La Goldman Sachs e grandi banche internazionali come Ubs, Jp Morgan, Barclays hanno giocato un ruolo importante nella crescita del mercato fino al crac del 2008″ sostiene De Stefano. “Ricordo che proprio la Goldman Sachs emetteva un bollettino mensile sul petrolio che di fatto alimentava le aspettative di un rialzo dei prezzi. Ho l’impressione che quel meccanismo si sia rimesso in funzione”. Già: un vorticoso giro di carta con le banche che reggono il gioco. E un prezzo del barile che va su e giù come uno yo-yo, paralizzando gli investimenti in nuovi giacimenti di petrolio se è troppo basso, bloccando l’economia se è troppo alto. Questa situazione non piace a nessuno.
Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, ha proposto una serie di misure per tentare di stabilizzare le quotazioni del greggio, aumentando la trasparenza del mercato. Oltre che le grandi compagnie e i produttori, l’eccessiva volatilità del greggio preoccupa molto le autorità pubbliche. E questa volta vogliono vederci chiaro. “Il 28 luglio 2009″ racconta Tabarelli “sono iniziate negli Usa le audizioni della Commodity futures trading commission per studiare l’introduzione di limiti alle posizioni degli speculatori. Tali limiti esistono dagli anni Venti per le materie prime agricole e non vi è ragione perché non possano essere applicati anche al petrolio, dove attualmente ve ne sono di molto blandi per i contratti in scadenza”.
A riprova che il tema del prezzo del greggio è molto caldo, un’altra partita si è aperta a Londra tra l’organo di vigilanza Financial service authority e la potente lobby finanziaria. Per ora queste audizioni hanno prodotto un risultato: l’americana Federal trade commission ha varato giovedì 6 agosto una serie di nuove regole per prevenire la manipolazione del mercato, con multe fino a 1 milione di dollari al giorno per chi diffonde notizie false o nasconde informazioni che potrebbero influire sui prezzi. Basterà? Gli esperti sono scettici.
Per ridurre la speculazione si potrebbe obbligare gli operatori a “coprire almeno il 50 per cento del valore del contratto e a ricevere il petrolio fisico alla sua conclusione” suggerisce De Stefano della Galaxy. Certo è che il mercato, affinché resti liquido, non può che essere pure speculativo.
A meno che non si faccia come con le cipolle. Nel 1957 una bolla dei prezzi investì il mercato danneggiando gli agricoltori. L’allora senatore Gerald Ford fece approvare dal Congresso una nuova norma: è vietato fare contratti future sulle cipolle. A distanza di 50 anni si può scommettere su tutto, tranne che su questo saporito bulbo.

LA RIPRESA DELL’ORO NERO
-9% il calo subito nei primi 6 mesi di quest’anno dai consumi di petrolio. Quelli di benzina sono scesi del 5 per cento.
70 dollari è il prezzo a cui è arrivato il petrolio, con un raddoppio rispetto ai valori di fine 2008.
65 dollari al barile è il prezzo a cui dovrebbe attestarsi a fine anno il prezzo del greggio secondo Davide Tabarelli della Nomisma Energia.
800 milioni di barili al giorno è l’ammontare dei contratti future che vengono scambiati al Nymex di New York e all’Ice di Londra.
85 milioni di barili al giorno la produzione petrolifera mondiale.
4 milioni di barili è il taglio di produzione giornaliera deciso dall’Opec per sostenere le quotazioni del greggio.

Di Giovanni Porzio, da Baghdad
L’Italia torna in Iraq. A sei anni dalla caduta di Saddam Hussein non sono i soldati a rimettere piede in Mesopotamia ma le aziende italiane interessate al gigantesco business della ricostruzione e allo sfruttamento dei più ricchi giacimenti inesplorati di idrocarburi del pianeta. Dopo la visita questa settimana a Baghdad del ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, l’Eni, in pole position per i pozzi di Nassiriya, potrebbe essere la prima compagnia petrolifera occidentale a firmare un contratto con il governo iracheno. “Nei mesi scorsi il numero di delegazioni è cresciuto” conferma a Panorama l’ambasciatore Maurizio Melani. “Arrivano piccoli e medi imprenditori, come pure i manager delle grandi industrie”.
A richiamare le imprese sulle rive del Tigri è il miglioramento della sicurezza, frutto della nuova strategia del Pentagono e del rafforzamento del governo di Nuri al-Maliki. Tanto che Barack Obama ha annunciato la “fine della guerra” e il ritiro delle forze americane entro il 31 agosto 2010. Gli insorti sono ancora attivi a Mosul e a Diyala, i kamikaze continuano a fare vittime, ma il numero degli attentati è drasticamente diminuito.
Nella capitale si respira un’atmosfera diversa. I marines sono spariti dalle strade, ora controllate dalla polizia irachena. Molti posti di blocco sono stati rimossi e alcuni tratti dei muri di protezione intorno ai quartieri sono stati demoliti. Sulla Zona verde non piovono più razzi.
I negozi di Karrada street, stracolmi di elettrodomestici e abbigliamento turco, non chiudono prima delle 22. Mutanabbi, la via dei librai, è stata ricostruita. Le rivendite di alcolici e persino qualche locale notturno hanno riaperto. E il venerdì il lungofiume Abu Nawas si riempie di coppie e famiglie che osservano divertite il rinnovarsi della tradizione del “masgouf”, la carpa del Tigri arrostita sui fuochi di legna.
La presenza italiana non è venuta meno neppure negli anni più duri del conflitto. La missione archeologica ha completato la riabilitazione del Museo nazionale, inaugurato il 23 febbraio. Il Provincial reconstruction team di Nassiriya è da tempo impegnato in programmi di formazione. E nella base di Camp Dublin, a Baghdad, i carabinieri hanno già addestrato oltre 3 mila agenti della polizia irachena.
Ora sono le imprese a farsi avanti. Le aziende italiane hanno già firmato contratti di fornitura per 1 miliardo di dollari nel settore petrolifero, nell’agroalimentare e nei trasporti. La Fincantieri ha varato il 28 gennaio il primo di quattro pattugliatori ordinati dalla marina irachena. Altri accordi riguardano la costruzione di complessi ospedalieri modulari da assemblare in loco.
Inoltre il governo di Baghdad ha chiesto la collaborazione italiana (Astaldi, Snam progetti, Saipem) in progetti di massima rilevanza strategica: la riabilitazione delle raffinerie e delle centrali elettriche e la costruzione del nuovo porto di Fao.
Diciotto anni di embargo e guerra hanno devastato le infrastrutture. Le raffinerie producono a un terzo della capacità; gli oleodotti sono stati sabotati e le corrose pipeline sottomarine sono al collasso; metà della popolazione è senza elettricità, acqua potabile e assistenza sanitaria. Il porto di Fao, con terminal petrolifero, è dunque di decisiva importanza per lo sviluppo dell’Iraq. Insieme al ripristino delle maggiori centrali elettriche: Dora, a Baghdad, e Baiji, a nord della capitale.
Ma è soprattutto l’immensa torta degli idrocarburi ad attirare le major del petrolio. Messe alla porta nel 1972 da Saddam con un decreto di nazionalizzazione, tornano alla carica per rientrare nel ricco mercato mesopotamico: “L’Iraq è la nuova frontiera, la nuova mecca del greggio” afferma l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, che è già stato due volte a Baghdad, l’ultima il 31 dicembre.
I cinesi sono stati i primi ad approfittare dell’opportunità offerta dal ministro del Petrolio, Hussein Sharistani, alle compagnie straniere. In agosto la China National Petroleum e la Zhenhua Oil hanno firmato un contratto da 3 miliardi di dollari per lo sfruttamento dei pozzi di Ahdab.
Un altro accordo è stato sottoscritto con la Turkish Petroleum. Exxon Mobil, Shell, Total, Chevron Amoco e Bp sono in lizza per i giacimenti di Rumaila, Kirkuk, Zubair, West Kurna, Bai Hassan e Maysan.
Per Nassiriya (l’Italia è il secondo importatore di petrolio iracheno) è in corso una trattativa privata, senza gara d’appalto. Ed è questo l’aspetto più controverso, dal punto di vista giuridico, della vicenda.
La nuova legge sugli idrocarburi è bloccata in parlamento per l’opposizione dei curdi, che rivendicano una maggiore indipendenza nello sfruttamento dei campi di Kirkuk. Contenzioso che ha spinto Baghdad a escludere dai futuri negoziati le compagnie che hanno siglato accordi con il governo autonomo del Kurdistan. Sharistani è però deciso ad aumentare la produzione a 6 milioni di barili al giorno nel prossimo decennio. E per questo ha bisogno della tecnologia occidentale. In assenza di normative il ministero del Petrolio si limita a negoziare “contratti di servizio” che prevedono la fornitura di impianti e know-how in cambio di greggio: senza cioè quella condivisione della produzione (”production sharing agreements”) che equivarrebbe, secondo molti deputati iracheni, a una svendita delle risorse nazionali.
La storica diffidenza nei confronti delle “sette sorelle” petrolifere si è manifestata a novembre, quando il parlamento ha bocciato una joint-venture di 4 miliardi di dollari che avrebbe dato alla Shell una posizione di monopolio nel settore del gas. L’accordo, ancora in discussione, assegnerebbe alla società anglo-olandese i diritti esclusivi sull’utilizzo di tutto il gas prodotto nella regione di Bassora.
Le difficoltà non scoraggiano gli investitori italiani: neppure il crollo del prezzo del greggio, che ha costretto Baghdad a rivedere il budget e a tagliare il 40 per cento dei fondi per la ricostruzione. La Drillmec (gruppo Trevi) ha firmato un contratto garantito da una lettera di credito di 104,2 milioni di dollari per la fornitura entro il 2009 di sei impianti di perforazione. E la Edison, interessata alle centrali elettriche, è in corsa anche per aggiudicarsi i giacimenti di gas di Akkas e Mansuriyah, con una capacità di 4-5 miliardi di metri cubi di metano all’anno.
Solo sei anni fa la Turchia scontava gli effetti devastanti di una tra le più gravi crisi finanziarie degli ultimi tempi: svalutazione del 50 per cento, tassi d’interesse nominali del 100 per cento, collasso del sistema bancario e bancarotta di numerose imprese sul mercato.
Alla fine del 2001 il Pil subiva un declino del 10 per cento, con un’inflazione al 70 per cento ed un debito pubblico al 90 per cento del Pnl. Il Paese si è ripreso progressivamente a partire dal 2002, con tassi di crescita di quasi il 10 per cento nel 2004, del 7,7 per cento nel 2005 e del 6,3 per cento nel 2006. Una crescita stimolata in particolare dalla domanda interna, da ottime prestazioni delle esportazioni e da un afflusso consistente di capitale straniero.
Secondo i dati (pdf) forniti dall’Istituto nazionale per il commercio estero relativi al 2006, l’Unione Europea figura saldamente al primo posto quale area di destinazione (53 per cento) e di origine (40,3 per cento) dei flussi commerciali e l’Italia appare come il terzo partner commerciale, dopo Germania e Russia, con 7,4 miliardi di dollari. Le imprese italiane che hanno effettuato investimenti esteri diretti in Turchia sono state 51 nei primi cinque mesi del 2006 per un ammontare di oltre 16 milioni di dollari, e l’Italia è un partner fondamentale in due settori strategici quali l’energia e la difesa, grazie al Gruppo Eni ed alla Finmeccanica.
Gli ultimi commenti