
Miliziani di Al Shabaab (Credits: La Presse)
Il governo eritreo sta accentuando la repressione politica nei confronti dei giornalisti con arresti arbitrari e torture. Lo denuncia l’associazione dei giornalisti dell’Africa orientale (Eaja) che ne chiede la liberazione esprimendo sdegno e condanna per i metodi usati da Asmara nei confronti dei reporter detenuti in uno stato di “brutale oppressione”.
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- giamp
- Martedì 28 Settembre 2010

Isaias Afeworki, 64 anni, ex capo militare del Fronte di liberazione, al potere in Eritrea da quasi vent’anni
Testo e foto di Giovanni Porzio, da Asmara
Riceve negli uffici presidenziali della villa neoclassica nel centro di Asmara dove abitò Ferdinando Martini, primo governatore civile (1897-1907) della “colonia primogenita”.
Isaias Afeworki, 64 anni, ex capo militare del Fronte di liberazione, al potere da quasi vent’anni, è nel mirino di Washington, dell’Onu e delle associazioni umanitarie che lo accusano di sostenere gli integralisti islamici in Somalia, di avere instaurato una feroce dittatura, di soffocare il dissenso e di violare i fondamentali diritti dei 5 milioni di cittadini eritrei. Continua

Profughi somali in Yemen - Ansa
L’Europa è sempre più lontana, blindata, irraggiungibile. E così chi scappa dal Corno d’Africa sceglie un’altra rotta. Se possibile, più pericolosa di quella che attraverso il deserto e giunge fino alle coste libiche. Dalla Somalia, ma anche dall’Eritrea o dall’Etiopia, si affronta il mare e si fugge in piccole barche alla volta dello Yemen. Continua
- giamp
- Venerdì 11 Dicembre 2009

Sono saliti a oltre un milione, secondo l’Alto commissariato per i rifugiati Onu (Unhcr), i rifugiati interni della Somalia che sono stati costretti a cercare salvezza fuori Mogadiscio o al confine con il Kenya a causa della guerra tra le milizie islamiste del sud e le truppe etiopi sostenute dal governo di transizione di Baidoa.
Eppure doveva essere una guerra-lampo, quella iniziata da Addis Abeba, nel marzo 2007. Una Blitz Krieg per cacciare in tempi rapidi le Corti islamiche da Mogadiscio e riportare l’ordine in un Paese che, dal 1991, anno della caduta di Siad Barre, è di fatto senza governo, in mano ai signori della guerra e dilaniato dalle inimicizie tra clan. Si è trasformata in una trappola per Addis Abeba e in un incubo per la popolazione civile: un “piccolo Iraq” per le truppe etiopi - scrive Jean Philippe Remy di Le Monde - ma anche un’emergenza umanitaria su cui i media internazionali stentano ad aprire gli occhi: “Se tutto questo accadesse in Darfur - , ha dichiarato sconsolato al New York Times Eric Laroche, il capo della missione umanitaria in Somalia targata Onu - ci sarebbe una grande mobilitazione internazionale”.
Lungo la strada tra la capitale somala e Afgoyee, una cittadina a trenta chilometri da Mogadiscio, migliaia di persone, accampate in circa settanta campi di fortuna, sono in attesa di aiuti umanitari e cibo che tardano ad arrivare: la Somalia è considerata zona off limits per l’Onu e gli operatori internazionali, una sorta di terra di nessuno dove il governo di transizione non governa (salvo l’area di Baidoa) e le armi finiscono nelle mani di migliaia di soldati ragazzini, la cui unica possibilità di salvezza è quella di combattere per pochi soldi.
A differenza del Darfur, dove dal 2003 sono stati versati oltre un miliardo di dollari in cibo e aiuti, in questo Paese del Corno d’Africa, diventato uno dei simboli della guerra globale al terrorismo islamico scatenata dalla Casa Bianca dopo l’11 settembre, sono arrivati in Somalia soltanto 200 milioni di dollari, un quinto di quanto destinato al Sudan occidentale. Una cifra largamente insufficiente, spiegano i dirigenti Onu al Nyt, anche solo per alleviare quella che può essere considerata la più grave crisi umanitaria (per tassi di malnutrizione, numero di morti e di sfollati) della recente storia africana. “Dobbiamo ammettere che durante i sei mesi di interregno delle Corti islamiche a Mogadiscio la situazione era migliore”, dice Laroche all’inviato del Nyt. “Almeno allora potevamo lavorare e riuscivamo a portare gli aiuti“, continua.
Generalmente, i proprietari dei terreni che forniscono alle famiglie di sfollati un minuscolo pezzetto di terra offrono loro anche misure di sicurezza. In cambio gli sfollati devono però pagare mille scellini somali al giorno, un dollaro e mezzo al mese. Una somma che può sembrare irrisoria per un consumatore occidentale, ma che costituisce un enorme peso per centinaia di famiglie completamente indigenti che hanno dovuto abbandonare le loro case e hanno perso tutto. Spesso devono anche consegnare parte degli aiuti umanitari a guardiani che gestiscono gli insediamenti e pagano anche per l’utilizzo delle poche latrine messe a disposizione dalla comunità internazionale. L’area di Afgooye è ormai una terra di nessuno: domenica scorsa, un’esplosione in questa città di sfollati ha ucciso sei persone, mentre venerdì una pallottola vagante aveva ucciso un’operatrice umanitaria mentre stava collaborando alla distribuzione di aiuti.
Il pericolo ora è anche politico. Non passa settimana senza che qualche dirigente di Al Qaeda, come il medico Ayman Al Zawahiri, non lodi la piccola jihad somala e la capacità di resistenza del popolo musulmano contro gli “occupanti” etiopi e i “cani da guardia dell’imperialismo euroamericani” che sostengono l’operazione di Addis Abeba e l’impopolare governo di transizione di Baidoa. E se prima i dirigenti dell’Internazionale del terrore trattavano con sufficienza l’Islam politico somalo perché intriso di venature sufiste e politicamente moderato, oggi il quadro è profondamente cambiato. Le tecniche insurrezionali dei miliziani sono ormai le stesse utilizzate in Iraq e sono sempre di più gli jihadisti che sono arrivati dall’estero, dopo l’apprendistato a Baghdad e a Kabul, per combattere a fianco dell’Unione delle Corti islamiche. La tattica è ormai nota: “I ribelli chiamano a Mogadiscio i combattenti dai campi profughi all’interno del Paese e li riforniscono di armi”, scriveva qualche giorno fa Le Monde. Un quadro reso ancora più intricato dal ruolo giocato nella crisi dall’Eritrea, sospettata di fornire armi ai ribelli al fine di mettere in ginocchio l’Etiopia, suo nemico storico, con cui ha combattuto una guerra sanguinosa che tra il 1998 e il 2000 ha provocato circa centomila morti.
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Di Franca Roiatti
In alcuni punti, lungo i 1.000 chilometri di confine, i soldati etiopi e quelli eritrei possono quasi guardarsi negli occhi. A dividerli ci sono poche decine di metri. Qualche sparo è già risuonato sull’altopiano e il rischio che tra i due rissosi vicini scoppi di nuovo la guerra per i confini, che tra il 1998 e il 2000 ha provocato almeno 70 mila vittime, è altissimo.
“Lo spostamento di truppe alla frontiera ha assunto proporzioni preoccupanti” dice François Grignon, direttore del programma sull’Africa dell’International crisis group, il centro studi che ha lanciato l’allarme sul livello di tensione tra Addis Abeba e Asmara. Il segretario generale Onu Ban Ki Moon ha confermato: “Dagli inizi di settembre l’Eritrea ha inviato altri 1.500 uomini e pezzi d’artiglieria nella zona cuscinetto al confine”. L’accordo che ha posto fine alle ostilità nel 2000 ha istituito una fascia smilitarizzata di 25 chilometri in territorio eritreo, che doveva essere controllata da circa 1.700 caschi blu. Asmara, però, ha ristretto le capacità operative del contingente Onu. Difficile monitorare l’arrivo dei militari eritrei nella zona di sicurezza, che ora sarebbero più di 4 mila. Altri 120 mila stazionerebbero nelle vicinanze, pronti ad affrontare i 100 mila soldati mandati al fronte dal presidente etiope Meles Zenawi.
A surriscaldare i rapporti tra i due stati è la mai risolta questione dei confini, la cui demarcazione era stata affidata a una commissione internazionale. Invano. “Il 27 novembre la commissione getterà la spugna” prevede Salley Healy, esperta di Corno d’Africa di Chatham House, centro analisi britannico. “Allora verrà meno un tavolo, seppure poco efficace, che ha mantenuto lo scontro sul piano diplomatico”.
A spingere verso il conflitto, la mutata situazione internazionale: “L’Etiopia ha il forte appoggio degli Usa, per avere cacciato dalla Somalia le corti islamiche” ricorda Grignon. Proprio questo rapporto d’amore ha innervosito l’uomo forte di Asmara, il presidente Isaias Afwerki, che si è alienato le simpatie della comunità internazionale. “L’Eritrea sostiene gli estremisti in Somalia, inclusi elementi legati ad Al Qaeda e i ribelli dell’Ogaden in Etiopia” ha dichiarato Jendayi Frazer, assistente del segretario di Stato per gli affari africani, che ha minacciato di inserire il paese nella lista degli stati canaglia.
“Gli eritrei hanno una grossa influenza nei conflitti in corso nell’area. Sostengono anche i ribelli del Darfur” osserva Stephen Morrison, direttore dell’Africa program al Csis, centro studi di Washington. Più cauta la posizione europea. “L’Eritrea è uno stato fortemente laico e tiene a difendere questa sua connotazione” afferma un diplomatico con base all’Asmara.
Afwerki sembra dunque mosso più dall’ossessione verso il potente vicino e dalla necessità di mantenere il pugno di ferro su un paese allo stremo che da una reale volontà di fiancheggiare Al Qaeda. Zenawi, che pure non è un campione dei diritti umani, è invece tentato dal passare all’azione prima che scada l’amministrazione Bush e alla Casa Bianca arrivi qualcuno meno ben disposto verso il suo governo. Abbastanza per far parlare le armi.
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