
Il presidente Chavez con il regista Usa Stone (Credits: nicogenin by Flickr)
È un muro compatto il fronte dei no all’intervento occidentale in Libia che si è formato in queste ore in America Latina, soprattutto da parte di alcuni membri della cosiddetta Alba, l’Alleanza Bolivariana per le Americhe, che annovera tra i suoi membri Bolivia, Cuba, Ecuador, Nicaragua e Venezuela.
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Assange, l'inventore di Wikileaks (Credits: New Media Days by Flickr)
Evo Morales ha un tumore, almeno secondo il ministro della Difesa brasiliano Nelson Jobim, mentre la presidente argentina Cristina Fernández de Kirchner (sulla cui salute mentale si interrogano gli Usa) sembra gelosa perché Obama preferisce negoziare con Brasile e Cile invece che con Buenos Aires. Inoltre eccede nell’uso di botox per nascondere le rughe. Continua

Evo Morales (EPA/Martin Alipaz)
Era diventato lo
sciamano più famoso dell’America Latina. Dopo che il presidente della Bolivia Evo Morales lo aveva eletto “
amauta” personale (che vuol dire appunto sciamano nella lingua aymara, la stessa etnia cui appartiene Morales)
Valentin Mejillones Acarapi, 55 anni, era stato incaricato di consegnare il simbolico bastone di comando a Morales nel corso delle due cerimonie di insediamento del Presidente, nel 2006 e nel 2010, e celebrando anche i riti per la salvaguardia della salute del Capo dello Stato.
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Dopo la Coca il Che cattura anche l'esercito boliviano (Credits: Hanan Cohen by Flickr)
Il motto è antico e pieno di storia, “Patria o morte … vinceremo”. A coniarlo fu Che Guevara, lo slogan fu usato dall’esercito cubano subito dopo la rivoluzione del 1959. E dopo cinquantun’anni torna in auge, stavolta, quasi per legge del contrappasso proprio in Bolivia, recuperato dalle Forze Armate, le stesse che arrestarono e uccisero il Che. Continua
Dopo cinque giorni di sciopero della fame il presidente boliviano Evo Morales ha raggiunto il suo scopo. Il parlamento ha dato, infatti, il via libera alla nuova legge elettorale transitoria che gli permetterà di riconfermare il suo mandato il prossimo 6 dicembre. L’annuncio della fine dello sciopero della fame è stato dato in televisione dal presidente in persona insieme ad alcuni dei leader sindacali (in totale erano stati poco più di un migliaio ndr) che avevano partecipato nei giorni scorsi alla manifestazione di protesta a sostegno di Morales. Sempre nel corso del messaggio televisivo al paese il presidente boliviano ha richiamato tutti i cittadini “all’unità nazionale per poter continuare le trasformazioni profonde” di cui il suo governo si ritiene promotore.
Gli ultimi mesi sono stati in realtà un test di fuoco per il presidente. Dopo oltre un anno di tensioni legate all’approvazione da parte dell’assemblea costituente della nuova carta costituzionale sembrava che la vittoria di Morales lo scorso agosto, nel referendum che aveva approvato la nuova costituzione, avesse placato le polemiche. E invece si è di nuovo inciampati nella crisi istituzionale. L’accordo adesso raggiunto è sembrato, però, lontanissimo nei giorni scorsi quando numerosi esponenti anti governativi hanno abbandonato l’aula, definendo la legge in corso di approvazione toppo “pilotata” e finalizzata a favorire la rielezione di Morales. Tra le norme che erano state contestate soprattutto quelle che prevedono un certo numero di posti riservati agli indigeni, la concessione del voto ai boliviani all’estero e la creazione di un nuovo registro elettorale che potrebbe favorire i brogli elettorali.
Evo Morales (al centro), presidente della Bolivia
Non sono bastate le polemiche sui gruppi dedicati a Totò Riina o agli stupri collettivi perché Facebook, il social network più in voga del momento, fondato nel 2004 dallo statunitense Mark Zuckerberg, con 150 milioni di iscritti in tutto il mondo, vigilasse in modo più rigoroso all’interno di quella grande piazza virtuale che è. Adesso è dovuta addirittura intervenire la prestigiosa agenzia di notizie statunitense Associated Press per denunciare e far chiudere un gruppo aperto nell’agosto del 2008, il ”Colecta Mundial pa’ contratar a un francotirador que liquide a Evo Morales”, ovvero il gruppo per raccogliere nel mondo fondi per assoldare un killer che faccia fuori Evo Morales. Nel mirino, insomma, stavolta è finito il presidente della Bolivia, Evo Morales appunto, reduce dal referendum costituzionale di domenica scorsa in cui ha vinto seppure con uno scarto non eclatante. Il gruppo in questione, arrivato ad avere 8069 membri, è stato creato da un ventenne boliviano, Hony Piérola, che ha subito messo le mani avanti dichiarando che da parte sua non c’era stata nessuna intenzione cattiva ma solo tanta ironia verso un Presidente che secondo il giovane “non ha colpa se è nato così imbecille”.
A permettere tecnicamente la chiusura del gruppo sono stati 497 messaggi postati dai membri in cui di ironia non c’era proprio nulla, piuttosto incitazione all’odio e alla violenza, in chiara violazione dei principi del social network. Come nel caso di un post, datato 10 agosto, in cui qualcuno aveva scritto “non sono d’accordo sul farlo fuori a colpi di pistola. Piuttosto bisognerebbe torturarlo e farlo soffrire come sta facendo indirettamente con molti boliviani”. Dopo la denuncia di Associated Press il gruppo è stato immediatamente chiuso, con le scuse dei vertici di Facebook : “Abbiamo uno staff multilingue-fanno sapere dagli Stati Uniti-stiamo cercando di migliorare la nostra capacità di controllo e di scrematura”.
“Andatevene a fare in c… yankee di m…”. Con questa frase, ripetuta più volte ieri sera poco dopo le 19, oltre l’una di notte in Italia, il presidente del Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías ha intimato all’ambasciatore degli Stati Uniti di lasciare, entro 72 ore, il paese sudamericano. Teatro dell’ennesimo discorso infiammato di Chávez la città di Puerto Cabello, nello stato centrale di Carabobo, dove il presidente è intervenuto per “caricare” i membri del Psuv, il Partito socialista unito del Venezuela, in vista delle elezioni amministrative che si terranno il prossimo 23 di novembre. Una decisione radicale e spiegata da Chávez come un atto di solidarietà nei confronti del governo boliviano di Evo Morales che due giorni fa aveva dichiarato “persona non grata” l’ambasciatore Usa Philip Goldberg, accusato di appoggiare i disordini scoppiati recentemente in alcune province boliviane che, da circa due anni, si oppongono al governo centrale di La Paz. “Ci informano ora che il Dipartimento di Stato statunitense ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore boliviano dal suo territorio”, ha detto Chávez aggiungendo che “da oggi il Venezuela comincia a riconsiderare le sue relazioni diplomatiche con il governo statunitense”.
Una breve pausa e poi, in pieno effluvio di parole di fronte alla folla osannante, il leader bolivariano ha tuonato: “Ho appena parlato con il ministro degli Esteri Nicolas Maduro e perché la Bolivia sappia che non è sola a partire da questo momento l’ambasciatore yankee ha 72 ore per lasciare il paese. In solidarietà con Bolivia, il suo popolo e il suo governo”. Dopo avere annunciato il ritiro immediato dell’ambasciatore venezuelano a Washington, “prima che lo caccino”, Chávez ha detto che manderà un nuovo ambasciatore negli Usa solo “quando là ci sarà un nuovo governo che rispetti i popoli latinoamericani, che rispetti l’America di Simon Bolivar. Andatevene a fare in c… yankee di m… Perché qui c’è un popolo degno, un popolo degno, yankee di m… Andate a fare in c… cento volte. Noi siamo qui, i figli di Bolivar, i figli di Guaicaipuro, i figli di Túpac Amaru, siamo decisi ad essere liberi”. Insulti pesanti e accuse, come nello “stile” del presidente del Venezuela. “Responsabilizzo di tutto questo e di ciò che potrà accadere il governo statunitense che sta dietro a tutte le cospirazioni contro i nostri popoli”, ha continuato Chávez, aggiungendo una “minaccia petrolifera”. “Se ci sarà una qualsiasi aggressione al Venezuela non ci sarà petrolio né per il popolo né per il governo statunitense. Noi, yankee di m…, sappiatelo, siamo decisi ad essere liberi, accada quel che accada e costi quel che costi. Basta della tanta m… vostra, yankee! Come dicono i nostri fratelli arabi, inshallah, salam aleikum, voglia Dio che un giorno il popolo statunitense abbia un governo con cui si possa conversare e che rispetti i popoli latinoamericani, perché noi meritiamo rispetto”. Per la cronaca, nel suo discorso di tre minuti sul tema, il presidente si è rivolto nei confronti del governo Usa per sei volte con insulti pesanti ed espliciti in diretta tv, una media di una parolaccia ogni trenta secondi. Un record difficilmente battibile e che riporta Chávez al centro della scena internazionale per le sue “intemperanze verbali” dopo il “porque no te callas”, ovvero il “perché non stai zitto” con cui Re Juan Carlos cercò di zittirlo lo scorso settembre.
Evo Morales Aymara, il primo presidente indio eletto alla guida della Bolivia nel 2005, è stato confermato alla presidenza. Questo il responso del referendum revocatorio di ieri i cui primi risultati parziali sono cominciati ad essere diffusi dalle principali radio e televisioni del paese andino dopo le 18 a La Paz, la mezzanotte in Italia. La Bolivia è andata al referendum dopo due anni di presidenza Morales, cioè a metà del suo mandato perché questo prevede la Costituzione anche se finora non era mai accaduto che si arrivasse a questo e che un presidente accettasse di sottoporsi ad uno scrutinio popolare.
La percentuale dei votanti che vorrebbero che Morales rimanga è di oltre il 62%, molto di più del 54% ottenuto nelle presidenziali del 2005 che era necessario per la sua riconferma in base alle complicate leggi elettorali boliviane. Il presidente cocalero, così lo definiscono in molti avendo iniziato la sua carriera politica come leader sindacale dei piccoli produttori di foglie di coca, continuerà dunque a governare sino alla fine del suo mandato la Bolivia, il paese con i più alti indici di povertà dell’intero Sudamerica. Per i risultati ufficiali bisognerà aspettare nelle prossime ore il responso ufficiale della Corte Nazionale Elettorale, ma la vittoria di Morales è certa e qualche ora fa il presidente si è rivolto alla popolazione lanciando un appello “all’unità di tutti i boliviani”. Un atto dovuto dal momento che il vero nodo da sciogliere evidenziato dal referendum di ieri è stata proprio la divisione tra l’Occidente del paese - dove Morales è adorato e la percentuale di riconferma in base ai primi risultati è stata superiore al 75% - e le province più ricche che, da anni, chiedono una maggiore indipendenza da La Paz e che proprio nei mesi scorsi hanno indetto unilateralmente una serie di referendum per approvare statuti di autonomia non riconosciuti dal governo centrale.
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