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Domenica 1 giugno altre due regioni della Bolivia hanno votato un referendum e scelto l’autonomia con una procedura analoga a quella attivata qualche settimane fa dalla “ricca” Santa Cruz, capoluogo dell’omonimo “dipartimento”, l’equivalente delle nostre regioni. Questa volta, tuttavia, a dire no al centralismo del presidente Evo Morales e a rivendicare un nuovo statuto autonomista sono state due regioni tradizionalmente considerate “povere”, ovvero Beni e Pando, nella zona amazzonica del paese, confinante a nord con il Brasile. Una dimostrazione di come, in realtà, non fosse corretta l’analisi di chi sosteneva che quello di Santa Cruz era un’eccezione causata solo dal reddito e dall’etnia prevalentemente bianca, dal momento che a Beni e Pando la maggior parte della popolazione è meticcia ed è assai rilevante la presenza dei gruppi indigeni come i Sirionó, i Moxeño o e gli Itonoma. Mercoledì 4 giugno, i risultati definitivi hanno sancito ufficialmente la vittoria del “Sì” all’autonomia con maggioranze larghissime: l’80% dei voti a Beni, con un’astensione del 33% e un trionfo ancora più ampio degli autonomisti a Pando, dove i “Sì” sono stati l’82%, con un’astensione però molto alta, pari al 45%. La vittoria degli oppositori del presidente aymara Evo Morales è dunque oramai certa e, a guardare i numeri, schiacciante. Per la cronaca un morto, decine di feriti, urne bruciate e denunce di brogli il bilancio dell’ennesima giornata incandescente nel paese andino.
Come nel caso di Santa Cruz, anche questa volta il governo del primo presidente indio della storia della Bolivia ha definito “illegali” i referendum, ma di certo quest’altra vittoria autonomista non fa altro che approfondire la crisi politica del paese andino e indebolisce notevolmente il governo di Morales. Soprattutto se si considera che dei nove “dipartimentos” in cui è divisa amministrativamente la Bolivia, tre hanno lasciato chiaramente intendere di non essere d’accordo con il “socialismo” del presidente mentre un quarto “dipartimento”, quello di Tarija che concentra l’80% del gas boliviano, voterà un referendum analogo il prossimo 22 giugno e, in base ai sondaggi, sembra scontato che il risultato sarà lo stesso di Santa Cruz, Beni e Pando. “Quello che ci interessa”, ha detto ieri il sindaco di Tarija Mario Cossío, “è conoscere attraverso le urne il desiderio della nostra popolazione in un quadro di legittimità per poi potere parlare tutti assieme e con maggior chiarezza al governo di La Paz”. Dal canto suo Morales minimizza i rischi insiti in questi processi elettorali e punta decisamente al 10 agosto, giorno in cui tutta la popolazione voterà un referendum di revoca del suo mandato. Solo allora si capirà se il futuro del Paese è ancora rappresentato da primo presidente indio della storia boliviana.
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Dopo Fidel Castro e Hugo Chávez, che da anni criticano i biocarburanti colpevoli di “affamare e non di salvare il mondo”, adesso è arrivato il turno dei presidenti di Bolivia e Perù. Prima Evo Morales e poi Alan García hanno attaccato duramente la produzione di energia “verde” estratta da colture agricole. “Non riesco a capire come alcuni possano usare la terra per produrre combustibili e non per salvare vite umane”, ha detto Morales. Che poi chiudendo il suo intervento di fronte al Settimo Foro Permanente dell’Onu per gli Indigeni, a New York, ha aggiunto: “Ci sono alcuni presidenti sudamericani che da tempo parlano di biocarburanti senza capire in realtà ciò di cui stanno parlando”.
Lula sotto attacco. Nessun riferimento esplicito a Luiz Ignácio Lula da Silva che non è mai stato nominato da Evo, ma tutti al Palazzo di Vetro hanno pensato subito al presidente del Brasile, che sui biocarburanti punta moltissimo. Al punto che dopo decenni di ricerca scientifica oggi il Brasile è leader mondiale proprio nella produzione di biocarburanti estratti dalla canna da zucchero. Sulla stessa linea di Morales anche Alan García, che nell’attaccare i biocarburanti ha detto che “la domanda per questo tipo di combustibili minaccia la produzione mondiale di alimenti”. Il presidente peruviano ha poi lanciato un avvertimento: “Da oggi nei Forum Internazionali il Perù farà un appello continuo e vigoroso affinché i grandi paesi limitino la conversione delle loro terre dal cibo all’etanolo”. Sul banco degli imputati ci sono dunque i combustibili estratti da alcuni raccolti agricoli, oramai accusati in America Latina di essere i responsabili del caroprezzi di alcuni alimenti-base, come mais e riso. E che non sia un periodo facile per Lula che, invece, sul tema punta molto lo si era già percepito una settimana fa con le critiche pesanti del consigliere Onu per la sicurezza alimentare, lo svizzero Jean Ziegler, che aveva definito l’uso dei biocarburanti “un crimine contro l’umanità”.
L’autodifesa. Dal canto suo il presidente del Brasile ha già anticipato che, a differenza di quanto programmato prima degli ultimi attacchi di Morales, García e Ziegler, sarà presente a Roma il prossimo giugno alla conferenza mondiale della Fao “Sicurezza alimentare, clima e biocarburanti”. In quella sede il Brasile si difenderà sostenendo che il biocarburante che produce, estratto dalla canna da zucchero, non ha effetti sulle produzioni agricole locali perché la terra coltivabile che ha a disposizione è immensa e, soprattutto non ha nulla a che vedere con quello statunitense, ricavato dal mais, più inquinante e meno efficace in termini di produttività. Basterà a convincere gli scettici?
Il discorso duro di Morales all’Onu contro biocarburanti e capitalismo
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Il referendum per l’autonomia di Santa Cruz in Bolivia ha ottenuto oltre l’85% di “Sì”. Non si tratta ancora di risultati definitivi (ci vorranno ancora almeno tre giorni) ma di exit poll. Tuttavia il quadro che si delinea è chiaro. Da un lato emerge indiscutibile il desiderio di autonomia di una regione che è la più industrializzata e ricca di idrocarburi del paese.
Dall’altro, invece, la linea politica del presidente Evo Morales Aymara che poche ore fa davanti alle telecamere della Cnn ha definito il voto di domenica “illegale” salvo poi lanciare un appello al “dialogo” ai politici di Santa Cruz affinché si discuta “di una vera autonomia dei popoli e non solo di gruppi di potere”. In un messaggio alla nazione, il capo di stato boliviano ha detto che “non si può ingannare il popolo dicendo che c’è un vincitore con oltre l’80% dei voti” perché in base ai dati del nostro ministero degli Interni, “se si somma la forte astensione ai No si arriva comodamente al 50% di rifiuto” di uno statuto “separatista e divisionista”. Questioni strumentali quelle dell’astensionismo. In realtà, a detta degli analisti, il presidente boliviano è uscito indebolito dal referendum che ha cercato di impedire sino all’ultimo e in molti considerano quella di domenica la sua sconfitta politica più grave da quando nel gennaio 2006 è arrivato, primo indio della storia, al potere.
Le dichiarazioni di Morales alla CNN in spagnolo
Per evitare la secessione nei giorni scorsi Morales aveva addirittura citato Pristina, come esempio da non seguire e dichiarato che “per evitare di fare la fine del Kosovo bisogna restare uniti”. Non a caso la Bolivia non ha riconosciuto l’indipendenza di Pristina da Belgrado. Adesso, il timore di La Paz è che che altri dipartimenti - l’equivalente delle nostre regioni - seguano la strada indicata da Santa Cruz.
Naturalmente di tutt’altro avviso Rubén Costas, il sindaco di Santa Cruz secondo cui il voto di domenica significa l’inizio di “cammino verso un paese moderno che trasformerà la Bolivia nella nazione unita più decentrata di tutta l’America Latina”. La via auspicata da tutti è che si torni al dialogo tra le parti ma è difficile pensare che i politici di Santa Cruz siano disposti a farlo nei termini pianificati originariamente da Morales, che voleva inserire il tema dell’autonomia in una complicata riforma costituzionale che oramai tiene banco da quasi un anno. È probabile invece che dopo la vittoria del referendum, i politici di Santa Cruz si siano convinti di poter declinare la loro autonomia senza dovere per forza attendere il permesso di La Paz. Ecco perché oggi Morales è più debole di qualche giorno fa.

Santiago del Cile - Sabato 10 novembre ho seguito per una decina di ore il vertice Iberoamericano alternativo meglio noto come “Cumbre de los pueblos”. Mattatore assoluto, ancora una volta, Hugo Rafael Chávez Frías, l’esplosivo presidente venezuelano che stamani, senza timore di smentite, ha ribadito, in un faccia a faccia all’Eliseo con Sarkozy, che la guerriglia colombiana è pronta entro la fine dell’anno a fornire le prove del fatto che Ingrid Betancourt è ancora viva. Al Velodromo dello Stadio Nazionale di Santiago, assieme ai “compagni presidenti” Daniel Ortega del Nicaragua, il vice di Castro Carlos Lage e il boliviano Evo Morales Aymara, Chávez, atteso come un messia, ha parlato davanti a circa 5mila persone accorse per dargli il loro tributo. Poi ha continuato a parlare all’Università privata delle arti e delle scienze sociali, l’Univesidad Arcis, dove è stato insignito di una laurea honoris causa.
In entrambi i casi, a causa dell’arcinoto ¿Porque no te callas? di re Juan Carlos di Spagna (a proposito gustatevi questa versione remixata che sta facendo furore in America Latina) Chávez si è guadagnato in questa occasione una (ulteriore) sovrapposizione mediatica grazie a una serie di esternazioni, espresse in una sola giornata, a dir poco sorprendenti. Ecco, in una summa-decalogo, il Chávez-pensiero.
1) Ha chiesto all’Europa la restituzione dell’oro e dell’argento rubato 500 anni fa dai conquistadores spagnoli, facendosi portavoce del leader indigeno messicano Guaicapuro Cuauhtemoc che già nel 1992 aveva scritto a re Juan Carlos. “Informiamo gli scopritori che ci devono, come primo pagamento del loro debito, soltanto 185 tonnellate d’oro e 16mila tonnellate d’argento, ambedue elevate alla potenza di 300″. Come dire un numero per la cui espressione sarebbero necessarie più di 300 cifre e una quantità di metalli il cui peso supera ampiamente quello della terra.
2) Ha lanciato un appello affinché si crei la Sato (Organizzazione del Trattato del Sud America), alternativa alla Nato, per avere un esercito e finalmente poter recuperare dall’Inghilterra le Falklands/Malvinas, restituendole all’Argentina.
3) Ha incitato più e più volte alla restituzione dell’accesso al mare alla Bolivia da parte dell’ospitante Cile della socialista Michelle Bachelet.
4) Ha attaccato il bioetanolo, uno dei cavalli di battaglia del presidente brasiliano Lula.
5) Ha elogiato la democrazia cubana, molto migliore delle “democrazie borghesi” in Occidente.
6) Ha giustificato la presa del potere da parte del popolo attraverso le armi e non le urne.
7) Ha minacciato le banche spagnole in Venezuela di nazionalizzazione.
8) Ha ribadito il Vietnam delle mitragliatrici nel caso che lui o Morales siano destituiti.
9) Ha definito fascisti gli studenti venezuelani che manifestano contro la sua proposta di referendum costituzionale che si voterà il prossimo 2 dicembre.
10) Ha attaccato la televisione privata Globovision, l’unica che gli si oppone apertamente e ribattezzata Globoterror dai supporter di Chávez, minacciandola di farla chiudere una volta approvata la riforma costituzionale.

Due esplosioni secche nel cuore della notte di lunedì 22 ottobre, una di fronte al Consolato del Venezuela, l’altra in una casa che ospitava alcuni medici cubani, hanno svegliato molti abitanti di Santa Cruz, capitale dell’omonima provincia, riportando l’attenzione su una delle zone più calde dell’intera America latina: la Bolivia del presidente Evo Morales.
Per capire il perché delle bombe contro due luoghi simbolo di Venezuela e Cuba può essere utile partire da una dichiarazione, rilasciata lo scorso 14 ottobre dal presidente del Venezuela Hugo Chávez Frías a Santa Clara: “Se l’oligarchia boliviana riuscisse a far cadere o a uccidere Evo, noi venezuelani vietnamizzeremo con le mitragliatrici la Bolivia. Non sarà il Vietnam delle idee ma sarà il Vietnam della guerra”.
Chiaro il messaggio alla provincia di Santa Cruz, la più ricca della Bolivia e che vuole l’autonomia da La Paz, e a chi da mesi sta mettendo i bastoni tra le ruote al progetto di assemblea costituente di Morales, che tende a ripercorrere il modello bolivariano di Chávez. Chi vuole impedire che la Bolivia segua le orme del Venezuela dovrà fare i conti con Hugo Chavez. Naturalmente le risposte al presidente venezuelano non sono tardate ad arrivare. A Santa Cruz è stato occupato l’aeroporto internazionale di Viru Viru, il più importante del Paese, Morales ha fatto intervenire l’esercito che, tuttavia, dopo una giornata di scontri (il 18 ottobre), è stato costretto alla ritirata. Dulcis in fundo il sindaco della città, Rubén Costas, ha ricoperto di insulti Chávez, definendolo un “macaco supremo” e lasciando intendere che il “suo” presidente Evo Morales è un “macaco minore”.
Tensione alle stelle dunque a Santa Cruz. Dove le bombe di lunedì mattina sono solo l’ulteriore conferma dell’escalation di una violenza che sta passando, progressivamente, dal piano verbale all’azione. O, per usare le parole di Chávez, l’inizio della vietnamizzazione della Bolivia.

Una vista dall’alto della capitale boliviana La Paz
In Italia succedeva nel secolo scorso. Che ad una capitale se ne preferisse poi un’altra. In Bolivia, invece, è la notizia di questi giorni. La capitale in carica La Paz si appresterebbe a cedere lo scettro alla ben più indolente Sucre. Dietro si agita una lotta all’ultimo coltello tra i sostenitori del Presidente Evo Morales e i suoi detrattori.
Immediata la reazione della popolazione che è scesa in piazza a La Paz dando vita ad uno dei cortei più importanti degli ultimi decenni. Un milione di persone secondo il governatore dello stato di La Paz, Jose Luis Paredes che ha anche aggiunto: “Questa risposta della popolazione è stata molto più grande di quello che potessimo immaginare”. Per molti dei manifestanti il radicale cambiamento proposto dai delegati dell’Assemblea Costituente che proprio a Sucre stanno tentando di riscrivere la Costituzione equivarrebbe a preferire al futuro il passato. Sucre, infatti, fu capitale della Bolivia, sì ma fino al 1899. Conta soli 250 mila abitanti contro al milione e settecentomila di La Paz e rispetto all’attuale capitale, che ospita peraltro parlamento e governo, può vantare solo la sede della Corte Suprema. I sostenitori dello spostamento però si fanno scudo dietro ad un elemento che dal loro punto di vista è invece decisivo, soprattutto per il futuro. Sucre, a differenza di La Paz disposta sul lato occidentale, è invece posizionata proprio al centro del paese. Almeno geograficamente, dunque, ne potrebbe rappresentare il suo cuore a tutti gli effetti.
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Il presidente Evo Morales (al centro) guida un corteo nella capitale, La Paz

608 km a piedi per rivendicare i propri diritti e per recuperare le terre perdute. È la sfida di più di 800 indigeni appartenenti a ben 36 gruppi etnici della Bolivia Orientale. Sono partiti da Santa Cruz de la Sierra con meta Sucre, il centro amministrativo e politico, dove normalmente si riunisce l’Assemblea Costituente. Obiettivo ufficiale della manifestazione è la richiesta di autonomia e di rappresentanza al Congresso e di rispetto della terra su cui vivono da secoli.
La manifestazione giunge in un momento molto critico per la Bolivia, che il 6 agosto 2007 avrebbe dovuto avere la nuova Costituzione, fiore all’occhiello insieme alla nazionalizzazione degli idrocarburi della nuova politica adottata dal presidente Evo Morales. E invece l’Assemblea Costituente dopo oltre dieci mesi di tormentati lavori sembra essere giunta ad un punto di stallo per mancanza di accordo su molti punti. Tra le novità della Carta in discussione avrebbe dovuto esserci anche l’introduzione del diritto indigeno. Ma la nuova Bolivia degli Aymara e dei Quechua, degli Uru-Chpaya e degli Awà stenta adesso a decollare. Anche per questo gli indigeni hanno deciso di scendere in strada.
Non si sono messi d’accordo però il risultato è lo stesso in entrambi i paesi. Un’ondata di scioperi sta attraversando Cile e Bolivia e vede in prima fila i minatori rispettivamente di Collahuasi e Huanani, la più grande miniera di rame della Bolivia. Sia i cileni che i boliviani chiedono condizioni di lavori più umane e, soprattutto, aumenti salariali. Il mese scorso incidenti si erano verificati nei piccoli autobus che portano i minatori al lavoro.
Per la gravità della situazione in Bolivia addirittura il Presidente Evo Morales ha cancellato il suo viaggio in agenda che avrebbe dovuto portarlo in Brasile nei prossimi giorni.
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