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Ex-Jugoslavia
Come volevasi dimostrare. Il latitante Ratzko Mladic, il boia di Srebrenica e compagno di merende di Radovan Karadzic su cui pende un mandato di cattura del Tribunale dell’Aja per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, non ha nulla da temere. Ha vissuto indisturbato tutti questi anni tra la Repubblica Srpska, l’unità serba all’interno della federazione bosniaca, e Belgrado, senza che nessuno (finora) abbia mai pensato di consegnarlo alle autorità.
Guardate queste immagini trasmesse dalla tv di Stato bosniaca (qui sotto). Si riferiscono agli ultimi dodici anni di latitanza. Scene di ordinaria quotidianità, di festeggiamenti a una festa di matrimonio, addirittura di partite a tennis - racchettoni e braghe immacolate - in una caserma dell’esercito jugoslavo.
Dodici anni di latitanza tutt’altro che blindata, durante la quale l’uomo, l’ex generale dell’Esercito che pianificò e guidò lo sterminio di circa 8000 musulmani a Srebrenica nel 1995, non ha avuto neanche bisogno di camuffare il suo volto, come aveva fatto il suo mentore politico Karadzic, l’ex psichiatra della Stella Rossa di Belgrado che si era reinventato, durante la latitanza, barbuto medico olistico alla periferia di Belgrado.
Le immagini trasmesse dalla tv di Stato bosniaca

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Ciuffo ingrigito, occhialoni spessi come fondi di bottiglia, capelli imbiancati raccolti a chignon dietro la nuca, parlantina sciolta e, così raccontano quelli che lo hanno conosciuto, di grande efficacia. Così appariva il Dottor Dragan David Dadic, alias Mr Karatdzic, a chi lo ha conosciuto in questi tredici anni di latitanza. Non un sospetto, né dal suo padrone di casa né dai colleghi medici: la seconda vita del Macellaio dei Balcani (il cui avvocato ha dichiarato oggi che presenterà ricorso contro l’ordine di estradizione venerdì, l’ultimo giorno utile, per far slittare i tempi del processo all’Aja) era perfettamente mimetizzata nel tessuto urbano della capitale serba. Per sopravvivere e sfuggire alla cattura, Karadzic si recava ogni mattina in un ambulatorio privato in un quartierone popolare chiamato Nuova Belgrado, conferenziava insieme a colleghi sui più disparati argomenti scientifici, scriveva (gratuitamente) articoli su una rivista chiamata Vita sana e aveva persino un sito Internet (clicca qui) dove prometteva di curare impotenza e autismo attraverso un rapporto più equilibrato coi propri chakra. Il lucido pianificatore dello sterminio etnico, l’uomo considerato responsabile del massacro di ottomila musulmani a Srebrenica, si era calato perfettamente, con talento ineguagliabile, nei panni dell’esimio professionista di medicina olistica. Certamente, per riciclarsi, ha avuto appoggi e aiuti da uomini con cui aveva condiviso responsabilità. Ma, anche fisicamente, l’uomo che prometteva di guarire i suoi pazienti con l’energia, nascosto dietro al suo bel barbone bianco, era davvero irriconoscibile. Entro una settimana massimo dieci giorni, dovrebbe essere estradato e rinchiuso nello stesso carcere (Scheveningen) dove fu incarcerato Milosevic e dove sono rinchiusi tutti i criminali di guerra, croati, kosovari e musulmani di Bosnia compresi. Il suo avvocato ha dichiarato che si difenderà da solo, “e con l’aiuto di Dio, davanti al Tribunale penale. Ma lo farà a viso scoperto. Senza barba né baffi. E con i capelli corti, per rendersi riconoscibile. Gli lo hanno imposto oggi i suoi carcerieri.
La conferenza del Dr Dadic (Bbc)
Da Bruxelles
Tra sollievo e soddisfazione, la Comunità internazionale ha accolto con un boato di felicità l’arresto dell’ex leader serbo-bosniaco, Radovan Karadzic. Il più felice di tutti è stato probabilmente il procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia (Tpiy), Serge Brammertz, il quale ha voluto “congratularsi con le autorità serbe”, protagoniste di “un successo significativo nella collaborazione con il Tpiy”. Nell’attesa impaziente del trasferimento di Karadzic all’Aja (Olanda), Brammertz ha salutato “un giorno molto importante per le vittime che attendevano questo arresto da oltre dieci anni” e “per la giustizia internazionale. [La fine della latitanza di Karadzic] dimostra chiaramente che nessuno può porsi al di fuori della giustizia e che presto o tardi i fuggitivi vengono catturati”.
Appena appreso notizia del clamoroso arresto, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, si è anch’esso “congratulato con le autorità serbe per aver messo fine all’impunità”. Con toni più aulici, un comunicato stampa della Casa Bianca ha definito l’azione della polizia serba “omaggio” alle vittime delle atrocità perpetrate durante la guerra in Bosnia-Erzegovina.
In Europa, i leader politici sono stati unanimi nell’esprimere soddisfazione per un arresto che, assieme a quello dell’ultimo grande fuggitivo, Ratko Mladic, era considerato da Bruxelles una condizione sine qua non per l’entrata della Serbia nell’Unione europea. Senza tanti giri di parola, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha fatto sapere che “questo arresto dimostra chiaramente la volontà del nuovo governo di Belgrado di riavvicinare la Serbia all’Ue”. Sulla stessa scia, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha parlato di “sviluppo molto positivo per la riconciliazione e la giustizia nei Balcani”, ma anche per “le aspirazioni europee della Serbia”. Poco fa, il Commissario responsabile per l’allargamento, Olli Rehn, ha dichiarato nel corso della sua conferenza stampa che “l’arresto di Karadzic è un segnale molto importante da parte del governo serbo nella sua volontà di cooperare con il Tribunale penale internazionale”. La svolta di Belgrado potrebbe secondo Rehn aprire nuove prospettive per l’adesione della Serbia nell’Ue. A Panorama.it, la portavoce del Commissario europeo per l’allargamento, Krisztina Nagy, ha ricordato “il rifiuto di Bruxelles di applicare l’accordo di associazione e di stabilizzazione (ASA) firmato con Belgrado il 29 aprile scorso” in seguito all’impasse provocata dalla mancata collaborazione del governo serbo con la giustizia internazionale. Dopo mesi di tensione, “l’arresto di Karadzic segna indubbiamente una cambio di rotta”. Oggi Olli Rehn proverà a convincere il Consiglio europeo sulla necessità di mettere in applicazione l’ASA. Purtroppo, tra i ministri degli Affari esteri dell’Ue, il trasferimento di Karadzic all’Aja potrebbe non bastare. Paesi-Bassi e Belgio, per nominare solo loro, hanno sempre vincolato l’entrata della Serbia nell’Ue con l’arresto di altri due illustri criminali: l’ex presidente della repubblica dei Serbi della Krajina, Goran Hadzic, e Ratko Mladic , ex responsabile dell’esercito dei Serbia della Bosnia, accusato assieme a Karadzic di genocidio, di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra perpetrati in Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995.
Il presidente del concilio della cooperazione serba mostra una recente immagine di Karadzic
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Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.
La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.
Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.
Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.
Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.
L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.

Più dell’autonomia, meno dell’indipendenza. Comincia ad assumere contorni un po’ più precisi quella che fino a ieri sembrava solo uno slogan populista usato dalla leadership serba (spalleggiata da Mosca) per ritardare sine die l’appuntamento del Kosovo con l’indipendenza (sorvegliata) a cui pensano europei e americani. È stato il ministro degli Esteri di Belgrado, il liberale Vuk Jeremic, a chiarire, in un’intervista alla Bbc, fin dove Belgrado può spingersi nella delicata partita che si è aperta all’interno del cosiddetto Gruppo di contatto euro-russo-americano che dovrà definire il destino della ex provincia serba. Più dell’autonomia, meno dell’indipendenza significherebbe, per Jeremic, che Belgrado è disposta a riconoscere al Kosovo l’accesso autonomo al Fondo monetario internazionale, il diritto a nominare i rappresentanti delle sedi diplomatiche all’estero (purché non le definiscano ambasciate), una amplia autonomia amministrativa. Niente federazione binazionale (ipotesi cui pensano - secondo alcuni voci di stampa - i rappresentanti europei in seno al gruppo di Contatto) e sopratutto nessuna secessione. Su questo Belgrado non transige e non cambia posizione. Ma quello di oggi è un passo avanti.
Spiazzati dal netto intervento di Mosca contro il pacchetto Onu (leggilo sul sito Unosek) del finalndese Atashaari, i rappresentanti di Europa e Stati Uniti si augurano di poter ulteriormente ammorbidire la leadership serba, divisa tra un’anima nazionalista guidata dal premier Kostunica e una più europeista rappresentata dallo stesso Jeremic, con un pressing diplomatico che la aiuti a uscire dall’isolamento. La carta che giocheranno è quella di un prossimo ingresso di Belgrado in Europa in cambio di un sì all’indipendenza sorvegliata? Alla Farnesina, su questo punto, le bocche sono cucite, ma è chiaro che, se il futuro della Serbia è in Europa, i passi che dovrà fare Belgrado sono due: disponibilità a trattare sullo status del Kosovo e collaborazione giudiziaria per garantire la cattura dei criminali di guerra Mladic e Karadzic. Questo è uno dei nodi della trattativa.
Ora, all’indomani dello spiraglio aperto da Jeremic, Pristina deve rispondere alla contro-offesinsiva diplomatica serba. I nuovi Raìs kosovari, negli anni scorsi, hanno imprudentemente promesso l’indipendenza ai loro concittadini di etnia albanese, creando una serie di aspettative che sarebbe pericoloso disattendere. Perché in Kosovo, dove quattro bande mafiose avrebbero il controllo dell’intera economia nazionale, sono ancora nascoste 400 mila armi, printe all’uso. Sostengono infatti i ben informati che gli ex combattenti dell’Uck non si farebbero pregare per riprenderle in mano, qualora ottenessero - da questa infinita trattativa - qualcosa di meno dell’indipendenza. Il countdown per un’altra crisi è insomma già iniziato. La soluzione - dicono alla Farnesina - dovrà arrivare entro i primi mesi del 2008. Altrimenti, a perdere la faccia, racconta la fonte di Panorama.it al Ministero degli Esteri, sarebbe anche il segretario generale dell’Onu. Trasformando una trattativa che dura da ormai più di due anni in una farsa. Che potrebbe anche trasformarsi in tragedia.

Ajka Jahic, 52 anni, è una vedova di Srebrenica, la città martire della ex Jugoslavia dove, tra l’11 e il 21 luglio 1995 , fu perpetrato - la definizione è di Kofi Annan, ex segretario generale dell’Onu - il più brutale atto di genocidio dai tempi della seconda guerra mondiale: ottomila persone massacrate dalle truppe serbo bosniache in soli dieci giorni, ad un ritmo di oltre trenta all’ora. L’obiettivo degli uomini di Radovan Karadzic e di Ratko Mladic, i due leader serbobosniaci che guidavano le milizie paramilitari in Bosnia, era “ripulire” una città che, fino ad allora, era abitata per due terzi da cittadini musulmani. Il folle obiettivo è stato raggiunto (file pdf). La città, in quel momento, era sotto la tutela dell’Onu. Ad assistere impotenti alla strage, circa 450 peacekeepers olandesi, poi decorati dal governo del proprio paese nel 2006. Srebrenica, una pagina vergognosa per l’Onu e l’Europa.
La città oggi, situata nella Repubblica Srpska di Bosnia, è a maggioranza serba: i suoi vecchi abitanti non sono più tornati. Nel luglio 1995 Ajka ha perso due figli, il marito e altri 15 cugini maschi. Come lei migliaia di altre vedove. Oggi vive a Lukavica, un villaggio vicino a Tuzla, e assieme a centinaia di altre sopravvissute ha dato vita a un’Associazione, chiamata Zene Srebrenice, che come la Madres de Plaza de Mayo in Argentina chiede che sia fatta giustizia, che il generale Mladic sia assicurato alla Corte dell’Aja, che gli siano restituiti i resti dei suoi figli. Ecco la sua testimonianza inviataci dalla giornalista bosniaca Azra Nuhefendic.
“Il cielo non è diventato nero sopra Auschwitz, e non si oscurrerà neanche sopra Srebrenica” David Reef, scrittore americano
Noi non volevamo scappare. Non avevamo fatto del male a nessuno, mai. Perché dovevamo scappare e lasciare tutto? Così pensavo. Quel giorno preparavo il pranzo. Almir, mio figlio, entrò in cucina, gridando: “Presto, presto, stanno arrivando”. Mi sono avvicinata alla finestra i li ho visti: i Serbi scendevano dalle colline. Erano tanti, così tanti che pareva che una nuvola nera avesse coperto il paesaggio. Lasciai tutto, neanche una borsa di nailon presi dalla casa. Mio marito disse: “Non mi prenderanno vivo”. I miei due figli più grandi, uno del 1975 e un altro del 1977, lo seguirono per attraversare il bosco e raggiungere il territorio libero. Li ho visti, allora, per l’ultima volta. Non ci siamo neanche salutati. Solo uno “state attenti”, “anche voi”, e poi loro da una parte, e io con un figlio di sei mesi e Almir, di 12 anni, per la mano, dall’altra. Ovunque urla, confusione, la gente che correva su e giù, i genitori che cercavano i figli perduti, i bambini che piangevano. Dopo mezz’ora arriva quel comandante serbo, Ratko Mladic. Ci saluta e dice: “Vicini, non avete paura. Non vi succederà niente”. “Vicino”, per noi bosniaci, era un termine sacro. Con i tuoi familiari puoi comportarti come ti pare, ma con i vicini, no: i rapporti dovevano essere migliori. Mladic ci ha chiamati “vicini” . E io gli ho creduto. I soldati ci hanno separato: donne e figli piccoli da un parte e maschi dall’altra. Il più piccolo aveva fame e piangeva. Un soldato serbo mi si avvicina e mi dice: “Adesso ti faccio vedere come si fa per farli smettere di piangere”. Ha fatto una mossa per strapparmelo. Ho cominciato a gridare. Il soldato ha preso a picchiarmi le mani con il fucile. L’altro figlio, Almir, anche lui ha cominciato a piangere. Qualcuno ha tirato per le maniche il soldato e quello ci ha lasciato. Dopo un po’ sono arrivati i camion e gli autobus. Ci hanno caricato su come delle bestie. Uno sopra l’altro, proprio come le pecore che trasportano nei mattatoi. Ci spingevano, ci picchiavano e bestemmiavano.
Io, il figlio piccolo lo tenevo sotto la camicia, e Almir con tutte e due le mani lo abbracciavo. Pregavo Dio, gli facevo le promesse, supplicavo di fare quello o questo, offrivo la mia vita se solo avesse risparmiato i miei figli. A mio marito, Ahmo, non ci ho pensato neanche. Povero mio Ahmo. Poi, in strada: i soldati serbi, ci fermavano di nuovo, ci controllavano. Tiravano fuori dal camion e portavano via qualche maschietto o qualche ragazza, più carina. Nessuno li ha visti mai più. E noi tutte guardavamo d’altra parte. Se li guardi, porteranno via anche te. Se ti chiede qualcosa stai zitta, altrimenti fanno scendere anche te. Solo le madri, alle quali strappavano i figli, urlavano. Ma solo se perdi il figlio non hai più paura di niente e di nessuno.
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Fernando Gentilini, ex collaboratore del capo della diplomazia europea Javier Solana e suo rappresentante a Belgrado, Skopje e Pristina, è attualmente consigliere diplomatico presso la Presidenza del Consiglio e autore di un saggio che è soprattutto un viaggio sentimentale nell’area balcanica. Un testo (Infiniti Balcani, ed. Pendragon), scritto con grazia letteraria e partecipazione emotiva, che parla dei volti e delle speranze di intere popolazioni che siamo ancora abituati a guardare con gli occhiali deformanti dei nostri cliché. Quasi fossero - quelle aree - la nostra anima nera, il baratro oscuro di quella parte di identità europea che abbiamo scelto di rimuovere nell’illusione di essere diventati immuni dai virus dei nazionalismi e degli orrori del ‘900. Tragico errore: “Pensiamo ancora ai Balcani a un come eravamo, così come pensiamo al nostro passato remoto”, dice Gentilini. “Eppure tutto dipenderà dal processo di integrazione europea. Se l’integrazione europea va avanti, quello che è accaduto in quell’area negli anni ‘90 ci descriverà il nostro passato. Se l’Europa si ferma, quei campanilismi e quelle tragedie saranno il drammatico annuncio del futuro anche nostro”.

Gentilini ci ha scritto una testimonianza su un tema cruciale, quello dell’equilibrio tra la necessità di dimenticare le tragedie e l’obbligo di ricordare per evitare che si possano verificare nuovamente. Un equilibrio precario, instabile: a partire da Srebrenica, la città della Bosnia orientale dove è stato compiuto dalle milizie paramilitari serbo-bosniiache un vero e proprio genocidio. Ad assistere impotenti alla strage, circa 450 peacekeepers olandesi dell’Onu, poi decorati dal governo del proprio paese nel 2006. È notizia di questi giorni che il governo olandese e l’Onu saranno citati in giudizio davanti ad un tribunale distrettuale dell’Aja per complicità nel massacro di almeno ottomila musulmani a Srebrenica. Lo affermano gli avvocati dei parenti delle vittime nel documento di citazione in giudizio.
Srebrenica, dodici anni dopo: perché non bisogna dimenticare
Quando ci si trova in un luogo dopo che ci è passata la guerra, occorre pensare a ricostruire e riconciliare. E viene subito da chiedersi se per superare le lacerazioni sia meglio dimenticare o cercare di ricordare. Iniziai le mie missioni nei Balcani nella primavera del 2000, cinque anni dopo la mattanza bosniaca di Srebrenica: il Kosovo era “pacificato” e posto sotto la tutela delle Nazioni Unite e della Nato; Milosevic era sempre in sella a Belgrado; di lì a un anno ci saremmo trovati sull’orlo di una nuova guerra civile in Macedonia. Ho sempre pensato che la letteratura aiuti a capire le cose più della geopolitica e i libri di Mehmed Meša Selimovic che leggevo in quei giorni ne furono la riprova. Per lui non bisognerebbe raccontare le guerre, né le bestialità che esse portano con sé. Per lui “la cosa migliore è dimenticare, affinché muoia il ricordo umano di tutto ciò che è brutto e i bambini non intonino canti di vendetta”. Ma di fronte ai problemi post-bellici di ogni giorno le belle immagini letterarie possono poco.
Anzi, fra i disperati di Pristina e quelli delle enclavi serbe imparai subito che nei Balcani la memoria è lunghissima e che senza il ricordo non può esserci riconciliazione.
Sono tanti i motivi per non dimenticare Srebrenica. Prima di tutto il rispetto nei confronti delle vittime, dei loro cari, di quelli che soffrono ancora in silenzio. E poi perché dopo dodici anni il responsabile di quel genocidio in cui morirono almeno 7600 bosniaci, il generale serbo Radko Mladic, deve essere ancora assicurato alla giustizia. Chi crede nei valori europei di pace, legalità e rispetto della dignità umana non deve dimenticare le colpe e le indecisioni dell’Europa di fronte alla guerra in Bosnia. Un’assenza che pesa ancora come un macigno (basta lavorare a Sarajevo e dintorni per accorgersene). E che si spiega anche con il pregiudizio con cui inizialmente quasi tutti guardavano alle guerre della ex-Jugoslavia: guerre tribali, si disse, religiose; non capendo che l’odio etnico e il pregiudizio religioso furono gli strumenti della guerra; ma che invece le sue cause profonde andavano cercate nella cattiva politica di una classe dirigente disposta a pescare il peggio dai nazionalismi europei del secolo scorso pur di restare al potere (la guerra infatti finì quando si comprese che la sua origine era politica e che quindi era con la politica che andava risolta).
Oggi la Bosnia e i Balcani sono migliori rispetto a dieci anni fa. Soprattutto grazie all’Europa che - usando appunto la politica - ne ha fatto dei candidati all’adesione. Una prospettiva, quella dell’integrazione nell’Unione, che da sola è stata sufficiente a produrre cambiamenti, riforme, sviluppo economico e sociale in tutta la regione, ma che se venisse rimessa in discussione rischierebbe di vanificare quanto di buono si è fatto fino a questo momento. Perché le transizioni ancora prevalgono sulle trasformazioni, visto che democrazia, legalità ed economia di mercato non sono cose che si costruiscono in qualche anno. E perché una regione dalla geopolitica in continuo divenire presenta sempre dei rischi, come dimostra il caso del Kosovo, dove la comunità internazionale non riesce per ora a rispondere alle aspirazioni di indipendenza della quasi totalità dei kosovari.
Ma l’Europa, dopo le brutte figure nella ex-Jugoslavia degli anni Novanta, è da alcuni anni più consapevole, sembra avere finalmente capito che se i Balcani diventano più stabili e prosperi, diventerà migliore l’intero continente (che dalla voglia di riscatto e dall’entusiasmo dei nuovi Balcani avrebbe anzi molto da imparare). Per capirlo c’è voluto tempo e innumerevoli disastri. Ci sono volute anche le vittime di Srebrenica. Ma se un giorno l’Europa si allargherà finalmente ai Balcani, allora forse quel sacrificio non sarà stato vano.
Fernando Gentilini
5 luglio 2007
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