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Egitto, la nascita del nuovo regno - SPECIALE CON PANORAMA
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fame

Clima e cibo, milioni a rischio fame

OkNotizie

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  • Tags: Action Aid, Barilla, cibo, clima, Durban, fame, Fao, International forum on food & Nutrition, onu, Oxfam, speculazione
  • 3 commenti
(Credits: AP Photo/Farah Abdi Warsameh)

(Credits: AP Photo/Farah Abdi Warsameh)

Franca RoiattiSe non facciamo in fretta qualcosa, milioni di persone rischiano la fame: il grido di allarme lanciato da numerose ong all’apertura della conferenza Onu sul cambiamento climatico non poteva essere più chiaro.

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  • froiatti
  • Martedì 29 Novembre 2011

Corea del Nord: una nuova centrale nucleare fa tremare Tokyo

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  • Tags: Corea del Nord, fame, Kim-Jong-Il, nucleare, Pyongyang, Stephen Bosworth
  • 2 commenti
(Credits: Epa/KCNA)

(Credits: Epa/KCNA)

Allarme Corea del Nord. Tokyo definisce “completamente inaccettabile” il nuovo impianto per l’arricchimento dell’uranio in attività a Yongbyon, un centinaio di chilometri a nord di Pyongyang.

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  • anna.mazzone
  • Lunedì 22 Novembre 2010

Il prezzo del cibo torna a correre: lo spettro di nuove rivolte

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  • Tags: cereali, fame, grano
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La rivolta a Maputo, Mozambico, di mercoledì 1° settembre 2010

La rivolta a Maputo, Mozambico, di mercoledì 1° settembre 2010

Il prezzo dei cereali corre e ora lo ha certificato anche la Fao. L’indice specifico (FFPI) calcolato dall’organizzazione ha fatto registrare ad agosto un aumento del 5 per cento, toccando il livello più alto dal settembre 2008. Siamo ancora lontani dal picco raggiunto nel giugno del 2008 all’apice della crisi alimentare, ma il segnale è comunque preoccupante. L’ondata di siccità e gli incendi che hanno messo in ginocchio la Russia, distruggendo i raccolti, hanno indotto il governo di Mosca a dichiarare un bando sulle esportazioni di grano fino a dicembre.

L’altro grande granaio dell’Asia centrale, il Kazakhstan, ha accusato un calo nella produzione del 35 per cento. In totale, stima la Fao, la produzione mondiale di grano scenderà nel 2010 del 5% rispetto al 2009, e il fabbisogno annuale non sarà coperto. Tuttavia i raccolti di cerali restano al di sopra della media quinquennale, assicura l’organizzazione, che sottolinea come le scorte siano ancora tali da scongiurare lo scenario del 2007-2008, quando proprio il basso livello degli stock contribuì a infiammare il costo del cibo. Continua

  • froiatti
  • Venerdì 3 Settembre 2010

Boom del turismo a Cuba, grazie al golf e alle aperture di Obama

OkNotizie

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  • Tags: caraibi, cuba, fame, golf, latinoamericana, sesso, Stati Uniti, turismo
  • 42 commenti
Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.
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A Cuba il turismo va benissimo (Credits: Sami Keinanen by Flickr)

A Cuba il turismo va benissimo (Credits: Sami Keinanen by Flickr)

Non era mai successo finora. Cuba ha battuto il suo record di turisti, 1,05 milioni di arrivi, solo nel primo trimestre di quest’anno. L’annuncio trionfale è stato dato dal ministro del Turismo dell’Avana in persona, Manuel Marrero, durante la fiera internazionale del settore. Continua

  • paolo.manzo
  • Venerdì 7 Maggio 2010

G8 in Giappone: il flop annunciato

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  • Tags: fame, G8, Kyoto, pane, Tokayo
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Economia

Cambiamenti climatici, energia e crisi alimentare. Sono questi i temi posti in cima all’agenda del Summit del G-8 che da oggi riunisce a Tokayo, sull’isola giapponese di Hokkaido, i capi di Stato delle otto nazioni più potenti del mondo. Nell’era della globalizzazione, ci sarà ovviamente spazio per attori insostituibili come Russia, Cina, India e Brasile, la cui presenza in Giappone sarà rafforzata dalla partecipazione ai tavoli di negoziati dei principali leader africani per discutere di lotta contro la povertà.

Scenari foschi. Il clima politico, si sa, non è dei più felici. Rispetto ai Summit precedenti, dove a tenere banco erano soprattutto i ‘no-global’, quest’anno i vari Bush, Merkel, Sarkozy e Berlusconi devono fare i conti con sfide politiche, economiche e ambientali assai più impegnative per chi deve decidere sulle sorti del mondo. Un dato su tutti: se l’anno scorso i leader del G-8 avevano espresso preoccupazione per un petrolio a quota 70 dollari il barile, c’è da chiedersi quale sarà il tenore del loro comunicato stampa finale quando si tratterà di trovare una posizione comune su un barile ormai pronto a sfondare il tetto dei 150 dollari.

Corsa all’atomo. Nonostante le dichiarazioni ottimistiche rilasciate ieri dal presidente americano George W. Bush e dal premier giapponese Yasuo Fukuda, a Tokayo si annunciano tre giorni di fuoco. Sul fronte energia, il G-8 dovrebbe rivolgere un appello a favore di un dialogo più intenso e trasparente tra produttori e consumatori, ribadendo nel contempo un suo impegno (generico per la verità) a monitorare il mercato e le “cause complesse” del carovita. Al centro dell’attenzione, ci sarà ovviamente il nucleare, su cui Francia e Italia stanno puntando molto come fonte energetica alternativa. Non così invece in Germania, dove Angela Merkel è l’unico cancelliere ‘occidentale’ a non voler scommettere sull’atomo.

L’asso di Angela: ridurre i gas serra. Non a caso, la cancelleria tedesca punta tutto sulla giornata dedicata ai cambiamenti climatici (se ne parlerà mercoledì 9 luglio) per imporre un confronto globale (con Cina e India) sul destino del protocollo di Kyoto. Lo scorso anno, a Heiligendamm, la Merkel era riuscita a strappare al G-8 la promessa di “considerare attentamente” l’obiettivo di ridurre del 50% le emissioni di gas a effetto serra entro il 2050. Di sicuro la Germania può contare sull’appoggio del governo giapponese, che nel giugno scorso ha addirittura annunciato una riduzione del 60-80%. Purtroppo, le ambizioni nippo-tedesche rischiano di frantumarsi sui dissensi profondi che permangono sia all’interno del G-8 che tra i paesi più industrializzati e quelli emergenti.

Altri nodi. Al suo arrivo in Giappone, il presidente Bush ha affermato che gli Stati Uniti sono pronti a giocare un ruolo “costruttivo”, ma tutti sanno che il sostegno degli USA al protocollo post-Kyoto (previsto nel novembre 2009 a Copenhagen) è vincolato a un accordo globale che impegni Cina e India nella lotta contro il ‘climate change’. La stessa Unione europea rischia di presentarsi in Danimarca con idee molto divergenti fra chi, come Francia, Germania e Italia, intendono favorire le energie alternative, mentre i paesi dell’est non vedono di buon occhio l’abbandono del carbone. Anche in quel caso quindi, il Summit di Hokkaido rischia il mezzo fallimento.

Silvio Berlusconi

Guerra alla povertà. Terzo e ultimo tema che il G-8 affronterà è la lotta contro la povertà. Lo farà oggi assieme ad alcuni leader africani con un ordine del giorno scombussolato dalla crisi alimentare. Tanto per rassicurare, pochi giorni fa il presidente dell’Organizzazione delle Nazioni per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), Jacques Diouf, ha dichiarato che per via del boom dei prezzi dei cereali il numero di persone a rischio fame era salito a 50 milioni nel 2007. Sempre per voce di Diouf, la FAO stima a 24 miliardi di dollari i fondi annui supplementari necessari per arginare la crisi. Alcuni paesi, come Giappione e Italia, hanno già fatto sapere di voler aumentare gli aiuti da destinare a quei paesi colpiti dai rincari e dalle carenze di cibo. Ma dalle parole ai fatti c’è un mondo.

Africa e Europa. Quello che separa il G-8 e gli africani rimane abissale. Nel Summit di Gleneagles (2005), i leader delle otto potenze industriali avevano promesso di raddoppiare i fondi per l’Africa, passando da 25 a 50 miliardi di dollari annui entro il 2010. Purtroppo ricorda a Panorama.it Luca de Fraia, direttore delle policy della sezione italiana di ActionAid International, “l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la coperazione economica (Ocse) stima che con l’attuale tendenza, nel 2010 mancheranno tra i 38 e i 40 miliardi di dollari per centrare l’obiettivo quantitativo di Gleneagles”. Dopo le rivelazioni del Financial Times, secondo il quale la bozza del comunicato conclusivo del summit di Hokkaido aveva annacquato cifre e obiettivi, il G-8 sembra orientato a voler ribadire le promesse fatte nel passato e riconoscere la necessità di accrescere gli aiuti da destinare all’Africa dopo il 2010. Per gli esperti, nonostante i soliti proclami positivi, il G-8 giapponese non dovrebbe riservare molte sorprese. A trionfare sarà il solito status quo…

bangladesh15

  • joshua.massarenti
  • Lunedì 7 Luglio 2008

Senegal: così i contadini combattono la crisi alimentare

OkNotizie

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  • Tags: fame, frateklli-delluomo, ong, Senegal
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Senegal

Da Dakar

Come in tutto il mondo, anche in Senegal l’ascesa dei prezzi dei cereali ha avuto ripercussioni drammatici effetti sulla popolazione. Dopo le prime proteste di piazza, il Presidente della Repubblica, Maître Abdoulaye Wade, ha lanciato un appello per aumentare la produzione di cereali attraverso un piano (Grande Offensive Agricole pour la nourriture et l’abondance) che dovrebbe portare la produzione di riso a 500.000 tonnellate (l’anno scorso se ne sono prodotte a malapena 100.000), grazie a un investimento previsto di 344 miliardi di franchi CFA (più di 500 milioni di Euro). Il tutto condito con il solito appello ai paesi donatori e con l’invito a ministri, parlamentari e alti dirigenti dello stato e delle imprese.

Dibattito aperto a Mékhé. Arriviamo a Mékhé, a 120 chilometri dalla capitale Dakar, nella sede di UGPM (Union des Groupements Paysans de Mékhé), un’associazione contadina di base in rapporti di partnership della Ong Fratelli dell’Uomo, presente in Senegal dal 1992. La sala riunioni è piena di facce attente, in buona parte donne. Samba Batch, responsabile del progetto di sicurezza alimentare della Ong, sta illustrando il piano presidenziale. Al termine del suo intervento si apre il dibattito. I commenti sono preoccupati: siamo al 13 maggio, le piogge dovrebbero iniziare a metà giugno, non è il momento di fare proclami ma di organizzare la campagna agricola per il 2008. Perché il piano non dice niente di arachidi e nyebé (una varietà locale di fagioli)? Perché fino a ieri ci incoraggiavano a produrre agrocarburanti? Perché dovremmo concedere preziosi ettari di terra a gente che non ha mai preso una zappa in mano?

Alla fine decidono di affidarsi alle proprie forze. Il rappresentante di ogni villaggio dichiara quante aziende agricole familiari rappresenta, quanti ettari sono previsti per arachidi, miglio, nyebé e manioca. Quasi tutti i gruppi sono pronti per la campagna di semina, ogni famiglia pianterà miglio e nyebé.
I più avvantaggiati sono i 20 villaggi coinvolti dal progetto di sicurezza alimentare, i quali si sono preparati da tempo acquistando sementi migliorate di produzione locale. I più preoccupati sono i villaggi della zona in cui si coltiva soprattutto manioca che poi vendevano per acquistare cereali sul mercato. La banca dei cereali gestita direttamente da UGPM proteggerà i gruppi più deboli dalla speculazione.

In attesa della pioggia. Ci rechiamo in visita ad alcuni villaggi, dove UGPM è presente nella zona dal 1985: i segni dell’intervento si vedono un po’ dappertutto, migliaia di alberi di mango e anacardio per proteggere il terreno dall’erosione eolica, vivai di villaggio, riserve di cereali gestite collettivamente da ogni villaggio. Il clima è di fervente preparazione: tutti aspettano le piogge, ma le piogge, ormai da trent’anni, non sono più così abbondanti. Un vecchio equilibrio è andato in crisi, i contadini della zona ne stanno cercando uno nuovo che permetta ai giovani di non avere l’emigrazione come unica prospettiva. La soluzione sarebbe quella di facilitare l’accesso all’acqua permettendo l’avvio di colture irrigue.

L’acqua ci sarebbe, ma bisogna andarla a prendere a più di 30 metri di profondità, nella zona ci sono ben 66 pozzi abbandonati perché le pompe si sono rotte ed è troppo difficile o costoso far arrivare i pezzi di ricambio. Quelle in funzione sono alimentate a mano e faticosissime da operare, tanto che le donne dei villaggi denunciano che l’estenuante lavoro di procurare l’acqua per tutta la famiglia ha causato diversi casi di aborto spontaneo.

Pannelli solari. Nel villaggio di Tabi nel 2006 è stata installata una pompa alimentata da pannelli solari (i cui componenti arrivano dall’Europa), l’investimento è stato molto impegnativo per il villaggio, 18 milioni di Franchi CFA (circa 27.000 Euro), ma è stato reso possibile da un fondo di microcredito messo a disposizione dal SIDI (la Solidarité internazionale pour le Developpement et l’Investissement).
Gli impianti sono garantiti per una durata di 20 anni, il costo di esercizio e vicino allo zero, non c’è bisogno di acquistare petrolio, non si paga la bolletta, non si contribuisce al cambiamento climatico. Da quando è stata installata la pompa, la vita al villaggio è cambiata, per avere 10 metri cubi d’acqua al giorno basta spingere un bottone; le donne hanno messo a coltura un orto comunitario che quest’anno ha prodotto più di 4 tonnellate di pomodori ed altri ortaggi, niente male per un villaggio di 57 famiglie.

Il piano prevede l’estensione dell’esperienza di Tabi ad altri villaggi attraverso una campagna di raccolta fondi che sta già dando i suoi primi frutti: 40.000 Euro sono stati ricevuti da un’azienda e le prime donazioni di privati incominciano ad arrivare, serviranno per sovvenzionare il prezzo degli impianti.

Un altro elemento innovativo del progetto è costituito dal coinvolgimento degli immigrati provenienti da Mekhe. In Italia vivono e lavorano circa 400 “Mekhois”, concentrati nelle province di Milano, Bergamo, Brescia e Rimini, molto di loro sono inseriti, lavorano in aziende metalmeccaniche o agricole, sono abituati a mandare soldi a casa, per un funerale dignitoso o per rispondere a un’emergenza.

La sfida è quella di riuscire a canalizzare parte di queste risorse per progetti produttivi come quello di Tabi, sarebbe un enorme risultato che con la fatica dei tanti immigrati senegalesi presenti in Italia si riuscisse a garantire l’autosufficienza alimentare delle loro zone di provenienza.

Un altro partner di Fratelli dell’Uomo che sta facendo in lavoro molto interessante nel campo della sovranità alimentare è il GJEG (Groupement des Jeunes Eleveurs de Guelakh), che è attivo nella regione di Saint-Louis, a nord del paese.

Ecovillaggio. Qui da 19 anni va avanti un originale esperimento di “ecovillaggio” africano. Gli animatori di questo esperimento, Doudou e Ousmane Sow sono di etnia Peul. I Peul sono pastori nomadi da centinaia di anni, vivono in tutti i Paesi dell’Africa occidentale, il loro stile di vita è entrato in crisi dopo le grandi siccità degli anni ‘70 e ‘80. Molto semplicemente non pioveva più abbastanza per consentire la pastorizia nomade.

Molti hanno reagito emigrando a Dakar o in Europa, a Guelakh si è invece cercato di elaborare un uovo modello sostenibile che integrasse rimboschimento, agricoltura e pastorizia. I terreni, una volta rimboschiti, sono meno vulnerabili all’erosione eolica e c’è una maggiore disponibilità di foraggio per gli animali che non vengono più allevati in maniera nomade ma in stalla, diventa quindi possibile raccogliere concime da utilizzare per aumentare la fertilità dei terreni. Su questi terreni maggiormente protetti e rivitalizzati è possibile avviare sia colture pluviali che irrigue.

Vicino al villaggio passa un braccio secondario del fiume Senegal, ci sono quindi terreni facilmente irrigabili. Quattro anni fa Doudou e Ousmane hanno incominciato a seminare in via sperimentale del riso, era una scommessa difficile, in un paese che importa 500.000 tonnellate di riso all’anno. Dopo alcune prove e aggiustamenti, quest’anno le colture sono arrivate a 34 ettari, con una resa di 6 tonnellate per ettaro, superiore alla resa nazionale e hanno coinvolto un centinaio di produttori, Ousmane ci racconta con orgoglio “quest’anno non ho dovuto comprare riso per ben otto mesi e l’anno prossimo, se tutto va bene, il raccolto potrebbe bastarmi per tutto l’anno”.

La sostenibilità è contagiosa, e sono sempre più numerosi i contadini e gli allevatori che si rivolgono a Guelakh per avere consigli su come replicare la loro esperienza nei villaggi della zona.
I programmi per il futuro prevedono di aumentare la zona a risicoltura a 100 ettari e di costituire una centrale di acquisto e vendita dei cereali che consenta di lottare contro la speculazione che porta a enormi fluttuazioni dei prezzi agricoli, dannose sia per gli agricoltori che per i consumatori. Dalla visita a queste due realtà si esce rinfrancati, la lotta per la sovranità alimentare non è una battaglia persa, purché i piccoli produttori agricoli, in Senegal e non solo, siano liberi di scegliere cosa e come coltivare.

  • stefano.lentati
  • Martedì 10 Giugno 2008

Vertice Fao contro la fame: l’accordo è lontano

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  • Tags: fame, Fao
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Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare

Il vertice Fao sulla crisi alimentare globale rischia di chiudersi senza una dichiarazione di intenti a causa di divergenze su temi marginali. Dopo tre giorni di annunci, dunque, la conferenza stampa finale di Jacques Diouf, direttore generale della Fao, prevista per le 17, slitterà ad orario da destinarsi. “La bozza di questa mattina è stata modificata e i delegati possono anche respingerla. Sarebbe molto grave se non si arrivasse ad una dichiarazione comune”, ha detto a Panorama.it un funzionario delle Nazioni Unite. E la conferma che le cose stanno andando male arriva da una frase del ministro degli Esteri, Franco Frattini, che, uscendo dal palazzo della Fao, ha detto che “si profila un accordo piuttosto deludente”.

Guerra dei prezzi dei cereali. Secondo quanto appreso da Panorama.it, le divergenze non riguardano soltanto l’acceso dibattito sui biocarburanti, ma è scontro aperto tra l’Argentina e gli altri grandi esportatori sulla valutazione del prezzo dei cereali sui mercati internazionali. La contrapposizione è su due righe della bozza del documento finale. Al punto 4e si legge testualmente che è “necessario riaffermare la necessità di ridurre il ricorso a misure restrittive che potrebbero acuire la volatilità dei prezzi internazionali”. Sullo stesso comma del testo finale è in corso anche una polemica con Cuba. L’isola caraibica, che si trova in una delicata fase di transizione politica, vorrebbe che in questo paragrafo (che riguarda le misure a breve e medio termine sulla sicurezza alimentare) vi fosse un “riferimento esplicito” all’embargo, che da anni blocca la sua economia.

I punti di accordo. Altre tematiche sono state risolte e quindi un accordo di massima esiste: sì agli aiuti immediati per contrastare la crisi alimentare e via libera anche all’invito affinché i prodotti alimentari non diventino uno strumento di pressione politica. Una prima intesa è dato dallo stanziamento di 1,7 miliardi di dollari, da impiegare in un piano in sette mosse, attraverso l’aumento degli aiuti e l’incremento conseguente della produzione agricola mondiale. L’azione partirà in 20-30 paesi, dando priorità all’Africa. Per la costituzione di reti di sicurezza per gli aiuti umanitari, fornitura di sementi, fertilizzanti e infrastrutture agricole sono previsti 930 milioni di dollari, il 55 per cento del totale. Per attività di sostegno alle associazioni agricole nazionali e regionali la spesa è di 200 milioni di dollari (12 per cento), mentre il coinvolgimento del settore privato negli investimenti, specie per i piccoli agricoltori, sarà di 160 milioni di dollari, pari a 9 per cento del totale. Alla ricostituzione delle scorte mondiali vanno 305 milioni di dollari.

Stanziamenti della Banca dello Sviluppo. La Banca dello sviluppo africano ha annunciato lo stanziamento di nuovi finanziamenti, non meno di 1,5 miliardi di dollari, anche se la cifra non è stata ancora quantificata. “Non servono misure eccezionali per affrontare la crisi, la comunità internazionale sa già cosa fare – sottolinea Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale - Bastano tre interventi per fare subito la differenza: un forte impegno da parte dell’Onu, delle banche di sviluppo e degli organismi regionali per iniziare ad agire; la disponibilità di semi e fertilizzanti per la prossima stagione agricola; un accordo internazionale per eliminare i divieti alle esportazioni di cibo ed eventuali limitazioni che possono far lievitare i prezzi e colpire i più vulnerabili”.

Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare

Biocombustibili. Su molti argomenti importanti, come gli ogm e i biocombustibili, resta una visione non omogenea anche da parte dei cosiddetti esperti. Josette Sheeran, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (Pam), sottolinea che, in base ai dati della Fao, “i biocarburanti incidono per il 5 per cento sulla crescita dei prezzi, ma gli esperti non sono concordi su alcuna cifra e il panel degli esperti non ha definito nessuna azione concreta per contrastare questa tendenza”. “Quello sul quale sono tutti d’accordo – aggiunge la Sheeran - è che la sicurezza alimentare deve essere la prima delle priorità e che due anni fa ci siamo resi conto che i biodiesel avrebbero potuto avere degli impatti devastanti sulle coltivazioni alimentari”.

Divisioni politiche. Nel corso dei lavori della tavola rotonda i rappresentanti di Brasile e Usa hanno difeso le loro produzioni di biocarburanti (che insieme fanno 46 miliardi di litri di etanolo sui 52 complessivi prodotti nel 2007) rispettivamente da canna da zucchero e mais, mentre è emersa la volontà di fare ricerca su quelli di seconda generazione, che non derivano da derrate alimentari. Sul piatto, comunque, non ci sono proposte per creare un sistema di quote di produzione a livello regionale, analogo a quello utilizzato nella Ue per diverse colture agricole.

Emergenza clima. Nessun accordo anche per l’emergenza clima. L’India e altri paesi hanno proposto la creazione di un sistema di preallarme globale, il cosiddetto “early warning”. Il sottosegretario italiano alla Salute, Francesca Martini, chiede controlli alle frontiere, gli Usa rilanciano, invece, l’uso del biotech, come tecnologie efficaci per contrastare gli insetti infestanti e malattie degli animali. E sul fronte degli organismi geneticamente modificati, difesi a spada tratta dagli Stati Uniti, la Fao rimanda alle decisioni dei singoli stati (tirandosi in sostanza fuori dalla grande querelle). Si nota, invece, una prima apertura da parte dell’Italia. Franco Frattini si dichiara “preoccupato per le rigidità preconcette” nei loro confronti e invita a percorrere “nuovi sentieri”, anche per i biocarburanti.

La bocciatura delle Ong. Una bocciatura al vertice arriva, intanto, dalle ong del forum “Terra Preta“, riunitosi in questi giorni a poche centinaia di metri dalla sede Fao, che hanno definito inefficace la bozza di dichiarazioni finali. Due le accuse principali: quella di non essere stati coinvolti nel processo decisionale e il fatto di ripetere gli stessi impegni del passato, delegando la questione dell’emergenza cibo alla task force dell’Onu, senza quindi un coinvolgimento diretto dei governi nella gestione della crisi.

Luiz Ignacio Lula al vertice Fao

  • marino.petrelli
  • Giovedì 5 Giugno 2008

Vertice Fao: se Ahmadinejad oscura la guerra alla fame

OkNotizie

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  • Tags: fame, Fao, Iran, Mahmoud Ahmadinejad, Roma
  • 2 commenti

Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare

Segui la diretta tv sul vertice Fao

854 milioni di persone denutrite. Prezzi alimentari (dal mais, al riso fino al grano) cresciuti del 53% negli ultimi tre mesi e del 71% negli ultimi due anni. Scontri politici sotterranei tra Paesi ricchi e Paesi poveri sui biocarburanti, sugli sprechi della Fao, sugli Ogm, sui sussidi agricoli che - dixit il segretario Onu Bank Ki Moon - “distorcono il mercato a danno dei paesi più deboli”. Ma soprattutto polemiche, troppo polemiche, su questioni che poco hanno a che vedere con l’emergenza fame al centro dell’agenda del vertice Fao apertosi oggi a Roma alla presenza di 40 leader mondiali. Come quelle scatenate dalla presenza sgradita del dittatore zimbabwese Roberto Mugabe o dalle provocazioni antisemite di Ahmadinejad, tornato a riproporre la cancellazione di Israele ed escluso, nonostante la sua “dichiarazione d’affetto per il popolo italiano” di oggi, dalla cena serale organizzata da Berlusconi alla presenza del segretario Onu.

L’intervento di Ban Ki Moon. Il vertice della Fao si è aperto con l’intervento di Napolitano che ha parlato della “necessità di politiche coordinate a livello mondiale” nell’ambito delle Nazioni Unite e spiegato che non si può fare affidamento solo “sulle virtù riequilibratrici del mercato”. Ma è quando ha preso la parola Ban Ki Moom, il segretario Onu, che il vertice è sembrato entrare nel vivo con un appello all’Assemblea a fare di più, ad aumentare la produzione “alimentare del 50% entro il 2030 per far fronte allo sviluppo della domanda”. Purché, ha spiegato il segretario Onu, l’incremento non avvenga con “politiche puramente assistenziali” che “determinano soltanto distorsioni dei mercati e spingono più in alto i prezzi”. Un chiaro monito anche ai Paesi europei, che sovvenzionano i nostri agricoltori escludendoli da una sana competizione internazionale. Bisogna fare di più (anche con “esportazioni di beni alimentari indirizzate a scopi umanitari”) e in fretta, ha detto Ban Ki Moon: “Occorre agire oggi e agire subito perché la popolazione mondiale nel 2015 arriverà a 7,2 miliardi di persone”.

L’autodifesa di Lula. Un altro tema centrale è quello del bioetanolo brasiliano, accusato di provocare la deforestazione dell’Amazzonia e di aver distrutto le economie di autoconsumo in vaste aree del Paese sudamericano. “Chi dice che la canna da zucchero sta invadendo l’Amazzonia dice una stupidaggine”, ha attaccato Luiz Inacio Lula da Silva. “Il 99,7% delle piantagioni di canna - ha detto Lula - si trovano almeno a 2 mila chilometri dall’Amazzonia, una distanza pari a quella che c’è tra il Vaticano e il Cremlino: nel Brasile ci sono circa 77 milioni di ettari di terre agricole, fuori dall’Amazzonia, ancora non utilizzate, un’area quasi eguale a quella della Francia e la Germania insieme”. Conclusione: “Il nostro etanolo ricavato dalla canna da zucchero non aggredisce l’Amazzonia, non toglie terra alla produzione di alimenti né provoca un calo nell’offerta degli alimenti nelle tavole dei brasiliani e del mondo”.

bangladesh07

L’obiettivo del vertice. Il summit, che durerà fino a giovedì 5 giugno, punta a promuovere un piano d’azione globale per garantire la sicurezza alimentare, affrontare i cambiamenti climatici e regolamentare la produzione di biocarburante. Ne dovrebbe emergere un documento di 31 pagine su cui il confronto sarà acceso, stante gli interessi spesso divergenti tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Ma per tutti, comunque, la priorità è frenare l’impennata dei prezzi dei generi alimentari che nei mesi scorsi ha provocato rivolte ad Haiti e in Egitto. A breve termine il vertice dovrebbe provvedere a ridurre il prezzo del mais e del grano tramite la la distribuzione di sementi, fertilizzanti e mangimi animali ai piccoli agricoltori (stima circa 15 miliardi di dollari). A medio e lungo termine l’obiettivo è più ambizioso: i Paesi ricchi dovrebbero aumentare gli aiuti all’agricoltura e investire in sistemi di irrigazione, infrastrutture, servizi e tecnologia dei Paesi del sud. Ricetta condivisa e già rilanciata dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf, per il quale gli Stati del nord devono decuplicare gli aiuti all’agricoltura per arrivare a 30 miliardi di dollari l’anno.

  • redazione
  • Martedì 3 Giugno 2008
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