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Fao

Fame nel mondo, entro il 2050 servono tre miliardi di tonnellate di cereali

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  • Tags: agricoltura, cereali, fame-nel-mondo, Fao, riscaldamento-globale
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Sussidi, investimenti e benefici fiscali a supporto delle aree rurali e a sostegno dei redditi agricoli

(Credits: EPA/WU HONG)

Claudia Astarita

Se la popolazione mondiale continuerà a crescere ai ritmi attuali, nel 2050 sarà necessario produrre almeno il 70% di prodotti agricoli in più per soddisfare le esigenze di 9,1 miliardi di persone. Tuttavia, uno studio delle Nazione Unite ha rilevato che un quarto dei terreni agricoli mondiali è talmente rovinato da non poter più essere riutilizzato, mentre solo il 36% è rimasto in buone condizioni mentre un (quasi) insignificante 10% è migliorato. Continua

  • claudia astarita
  • Martedì 6 Dicembre 2011

Clima e cibo, milioni a rischio fame

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  • Tags: Action Aid, Barilla, cibo, clima, Durban, fame, Fao, International forum on food & Nutrition, onu, Oxfam, speculazione
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(Credits: AP Photo/Farah Abdi Warsameh)

(Credits: AP Photo/Farah Abdi Warsameh)

Franca RoiattiSe non facciamo in fretta qualcosa, milioni di persone rischiano la fame: il grido di allarme lanciato da numerose ong all’apertura della conferenza Onu sul cambiamento climatico non poteva essere più chiaro.

Continua

  • froiatti
  • Martedì 29 Novembre 2011

Fame nel mondo: una giornata per riflettere sulle speculazioni che la provocano

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  • Tags: Cesvi, cosv, Fao, giornata mondiale dell'alimentazione, link 2007, sulla fame non si specula
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KENYA DROUGHT

Franca RoiattiQuest’anno, la FAO non ha fornito l’aggiornamento di quanti sono ufficialmente gli affamati. Stanno cambiando il modo di raccogliere i dati, e bisogna tener buona la stima del 2010: 925 milioni di persone nel mondo soffrono perché non hanno da mangiare. Una battaglia quella contro la fame che non si riesce a vincere. La giornata dell’alimentazione, il 16 ottobre, quest’anno arriva sull’onda di una crisi umanitaria che ha colpito (ancora una volta) il corno d’Africa, in particolare la Somalia, condannando alla carestia 750 mila persone, L’Unicef ha dichiarato che nel paese dimenticato da tutti ogni sei minuti muore un bambino. Le loro madri che tentano di scappare in Kenya e raggiungere un campo profughi per scampare alla carestia, spesso vengono violentate lungo la strada da uomini armati che dettano legge in Somalia. Continua

  • froiatti
  • Venerdì 14 Ottobre 2011

Giornata mondiale dell’alimentazione, quali strategie per combattere la fame

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  • Tags: Fao, giornata mondiale dell'alimentazione
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Donne nigeriane (Credits: LaPresse)

Donne nigeriane (Credits: LaPresse)

La Fao festeggia oggi (si fa per dire) la trentesima giornata mondiale dell’alimentazione, intensificando la raccolta di firme lanciata per accendere i riflettori  sul miliardo di affamati del mondo. Bizzarra e disperata, la scelta dell’agenzia Onu che al pari di molte associazioni e ong sceglie la strada della petizione per costringere i governi a fare qualcosa. In fondo le Nazioni Unite sono un club di governi. Nonostante la stessa Fao abbia certificato un calo, rispetto al 2009, nel numero di chi non riesce a mangiare tutti i giorni, la situazione resta grave: 925 milioni di persone soffrono ancora la fame. Storicamente le fila dei malnutriti non si sono mai ridotte in maniera consistente, neppure in periodi di forte crescita economica, e questo indica che “la fame è un problema strutturale” spiega la Fao. Che continua, inascoltata,  a chiedere soldi e attenzione ai paesi ricchi. Continua

  • froiatti
  • Sabato 16 Ottobre 2010

Terreni coltivabili: corsa all’oro che cresce

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  • Tags: Fao, terre-coltivabili
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A guardarlo su una cartina pare un enorme Risiko, con i giocatori, i governi e le aziende private che corrono su e giù per il globo alla conquista di intere porzioni di altri paesi. Le armi per la caccia sono i soldi, lo scopo schierare aratri e mietitrebbie, la posta in palio è la terra agricola, che il terremoto finanziario e l’alto prezzo dei cereali hanno trasformato in oro.
La Fao prevede che entro il 2030 il mondo avrà bisogno di 1 miliardo di tonnellate in più di cereali per nutrire una popolazione che avrà superato gli 8 miliardi. E questo ha scatenato le paure di stati come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina e Corea del Sud, ma anche India e Libia, che non dispongono di spazi e risorse sufficienti per coltivare il cibo per i propri abitanti. Ha inoltre stimolato gli appetiti dei fondi di investimento e delle multinazionali che nei campi di soia, grano e olio di palma vedono il business dei prossimi decenni. Complice la corsa ai biocarburanti.
Nel 2008 il ritmo dello shopping verde ha subito un’accelerazione straordinaria. L’ong spagnola Grain ha censito un centinaio di accordi per l’acquisto e l’affitto di terreni e risaie dal Pakistan al Kenya, dalle Filippine al Sudan, dal Kazakhstan al Brasile. La più vorace, stando alla classifica di Grain, è la Corea del Sud. Quarto importatore al mondo di mais, ha siglato intese su circa 2,3 milioni di ettari.
L’ultima è stata annunciata a novembre dalla Daewoo logistics. Il colosso sudcoreano ha dichiarato di avere ottenuto dal governo del Madagascar il diritto a coltivare per 99 anni 1,3 milioni di ettari a granoturco e palma da olio: prodotti da rispedire in Corea. In cambio, la Daewoo si impegnava a costruire infrastrutture e creare posti di lavoro: neanche 1 euro sarebbe entrato nelle casse dello stato malgascio.
Di fronte alla dimensione e alle condizioni dell’affare sono esplose le critiche di attivisti e istituzioni locali e internazionali, soprattutto perché nell’isola africana almeno 600 mila persone dipendono ancora dagli aiuti alimentari del World food programme. «L’arrivo di investitori stranieri non può avvenire senza che le popolazioni locali siano protette da eventuali crisi alimentari. Questo fenomeno deve essere regolamentato» ha tuonato Alain Joyadet, sottosegretario francese alla Cooperazione. Il governo del Madagascar si è affrettato a smentire che sia stato raggiunto un accordo. «Ma nella maggioranza dei casi ciò che si viene a sapere di questi contratti è davvero pochissimo» sottolinea Renée Vellvé, che ha curato il rapporto di Grain. «La Cina sta da tempo silenziosamente comprando o affittando terreni e costruendo fattorie dove arrivano scienziati e contadini cinesi per avviare la produzione di soia e riso ibrido».
Nei prossimi 50 anni la Repubblica Popolare investirà 5 miliardi di dollari nell’agricoltura in Africa, dove ha siglato una trentina di accordi che prevedono l’accesso a terreni fertili in cambio di strade, sistemi di irrigazione, formazione e tecnologia. Il dragone, che conta il 40 per cento dei contadini del mondo, ha solo il 9 per cento di terre coltivabili. Industrializzazione e inquinamento stanno mettendo a rischio l’autosufficienza alimentare, tanto che il ministero dell’Agricoltura di Pechino avrebbe già pronto un piano per delocalizzare la produzione di cibo.
C’è chi, però, ha ancora meno tempo e risorse della Cina: gli stati del Golfo Persico e l’Arabia Saudita. Il numero di abitanti di quest’area toccherà i 60 milioni entro il 2030, il doppio dall’inizio del secolo. Le fonti d’acqua dolce sono destinate a prosciugarsi entro 30 anni, la difficile e fortemente sussidiata produzione agricola locale non è più sostenibile.
Ancora più rischiosa la prospettiva di un’impennata nel prezzo dei cereali. Nel 2010 questi paesi importeranno dall’estero il 60 per cento del loro fabbisogno di cibo e l’aumento dei costi per le famiglie «rischia di provocare significative proteste sociali, soprattutto fra i lavoratori immigrati: la maggioranza della popolazione» avverte un rapporto del Gulf research center, che indaga sulle possibilità d’investimento dei petrodollari nel settore agrario in Africa e Asia Centrale.
A luglio il ministro dell’Economia degli Emirati Arabi ha annunciato l’intenzione di acquistare terreni in Africa, Cambogia, Vietnam, Kazakhstan e Sud America, un investimento massiccio è stato concluso in Sudan, dove sono attivi anche Arabia Saudita, Qatar e Giordania. In Pakistan gli Emirati hano comprato terra per coltivare cereali da rimandare in patria. Operazione per la quale hanno cercato di evitare le tariffe sull’export imposte da Islamabad, proprio per contrastare l’aggravarsi della crisi alimentare pachistana.
Il gruppo saudita Bin Laden ha sottoscritto un contratto da 4,3 miliardi di dollari per sviluppare 500 mila ettari di risaie in Indonesia. L’azienda sta considerando la possibilità di riservare parte del riso prodotto al mercato locale, «così la gente non crea problemi».
Il Gulf research center mette in guardia proprio dal pericolo che gli investimenti nei paesi in via di sviluppo provochino conflitti sociali innescati da dispute sui diritti di occupazione della terra e sull’uso dell’acqua. In Egitto i contadini del distretto di Qena hanno fatto lo sciopero della fame per riavere i 1.600 ettari di terra che gli amministratori locali avevano concesso a un’azienda giapponese per produrre cereali. In Tanzania 11 villaggi sono stati rasi al suolo per fare spazio a una piantagione di jatropha (arbusto tropicale) e palma da olio per biocarburanti. Episodi simili sono accaduti in Brasile, Colombia, Indonesia. Preludio di un sistema per regolare le controversie che allarma gli esperti.
«In Africa il diritto di proprietà è molto sfaccettato e non esistono spazi inutilizzati. I terreni incolti concessi agli stranieri sono spesso usati per la pastorizia e la raccolta di legna da piccoli contadini, tra i più poveri» osserva Michael Taylor di Land coalition, organizzazione che si occupa dell’accesso alla terra. «Nel concludere gli accordi i governi applicano leggi che non tengono conto delle consuetudini, ma in questi luoghi la terra è più di un bene materiale, è una questione di status e dignità. Se gli investitori vogliono evitare il diffondersi di conflitti, devono considerare questi aspetti».
Alla base di molti contratti come quello ideato dalla Daewoo in Madagascar c’è la promessa di realizzare infrastrutture e creare posti di lavoro. Il Qatar, per esempio, ha promesso al Kenya di finanziare con oltre 2 miliardi di euro la costruzione di un porto nell’isola di Lamu in cambio di 40 mila ettari da coltivare a cereali. «Si tratta di coltivazioni su larga scala, altamente meccanizzate. Le possibilità di occupazione per la gente del posto sono davvero scarse» obietta Renée Vellvé.
E se il direttore generale della Fao Jacque Diouf ha bollato questa corsa all’oro verde come «neocolonialismo», alcuni paesi la considerano un’occasione. L’Angola ha offerto la propria terra sul mercato internazionale, mentre il primo ministro etiope Meles Zenawi si è detto ansioso di accogliere aziende straniere.
«L’agricoltura, specialmente in Africa, è stata dimenticata per anni dagli stati donatori» ammette David Hallam, responsabile della Fao per l’interscambio commerciale. «Per questo c’è bisogno di qualsiasi investimento. Dobbiamo soltanto evitare gli effetti negativi».

  • froiatti
  • Sabato 27 Dicembre 2008

Vertice Fao contro la fame: l’accordo è lontano

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  • Tags: fame, Fao
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Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare

Il vertice Fao sulla crisi alimentare globale rischia di chiudersi senza una dichiarazione di intenti a causa di divergenze su temi marginali. Dopo tre giorni di annunci, dunque, la conferenza stampa finale di Jacques Diouf, direttore generale della Fao, prevista per le 17, slitterà ad orario da destinarsi. “La bozza di questa mattina è stata modificata e i delegati possono anche respingerla. Sarebbe molto grave se non si arrivasse ad una dichiarazione comune”, ha detto a Panorama.it un funzionario delle Nazioni Unite. E la conferma che le cose stanno andando male arriva da una frase del ministro degli Esteri, Franco Frattini, che, uscendo dal palazzo della Fao, ha detto che “si profila un accordo piuttosto deludente”.

Guerra dei prezzi dei cereali. Secondo quanto appreso da Panorama.it, le divergenze non riguardano soltanto l’acceso dibattito sui biocarburanti, ma è scontro aperto tra l’Argentina e gli altri grandi esportatori sulla valutazione del prezzo dei cereali sui mercati internazionali. La contrapposizione è su due righe della bozza del documento finale. Al punto 4e si legge testualmente che è “necessario riaffermare la necessità di ridurre il ricorso a misure restrittive che potrebbero acuire la volatilità dei prezzi internazionali”. Sullo stesso comma del testo finale è in corso anche una polemica con Cuba. L’isola caraibica, che si trova in una delicata fase di transizione politica, vorrebbe che in questo paragrafo (che riguarda le misure a breve e medio termine sulla sicurezza alimentare) vi fosse un “riferimento esplicito” all’embargo, che da anni blocca la sua economia.

I punti di accordo. Altre tematiche sono state risolte e quindi un accordo di massima esiste: sì agli aiuti immediati per contrastare la crisi alimentare e via libera anche all’invito affinché i prodotti alimentari non diventino uno strumento di pressione politica. Una prima intesa è dato dallo stanziamento di 1,7 miliardi di dollari, da impiegare in un piano in sette mosse, attraverso l’aumento degli aiuti e l’incremento conseguente della produzione agricola mondiale. L’azione partirà in 20-30 paesi, dando priorità all’Africa. Per la costituzione di reti di sicurezza per gli aiuti umanitari, fornitura di sementi, fertilizzanti e infrastrutture agricole sono previsti 930 milioni di dollari, il 55 per cento del totale. Per attività di sostegno alle associazioni agricole nazionali e regionali la spesa è di 200 milioni di dollari (12 per cento), mentre il coinvolgimento del settore privato negli investimenti, specie per i piccoli agricoltori, sarà di 160 milioni di dollari, pari a 9 per cento del totale. Alla ricostituzione delle scorte mondiali vanno 305 milioni di dollari.

Stanziamenti della Banca dello Sviluppo. La Banca dello sviluppo africano ha annunciato lo stanziamento di nuovi finanziamenti, non meno di 1,5 miliardi di dollari, anche se la cifra non è stata ancora quantificata. “Non servono misure eccezionali per affrontare la crisi, la comunità internazionale sa già cosa fare – sottolinea Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale - Bastano tre interventi per fare subito la differenza: un forte impegno da parte dell’Onu, delle banche di sviluppo e degli organismi regionali per iniziare ad agire; la disponibilità di semi e fertilizzanti per la prossima stagione agricola; un accordo internazionale per eliminare i divieti alle esportazioni di cibo ed eventuali limitazioni che possono far lievitare i prezzi e colpire i più vulnerabili”.

Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare

Biocombustibili. Su molti argomenti importanti, come gli ogm e i biocombustibili, resta una visione non omogenea anche da parte dei cosiddetti esperti. Josette Sheeran, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (Pam), sottolinea che, in base ai dati della Fao, “i biocarburanti incidono per il 5 per cento sulla crescita dei prezzi, ma gli esperti non sono concordi su alcuna cifra e il panel degli esperti non ha definito nessuna azione concreta per contrastare questa tendenza”. “Quello sul quale sono tutti d’accordo – aggiunge la Sheeran - è che la sicurezza alimentare deve essere la prima delle priorità e che due anni fa ci siamo resi conto che i biodiesel avrebbero potuto avere degli impatti devastanti sulle coltivazioni alimentari”.

Divisioni politiche. Nel corso dei lavori della tavola rotonda i rappresentanti di Brasile e Usa hanno difeso le loro produzioni di biocarburanti (che insieme fanno 46 miliardi di litri di etanolo sui 52 complessivi prodotti nel 2007) rispettivamente da canna da zucchero e mais, mentre è emersa la volontà di fare ricerca su quelli di seconda generazione, che non derivano da derrate alimentari. Sul piatto, comunque, non ci sono proposte per creare un sistema di quote di produzione a livello regionale, analogo a quello utilizzato nella Ue per diverse colture agricole.

Emergenza clima. Nessun accordo anche per l’emergenza clima. L’India e altri paesi hanno proposto la creazione di un sistema di preallarme globale, il cosiddetto “early warning”. Il sottosegretario italiano alla Salute, Francesca Martini, chiede controlli alle frontiere, gli Usa rilanciano, invece, l’uso del biotech, come tecnologie efficaci per contrastare gli insetti infestanti e malattie degli animali. E sul fronte degli organismi geneticamente modificati, difesi a spada tratta dagli Stati Uniti, la Fao rimanda alle decisioni dei singoli stati (tirandosi in sostanza fuori dalla grande querelle). Si nota, invece, una prima apertura da parte dell’Italia. Franco Frattini si dichiara “preoccupato per le rigidità preconcette” nei loro confronti e invita a percorrere “nuovi sentieri”, anche per i biocarburanti.

La bocciatura delle Ong. Una bocciatura al vertice arriva, intanto, dalle ong del forum “Terra Preta“, riunitosi in questi giorni a poche centinaia di metri dalla sede Fao, che hanno definito inefficace la bozza di dichiarazioni finali. Due le accuse principali: quella di non essere stati coinvolti nel processo decisionale e il fatto di ripetere gli stessi impegni del passato, delegando la questione dell’emergenza cibo alla task force dell’Onu, senza quindi un coinvolgimento diretto dei governi nella gestione della crisi.

Luiz Ignacio Lula al vertice Fao

  • marino.petrelli
  • Giovedì 5 Giugno 2008

“Dietro alle critiche alla Fao c’è anche una guerra di potere”

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  • Tags: Fao, Jacques-Diouf
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Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare

Segui la diretta tv sul vertice Fao

Marie-Martine Buckens, giornalista belga, è un’istituzione nel campo della politica ambientale, energetica e agricola dell’Unione europea. Per il Courrier, bimensile di informazione sui rapporti tra l’Europa e Acp (Africa, Caraibi, Pacifico), sta preparando un dossier dedicato all’attuale crisi alimentare al centro del vertice Fao. Un organismo che il presidente del Senegal, Abdulaye Wade, ha definito senza mezzi termine “un carrozzone che sperpera soldi per il funzionamento interno ma fa pochi interventi sul terreno”.
Buckens, quella del presidente senegalese non è una critica troppo ingenerosa oppure davvero la Fao non serve a quasi niente?
Wade ha fatto riferimento a un rapporto interno da cui emerge che la Fao soffre di una burocrazia costosa, di un controllo eccessivo, di doppi impieghi, di concentrazione dei poteri, di una mancanza di communicazione tra i vari piani della sede centrale e tra quest’ultima e il terreno. Alcuni paesi, tra cui la Svizzera, hanno addirittura minacciato nel novembre scorso di rispedire al mittente il budget 2008/2009, chiedendo l’attuazione di riforme profonde all’interno della Fao…

Un bilancio tutt’altro che positivo dunque…
Non voglio sottovalutare le critiche ma non sono così disfattista. La Fao non deve salvare il mondo, ma fornire ai governi gli strumenti per comprendere e attuare politiche in campo agricolo e di sicurezza alimentare. Cosa che non ha mai mancato di fare con i suoi rapporti, tra cui le “prospettive agricole all’orizzonte 2013-2030″ o ancora quello congiunto assieme all’Osce per il periodo 2007-2016.

Alcuni analisti mettono anche l’accento sulla guerra per la leadership all’interno della Fao tra il presidente senegalese il direttore Jacques Diouf.
Le critiche consentono al presidente senegalese di attaccare frontalmente Jacques Diouf, il direttore della Fao, senegalese anche lui e sospettato di avere ambizioni politiche molto forti per le prossime presidenziali del Paese. Wade ha inoltre criticato il fatto che la sede della Fao sia in un paese sviluppato, raccogliendo un consenso trasversale tra i leader del Terzo mondo. E probabilmente nel Summit che si è aperto oggi proporrà l’integrazione della Fao nel Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (FIDA). Ma non è detto che le cose vadano come lui dice.
Perché?
Wade deve fare i conti con l’Alleanza per la rivoluzione verde in Africa (AGRA) finanziata da due fondazioni americane, quella di Bill Gates e la Rockefeller Foundation, e presieduta dall’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Incentrata sull’Africa, mobiliterà tre agenzie onusiane: il FIDA, il Programma alimentare mondiale (PAM) e guarda caso la FAO. Insomma, la guerra di Wade potrebbe anche essere perdente.

Jacques Diouf

Il direttore della Fao Jacques Diouf

Molti temono che la crisi alimentare possa spalancare le porte agli Ogm. Come sono schierati grandi della terra e i paesi in via di sviluppo?
Non credo che si possa fare una distinzione tra paesi ricchi e paesi poveri. Gli Ogm sono prodotti essenzialmente da multinazionali americane. La coltura degli ogm è possibile soltanto in un’economia agricola strutturata, dove gli agricoltori dispongono di fondi a sufficienza per pagarsi semi molto cari e brevettati. Questo spiega il loro fallimento presso i produttori indiani di cotone per esempio, che non hanno i soldi per comprare le sementi. E questo spiega anche perché AGRA ha dichiarato in un primo tempo di non voler diffondere gli Ogm in Africa. In un primo tempo soltanto, anche perché l’Alleanza promossa da Gates, Rockefeller e Annan non esclude il riscorso agli Ogm “nel momento voluto” come sostiene il suo sito. In altre parole, aspettano che gli agricoltori africani ricevano un numero consistente di finanziamenti, ivi compreso quelli dell’AGRA, per diventare più solidi dal punto di vista finanziare e così essere in grado di acquistare semi Ogm. Inoltre, molti analsiti, ivi compreso presso la Commissione europea, concordano nel dire che la crisi alimentare è innanzitutto politica e sociale. Alcuni temono una fuga in avanti delle nuove tecnologie che, in fine, non risolverebbe il problema.

In un’intervista rilasciata ieri sera alla Rai, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ritiene che l’eliminazione dei sussidi all’agricoltura dei Paesi ricchi sia tra le priorità per superare la crisi alimentare causata dall’esplosione dei prezzi. Anche lei è del parere che il protezionismo agricolo di Usa e Europa (e la politica dei sussidi) sia controproducente per i paesi poveri?
È una vicenda molto complessa. Tutti oggi reclamano l’autosufficienza alimentare dei paesi. È quello a cui ambiva oltre 40 anni fa l’Unione europea creando la Politica agricola comune (Pac). Se non altro, una certa forma di protezionismo sembrerebbe indispensabile per consentirte ai paesi poveri di creare un sistema agricolo capace di garantire l’autosufficienza alimentare. Viceversa, ciò che ha contribuito a rovinare i paesi sottosviluppati, in particolar modo quelli appartenenti all’area Acp (Africa-Caraibi-Pacifico) con i quali l’Ue intrattiene rapporti privilegiati, è stata la politica estera adottata da Bruxelles sul fronte agricolo. Diminuendo i suoi prodotti agricoli destinati all’esportazione attraverso politiche di sovvenzioni molto discutibili, l’Ue ha contribuito assieme agli Stati Uniti alla caduta dei prezzi dei prodotti alimentari negli ultimi 30 anni, condannando di conseguenza il destino dei piccoli contadini del Sud del mondo.

  • joshua.massarenti
  • Martedì 3 Giugno 2008

Vertice Fao: se Ahmadinejad oscura la guerra alla fame

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  • Tags: fame, Fao, Iran, Mahmoud Ahmadinejad, Roma
  • 2 commenti

Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare

Segui la diretta tv sul vertice Fao

854 milioni di persone denutrite. Prezzi alimentari (dal mais, al riso fino al grano) cresciuti del 53% negli ultimi tre mesi e del 71% negli ultimi due anni. Scontri politici sotterranei tra Paesi ricchi e Paesi poveri sui biocarburanti, sugli sprechi della Fao, sugli Ogm, sui sussidi agricoli che - dixit il segretario Onu Bank Ki Moon - “distorcono il mercato a danno dei paesi più deboli”. Ma soprattutto polemiche, troppo polemiche, su questioni che poco hanno a che vedere con l’emergenza fame al centro dell’agenda del vertice Fao apertosi oggi a Roma alla presenza di 40 leader mondiali. Come quelle scatenate dalla presenza sgradita del dittatore zimbabwese Roberto Mugabe o dalle provocazioni antisemite di Ahmadinejad, tornato a riproporre la cancellazione di Israele ed escluso, nonostante la sua “dichiarazione d’affetto per il popolo italiano” di oggi, dalla cena serale organizzata da Berlusconi alla presenza del segretario Onu.

L’intervento di Ban Ki Moon. Il vertice della Fao si è aperto con l’intervento di Napolitano che ha parlato della “necessità di politiche coordinate a livello mondiale” nell’ambito delle Nazioni Unite e spiegato che non si può fare affidamento solo “sulle virtù riequilibratrici del mercato”. Ma è quando ha preso la parola Ban Ki Moom, il segretario Onu, che il vertice è sembrato entrare nel vivo con un appello all’Assemblea a fare di più, ad aumentare la produzione “alimentare del 50% entro il 2030 per far fronte allo sviluppo della domanda”. Purché, ha spiegato il segretario Onu, l’incremento non avvenga con “politiche puramente assistenziali” che “determinano soltanto distorsioni dei mercati e spingono più in alto i prezzi”. Un chiaro monito anche ai Paesi europei, che sovvenzionano i nostri agricoltori escludendoli da una sana competizione internazionale. Bisogna fare di più (anche con “esportazioni di beni alimentari indirizzate a scopi umanitari”) e in fretta, ha detto Ban Ki Moon: “Occorre agire oggi e agire subito perché la popolazione mondiale nel 2015 arriverà a 7,2 miliardi di persone”.

L’autodifesa di Lula. Un altro tema centrale è quello del bioetanolo brasiliano, accusato di provocare la deforestazione dell’Amazzonia e di aver distrutto le economie di autoconsumo in vaste aree del Paese sudamericano. “Chi dice che la canna da zucchero sta invadendo l’Amazzonia dice una stupidaggine”, ha attaccato Luiz Inacio Lula da Silva. “Il 99,7% delle piantagioni di canna - ha detto Lula - si trovano almeno a 2 mila chilometri dall’Amazzonia, una distanza pari a quella che c’è tra il Vaticano e il Cremlino: nel Brasile ci sono circa 77 milioni di ettari di terre agricole, fuori dall’Amazzonia, ancora non utilizzate, un’area quasi eguale a quella della Francia e la Germania insieme”. Conclusione: “Il nostro etanolo ricavato dalla canna da zucchero non aggredisce l’Amazzonia, non toglie terra alla produzione di alimenti né provoca un calo nell’offerta degli alimenti nelle tavole dei brasiliani e del mondo”.

bangladesh07

L’obiettivo del vertice. Il summit, che durerà fino a giovedì 5 giugno, punta a promuovere un piano d’azione globale per garantire la sicurezza alimentare, affrontare i cambiamenti climatici e regolamentare la produzione di biocarburante. Ne dovrebbe emergere un documento di 31 pagine su cui il confronto sarà acceso, stante gli interessi spesso divergenti tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Ma per tutti, comunque, la priorità è frenare l’impennata dei prezzi dei generi alimentari che nei mesi scorsi ha provocato rivolte ad Haiti e in Egitto. A breve termine il vertice dovrebbe provvedere a ridurre il prezzo del mais e del grano tramite la la distribuzione di sementi, fertilizzanti e mangimi animali ai piccoli agricoltori (stima circa 15 miliardi di dollari). A medio e lungo termine l’obiettivo è più ambizioso: i Paesi ricchi dovrebbero aumentare gli aiuti all’agricoltura e investire in sistemi di irrigazione, infrastrutture, servizi e tecnologia dei Paesi del sud. Ricetta condivisa e già rilanciata dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf, per il quale gli Stati del nord devono decuplicare gli aiuti all’agricoltura per arrivare a 30 miliardi di dollari l’anno.

  • redazione
  • Martedì 3 Giugno 2008
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