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A guardarlo su una cartina pare un enorme Risiko, con i giocatori, i governi e le aziende private che corrono su e giù per il globo alla conquista di intere porzioni di altri paesi. Le armi per la caccia sono i soldi, lo scopo schierare aratri e mietitrebbie, la posta in palio è la terra agricola, che il terremoto finanziario e l’alto prezzo dei cereali hanno trasformato in oro.
La Fao prevede che entro il 2030 il mondo avrà bisogno di 1 miliardo di tonnellate in più di cereali per nutrire una popolazione che avrà superato gli 8 miliardi. E questo ha scatenato le paure di stati come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina e Corea del Sud, ma anche India e Libia, che non dispongono di spazi e risorse sufficienti per coltivare il cibo per i propri abitanti. Ha inoltre stimolato gli appetiti dei fondi di investimento e delle multinazionali che nei campi di soia, grano e olio di palma vedono il business dei prossimi decenni. Complice la corsa ai biocarburanti.
Nel 2008 il ritmo dello shopping verde ha subito un’accelerazione straordinaria. L’ong spagnola Grain ha censito un centinaio di accordi per l’acquisto e l’affitto di terreni e risaie dal Pakistan al Kenya, dalle Filippine al Sudan, dal Kazakhstan al Brasile. La più vorace, stando alla classifica di Grain, è la Corea del Sud. Quarto importatore al mondo di mais, ha siglato intese su circa 2,3 milioni di ettari.
L’ultima è stata annunciata a novembre dalla Daewoo logistics. Il colosso sudcoreano ha dichiarato di avere ottenuto dal governo del Madagascar il diritto a coltivare per 99 anni 1,3 milioni di ettari a granoturco e palma da olio: prodotti da rispedire in Corea. In cambio, la Daewoo si impegnava a costruire infrastrutture e creare posti di lavoro: neanche 1 euro sarebbe entrato nelle casse dello stato malgascio.
Di fronte alla dimensione e alle condizioni dell’affare sono esplose le critiche di attivisti e istituzioni locali e internazionali, soprattutto perché nell’isola africana almeno 600 mila persone dipendono ancora dagli aiuti alimentari del World food programme. «L’arrivo di investitori stranieri non può avvenire senza che le popolazioni locali siano protette da eventuali crisi alimentari. Questo fenomeno deve essere regolamentato» ha tuonato Alain Joyadet, sottosegretario francese alla Cooperazione. Il governo del Madagascar si è affrettato a smentire che sia stato raggiunto un accordo. «Ma nella maggioranza dei casi ciò che si viene a sapere di questi contratti è davvero pochissimo» sottolinea Renée Vellvé, che ha curato il rapporto di Grain. «La Cina sta da tempo silenziosamente comprando o affittando terreni e costruendo fattorie dove arrivano scienziati e contadini cinesi per avviare la produzione di soia e riso ibrido».
Nei prossimi 50 anni la Repubblica Popolare investirà 5 miliardi di dollari nell’agricoltura in Africa, dove ha siglato una trentina di accordi che prevedono l’accesso a terreni fertili in cambio di strade, sistemi di irrigazione, formazione e tecnologia. Il dragone, che conta il 40 per cento dei contadini del mondo, ha solo il 9 per cento di terre coltivabili. Industrializzazione e inquinamento stanno mettendo a rischio l’autosufficienza alimentare, tanto che il ministero dell’Agricoltura di Pechino avrebbe già pronto un piano per delocalizzare la produzione di cibo.
C’è chi, però, ha ancora meno tempo e risorse della Cina: gli stati del Golfo Persico e l’Arabia Saudita. Il numero di abitanti di quest’area toccherà i 60 milioni entro il 2030, il doppio dall’inizio del secolo. Le fonti d’acqua dolce sono destinate a prosciugarsi entro 30 anni, la difficile e fortemente sussidiata produzione agricola locale non è più sostenibile.
Ancora più rischiosa la prospettiva di un’impennata nel prezzo dei cereali. Nel 2010 questi paesi importeranno dall’estero il 60 per cento del loro fabbisogno di cibo e l’aumento dei costi per le famiglie «rischia di provocare significative proteste sociali, soprattutto fra i lavoratori immigrati: la maggioranza della popolazione» avverte un rapporto del Gulf research center, che indaga sulle possibilità d’investimento dei petrodollari nel settore agrario in Africa e Asia Centrale.
A luglio il ministro dell’Economia degli Emirati Arabi ha annunciato l’intenzione di acquistare terreni in Africa, Cambogia, Vietnam, Kazakhstan e Sud America, un investimento massiccio è stato concluso in Sudan, dove sono attivi anche Arabia Saudita, Qatar e Giordania. In Pakistan gli Emirati hano comprato terra per coltivare cereali da rimandare in patria. Operazione per la quale hanno cercato di evitare le tariffe sull’export imposte da Islamabad, proprio per contrastare l’aggravarsi della crisi alimentare pachistana.
Il gruppo saudita Bin Laden ha sottoscritto un contratto da 4,3 miliardi di dollari per sviluppare 500 mila ettari di risaie in Indonesia. L’azienda sta considerando la possibilità di riservare parte del riso prodotto al mercato locale, «così la gente non crea problemi».
Il Gulf research center mette in guardia proprio dal pericolo che gli investimenti nei paesi in via di sviluppo provochino conflitti sociali innescati da dispute sui diritti di occupazione della terra e sull’uso dell’acqua. In Egitto i contadini del distretto di Qena hanno fatto lo sciopero della fame per riavere i 1.600 ettari di terra che gli amministratori locali avevano concesso a un’azienda giapponese per produrre cereali. In Tanzania 11 villaggi sono stati rasi al suolo per fare spazio a una piantagione di jatropha (arbusto tropicale) e palma da olio per biocarburanti. Episodi simili sono accaduti in Brasile, Colombia, Indonesia. Preludio di un sistema per regolare le controversie che allarma gli esperti.
«In Africa il diritto di proprietà è molto sfaccettato e non esistono spazi inutilizzati. I terreni incolti concessi agli stranieri sono spesso usati per la pastorizia e la raccolta di legna da piccoli contadini, tra i più poveri» osserva Michael Taylor di Land coalition, organizzazione che si occupa dell’accesso alla terra. «Nel concludere gli accordi i governi applicano leggi che non tengono conto delle consuetudini, ma in questi luoghi la terra è più di un bene materiale, è una questione di status e dignità. Se gli investitori vogliono evitare il diffondersi di conflitti, devono considerare questi aspetti».
Alla base di molti contratti come quello ideato dalla Daewoo in Madagascar c’è la promessa di realizzare infrastrutture e creare posti di lavoro. Il Qatar, per esempio, ha promesso al Kenya di finanziare con oltre 2 miliardi di euro la costruzione di un porto nell’isola di Lamu in cambio di 40 mila ettari da coltivare a cereali. «Si tratta di coltivazioni su larga scala, altamente meccanizzate. Le possibilità di occupazione per la gente del posto sono davvero scarse» obietta Renée Vellvé.
E se il direttore generale della Fao Jacque Diouf ha bollato questa corsa all’oro verde come «neocolonialismo», alcuni paesi la considerano un’occasione. L’Angola ha offerto la propria terra sul mercato internazionale, mentre il primo ministro etiope Meles Zenawi si è detto ansioso di accogliere aziende straniere.
«L’agricoltura, specialmente in Africa, è stata dimenticata per anni dagli stati donatori» ammette David Hallam, responsabile della Fao per l’interscambio commerciale. «Per questo c’è bisogno di qualsiasi investimento. Dobbiamo soltanto evitare gli effetti negativi».
Il vertice Fao sulla crisi alimentare globale rischia di chiudersi senza una dichiarazione di intenti a causa di divergenze su temi marginali. Dopo tre giorni di annunci, dunque, la conferenza stampa finale di Jacques Diouf, direttore generale della Fao, prevista per le 17, slitterà ad orario da destinarsi. “La bozza di questa mattina è stata modificata e i delegati possono anche respingerla. Sarebbe molto grave se non si arrivasse ad una dichiarazione comune”, ha detto a Panorama.it un funzionario delle Nazioni Unite. E la conferma che le cose stanno andando male arriva da una frase del ministro degli Esteri, Franco Frattini, che, uscendo dal palazzo della Fao, ha detto che “si profila un accordo piuttosto deludente”.
Guerra dei prezzi dei cereali. Secondo quanto appreso da Panorama.it, le divergenze non riguardano soltanto l’acceso dibattito sui biocarburanti, ma è scontro aperto tra l’Argentina e gli altri grandi esportatori sulla valutazione del prezzo dei cereali sui mercati internazionali. La contrapposizione è su due righe della bozza del documento finale. Al punto 4e si legge testualmente che è “necessario riaffermare la necessità di ridurre il ricorso a misure restrittive che potrebbero acuire la volatilità dei prezzi internazionali”. Sullo stesso comma del testo finale è in corso anche una polemica con Cuba. L’isola caraibica, che si trova in una delicata fase di transizione politica, vorrebbe che in questo paragrafo (che riguarda le misure a breve e medio termine sulla sicurezza alimentare) vi fosse un “riferimento esplicito” all’embargo, che da anni blocca la sua economia.
I punti di accordo. Altre tematiche sono state risolte e quindi un accordo di massima esiste: sì agli aiuti immediati per contrastare la crisi alimentare e via libera anche all’invito affinché i prodotti alimentari non diventino uno strumento di pressione politica. Una prima intesa è dato dallo stanziamento di 1,7 miliardi di dollari, da impiegare in un piano in sette mosse, attraverso l’aumento degli aiuti e l’incremento conseguente della produzione agricola mondiale. L’azione partirà in 20-30 paesi, dando priorità all’Africa. Per la costituzione di reti di sicurezza per gli aiuti umanitari, fornitura di sementi, fertilizzanti e infrastrutture agricole sono previsti 930 milioni di dollari, il 55 per cento del totale. Per attività di sostegno alle associazioni agricole nazionali e regionali la spesa è di 200 milioni di dollari (12 per cento), mentre il coinvolgimento del settore privato negli investimenti, specie per i piccoli agricoltori, sarà di 160 milioni di dollari, pari a 9 per cento del totale. Alla ricostituzione delle scorte mondiali vanno 305 milioni di dollari.
Stanziamenti della Banca dello Sviluppo. La Banca dello sviluppo africano ha annunciato lo stanziamento di nuovi finanziamenti, non meno di 1,5 miliardi di dollari, anche se la cifra non è stata ancora quantificata. “Non servono misure eccezionali per affrontare la crisi, la comunità internazionale sa già cosa fare – sottolinea Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale - Bastano tre interventi per fare subito la differenza: un forte impegno da parte dell’Onu, delle banche di sviluppo e degli organismi regionali per iniziare ad agire; la disponibilità di semi e fertilizzanti per la prossima stagione agricola; un accordo internazionale per eliminare i divieti alle esportazioni di cibo ed eventuali limitazioni che possono far lievitare i prezzi e colpire i più vulnerabili”.
Biocombustibili. Su molti argomenti importanti, come gli ogm e i biocombustibili, resta una visione non omogenea anche da parte dei cosiddetti esperti. Josette Sheeran, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (Pam), sottolinea che, in base ai dati della Fao, “i biocarburanti incidono per il 5 per cento sulla crescita dei prezzi, ma gli esperti non sono concordi su alcuna cifra e il panel degli esperti non ha definito nessuna azione concreta per contrastare questa tendenza”. “Quello sul quale sono tutti d’accordo – aggiunge la Sheeran - è che la sicurezza alimentare deve essere la prima delle priorità e che due anni fa ci siamo resi conto che i biodiesel avrebbero potuto avere degli impatti devastanti sulle coltivazioni alimentari”.
Divisioni politiche. Nel corso dei lavori della tavola rotonda i rappresentanti di Brasile e Usa hanno difeso le loro produzioni di biocarburanti (che insieme fanno 46 miliardi di litri di etanolo sui 52 complessivi prodotti nel 2007) rispettivamente da canna da zucchero e mais, mentre è emersa la volontà di fare ricerca su quelli di seconda generazione, che non derivano da derrate alimentari. Sul piatto, comunque, non ci sono proposte per creare un sistema di quote di produzione a livello regionale, analogo a quello utilizzato nella Ue per diverse colture agricole.
Emergenza clima. Nessun accordo anche per l’emergenza clima. L’India e altri paesi hanno proposto la creazione di un sistema di preallarme globale, il cosiddetto “early warning”. Il sottosegretario italiano alla Salute, Francesca Martini, chiede controlli alle frontiere, gli Usa rilanciano, invece, l’uso del biotech, come tecnologie efficaci per contrastare gli insetti infestanti e malattie degli animali. E sul fronte degli organismi geneticamente modificati, difesi a spada tratta dagli Stati Uniti, la Fao rimanda alle decisioni dei singoli stati (tirandosi in sostanza fuori dalla grande querelle). Si nota, invece, una prima apertura da parte dell’Italia. Franco Frattini si dichiara “preoccupato per le rigidità preconcette” nei loro confronti e invita a percorrere “nuovi sentieri”, anche per i biocarburanti.
La bocciatura delle Ong. Una bocciatura al vertice arriva, intanto, dalle ong del forum “Terra Preta“, riunitosi in questi giorni a poche centinaia di metri dalla sede Fao, che hanno definito inefficace la bozza di dichiarazioni finali. Due le accuse principali: quella di non essere stati coinvolti nel processo decisionale e il fatto di ripetere gli stessi impegni del passato, delegando la questione dell’emergenza cibo alla task force dell’Onu, senza quindi un coinvolgimento diretto dei governi nella gestione della crisi.
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Marie-Martine Buckens, giornalista belga, è un’istituzione nel campo della politica ambientale, energetica e agricola dell’Unione europea. Per il Courrier, bimensile di informazione sui rapporti tra l’Europa e Acp (Africa, Caraibi, Pacifico), sta preparando un dossier dedicato all’attuale crisi alimentare al centro del vertice Fao. Un organismo che il presidente del Senegal, Abdulaye Wade, ha definito senza mezzi termine “un carrozzone che sperpera soldi per il funzionamento interno ma fa pochi interventi sul terreno”.
Buckens, quella del presidente senegalese non è una critica troppo ingenerosa oppure davvero la Fao non serve a quasi niente?
Wade ha fatto riferimento a un rapporto interno da cui emerge che la Fao soffre di una burocrazia costosa, di un controllo eccessivo, di doppi impieghi, di concentrazione dei poteri, di una mancanza di communicazione tra i vari piani della sede centrale e tra quest’ultima e il terreno. Alcuni paesi, tra cui la Svizzera, hanno addirittura minacciato nel novembre scorso di rispedire al mittente il budget 2008/2009, chiedendo l’attuazione di riforme profonde all’interno della Fao…
Un bilancio tutt’altro che positivo dunque…
Non voglio sottovalutare le critiche ma non sono così disfattista. La Fao non deve salvare il mondo, ma fornire ai governi gli strumenti per comprendere e attuare politiche in campo agricolo e di sicurezza alimentare. Cosa che non ha mai mancato di fare con i suoi rapporti, tra cui le “prospettive agricole all’orizzonte 2013-2030″ o ancora quello congiunto assieme all’Osce per il periodo 2007-2016.
Alcuni analisti mettono anche l’accento sulla guerra per la leadership all’interno della Fao tra il presidente senegalese il direttore Jacques Diouf.
Le critiche consentono al presidente senegalese di attaccare frontalmente Jacques Diouf, il direttore della Fao, senegalese anche lui e sospettato di avere ambizioni politiche molto forti per le prossime presidenziali del Paese. Wade ha inoltre criticato il fatto che la sede della Fao sia in un paese sviluppato, raccogliendo un consenso trasversale tra i leader del Terzo mondo. E probabilmente nel Summit che si è aperto oggi proporrà l’integrazione della Fao nel Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (FIDA). Ma non è detto che le cose vadano come lui dice.
Perché?
Wade deve fare i conti con l’Alleanza per la rivoluzione verde in Africa (AGRA) finanziata da due fondazioni americane, quella di Bill Gates e la Rockefeller Foundation, e presieduta dall’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Incentrata sull’Africa, mobiliterà tre agenzie onusiane: il FIDA, il Programma alimentare mondiale (PAM) e guarda caso la FAO. Insomma, la guerra di Wade potrebbe anche essere perdente.
Il direttore della Fao Jacques Diouf
Molti temono che la crisi alimentare possa spalancare le porte agli Ogm. Come sono schierati grandi della terra e i paesi in via di sviluppo?
Non credo che si possa fare una distinzione tra paesi ricchi e paesi poveri. Gli Ogm sono prodotti essenzialmente da multinazionali americane. La coltura degli ogm è possibile soltanto in un’economia agricola strutturata, dove gli agricoltori dispongono di fondi a sufficienza per pagarsi semi molto cari e brevettati. Questo spiega il loro fallimento presso i produttori indiani di cotone per esempio, che non hanno i soldi per comprare le sementi. E questo spiega anche perché AGRA ha dichiarato in un primo tempo di non voler diffondere gli Ogm in Africa. In un primo tempo soltanto, anche perché l’Alleanza promossa da Gates, Rockefeller e Annan non esclude il riscorso agli Ogm “nel momento voluto” come sostiene il suo sito. In altre parole, aspettano che gli agricoltori africani ricevano un numero consistente di finanziamenti, ivi compreso quelli dell’AGRA, per diventare più solidi dal punto di vista finanziare e così essere in grado di acquistare semi Ogm. Inoltre, molti analsiti, ivi compreso presso la Commissione europea, concordano nel dire che la crisi alimentare è innanzitutto politica e sociale. Alcuni temono una fuga in avanti delle nuove tecnologie che, in fine, non risolverebbe il problema.
In un’intervista rilasciata ieri sera alla Rai, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ritiene che l’eliminazione dei sussidi all’agricoltura dei Paesi ricchi sia tra le priorità per superare la crisi alimentare causata dall’esplosione dei prezzi. Anche lei è del parere che il protezionismo agricolo di Usa e Europa (e la politica dei sussidi) sia controproducente per i paesi poveri?
È una vicenda molto complessa. Tutti oggi reclamano l’autosufficienza alimentare dei paesi. È quello a cui ambiva oltre 40 anni fa l’Unione europea creando la Politica agricola comune (Pac). Se non altro, una certa forma di protezionismo sembrerebbe indispensabile per consentirte ai paesi poveri di creare un sistema agricolo capace di garantire l’autosufficienza alimentare. Viceversa, ciò che ha contribuito a rovinare i paesi sottosviluppati, in particolar modo quelli appartenenti all’area Acp (Africa-Caraibi-Pacifico) con i quali l’Ue intrattiene rapporti privilegiati, è stata la politica estera adottata da Bruxelles sul fronte agricolo. Diminuendo i suoi prodotti agricoli destinati all’esportazione attraverso politiche di sovvenzioni molto discutibili, l’Ue ha contribuito assieme agli Stati Uniti alla caduta dei prezzi dei prodotti alimentari negli ultimi 30 anni, condannando di conseguenza il destino dei piccoli contadini del Sud del mondo.
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854 milioni di persone denutrite. Prezzi alimentari (dal mais, al riso fino al grano) cresciuti del 53% negli ultimi tre mesi e del 71% negli ultimi due anni. Scontri politici sotterranei tra Paesi ricchi e Paesi poveri sui biocarburanti, sugli sprechi della Fao, sugli Ogm, sui sussidi agricoli che - dixit il segretario Onu Bank Ki Moon - “distorcono il mercato a danno dei paesi più deboli”. Ma soprattutto polemiche, troppo polemiche, su questioni che poco hanno a che vedere con l’emergenza fame al centro dell’agenda del vertice Fao apertosi oggi a Roma alla presenza di 40 leader mondiali. Come quelle scatenate dalla presenza sgradita del dittatore zimbabwese Roberto Mugabe o dalle provocazioni antisemite di Ahmadinejad, tornato a riproporre la cancellazione di Israele ed escluso, nonostante la sua “dichiarazione d’affetto per il popolo italiano” di oggi, dalla cena serale organizzata da Berlusconi alla presenza del segretario Onu.
L’intervento di Ban Ki Moon. Il vertice della Fao si è aperto con l’intervento di Napolitano che ha parlato della “necessità di politiche coordinate a livello mondiale” nell’ambito delle Nazioni Unite e spiegato che non si può fare affidamento solo “sulle virtù riequilibratrici del mercato”. Ma è quando ha preso la parola Ban Ki Moom, il segretario Onu, che il vertice è sembrato entrare nel vivo con un appello all’Assemblea a fare di più, ad aumentare la produzione “alimentare del 50% entro il 2030 per far fronte allo sviluppo della domanda”. Purché, ha spiegato il segretario Onu, l’incremento non avvenga con “politiche puramente assistenziali” che “determinano soltanto distorsioni dei mercati e spingono più in alto i prezzi”. Un chiaro monito anche ai Paesi europei, che sovvenzionano i nostri agricoltori escludendoli da una sana competizione internazionale. Bisogna fare di più (anche con “esportazioni di beni alimentari indirizzate a scopi umanitari”) e in fretta, ha detto Ban Ki Moon: “Occorre agire oggi e agire subito perché la popolazione mondiale nel 2015 arriverà a 7,2 miliardi di persone”.
L’autodifesa di Lula. Un altro tema centrale è quello del bioetanolo brasiliano, accusato di provocare la deforestazione dell’Amazzonia e di aver distrutto le economie di autoconsumo in vaste aree del Paese sudamericano. “Chi dice che la canna da zucchero sta invadendo l’Amazzonia dice una stupidaggine”, ha attaccato Luiz Inacio Lula da Silva. “Il 99,7% delle piantagioni di canna - ha detto Lula - si trovano almeno a 2 mila chilometri dall’Amazzonia, una distanza pari a quella che c’è tra il Vaticano e il Cremlino: nel Brasile ci sono circa 77 milioni di ettari di terre agricole, fuori dall’Amazzonia, ancora non utilizzate, un’area quasi eguale a quella della Francia e la Germania insieme”. Conclusione: “Il nostro etanolo ricavato dalla canna da zucchero non aggredisce l’Amazzonia, non toglie terra alla produzione di alimenti né provoca un calo nell’offerta degli alimenti nelle tavole dei brasiliani e del mondo”.
L’obiettivo del vertice. Il summit, che durerà fino a giovedì 5 giugno, punta a promuovere un piano d’azione globale per garantire la sicurezza alimentare, affrontare i cambiamenti climatici e regolamentare la produzione di biocarburante. Ne dovrebbe emergere un documento di 31 pagine su cui il confronto sarà acceso, stante gli interessi spesso divergenti tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Ma per tutti, comunque, la priorità è frenare l’impennata dei prezzi dei generi alimentari che nei mesi scorsi ha provocato rivolte ad Haiti e in Egitto. A breve termine il vertice dovrebbe provvedere a ridurre il prezzo del mais e del grano tramite la la distribuzione di sementi, fertilizzanti e mangimi animali ai piccoli agricoltori (stima circa 15 miliardi di dollari). A medio e lungo termine l’obiettivo è più ambizioso: i Paesi ricchi dovrebbero aumentare gli aiuti all’agricoltura e investire in sistemi di irrigazione, infrastrutture, servizi e tecnologia dei Paesi del sud. Ricetta condivisa e già rilanciata dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf, per il quale gli Stati del nord devono decuplicare gli aiuti all’agricoltura per arrivare a 30 miliardi di dollari l’anno.
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Dopo Fidel Castro e Hugo Chávez, che da anni criticano i biocarburanti colpevoli di “affamare e non di salvare il mondo”, adesso è arrivato il turno dei presidenti di Bolivia e Perù. Prima Evo Morales e poi Alan García hanno attaccato duramente la produzione di energia “verde” estratta da colture agricole. “Non riesco a capire come alcuni possano usare la terra per produrre combustibili e non per salvare vite umane”, ha detto Morales. Che poi chiudendo il suo intervento di fronte al Settimo Foro Permanente dell’Onu per gli Indigeni, a New York, ha aggiunto: “Ci sono alcuni presidenti sudamericani che da tempo parlano di biocarburanti senza capire in realtà ciò di cui stanno parlando”.
Lula sotto attacco. Nessun riferimento esplicito a Luiz Ignácio Lula da Silva che non è mai stato nominato da Evo, ma tutti al Palazzo di Vetro hanno pensato subito al presidente del Brasile, che sui biocarburanti punta moltissimo. Al punto che dopo decenni di ricerca scientifica oggi il Brasile è leader mondiale proprio nella produzione di biocarburanti estratti dalla canna da zucchero. Sulla stessa linea di Morales anche Alan García, che nell’attaccare i biocarburanti ha detto che “la domanda per questo tipo di combustibili minaccia la produzione mondiale di alimenti”. Il presidente peruviano ha poi lanciato un avvertimento: “Da oggi nei Forum Internazionali il Perù farà un appello continuo e vigoroso affinché i grandi paesi limitino la conversione delle loro terre dal cibo all’etanolo”. Sul banco degli imputati ci sono dunque i combustibili estratti da alcuni raccolti agricoli, oramai accusati in America Latina di essere i responsabili del caroprezzi di alcuni alimenti-base, come mais e riso. E che non sia un periodo facile per Lula che, invece, sul tema punta molto lo si era già percepito una settimana fa con le critiche pesanti del consigliere Onu per la sicurezza alimentare, lo svizzero Jean Ziegler, che aveva definito l’uso dei biocarburanti “un crimine contro l’umanità”.
L’autodifesa. Dal canto suo il presidente del Brasile ha già anticipato che, a differenza di quanto programmato prima degli ultimi attacchi di Morales, García e Ziegler, sarà presente a Roma il prossimo giugno alla conferenza mondiale della Fao “Sicurezza alimentare, clima e biocarburanti”. In quella sede il Brasile si difenderà sostenendo che il biocarburante che produce, estratto dalla canna da zucchero, non ha effetti sulle produzioni agricole locali perché la terra coltivabile che ha a disposizione è immensa e, soprattutto non ha nulla a che vedere con quello statunitense, ricavato dal mais, più inquinante e meno efficace in termini di produttività. Basterà a convincere gli scettici?
Il discorso duro di Morales all’Onu contro biocarburanti e capitalismo

Una rivolta globale della fame. È il rischio che corre la comunità internazionale se non saprà affrontare le rivolte esplose in oltre 30 Paesi del Sud del mondo causate dalla vertiginosa crescita dei prezzi dei beni di prima necessità. È questo il messaggio lanciato dal Direttore generale del Fao, Jacques Diouf, in occasione della presentazione a Roma del rapporto trimestrale (”Crop Prospects and Food Situation“) per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
Tra i dati più preoccupanti c’è il costo delle importazioni dei cereali dei Paesi più poveri, destinato a crescere del 56% tra il 2007 e il 2008 (addirittura del 76% nei Paesi africani): un valore che si somma all’aumento già registrato nel biennio 2006-2007 (+37%). Tra l’utilizzo sempre più intenso di cereali destinati al mercato degli agrocarburanti, il boom delle tariffe petrolifere (quindi dei trasporti) e il boom dei consumi in Cina e India, le scorte cerealicole sono scese al loro livello più basso dal 1980 (-5% dall’inizio dell’anno rispetto al 2007): questo nonostante la produzione mondiale sia destinata a crescere del 2,6% nel 2008. Risultato: dal riso alla farina, dal mais al latte, passando per la carne, i beni di prima necessità sono diventati pressoché inaccessibili per centinaia di migliaia di persone nel Sud del mondo. Qualche esempio? Tra dicembre 2007 e marzo 2008, a Douala (Camerun) il costo di un litro di olio di palma è cresciuto del 140%, mentre il prezzo di un chilo di zucchero o di riso è quasi raddoppiato in Togo, Camerun e Burkina Faso.
Nei Paesi ricchi le spese alimentari rappresentano in media il 16% del budget familiare, nei Paesi importatori di alimenti questo rapporto sale al 60-80% (oltre il 73% in Nigeria). Per far fronte all’emergenza, la Fao ha lanciato la cosiddetta “Iniziativa sul rialzo dei prezzi” con l’obiettivo di offrire assistenza alle aree più colpite dall’attuale crisi. Ma potrebbe non bastare. Il suo Direttore Diouf esorta i donatori a rivedere i loro programmi di assistenza aumentando i loro fondi di almeno 1,2 miliardi di dollari. Secondo l’Onu, a rischio sono la pace e la stabilità politica del parte più povera del pianeta.
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“Entro il 2025 l’America Latina sarà il primo continente in via di sviluppo hunger-free, ovvero senza neanche un abitante che soffrirà la fame”. A dirlo non è il solito venditore di fumo sudamericano incline al populismo ma José Graziano da Silva, professore all’Unicamp (l’università di Campinas, la migliore dell’America Latina sui temi economici legati all’agricoltura), ex ministro di Lula, padre del rivoluzionario programma brasiliano “Fame Zero” e oggi a capo dell’Ufficio Regionale per l’America Latina ed i Caraibi della Fao, a Santiago del Cile.
Proprio nella capitale cilena Panorama.it lo ha incontrato nel suo ufficio di Vitacura, a un passo dalla Cepal, il Centro studi economici dell’Onu per l’America Latina. Obiettivo: farsi spiegare come pensa di salvare i 53 milioni di esseri umani denutriti che ancora oggi (le stime sono della stessa Fao) vivono nei 34 paesi dell’area latinoamericana e caraibica, alcuni dei quali poverissimi come Haiti o il Guatemala. “Quello del Paese centramericano è un caso di scuola. E non è un caso che proprio qui, due anni fa, sia nato il progetto”, attacca Graziano che sino al 2009 guiderà la Fao in America Latina con lo scopo di estendere “Fame Zero” a tutti i governi dell’area.
Perché il Guatemala sarebbe un case study?
Perché è stato uno dei primi paesi al mondo che si è dotato di una legge di sicurezza alimentare in cui garantisce il diritto al cibo a tutti i suoi abitanti. Perché ha una segreteria per la sicurezza alimentare legata direttamente alla presidenza della Repubblica ma, soprattutto, perché nonostante tutto ciò oggi detiene il record mondiale di denutrizione infantile, più che in Africa. Pensi che nelle aree indigene l’80% dei bambini è denutrito…
Qual è il nodo del problema?
Le leggi per il diritto al cibo in questo Paese, se non sono supportate da una diversa allocazione delle risorse, rimangono lettera morta. Pensi solo che in Guatemala il carico tributario dello Stato è di appena il 10%, mentre la media dei paesi latinoamericani è del 25% e quella europea sfiora il 40%, simile a quella del Brasile, dove la pressione fiscale è del 36%.
Ci spiega com’è nato il progetto “Fame zero” in Latinoamerica?
Il presidente Lula, di ritorno da un incontro con il cosiddetto Quintetto (Brasile, Francia, Spagna, Germania, Cile) al Palazzo di Vetro, si è visto con il presidente guatemalteco Berger e assieme hanno concordato un programma per sradicare, e non solo ridurre, la fame nel subcontinente. Vede, un bambino denutrito oggi perpetua la povertà e la miseria di domani. Lo puoi mandare a scuola ma non impara e, in futuro, è condannato a restare impantanato nel circolo vizioso della povertà. L’iniziativa “America Latina senza fame” si propone entro il 2025 di sradicare la fame ed entro il 2015, come step intermedio, di farla finita con la denutrizione infantile
Cosa le fa credere che l’America Latina possa farcela?
I motivi sono almeno tre. Primo: l’America Latina, dopo 25 anni di stagnazione, ha recuperato da almeno 5 anni un trend di crescita medio di oltre il 4% l’anno. Secondo: la maggior parte di questa crescita è legata all’export agricolo, soia, etanolo, carne, frutta, verdura, persino fiori… Oggi i prezzi di queste commodities sono in costante crescita e i paesi latinoamericani le esportano in tutto il mondo. In sintesi: siamo tornati a essere il grande fornitore mondiale di alimenti. Terzo: già oggi un terzo della nostra produzione alimentare avanza e, con le attuali conoscenze tecnologiche, potremmo produrre cibo per quattro volte l’attuale popolazione latinoamericana.
Magari distruggendo le foreste?
Per favore! La realtà è che abbiamo un sacco di terre “oziose”, basti pensare che qui per ogni ettaro di terra coltivata ce n’è un altro incolto… Oggi l’America Latina ha un forte ritmo di crescita, prezzi delle commodities alimentari che stimolano la produzione, eccesso di alimenti. A differenza dell’Africa che non ha cibo, qui ce n’è fin troppo…
Cosa manca allora per dar da mangiare a quei 53 milioni di esseri umani denutriti?
Una decisione politica concreta
Di che tipo?
La verità è che non tutti qui vogliono davvero farla finita con la povertà, perché è funzionale a una certa forma di discriminazione politica, economica e sociale. Insomma bisogna tradurre la volontà politica non solo in “leggi sulla carta” ma anche e in risorse. Altrimenti è solo demagogia
Ministro Graziano, come pensa di convincere i presidenti latinoamericani?
Innanzitutto spiegando loro che il costo di convivere con fame e denutrizione infantile è compreso tra il 6% e il 10% del Pil, mentre quello di sradicare queste due piaghe è tra il 2% e il 4%, a seconda dei paesi. Pensi alla salute. La fame causa tutta una serie di malattie infantili che per uno Stato è molto più caro curare ex post che prevenire ex ante. Poi, dato che per convincere i politici è indispensabile la collaborazione dei mass-media, abbiamo lanciato un corso di formazione giornalistica sul tema della sicurezza alimentare
Attualmente quali sono i paesi in prima linea nella lotta contro la fame?
In linea di principio tutti i 29 paesi (su 34, nda) presenti lo scorso anno alla Conferenza Fao di Caracas sono d’accordo. In concreto oggi Messico, Guatemala, Nicaragua, Perù, Bolivia, Ecuador, Paraguay e, naturalmente, Brasile e Cile che sono membri del Quintetto, hanno già attivato programmi in base al nostro modello. Dieci punti facili, facili da mettere in pratica, consultabili anche online. Vedrete, vinceremo la nostra guerra contro questo grande “killer del futuro” chiamato fame

Di Fabrizio Paladino
“Se la Fao non realizza grandi cambiamenti, il suo andamento attuale la porterà al declino terminale”. Una bomba è esplosa la settimana scorsa tra i privilegiati dirigenti (1.600) e impiegati (2 mila) della Fao, Food and agriculture organization, una delle più antiche agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma. La bomba è arrivata con il primo rapporto stilato da un comitato di valutazione esterna indipendente. Un lavoro durato oltre tre anni: 2.500 interviste, 35 paesi visitati, 3 mila risposte, 12 questionari presentati.
È la prima volta che succede alla Fao. Gli stati membri, alcuni di quelli più influenti tra cui gli Stati Uniti, il Giappone, la Francia e un po’ più clandestinamente l’Italia (che in quanto paese ospite deve dare un colpo al cerchio e uno alla botte) hanno detto basta a una gestione che non condividono. E hanno chiesto un lavoro di indagine per fare pelo e contropelo a tutte le componenti dell’organizzazione per la lotta alla fame nel mondo.
Il risultato? Un malloppo di 460 pagine da cui emerge la grande responsabilità del management e su tutti quella dell’imperatore della Fao, il senegalese Jacques Diouf, 69 anni, che governa incontrastato da 13 anni, con altri 5 già assicurati: sprechi, burocrazia, mancanza di collegamento tra centro e periferia, mancanza di una strategia di sviluppo e mancanza di rigore finanziario. L’agenzia Onu è in crisi non da oggi: tra il 1994 e il 2005 i fondi destinati dai 189 paesi membri (più quelli dell’Unione Europea) sono diminuiti del 31 per cento.
Perché questo avviene se i contributi sono obbligatori? Molti paesi membri contestano la gestione del direttore generale Jacques Diouf, che gode però dell’appoggio del cosiddetto G77, ovvero del blocco dei paesi in via di sviluppo (tra cui c’è anche il gigante cinese), e non hanno altro modo per manifestare il loro dissenso se non quello di essere morosi, oppure di versare il contributo obbligatorio con ritardo.
Se poi contiamo che in sede deliberativa il voto degli Stati Uniti conta come il voto delle isole Vanuatu (anche se il contributo in dollari è ovviamente differente), comprendiamo perché alcuni paesi importanti abbiano spinto per la compilazione di questo rapporto.
Anche nelle raccomandazioni che gli autori del dossier (l’avvocato canadese Keith Bezansons e altri cinque tecnici) fanno ai paesi membri (”governance”) si legge che è indispensabile “creare un nuovo consenso. Si tratta di accrescere la trasparenza su un certo numero di fronti, compreso quello per la scelta del direttore generale”.
Sotto accusa il terzo mandato (ognuno dura 6 anni) che Diouf si è fatto assegnare. L’aspetto comico è che appena rieletto Diouf per la terza volta si è deciso che in futuro i direttori generali non potranno restare in carica per oltre due mandati. Il rischio è quello di doversi tenere Diouf fino al 2012; c’è solo una possibilità invece che questo rapporto possa in qualche modo (come è successo in passato per altre agenzie delle Nazioni Unite) portare il capo della Fao alle dimissioni. Difficile per un personaggio abile e capace di gestire il proprio potere come Diouf. Nel rapporto viene auspicato “Il rifacimento dei sistemi amministrativi e della cultura istituzionale della Fao”. E ancora: “La Fao è scombussolata, i suoi sforzi sono frammentati e ci si focalizza su piccole componenti anziché adottare una visione d’insieme. Non c’è consenso per quanto riguarda un’ampia strategia che definisce i compiti di elevata e media priorità, le funzioni da mantenere e quelle da scartare. Tutto questo pregiudica la fiducia nell’organizzazione e contribuisce a una riduzione continua delle sue risorse finanziarie. Le capacità della Fao si riducono e molte delle sue competenze essenziali sono attualmente minacciate. In qualche modo, è stata messa sotto vigilanza sul piano istituzionale ed è stata così mantenuta in vita, ma gli manca la capacità o la volontà di rinvigorire l’organizzazione nel suo insieme”.
Parole durissime, che fanno riferimento alla “capacità” e alla “volontà”. “Se la Fao continua nella sua traiettoria attuale” prosegue l’atto d’accusa “non sarà in grado di affrontare le sfide del nuovo contesto, di rispondere alle attese dei suoi membri, di sfruttare i suoi vantaggi comparativi e di conservare le sue competenze essenziali”.
Ce n’è per far dimettere Caligola, ma nei corridoi del palazzo romano, a un passo dal Circo Massimo, c’è chi tra i massimi dirigenti è pronto a scommettere che il terremoto non scalfirà la poltrona di Diouf. Troppe “raccomandazioni”, troppe vie d’uscita indicate dal rapporto (oltre 100), potrebbero di fatto far dire tutto e non far fare niente. A metà novembre si terrà l’assemblea dell’agenzia Onu e certamente i paesi più scontenti della gestione Diouf (e che hanno fatto pressione per far stilare il rapporto) tenteranno di discutere l’ingombrante documento. A meno che, con un colpo da maestro, il direttore generale Diouf non riesca a far stralciare la discussione in “un momento più opportuno”. Resistere fino al 2012, fino al termine del mandato, anche se l’agenzia quel giorno forse avrà cessato di esistere. “Più che il dolor poté il digiuno”, e trattandosi di fame nel mondo la citazione è assai appropriata.
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