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854 milioni di persone denutrite. Prezzi alimentari (dal mais, al riso fino al grano) cresciuti del 53% negli ultimi tre mesi e del 71% negli ultimi due anni. Scontri politici sotterranei tra Paesi ricchi e Paesi poveri sui biocarburanti, sugli sprechi della Fao, sugli Ogm, sui sussidi agricoli che - dixit il segretario Onu Bank Ki Moon - “distorcono il mercato a danno dei paesi più deboli”. Ma soprattutto polemiche, troppo polemiche, su questioni che poco hanno a che vedere con l’emergenza fame al centro dell’agenda del vertice Fao apertosi oggi a Roma alla presenza di 40 leader mondiali. Come quelle scatenate dalla presenza sgradita del dittatore zimbabwese Roberto Mugabe o dalle provocazioni antisemite di Ahmadinejad, tornato a riproporre la cancellazione di Israele ed escluso, nonostante la sua “dichiarazione d’affetto per il popolo italiano” di oggi, dalla cena serale organizzata da Berlusconi alla presenza del segretario Onu.
L’intervento di Ban Ki Moon. Il vertice della Fao si è aperto con l’intervento di Napolitano che ha parlato della “necessità di politiche coordinate a livello mondiale” nell’ambito delle Nazioni Unite e spiegato che non si può fare affidamento solo “sulle virtù riequilibratrici del mercato”. Ma è quando ha preso la parola Ban Ki Moom, il segretario Onu, che il vertice è sembrato entrare nel vivo con un appello all’Assemblea a fare di più, ad aumentare la produzione “alimentare del 50% entro il 2030 per far fronte allo sviluppo della domanda”. Purché, ha spiegato il segretario Onu, l’incremento non avvenga con “politiche puramente assistenziali” che “determinano soltanto distorsioni dei mercati e spingono più in alto i prezzi”. Un chiaro monito anche ai Paesi europei, che sovvenzionano i nostri agricoltori escludendoli da una sana competizione internazionale. Bisogna fare di più (anche con “esportazioni di beni alimentari indirizzate a scopi umanitari”) e in fretta, ha detto Ban Ki Moon: “Occorre agire oggi e agire subito perché la popolazione mondiale nel 2015 arriverà a 7,2 miliardi di persone”.
L’autodifesa di Lula. Un altro tema centrale è quello del bioetanolo brasiliano, accusato di provocare la deforestazione dell’Amazzonia e di aver distrutto le economie di autoconsumo in vaste aree del Paese sudamericano. “Chi dice che la canna da zucchero sta invadendo l’Amazzonia dice una stupidaggine”, ha attaccato Luiz Inacio Lula da Silva. “Il 99,7% delle piantagioni di canna - ha detto Lula - si trovano almeno a 2 mila chilometri dall’Amazzonia, una distanza pari a quella che c’è tra il Vaticano e il Cremlino: nel Brasile ci sono circa 77 milioni di ettari di terre agricole, fuori dall’Amazzonia, ancora non utilizzate, un’area quasi eguale a quella della Francia e la Germania insieme”. Conclusione: “Il nostro etanolo ricavato dalla canna da zucchero non aggredisce l’Amazzonia, non toglie terra alla produzione di alimenti né provoca un calo nell’offerta degli alimenti nelle tavole dei brasiliani e del mondo”.
L’obiettivo del vertice. Il summit, che durerà fino a giovedì 5 giugno, punta a promuovere un piano d’azione globale per garantire la sicurezza alimentare, affrontare i cambiamenti climatici e regolamentare la produzione di biocarburante. Ne dovrebbe emergere un documento di 31 pagine su cui il confronto sarà acceso, stante gli interessi spesso divergenti tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Ma per tutti, comunque, la priorità è frenare l’impennata dei prezzi dei generi alimentari che nei mesi scorsi ha provocato rivolte ad Haiti e in Egitto. A breve termine il vertice dovrebbe provvedere a ridurre il prezzo del mais e del grano tramite la la distribuzione di sementi, fertilizzanti e mangimi animali ai piccoli agricoltori (stima circa 15 miliardi di dollari). A medio e lungo termine l’obiettivo è più ambizioso: i Paesi ricchi dovrebbero aumentare gli aiuti all’agricoltura e investire in sistemi di irrigazione, infrastrutture, servizi e tecnologia dei Paesi del sud. Ricetta condivisa e già rilanciata dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf, per il quale gli Stati del nord devono decuplicare gli aiuti all’agricoltura per arrivare a 30 miliardi di dollari l’anno.
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Dopo Fidel Castro e Hugo Chávez, che da anni criticano i biocarburanti colpevoli di “affamare e non di salvare il mondo”, adesso è arrivato il turno dei presidenti di Bolivia e Perù. Prima Evo Morales e poi Alan García hanno attaccato duramente la produzione di energia “verde” estratta da colture agricole. “Non riesco a capire come alcuni possano usare la terra per produrre combustibili e non per salvare vite umane”, ha detto Morales. Che poi chiudendo il suo intervento di fronte al Settimo Foro Permanente dell’Onu per gli Indigeni, a New York, ha aggiunto: “Ci sono alcuni presidenti sudamericani che da tempo parlano di biocarburanti senza capire in realtà ciò di cui stanno parlando”.
Lula sotto attacco. Nessun riferimento esplicito a Luiz Ignácio Lula da Silva che non è mai stato nominato da Evo, ma tutti al Palazzo di Vetro hanno pensato subito al presidente del Brasile, che sui biocarburanti punta moltissimo. Al punto che dopo decenni di ricerca scientifica oggi il Brasile è leader mondiale proprio nella produzione di biocarburanti estratti dalla canna da zucchero. Sulla stessa linea di Morales anche Alan García, che nell’attaccare i biocarburanti ha detto che “la domanda per questo tipo di combustibili minaccia la produzione mondiale di alimenti”. Il presidente peruviano ha poi lanciato un avvertimento: “Da oggi nei Forum Internazionali il Perù farà un appello continuo e vigoroso affinché i grandi paesi limitino la conversione delle loro terre dal cibo all’etanolo”. Sul banco degli imputati ci sono dunque i combustibili estratti da alcuni raccolti agricoli, oramai accusati in America Latina di essere i responsabili del caroprezzi di alcuni alimenti-base, come mais e riso. E che non sia un periodo facile per Lula che, invece, sul tema punta molto lo si era già percepito una settimana fa con le critiche pesanti del consigliere Onu per la sicurezza alimentare, lo svizzero Jean Ziegler, che aveva definito l’uso dei biocarburanti “un crimine contro l’umanità”.
L’autodifesa. Dal canto suo il presidente del Brasile ha già anticipato che, a differenza di quanto programmato prima degli ultimi attacchi di Morales, García e Ziegler, sarà presente a Roma il prossimo giugno alla conferenza mondiale della Fao “Sicurezza alimentare, clima e biocarburanti”. In quella sede il Brasile si difenderà sostenendo che il biocarburante che produce, estratto dalla canna da zucchero, non ha effetti sulle produzioni agricole locali perché la terra coltivabile che ha a disposizione è immensa e, soprattutto non ha nulla a che vedere con quello statunitense, ricavato dal mais, più inquinante e meno efficace in termini di produttività. Basterà a convincere gli scettici?
Il discorso duro di Morales all’Onu contro biocarburanti e capitalismo

Una rivolta globale della fame. È il rischio che corre la comunità internazionale se non saprà affrontare le rivolte esplose in oltre 30 Paesi del Sud del mondo causate dalla vertiginosa crescita dei prezzi dei beni di prima necessità. È questo il messaggio lanciato dal Direttore generale del Fao, Jacques Diouf, in occasione della presentazione a Roma del rapporto trimestrale (”Crop Prospects and Food Situation“) per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
Tra i dati più preoccupanti c’è il costo delle importazioni dei cereali dei Paesi più poveri, destinato a crescere del 56% tra il 2007 e il 2008 (addirittura del 76% nei Paesi africani): un valore che si somma all’aumento già registrato nel biennio 2006-2007 (+37%). Tra l’utilizzo sempre più intenso di cereali destinati al mercato degli agrocarburanti, il boom delle tariffe petrolifere (quindi dei trasporti) e il boom dei consumi in Cina e India, le scorte cerealicole sono scese al loro livello più basso dal 1980 (-5% dall’inizio dell’anno rispetto al 2007): questo nonostante la produzione mondiale sia destinata a crescere del 2,6% nel 2008. Risultato: dal riso alla farina, dal mais al latte, passando per la carne, i beni di prima necessità sono diventati pressoché inaccessibili per centinaia di migliaia di persone nel Sud del mondo. Qualche esempio? Tra dicembre 2007 e marzo 2008, a Douala (Camerun) il costo di un litro di olio di palma è cresciuto del 140%, mentre il prezzo di un chilo di zucchero o di riso è quasi raddoppiato in Togo, Camerun e Burkina Faso.
Nei Paesi ricchi le spese alimentari rappresentano in media il 16% del budget familiare, nei Paesi importatori di alimenti questo rapporto sale al 60-80% (oltre il 73% in Nigeria). Per far fronte all’emergenza, la Fao ha lanciato la cosiddetta “Iniziativa sul rialzo dei prezzi” con l’obiettivo di offrire assistenza alle aree più colpite dall’attuale crisi. Ma potrebbe non bastare. Il suo Direttore Diouf esorta i donatori a rivedere i loro programmi di assistenza aumentando i loro fondi di almeno 1,2 miliardi di dollari. Secondo l’Onu, a rischio sono la pace e la stabilità politica del parte più povera del pianeta.
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“Entro il 2025 l’America Latina sarà il primo continente in via di sviluppo hunger-free, ovvero senza neanche un abitante che soffrirà la fame”. A dirlo non è il solito venditore di fumo sudamericano incline al populismo ma José Graziano da Silva, professore all’Unicamp (l’università di Campinas, la migliore dell’America Latina sui temi economici legati all’agricoltura), ex ministro di Lula, padre del rivoluzionario programma brasiliano “Fame Zero” e oggi a capo dell’Ufficio Regionale per l’America Latina ed i Caraibi della Fao, a Santiago del Cile.
Proprio nella capitale cilena Panorama.it lo ha incontrato nel suo ufficio di Vitacura, a un passo dalla Cepal, il Centro studi economici dell’Onu per l’America Latina. Obiettivo: farsi spiegare come pensa di salvare i 53 milioni di esseri umani denutriti che ancora oggi (le stime sono della stessa Fao) vivono nei 34 paesi dell’area latinoamericana e caraibica, alcuni dei quali poverissimi come Haiti o il Guatemala. “Quello del Paese centramericano è un caso di scuola. E non è un caso che proprio qui, due anni fa, sia nato il progetto”, attacca Graziano che sino al 2009 guiderà la Fao in America Latina con lo scopo di estendere “Fame Zero” a tutti i governi dell’area.
Perché il Guatemala sarebbe un case study?
Perché è stato uno dei primi paesi al mondo che si è dotato di una legge di sicurezza alimentare in cui garantisce il diritto al cibo a tutti i suoi abitanti. Perché ha una segreteria per la sicurezza alimentare legata direttamente alla presidenza della Repubblica ma, soprattutto, perché nonostante tutto ciò oggi detiene il record mondiale di denutrizione infantile, più che in Africa. Pensi che nelle aree indigene l’80% dei bambini è denutrito…
Qual è il nodo del problema?
Le leggi per il diritto al cibo in questo Paese, se non sono supportate da una diversa allocazione delle risorse, rimangono lettera morta. Pensi solo che in Guatemala il carico tributario dello Stato è di appena il 10%, mentre la media dei paesi latinoamericani è del 25% e quella europea sfiora il 40%, simile a quella del Brasile, dove la pressione fiscale è del 36%.
Ci spiega com’è nato il progetto “Fame zero” in Latinoamerica?
Il presidente Lula, di ritorno da un incontro con il cosiddetto Quintetto (Brasile, Francia, Spagna, Germania, Cile) al Palazzo di Vetro, si è visto con il presidente guatemalteco Berger e assieme hanno concordato un programma per sradicare, e non solo ridurre, la fame nel subcontinente. Vede, un bambino denutrito oggi perpetua la povertà e la miseria di domani. Lo puoi mandare a scuola ma non impara e, in futuro, è condannato a restare impantanato nel circolo vizioso della povertà. L’iniziativa “America Latina senza fame” si propone entro il 2025 di sradicare la fame ed entro il 2015, come step intermedio, di farla finita con la denutrizione infantile
Cosa le fa credere che l’America Latina possa farcela?
I motivi sono almeno tre. Primo: l’America Latina, dopo 25 anni di stagnazione, ha recuperato da almeno 5 anni un trend di crescita medio di oltre il 4% l’anno. Secondo: la maggior parte di questa crescita è legata all’export agricolo, soia, etanolo, carne, frutta, verdura, persino fiori… Oggi i prezzi di queste commodities sono in costante crescita e i paesi latinoamericani le esportano in tutto il mondo. In sintesi: siamo tornati a essere il grande fornitore mondiale di alimenti. Terzo: già oggi un terzo della nostra produzione alimentare avanza e, con le attuali conoscenze tecnologiche, potremmo produrre cibo per quattro volte l’attuale popolazione latinoamericana.
Magari distruggendo le foreste?
Per favore! La realtà è che abbiamo un sacco di terre “oziose”, basti pensare che qui per ogni ettaro di terra coltivata ce n’è un altro incolto… Oggi l’America Latina ha un forte ritmo di crescita, prezzi delle commodities alimentari che stimolano la produzione, eccesso di alimenti. A differenza dell’Africa che non ha cibo, qui ce n’è fin troppo…
Cosa manca allora per dar da mangiare a quei 53 milioni di esseri umani denutriti?
Una decisione politica concreta
Di che tipo?
La verità è che non tutti qui vogliono davvero farla finita con la povertà, perché è funzionale a una certa forma di discriminazione politica, economica e sociale. Insomma bisogna tradurre la volontà politica non solo in “leggi sulla carta” ma anche e in risorse. Altrimenti è solo demagogia
Ministro Graziano, come pensa di convincere i presidenti latinoamericani?
Innanzitutto spiegando loro che il costo di convivere con fame e denutrizione infantile è compreso tra il 6% e il 10% del Pil, mentre quello di sradicare queste due piaghe è tra il 2% e il 4%, a seconda dei paesi. Pensi alla salute. La fame causa tutta una serie di malattie infantili che per uno Stato è molto più caro curare ex post che prevenire ex ante. Poi, dato che per convincere i politici è indispensabile la collaborazione dei mass-media, abbiamo lanciato un corso di formazione giornalistica sul tema della sicurezza alimentare
Attualmente quali sono i paesi in prima linea nella lotta contro la fame?
In linea di principio tutti i 29 paesi (su 34, nda) presenti lo scorso anno alla Conferenza Fao di Caracas sono d’accordo. In concreto oggi Messico, Guatemala, Nicaragua, Perù, Bolivia, Ecuador, Paraguay e, naturalmente, Brasile e Cile che sono membri del Quintetto, hanno già attivato programmi in base al nostro modello. Dieci punti facili, facili da mettere in pratica, consultabili anche online. Vedrete, vinceremo la nostra guerra contro questo grande “killer del futuro” chiamato fame

Di Fabrizio Paladino
“Se la Fao non realizza grandi cambiamenti, il suo andamento attuale la porterà al declino terminale”. Una bomba è esplosa la settimana scorsa tra i privilegiati dirigenti (1.600) e impiegati (2 mila) della Fao, Food and agriculture organization, una delle più antiche agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma. La bomba è arrivata con il primo rapporto stilato da un comitato di valutazione esterna indipendente. Un lavoro durato oltre tre anni: 2.500 interviste, 35 paesi visitati, 3 mila risposte, 12 questionari presentati.
È la prima volta che succede alla Fao. Gli stati membri, alcuni di quelli più influenti tra cui gli Stati Uniti, il Giappone, la Francia e un po’ più clandestinamente l’Italia (che in quanto paese ospite deve dare un colpo al cerchio e uno alla botte) hanno detto basta a una gestione che non condividono. E hanno chiesto un lavoro di indagine per fare pelo e contropelo a tutte le componenti dell’organizzazione per la lotta alla fame nel mondo.
Il risultato? Un malloppo di 460 pagine da cui emerge la grande responsabilità del management e su tutti quella dell’imperatore della Fao, il senegalese Jacques Diouf, 69 anni, che governa incontrastato da 13 anni, con altri 5 già assicurati: sprechi, burocrazia, mancanza di collegamento tra centro e periferia, mancanza di una strategia di sviluppo e mancanza di rigore finanziario. L’agenzia Onu è in crisi non da oggi: tra il 1994 e il 2005 i fondi destinati dai 189 paesi membri (più quelli dell’Unione Europea) sono diminuiti del 31 per cento.
Perché questo avviene se i contributi sono obbligatori? Molti paesi membri contestano la gestione del direttore generale Jacques Diouf, che gode però dell’appoggio del cosiddetto G77, ovvero del blocco dei paesi in via di sviluppo (tra cui c’è anche il gigante cinese), e non hanno altro modo per manifestare il loro dissenso se non quello di essere morosi, oppure di versare il contributo obbligatorio con ritardo.
Se poi contiamo che in sede deliberativa il voto degli Stati Uniti conta come il voto delle isole Vanuatu (anche se il contributo in dollari è ovviamente differente), comprendiamo perché alcuni paesi importanti abbiano spinto per la compilazione di questo rapporto.
Anche nelle raccomandazioni che gli autori del dossier (l’avvocato canadese Keith Bezansons e altri cinque tecnici) fanno ai paesi membri (”governance”) si legge che è indispensabile “creare un nuovo consenso. Si tratta di accrescere la trasparenza su un certo numero di fronti, compreso quello per la scelta del direttore generale”.
Sotto accusa il terzo mandato (ognuno dura 6 anni) che Diouf si è fatto assegnare. L’aspetto comico è che appena rieletto Diouf per la terza volta si è deciso che in futuro i direttori generali non potranno restare in carica per oltre due mandati. Il rischio è quello di doversi tenere Diouf fino al 2012; c’è solo una possibilità invece che questo rapporto possa in qualche modo (come è successo in passato per altre agenzie delle Nazioni Unite) portare il capo della Fao alle dimissioni. Difficile per un personaggio abile e capace di gestire il proprio potere come Diouf. Nel rapporto viene auspicato “Il rifacimento dei sistemi amministrativi e della cultura istituzionale della Fao”. E ancora: “La Fao è scombussolata, i suoi sforzi sono frammentati e ci si focalizza su piccole componenti anziché adottare una visione d’insieme. Non c’è consenso per quanto riguarda un’ampia strategia che definisce i compiti di elevata e media priorità, le funzioni da mantenere e quelle da scartare. Tutto questo pregiudica la fiducia nell’organizzazione e contribuisce a una riduzione continua delle sue risorse finanziarie. Le capacità della Fao si riducono e molte delle sue competenze essenziali sono attualmente minacciate. In qualche modo, è stata messa sotto vigilanza sul piano istituzionale ed è stata così mantenuta in vita, ma gli manca la capacità o la volontà di rinvigorire l’organizzazione nel suo insieme”.
Parole durissime, che fanno riferimento alla “capacità” e alla “volontà”. “Se la Fao continua nella sua traiettoria attuale” prosegue l’atto d’accusa “non sarà in grado di affrontare le sfide del nuovo contesto, di rispondere alle attese dei suoi membri, di sfruttare i suoi vantaggi comparativi e di conservare le sue competenze essenziali”.
Ce n’è per far dimettere Caligola, ma nei corridoi del palazzo romano, a un passo dal Circo Massimo, c’è chi tra i massimi dirigenti è pronto a scommettere che il terremoto non scalfirà la poltrona di Diouf. Troppe “raccomandazioni”, troppe vie d’uscita indicate dal rapporto (oltre 100), potrebbero di fatto far dire tutto e non far fare niente. A metà novembre si terrà l’assemblea dell’agenzia Onu e certamente i paesi più scontenti della gestione Diouf (e che hanno fatto pressione per far stilare il rapporto) tenteranno di discutere l’ingombrante documento. A meno che, con un colpo da maestro, il direttore generale Diouf non riesca a far stralciare la discussione in “un momento più opportuno”. Resistere fino al 2012, fino al termine del mandato, anche se l’agenzia quel giorno forse avrà cessato di esistere. “Più che il dolor poté il digiuno”, e trattandosi di fame nel mondo la citazione è assai appropriata.
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