
Anna Chapman (AP Photo)
Anna la Rossa era una nuova recluta: 28 anni, capelli fulvi e curve sexy da modella di Victoria’s Secret, divorziata e master in economia alla Rossijskij Universitet Druzby Narodov, la giovane ‘mata hari’ è una delle undici spie la cui rete è stata smascherata il 28 giugno dall’Fbi. FOTO
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Barack Obama e Dmitry Medvedev a Washington (Credits: LaPresse)
Sembra un film degli anni’50: L’invasione degli ultracorpi. Ricordate? La cittadina di Santa Mira, negli Usa, è il teatro dello sbarco (occulto) di esseri spaziali che copiano gli abitanti e li sostituiscono nel sonno. E’ solo grazie all’eroe, il dottor Miles Bennel (l’attore Kevin McCarthy), che il tentativo di invasione verrà scoperto e gli alieni sconfitti.
All’epoca, sulla scia finale del maccartismo, i film di fantascienza servivano alla società americana a rappresentare il timore per lo scoppio del conflitto con il nemico: l’Unione Sovietica.
Cinquantaquattro anni dopo, la Guerra Fredda ritorna a essere di attualità grazie al clamoroso arresto di dieci agenti del servizio di spionaggio della Russia (l’undicesimo è uccel di bosco) che da anni vivevano negli Stati Uniti come veri americani, ceto medio a stelle e strisce.
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(Credits: Ansa)
Il ministero degli esteri russo ha reso noto che sta esaminando le informazioni sullo scandalo spionistico in Usa e che quelle ricevute sono contraddittorie. Lo riferisce l’agenzia Interfax.
Il primo canale tv statale ha aperto il suo tg con la vicenda dell’arresto delle presunte spie russe dei servizi di sicurezza all’estero (Svr), per ora senza diffondere le prime reazioni delle autorità del Paese, ma insistendo sul fatto che finora gli arrestati non sono stati riconosciuti colpevoli.
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L'esercito messicano contro la violenza dei narcos (Credits: Supaman89 by Flickr)
Corpi da una parte e teste dall’altra. L’ultimo ritrovamento, tra i cespugli, domenica 14 marzo nello stato di Guerrero, ad Acapulco, la città-cartolina del Messico. Ma se i cadaveri decapitati in Messico sono oramai la norma, non era mai successo che il “metodo” venisse esportato a Filadelfia, come ha denunciato lo scorso anno il congressman repubblicano Mark Kirk .
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Metropolitana di New York
Scatta l’allarme bomba a New York. L’Fbi ha infatti messo in guardia contro un possibile attentato terroristico di Al Qaeda nel periodo delle vacanze natalizie. Militanti dell’organizzazione terroristica ne avrebbero discusso alla fine di settembre. Un memo interno dell’Fbi, ottenuto dall’Associated Press, parla di una minaccia “credibile ma priva di riscontri concreti”. L’ipotesi è che Al Quaeda avrebbe l’intenzione di compiere un atto terroristico contro la rete metropolitana di New York attraverso l’uso di esplosivi o di kamikaze.
Non ci sono dettagli concreti per confermare che questo complotto sia mai andato oltre il livello delle intenzioni, ma “l’allerta è giustificato dal timore che l’attentato possa essere condotto nella prossima stagione delle vacanze natalizie” si legge nella nota, che porta la data del 25 novembre. I servizi segreti e il dipartimento di sicurezza interna sono al lavoro per chiarire se esiste un reale pericolo. Intanto questa mattina messaggi di allerta sono stati diffusi sulla metropolitana di New York, mettendo in guardia i passeggeri da qualsiasi attività o atteggiamento sospetto, con particolare attenzione a pacchi e bagagli abbandonati.
Secondo quanto riporta la Cnn, la portavoce del Dipartimento per la sicurezza, Laura Keener ha detto che il promemoria fu pubblicato come una precauzione così che gli ufficiali locali potessero prendere le giuste decisioni e precauzioni e non farsi trovare impreparati. Per questo “è probabile”, aggiunge Keener, “che durante le festività venga aumentata la presenza di ufficiali di sicurezza in divisa o in borghese, federali, squadre cinofile ed ispettori di sicurezza”.
Il VIDEO servizio:
Il dottor Steven Hatfill, nel 2001 sospettato di essere il mittente delle lettere contenenti antrace
Per qualche mese è stato, subito dietro a Osama Bin Laden, uno dei principali incubi degli americani. Per sette anni ha atteso l’esito di una lunga battaglia legale, con un’accusa infamante sulle spalle: essere il responsabile delle lettere all’antrace, il primo attacco conosciuto di bioterrorismo. Da ieri il dottor Steven Hatfill è un uomo libero. Una corte federale ha accolto la sua richiesta di risarcimento per danni alla privacy e diffamazione. E il Dipartimento di Giustizia e l’Fbi gli dovranno dare 2,8 milioni di dollari subito e 150mila dollari l’anno per i prossimi vent’anni. Un totale di circa 5,8 milioni di dollari di risarcimento. Non pochi, certo, ma Hatfill è un uomo che ha visto la propria carriera e la propria privacy distrutte dal sospetto. Interrogato e sottoposto a sorveglianza 24 ore su 24 per mesi. Ma mai arrestato o incriminato. E sette anni dopo, il giudice federale Reggie B. Walton che ha visionato i memoriali dell’Fbi per l’indagine (ancora in corso) ha dichiarato che “non c’è a suo carico la minima scintilla di prova che lo colleghi alle lettere”.
Hatfill, 54 anni, microbiologo, lavorava su un metodo di contrasto ad attacchi batteriologici per l’esercito nel 2001, all’epoca delle lettere all’antrace. Le missive, piccole buste contenenti spore di una letale sostanza batteriologica, furono inviate nei giorni immediatamente successivi all’attacco alle Torri gemelle, il 17 e 18 settembre. Il mittente (fasullo) era scritto a mano. Causarono 5 morti e contaminarono 17 persone, in maggioranza impiegati delle poste che erano venuti a contatto con la carta contaminata. Si scatenò una psicosi collettiva alimentata montata dalla paranoia sulla minaccia terroristica, con casi di emulatori o mitomani anche in altri Paesi. Le prime indagini seguirono la pista del terrorismo islamico internazionale, ma poi l’origine delle spore venne individuata nel laboratorio militare di Fort Derrick, nel Maryland, proprio dove lavorava Hatfill. Il dottore diventa in breve il principale sospettato. Per una fuga di notizie, anche sui giornali. La sua carriera è finita. Adesso, sette anni dopo, il risarcimento. Ma l’indagine su quelle lettere all’antrace non è ancora conclusa e il mittente non ha ancora un volto.

Anche questo è un modo per ricordarlo. E se il 16 agosto sono trent’anni che Elvis Presley è morto continua il mito che vuole la celebre star di Minneapolis ancora viva, da qualche altra parte. L’ultima segnalazione lo dà per certo in Argentina, come annunciato e documentato dalla rivista Rolling Stones nella sua edizione latinoamericana. Ma rispetto alle altre segnalazioni che nel corso degli anni si sono avute questa sembra aver mobilitato l’attenzione pubblica. Cartelli con il suo nome e una foto elaborata con il computer che lo ritrarrebbe come dovrebbe essere adesso a 72 anni hanno invaso le vie di Buenos Aires e perfino un blog è stato creato per l’occasione.
E ci sono poi le testimonianze. Di ex militari della base di Palomar che avrebbero guidato proprio nell’anno della sua morte un Boeing 747 da Memphis a Palomar, con tanto di limousine ad attendere l’ignoto viaggiatore. Di chi lo avrebbe visto acquistare negli States un biglietto aereo per Buenos Aires a nome di John Burrows, lo pseudonimo che usava Elvis, proprio il giorno della sua morte. E di chi, come lo scrittore argentino Jerónimo Burgués, si dice convinto che Fbi, Cia e la Polizia di Buenos Aires abbiano condiviso in tutti questi anni il segreto, garantendo al mito Presley di poter vivere tranquillamente e sotto falso nome a Buenos Aires. Torna cioè la vecchia ipotesi di Elvis collaboratore dell’Fbi. Quando si è entrati nel mito, del resto, sono cose che possono accadere.
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