
28 gennaio 2012, contro il World Economic Forum a Davos (Ansa/EPA/Laurent Gillieron)
A vederle così, sempre mezze nude, con il seno al vento, si farebbe fatica a credere che il motivo delle loro chiassose manifestazioni è battersi contro il turismo sessuale, soprattutto, e contro il sessismo e le discriminazioni sociali.
“Le donne non sono mercanzia”, urlano a Kiev ma anche in lungo e largo per l’Europa le attiviste ucraine di Femen, e intanto mettono in mostra la loro “merce”. LE FOTO

(EPA/SERGEY DOLZHENKO)
Le attiviste dell’associazione per i diritti delle donne FEMEN hanno dato vita oggi, a Kiev, di fronte alla sede del Governo, ad una protesta per la mancanza di qualsiasi esponente femminile tra i membri nel neonato Governo, costituitosi dopo la mozione di sfiducia contro l’esecutivo guidato dalla ex-premier Iulia Timoshenko. FOTO

Donna velata ad Algeri. Credits: Giampaolo Musumeci
Le prossime elezioni regionali francesi, il cui primo turno sarà il 14 marzo, stanno scatenando accese reazioni e un forte dibattito anche al di fuori dei confini francesi.
Dopo le nuove misure volute dal ministro Besson e da Sarkozy per contrastare l’immigrazione irregolare, fa discutere la nascita di una lista “antiminareto” nella regione Franche-Comté, composta da formazioni di destra e il cui programma è piuttosto chiaro: basta musulmani nella regione. Continua
- giamp
- Giovedì 11 Marzo 2010

Si chiama Photoansa 2009 ed una raccolta di oltre 400 scatti dei fotografi della più importante agenzia di stampa italiana. Il filo conduttore di quest’anno? Le donne: nello sport, nelle professioni, ma anche nella politica.
In Europa, in quell’arena che fino a qualche decennio fa era esclusiva prerogativa degli uomini, semrano tramontati i tempi di Dolores Ibarruri, Golda Meir, Margareth Thatcher: donne marziali che, per emergere, avevano finito per prendere tutto (o quasi) dai loro colleghi uomini: l’incedere, lo stile, la durezza, l’assenza di sfumature. Continua
Di Cristina Marinoni
L’avvocato iraniano Shirin Ebadi, 61 anni, è il premio Nobel per la Pace 2003. Un’onorificenza, la prima mai ricevuta da una donna musulmana, ottenuta grazie al suo impegno a favore dei diritti umani, delle minoranze e delle donne. Panorama.it l’ha incontrata a Merano, in occasione della prima edizione del Congresso mondiale dei musei della donna.
Ha ricevuto il Nobel cinque anni fa: la condizione delle donne è cambiata, nel frattempo?
I diritti delle donne non hanno avuto particolari miglioramenti di recente, però, siamo riuscite a cambiare alcune leggi a nostro favore nell’ambito della custodia dei figli. Ma non basta: le donne continuano a lottare per ottenere maggiore libertà. Addirittura, più la politica e i tribunali ci ostacolano, più cresce il numero di attiviste.
L’iniziativa più rilevante è Un milione di firme per cambiare le leggi discriminatorie per le donne in Iran: cinquanta donne sono già state arrestate con cause penali per aver partecipato alla raccolta. Una di queste è Mansooreh Motamedi, che ha fondato la prima biblioteca pubblica per le donne a Teheran. Doveva essere qui a Merano, ma le hanno ritirato il passaporto.
In che modo le donne iraniane sono discriminate?
In maniera molto pratica: nonostante il 65% della popolazione universitaria sia femminile, le docenti siano numerose, così come le donne medico, ingegnere, avvocato, la nostra vita vale metà di quella di un uomo; lo stesso per la testimonianza in tribunale. Se un uomo e una donna si feriscono in un incidente, il risarcimento per l’uomo è doppio. Un uomo può sposare quattro donne e divorziare senza motivi validi, mentre per una donna lasciare l’unico marito è quasi impossibile. Le leggi discriminatorie sono state varate con la rivoluzione islamica.
Lei è musulmana?
Sì, l’Islam è la mia religione. Una religione che, se codificata correttamente, non limita alcuna libertà. Il problema nasce dalle interpretazioni: le persone si nascondono dietro la fede e la utilizzano per i propri interessi. In Iran, lo strumento principale è il parlamento: il popolo iraniano non è libero di votare, così in aula siedono sempre gli stessi: quelli che bloccano le leggi contro la discriminazione e per le donne in particolare.
E in Occidente? Qual è, dal suo punto di vista, la situazione femminile?
Non esiste nazione in cui godiamo del rispetto totale dei diritti. Le diverse mansioni della donna – lavoro, famiglia, figli, casa – non consentono di esercitare appieno i diritti di parità. Alla nascita di un figlio, è quasi sempre la donna a lasciare l’impiego; i governi dovrebbero creare condizioni adatte attraverso le quali una donna possa diventare madre senza rinunciare al lavoro e trovare soluzioni economicamente sostenibili per i figli (asili nido, materne, scuole).

La caffetteria di Amargi, libreria femminista in Turchia
Nel cuore della Istanbul europea, poco lontano dalla chiassosa Istikal Caddesi, ha aperto da poco i battenti una libreria unica nel suo genere: la prima che al proprio nome affianca l’aggettivo “femminista”. Trovarla non è certo difficile: bisogna abbandonare il viale principale e avventurarsi nelle strette strade limitrofe, dove a nessuno dei commercianti presenti la sua apertura è passata inosservata.
Sulla porta d’ingresso campeggia la scritta “Amargi“, che è anche il nome di un’organizzazione fondata nel 2001 dalla sociologa 35enne Pinar Selek per sviluppare le teorie e la pratica femministe. La libreria, che è anche una caffetteria, è stata pensata come punto di incontro per i membri dell’associazione e tutte le lettrici che vogliono addentrarsi nel mondo della letteratura femminista. Dalla prossima settimana si alterneranno scrittrici che leggeranno testi di autrici giudicate importanti, a partire da Virginia Woolf. Tra le ospiti illustri anche la poetessa turco-cipriota Nese Yasin, il cui libro “Üzgün Kizlarin Gizli Tarihi” (”Storia segreta di ragazze tristi”) è stato messo al bando.
Sugli scaffali sono appoggiati con cura non solo libri e riviste nuove di zecca, ma anche testi di seconda mano e calendari prodotti dall’associazione “perché servono soldi per tenere questo posto aperto”, spiega la fondatrice, con un sorriso che non nasconde l’orgoglio per un’iniziativa che si sostiene esclusivamente con i soldi della cooperativa. “Amargi” è un nome sumero che significa “libertà” ma anche “ritorno alla madre”. L’ambiente è piccolo, ma accogliente e colorato. A tutte le ore c’è un via-vai di donne di tutte le età e di tutte le tipologie: da quella che si definisce anarchica (”non membro ma simpatizzante dell’associazione” ) e veste con un look da centro sociale, a quella che appare come una perfetta madre di famiglia. Ogni volta che una di loro fa l’ingresso in libreria, viene subito calorosamente abbracciata da altre due o tre e così restano avvinghiate per qualche secondo. Come se non si vedessero da mesi.
A una cittadina europea, il termine “femminista” può sembrare inattuale, ed è Pinar a spiegarne il valore. “Sviluppiamo il pensiero e le politiche femministe attraverso l’analisi dei problemi attuali - dice - che in una società fortemente maschilista come questa non sono di certo pochi”. Benché alcune associazioni femminili sostengano che importanti passi avanti siano stati fatti negli ultimi anni, molto resta ancora da fare soprattutto nelle aree a prevalenza curda, dove i delitti d’onore e i test per la verginità sono ancora troppo diffusi. E la situazione curda, nel suo complesso, è ben conosciuta a questa sociologa che in passato ha trascorso oltre due anni in prigione per essere stata ingiustamente accusata di aver preparato un attentato terroristico nel cuore di Istanbul attribuito al Pkk. Solo dopo molto tempo è emersa la verità: l’esplosione era stata il frutto di un incidente. Ma Pinar è una turca che ha sposato la causa curda, e questo è bastato per attirare su di sé il sospetto e il risentimento degli inquirenti.
L’associazione “Armargi” pubblica una rivista quadrimestrale, in vendita in molte librerie, ma certo il ricavato non basta a coprire da solo tutte le spese. “I sacrifici da fare sono molti - spiega - ma sono molte le donne che avevano bisogno di un posto così, che vengono qui con i loro saggi in mano e vorrebbero che fossero pubblicati o semplicemente letti”. Chissà che da questa piccola libreria, in futuro, non passi anche una nuova Virginia Woolf.


Potremmo chiamarlo “il paradosso delle quote rosa”. È accaduto in Giordania: una donna è stata eletta nel consiglio municipale di Sabha e Dafianeh, a nord di Amman, anche se non ha ottenuto nemmeno un voto. Lei, Fardous Mohammad Al Khaldi, 35 anni, è una delle 215 donne che hanno ottenuto il seggio in seguito alle amministrative della settimana scorsa. Le prime, nel paese dove la regina Rania (nella foto) è da sempre impegnata per l’emancipazione femminile, che riservavano per il legge alle donne il 20% dei posti. Solo 20 di loro hanno battuto gli avversari, mentre le altre 195 sono state elette solo grazie al nuovo sistema delle quote.
Fardous Khaldi, che è sposata e ha 5 figli, si era iscritta nelle liste elettorali l’ultimo giorno valido per le candidature. Nemmeno lei ha votato per se stessa - ha spiegato - perché ha preferito rispettare l’indicazione del proprio clan tribale di far convergere i voti su un altro candidato, che però non è stato eletto. In Giordania i legami tribali e familiari continuano ad influenzare le elezioni, soprattutto nelle zone rurali, come dimostrano alcune testimonianze raccolte dal Jordan Times.
“Una donna, madre di quattro figli, ha detto di aver votato per un uomo perché la sua famiglia ha deciso così”, racconta ad esempio il quotidiano di Amman, che riporta anche i pareri di alcuni uomini propensi a votare per un nome femminile.
In totale i candidati erano 2.706, fra cui 355 donne. Sei erano in corsa in varie località per la carica di sindaco, ma solo una l’ha ottenuta. Il privilegio è toccato a Rana Hajaya, a Hasa, nel sud del Paese. La consultazione è stata contestata dagli integralisti, che si sono ritirati poche ore prima del voto, denunciando brogli e pressioni da parte del governo e dell’esercito. Le autorità hanno replicato affermando che il partito religioso ha abbandonato la corsa quando ha constatato che non avrebbe ottenuto risultati eclatanti. Il partito islamico, che nonostante il ritiro, ha ottenuto 4 sindaci, potrebbe boicottare anche le elezioni politiche previste per novembre.
*Eri Garuti è responsabile di Amina News
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