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Distensione obamista: gli Usa perdonano lo spione cubano

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.
Un ritratto di Antonio Guerrero (destra) durante il processo che lo ha condannato all'ergastolo

Un ritratto di Antonio Guerrero (destra) durante il processo che lo ha condannato all’ergastolo

È stato il caso diplomatico che ha provocato più tensione tra la Cuba castrista e gli Stati Uniti negli ultimi anni ed è passato alla storia come il “caso dei cinque cubani”.

Per rendersi conto di quanto questa vicenda abbia pesato sulle relazioni tra i due Paeesi, è sufficiente fare una rapida ricerca su Google dove troverete migliaia di pagine in tutte le lingue del mondo. Per L’Avana i cinque erano (sono) semplici cittadini dediti ad attività antiterroristiche o, se preferite, eroi che hanno difeso la Patria della Revolucion dalle cospirazioni imperialiste. Continua

Obama “il cubano” ce la farà a salvare L’Avana?

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.

Obama il buono, il colto, l’uomo del dialogo, il presidente che ha il compito di fare dimenticare – agli americani e al mondo - il cattivo, muscolare e ignorante Bush jr.  La speranza è che non deluda le attese, anche quelle del marketing, soprattutto quelle dell’America Latina, continente che ho scelto come mia casa e di cui, sia detto per inciso, agli Stati Uniti, da quando è finita la Guerra Fredda “non gliene potrebbe fregare de meno”.

Per Obama oggi, come per Bush jr ieri, prima di Venezuela, Brasile & co. viene l’Afghanistan (e di riflesso il Pakistan), il Medio Oriente (Israele, Palestina e l’Iran) e l’Asia. Forse persino l’Africa (in funzione soprattutto economica e anticinese) viene prima del Sud America negli interessi della nuova Casa Bianca  che continuando la stessa politica di Bush qui ha delegato al Brasile il compito di stabilizzare la regione.

Messico e Cuba, però, sono “busillis” differenti.
Il primo è troppo vicino agli Stati Uniti per potere essere ignorato, soprattutto oggi che la guerra tra il presidente Calderòn e i narcos è arrivata al dunque e la violenza dei cartelli della droga ha avvolto con i suoi tentacoli il cuore degli States, entrando in oltre 120 città secondo l’ultimo rapporto del FBI. E non a caso l’intelligence Usa ha messo i cartelli messicani al secondo posto di pericolosità per la National Security, dopo Al Qaeda.

Per Cuba poi - lo avevano detto i consiglieri per l’America Latina di Obama in piena campagna elettorale – “qualcosa faremo” e in effetti parecchio è stato fatto. “Parlerò con tutti” aveva detto Obama prima di insediarsi alla Casa Bianca e non è escluso che prima o poi il presidente statunitense si incontri con Raul Castro. Le voci in tal senso sono aumentate negli ultimi giorni e qualche mese fa l’autorevole sito progressista Usa The Nation ha ospitato un’intervista al fratello di Fidel, attuale conducator della rivoluzione dei barbudos, fatta da Sean Penn cui il Castro bis si rivolgeva ad Obama in questi termini: “Incontriamoci al più presto in un territorio neutro”.

E Barack “il cubano”, in effetti, nelle ultime ore ha lanciato segnali assai distensivi verso il regime dei Castro. Dal primo agosto, ad esempio, Washington ha prorogato per sei mesi una parte consistente della Helms-Burton, la legge bipartisan che prende il nome dal deputato repubblicano Jesse Helms e da quello democratico Dan Burton, approvata dal Congresso statunitense nel 1996 per rafforzare l’embargo verso Cuba. La decisione di sospendere la parte della Helms-Burton che imponeva sanzioni contro quelle aziende Usa che investivano a Cuba e la “protezione delle proprietà di cittadini statunitensi espropriate” dopo la rivoluzione dei barbudos nel 1959 si è resa necessaria, sono le parole di Obama, “per proteggere gli interessi nazionali degli Stati Uniti e favorirà nella perla dei Caraibi una transizione verso la democrazia più rapida”.

Questa non è che la punta di un iceberg. L’annuncio della sospensione di parte significativa della Helms-Burton, infatti, è arrivato poche ore dopo la conclusione del primo summit cubano-statunitense sulle questioni migratorie, dopo lo stop negoziale imposto sul tema da Bush jr nel 2003. Un summit “fruttuoso” come è stato definito da entrambe le parti in questione, ennesimo segnale che tra Washington e L’Avana si potrebbe davvero essere ad una svolta nei rapporti, tanto più che entrambi sembrano essere interessati a muoversi in questa direzione. Nonostante l’embargo contro Cuba, infatti, gli Stati del sud che si affacciano sull’isola lo scavalcano tranquillamente come dimostrano i dati delle importazioni dell’Avana nel settore agroalimentare, il 30% delle quali arriva proprio dagli Usa. Grano dall’Iowa, bestiame dalla Florida, riso dal Texas, mele dallo stato di Washington. E la lista delle derrate alimentari statunitensi acquistate in contanti da Cuba è ancora molto lunga…

Inoltre, in questo periodo di crisi economica, crescono ogni giorno le pressioni da parte degli agricoltori statunitensi affinché il commercio da e verso Cuba venga liberalizzato. Dal canto suo negli ultimi sei mesi Raúl Castro ha detto più volte che vorrebbe “normalizzare i commerci con gli Stati Uniti”, addirittura offrendo anche “alle petroliere Usa di partecipare alle trivellazioni nelle acque territoriali cubane”.

Due domande per i miei lettori: ce la farà Obama il “dialogante” a ricucire con Cuba? Terranno i delicati equilibri del regime dei fratelli Castro – tra l’altro alle prese con una serie di purghe interne – in caso di un’apertura al new deal obamiano?

Raul Castro

La blogger cubana Yoani Sanchez: “Obama ha fatto un passo, ora tocca a Castro”

Yoani-Sanchez

Uno s’immagina che la dissidente più temuta dai fratelli Castro sia una cospiratrice di lungo corso che da Miami tesse le fila di una improbabile sollevazione nell’isola. Sbagliato. Yoani Sanchez, eletta nel 2008 dal Time come una delle cento personalità più influenti del mondo, è una ragazza havanera di 34 anni che, alle ipotesi armate, preferisce l’ironia, e alle cospirazioni, la tastiera di un laptop. Dal 2007 anima un blog, Generacion Y, che è diventato il simbolo delle nuove generazioni democratiche che guardano con speranza al dialogo tra Usa e Cuba inaugurato al summit delle Americhe. Per la gerontocrazia comunista, però, la Sanchez è una pericolosa “agente della Cia” che attacca le conquiste della Revoluciòn. Lei, per rispondere, sceglie l’ironia: “L’unica cosa che hanno ottenuto per ora è far aumentare il numero dei lettori del mio blog”.

Dopo 50 anni di gelo sta cadendo il muro di Cuba?
Sono contenta che il vecchio schema di confronto sia entrato in crisi. Ma ora, dopo l’apertura di Obama, la palla è passata a Raul. Tocca a lui fare il prossimo passo evitando operazioni di maquillage
E cosa dovrebbe fare?
Quello che si augurano migliaia di giovani: la fine del monopolio informativo del partito, le elezioni, la possibilità di viaggiare o di pubblicare un libro senza il controllo preventivo dello Stato, l’addio alla doppia economia monetaria con cui conviviamo da 15 anni. La lista è lunga
Raul sembra più flessibile di Fidel su questo piano
L’unico cambiamento che ho visto, da quando si è dimesso il Grande Oratore, è che ora non viene più ritardato l’inizio delle telenovelas perché deve finire i suoi discorsi. Poi, certo, i cubani ora possono comprare un cellulare. Ma le chiedo: quanti se lo possono permettere? Senza contare che quelli che potevano lo hanno già comprato al mercato nero. Raul si è limitato a prendere atto di quello che era già avvenuto nella società civile
A Cuba, dicono gli intellettuali filocastristi, c’è il sistema sanitario ed educativo migliore di tutta l’area.
Fino a che c’era l’Urss forse era così. Ora, agli amici stranieri di Castro, dico: venite a vedere che cosa significa stare in sala d’attesa in un ospedale dell’Habana. Mancano i termometri, le aspirine, i medici guadagnano l’equivalente di 30 dollari al mese. È chiaro che c’è la fuga di cervelli.
Colpa del blocco, insistono i fidelistas
Lo tolgano domattina, sarei contenta. Il punto è che il governo ha sempre usato l’embargo Usa come una scusa per nascondere il proprio fallimento. Ma l’embargo peggiore è quello che ci hanno imposto in questo mezzo secolo di dittatura personalistica.
Sarà un regime, ma non l’hanno mai messa in carcere.
Mi hanno chiamata agente dell’Impero, hanno cercato di intimidirmi, mi pedinano e mi controllano le chiamate. Quando hanno capito il successo del mio blog, nel marzo 2008, l’hanno oscurato in tutto il paese. E se continuo ad aggiornarlo è perché vado in incognito negli alberghi per stranieri e invio via mail gli articoli agli amici all’estero che conoscono la password. Sono una blogger cieca che non vede quello che pubblica. E che è protetta grazie alla notorietà.
Preferiva McCain a Obama?
Niente affatto. La vittoria di Obama è stata un segnale per le nuove generazioni e per la comunità nera cubana. Qui siamo lontani anni luce dall’ipotesi che un uomo di colore, o una donna, possa diventare presidente. Qui comanda da sempre la gerontocrazia hispanica. Negli ultimi cinquant’anni le cose sono rimaste tali   nonostante l’introduzione di leggi formalmente egualitarie
Castro diceva: Revolucion o morte. Lei è una rivoluzionaria?
Ma quale rivoluzione. Questo regime è solo immobilista. Sogno il giorno in cui ci sia un capo di Stato grigio che va poco in tv ma che sa amministrare bene la cosa pubblica. E che poi se non va bene lo puoi mandare a casa con il voto.

Bastista o Castro?
Batista (il vecchio dittatore abbattuto dalla rivoluzione ndr)  appartiene a un’altra epoca. Sono cinquant’anni che ci governano con lo spauracchio del passato che ritorna. Cuba deve guardare avanti

Fidel respinge l’apertura di Obama: “Sull’embargo non ha detto una parola”

Sostenitori del leader cubano

“Dell’embargo, che è il più crudele dei mezzi di pressione contro il nostro popolo, non ha detto una parola”. Fidel Castro liquida così, con una lettera inviata al sito ufficiale Cubadebate, l’apertura  verso Cuba  di Barack Obama che ha annunciato lunedì 13 la revoca di alcune restrizioni ai viaggi  e alle rimesse che i cubano-americani (un milione e mezzo)  inviano  ai loro parenti nell’isola caraibica.   Una decisione che  rappresenta, per la maggioranza della stampa internazionale, una dei passi più significativi verso il disgelo  ma che comunque  non soddisfa il Lìder Màximo. ”Cuba ha resistito e resisterà ancora”, scrive Fidel. “Non tenderà  la mano per chiedere l’elemosina. Andrà avanti con la testa alta”.

La decisione di Obama ha una logica: rendere il popolo cubano “meno dipendente dal regime castrista”. In particolare il via libera per investire a Cuba per le aziende di telecomunicazioni Usa - un’altra apertura di Obama -  ha l’obiettivo di “aprire un flusso di informazioni” nei confronti dell’isola per favorire la transizione democratica. Ma per una revoca totale dell’embargo Usa a Cuba in vigore da 47 anni, secondo l’Amministrazione Usa, ci dovranno essere progressi significativi verso la democrazia. Che finora non ci sono stati, nonostante i timidi segnali di apertura lanciati da Raul Castro in ambito economico e la maggior mitezza del regime quando si tratta di incarcerare i dissidenti (come insegna il caso della blogger Yoani Sanchez).  Intanto per la prima volta dal 1982, i cubano-americani saranno liberi di viaggiare tra gli Usa e Cuba. Inoltre la direttiva ai Dipartimenti di Stato, del Tesoro e del Commercio elimina ogni restrizione all’invio di denaro dagli Usa ai parenti residenti a Cuba  e allenta le limitazioni all’invio di altri beni. Resta certo il divieto di regali per gli alti funzionari del governo e del Partito Comunista. Anche la reazione dei dissidenti interni di Cuba, che hanno parlato di notizia “eccellente”, lascia sperare che per le relazioni tra gli Usa e Cuba possano essere diverse dal muro contro muro dei decenni passati.
Oggi la lettera di Fidel. Che è stata di chiusura ma senza alcuni eccessi retorici del passato.  Cuba ”non accusa Obama delle atrocità commesse da altri governi degli Stati Uniti” e non dubita della ‘’sua sincerità e della sua volontà di cambiare la politica e l’immagine degli Stati Uniti”, ha scritto Castro. E, afferma l’ex presidente cubano, ora ”ci sono le condizioni perché Obama sfrutti la sua capacità a condurre una politica costruttiva per porre fine a quella che e’ fallita per quasi cinquant’anni”.  Ma l’avvertimento è chiaro. Finché rimarrà l’embargo l’isola di Cuba (e il suo regime) continueranno a resistere. Ovvero a rifiutare quelle aperture democratiche che da anni gli chiedono tutte le amministrazioni americane che si sono succedute.

Fidel Castro: con Obama potrebbe esserci un incontro

Le immagini del Lìder Mà ximo
Nuova apertura del regime cubano nei confronti di Barack Obama, questa volta niente meno che a opera di Fidel Castro, secondo cui appare possibile il dialogo tra Cuba e Stati Uniti con l’avvento del presidente eletto americano. Di recente Raul Castro, fratello del Lider Maximo e dallo scorso febbraio suo successore alla Presidenza della Repubblica, aveva dichiarato di essere disponibile a incontrare Obama “in un luogo neutrale”, o comunque nella Baia di Guantanamo, l’enclave Usa all’estremità sud-orientale dell’isola caraibica. Fidel si è però spinto ancora più in là: “Con Obama”, scrive in una delle “riflessioni” affidate periodicamente al sito on-line CubaDebate, “potrebbero esserci colloqui dovunque egli voglia, poiché noi non siamo predicatori di violenza e guerra”; anche se poi l’ex leader dell’Avana avverte: “È bene lui si ricordi che l’approccio del bastone e della carota con il nostro Paese non funzionerà. L’impero sappia che la Patria cubana potrà anche essere ridotta in polvere, ma che i diritti sovrani del nostro popolo non sono negoziabili”. Da quando alla fine del luglio 2006 avvicendò ai vertici del potere il fratello maggiore, costretto a cedere le redini per la prima volta in quarant’anni a causa di un delicato intervento chirurgico all’addome, Raul Castro in almeno tre altre occasioni si è detto pronto a risolvere una volta per tutte le “divergenze” con Washington.
Dimostrando di aver seguito con attenzione la campagna presidenziale del primo afro-americano destinato a insediarsi alla Casa Bianca dal prossimo 20 gennaio, Fidel Castro rievoca tutta una serie di prese di posizione di Obama che rendono appunto possibile, ma non scontata, la prospettiva di un riavvicinamento tra l’Avana e Washington: dall’impegno a mantenere l’embargo contro Cuba all’osservazione secondo cui “il denaro degli Stati Uniti deve fare sì che il popolo cubano sia meno dipendente dal regime castrista”; dalla rivendicazione dei valori Usa come “il massimo che possiamo esportare nel mondo” all’osservazione in base alla quale “il nostro potere economico deve essere in grado di sostenere la nostra forza militare, la nostra influenza diplomatica e la nostra leadership globale”. Tutte affermazioni che il Lider Maximo sottolinea ovviamente di non aver gradito: ma “qualcuno doveva pur fornire una risposta serena e ponderata, capace di navigare contro la marea delle illusioni riposte in Obama dall’opinione pubblica internazionale”. Non a caso, l’articolo di Fidel è intitolato Navigando contro corrente.
Non manca neppure una stoccata nei confronti di Hillary Rodham Clinton, l’ex first lady che nelle primarie democratiche contese invano la nomination al presidente eletto degli Stati Uniti: Castro sottolinea come il futuro segretario di Stato Usa sia la moglie di Bill Clinton, il quale da presidente “promulgò le leggi extra-territoriali Torricelli e Helms-Burton contro Cuba”, che confermarono e rafforzarono l’embargo. “Durante la sua lotta per ottenere la nomination”, osserva l’ex leader cubano, Hillary Clinton “s’impegnò a mantenere fermi quelle leggi e il blocco economico”. Un precedente “di cui non intendo adesso lamentarmi”, chiosa Fidel, “mi limito semplicemente a farlo constatare”.
Conclusione agro-dolce: “Senza la crisi economica, la televisione e Internet, Obama non sarebbe stato capace di vincere le elezioni sconfiggendo l’onnipotente razzismo”; però e’ “intelligente”, e ha “più capacità e dominio dell’arte della politica” rispetto agli altri, “non solo nel partito avverso ma anche all’interno del suo”, mentre il rivale perdente, il repubblicano John McCain, è un “mediocre”.

Fidel? Sta molto bene e potrebbe tornare al potere a Cuba

Nelson Mandela con Fidel Castro

“Fidel Castro? Sta benissimo e potrebbe tornare al potere”. La notizia potrebbe sembrare una bufala non fosse che a darla è l’uomo che, meglio di chiunque altro, conosce la salute del líder máximo, ovvero García Sabrido, il medico spagnolo esperto in tumori gastrointestinali che nel 2006 fu convocato d’urgenza all’Avana per curare Fidel e che da allora lo ha in cura.

Intervistato dal settimanale argentino Perfil, Garcia Sabrido ha spiegato che “oggi Fidel sta molto bene, conduce una vita normale e se volesse potrebbe tornare al potere. Non c’è nessun impedimento, né di ordine fisico né medico”. Ciononostante, il medico spagnolo ha detto di non credere che “voglia tornare”, pur potendolo fare dal momento che “ha ceduto il potere a funzionari di seconda linea in cui ha fiducia e di cui è pienamente soddisfatto”.

Per ragioni di “segreto professionale”, infine, García Sabrido non ha voluto rivelare di che cosa soffra Fidel Castro, anche se ha negato, come aveva già fatto in passato, che si tratti di cancro.

Cuba, il collasso finanziario

Le immagini del Lìder Mà ximo

Per la prima volta su un media ufficiale del regime, il sito Cubadebate (dove Fidel Castro pubblica regolarmente i suoi pezzi in esclusiva) ha ammesso che Cuba non potrà onorare i suoi debiti con l’estero a causa del blocco americano.
L’articolo, a firma del giornalista Patricio Montesinos, lancia un messaggio chiaro: “L’embargo sempre più rigido che i governi statunitensi succedutisi al potere ci hanno imposto da quasi 50 anni ha impedito all’isola caraibica di ricevere notevoli entrate dalle esportazioni di beni e servizi e, parimenti, ha reso impossibile far fronte ai pagamenti del suo debito estero”.

L’articolo, inviato via email ad alcuni corrispondenti stranieri all’Avana, ha scatenato immediatamente il dibattito nella comunità online, che, al solito, si è divisa in due fazioni. Da un lato i filoamericani, dall’altro i filocastristi. Resta il messaggio, magari in codice visto che la news è stata tenuta comunque “bassa” sul sito governativo cubano. Alcuni analisti lo interpretano come un vero e proprio annuncio di default, mentre altri lo considerano semplicemente un’ammissione ufficiale di crisi finanziaria. Una crisi acuitasi nelle ultime settimane dopo che gli uragani Ike e Gustav si sono abbattuti sull’isola caraibica causando un danno di 5 miliardi di dollari reso ancora più drammatico a causa del crack del credito che dagli Stati Uniti si è diffuso negli ultimi giorni anche in America Latina. Secondo l’Ufficio Cubano di Statistica, nel 2006, l’ultimo anno di cui si hanno dati ufficiali, il debito estero dell’isola caraibica ammontava a 7.8 miliardi di dollari.
Sinora nessuno ha smentito ufficialmente l’articolo di Montesinos anche se Marta Lomas, ministra cubana per l’investimento estero e la comunicazione ha detto qualche ora fa alla stampa che, nonostante le difficoltà che sta attraversando il paese, il suo governo sta “cercando di rispettare tutti i suoi impegni”, con il chiaro intento di calmare le acque. Ciononostante, alcuni fornitori del governo cubano, tra cui la compagnia petrolifera canadese Pebercan, hanno fatto sapere che l’impresa statale Cuba Petróleo (Cupet) è in ritardo con i pagamenti.

L’affondo di un gruppo comunista cubano: “Riforme o muerte”

Cubana con sigaro

“Una frustrazione popolare dalle conseguenze imprevedibili”. A lanciare l’allarme non è il solito dissidente ma un gruppo assai nutrito di dirigenti storici del Partito Comunista Cubano, il Pcc. Se Cuba non si avvia, insomma, in tempi relativamente brevi verso un “socialismo partecipativo e democratico”, l’attuale “socialismo povero e senza prospettive” rischia di portare il paese al collasso.
In un documento pubblicato su Internet scatenando un movimentato dibattito online, Felix Sautié - militante del PCC ma soprattutto fondatore del quotidiano governativo “Juventud Rebelde” - il diplomatico Pedro Campos Santos e altri dirigenti comunisti che per ora preferiscono mantenere l’anonimato, hanno avanzato, così, una richiesta di riforme articolata in 13 punti che vanno dal decentramento alla possibilità concreta di altre forme di proprietà oltre a quella statale. Da segnalare che l’estensore del documento, il 59enne Pedro Campos, è stato in passato capo ricercatore del Centro Studi sugli Stati Uniti (Ceseu), un ente associato all’Università dell’Avana e, tradizionalmente, controllato dai servizi di sicurezza cubani.

Dopo avere elogiato sia Raúl che Fidel Castro, il documento si concentra sui “cubani che sono, nella maggior parte dei casi, frustrati, alienati e senza speranze mentre le nuove generazioni – demotivate – non sentono lo stesso impegno delle precedenti con questo socialismo povero e senza prospettive molto lontano dalle loro attese”. Nel documento di otto pagine che rappresenta un vero e proprio programma politico alternativo in vista del VI Congresso del PCC in programma il prossimo anno, il gruppo di dirigenti storici del Partito Comunista Cubano aggiunge che nel paese si sta creando “una strana specie di “situazione rivoluzionaria” che potrebbe scatenarsi all’improvviso ed i cui sviluppi potrebbero essere capitalizzati dal nemico”, ovvero dagli Stati Uniti. Se Raúl non ascolterà l’appello, ammoniscono i dirigenti comunisti dell’isola, la rivolta popolare nell’isola potrebbe essere alle porte.

Ingrid Betancourt arriva a Parigi: “Devo la vita alla Francia”

bettancourt

La Francia riabbraccia Ingrid Betancourt. Il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy e Carla Bruni erano presenti personalmente ad attenderla, quando è scesa dalla scaletta dell’aereo nell’aeroporto della base militare di Villacoubiay, alle 16,05 di oggi pomeriggio. La senatrice franco-colombiana era in compagnia dei figli Melanie e Lorenzo e del ministro degli Esteri francese Kouchner. In giacca nera e gilet viola chiaro, ha ascoltato il discorso di benvenuto di Sarkozy, davanti alle telecamere: ”La sua liberazione è un messaggio di speranza. Benvenuta in Francia, Ingrid! Sia orgogliosa della sua famiglia”. Visibilmente commossa, la Betancourt ha respirato a fondo, poi ha risposto al presidente dandogli la mano: “La Francia è la mia famiglia. Le devo la vita. Vi porto i ringraziamenti di tutti i colombiani. Ringrazio il presidente Sarkozy e tutti i francesi per essersi impegnati per la mia liberazione. Sogno questo momento da sette anni”. Poi ha concluso tra le lacrime: “Ho pianto molto in questi anni, ma adesso sono lacrime di gioia”, prima di lanciarsi ad abbracciare i suoi cari. In serata all’Eliseo si terrà un ricevimento in suo onore e sul palazzo dell’Assemblée Nationale sono stati montati due striscioni col suo ritratto. Domani sarà sottoposta a esami medici approfonditi nell’ospedale militare di Val-de-Grace a Parigi, per verificare le sue condizioni di salute dopo i sei anni di prigionia, anche se dalle immagini degli ultimi due giorni appare raggiante e in buono stato. La politica ex ostaggio delle Farc ha detto di stare “vivendo i momenti più emozionanti della sua vita” e ha potuto riabbracciare i suoi figli e il marito, che non vedeva da sei anni. La sua storia ha avuto enorme eco sui media di tutto il mondo. E pare destinata a fare ancora di più “terra bruciata” intorno ai suoi rapitori, i guerriglieri comunisti della selva colombiana:
“Nessun fine rivoluzionario può giustificare il rapimento, nè di civili, nè di militari”. Parola di Lìder Maximo, riportata in un articolo dal sito web Cubadebate. Se persino Fidel Castro, il “guru” di tutti i rivoluzionari dell’America Latina, bacchetta le Farc, per i guerriglieri colombiani il rapimento di Ingrid Betancourt potrebbe davvero essere stato l’errore più grande. Specialmente adesso che, libera e cosciente, la franco-colombiana inizia a raccontare al mondo intero i dettagli dei suoi sei anni di prigionia. Ingrid si svegliava ogni mattina alle 4 per ascoltare dalla radio le parole di incoraggiamento dei suoi familiari. Ha detto di aver pensato più volte al suicidio: “La morte è un compagno fedele degli ostaggi, la tentazione ci accompagnava spesso”. Quando tentava la fuga veniva legata a un albero con un guinzaglio, costretta a camminare a piedi nudi nella foresta, umiliata e vessata dai suoi carcerieri. Obbligata a lavarsi vestita per sfuggire agli sguardi dei rapitori. “Sono stata trattata come un cane” ha detto ieri a France 2, “non c’era altro che crudeltà e cattiveria”.
Hugo Chavez, l’unico appoggio politico che rimaneva ai guerriglieri (i rapporti tra il governo venezuelano e le Farc sarebbero provati da file del computer del numero 2 dell’organizzazione terroristica, Raùl Reyes, ucciso dai colombiani in un attacco il 1 marzo), sta rapidamente facendo marcia indietro: oggi ha dichiarato che molto presto riceverà il presidente colombiano Uribe “come un fratello” per riappacificarsi dopo la crisi diplomatica. Quello stesso Uribe che fino a due settimane fa chiamava spregiativamente “Uribush” .
Intanto si moltiplicano le indiscrezioni sul fortunato blitz dell’esercito colombiano: secondo la radio militare israeliana ci sarebbe stata l’assistenza di consiglieri ed ex agenti di Tel Aviv e del generale in riserva Israel Ziv. Un’altra fonte riservata, citata dalla radio della Svizzera romanda, sostiene invece che la liberazione sia stata “comprata” con 20 milioni di dollari dati alla moglie del carceriere di Ingrid.
Ma l’arrivo in Francia dell’ex candidata alle presidenziali colombiane ha anche scatenato polemiche: Ségolene Royal, l’ex antagonista elettorale di Sarkozy, non ha mancato di far notare che “Il presidente non c’entra niente con la liberazione della Betancourt, quindi ogni strumentalizzazione politica sarebbe fuori luogo”. Le ha risposto il primo ministro Fillon, in difesa del suo capo: “la Royal ha dimostrato una mancanza di dignità totale”. La prossima settimana Ingrid Betancourt, fervente cattolica, sarà ricevuta dal Papa a Roma.

Fidel Castro torna in video dopo cinque mesi

Durante la malattia
Fidel Castro è tornato nelle televisioni dei cubani. Dopo 5 mesi di assenza totale dalle scene, l’ormai ex Lìder Maximo è riapparso in un video, in cui lo si vede conversare con il suo successore a Cuba, il fratello Raul, e il suo “erede” spirituale, il presidente del Venezuela Hugo Chavez.


Nelle immagini, l’ottantunenne dittatore cubano appare vestito con la tuta coi colori della bandiera che indossa ormai sempre, da quando è convalescente dalle operazioni per il tumore al colon. Appare visibilmente dimagrito, però in piedi, il che potrebbe far pensare a un miglioramento delle sue condizioni. Fidel Castro, che il 13 agosto compirà 82 anni, non appare in pubblico dal luglio 2006, quando si sottopose all’ chirugico all’intestino. L’ultima apparizione in tv risaliva al 16 gennaio, durante la visita del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula Da Silva. Il dittatore, al potere a Cuba dal ‘59, ha lasciato al fratello la carica di presidente l’8 febbraio scorso.



Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino: Mondadori riporta in edicola una sua testata storica, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

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