
Manifesto chavista (Credits: Pablo/T by Flickr)
Tempi duri per il Venezuela. Mentre l’Osservatorio nazionale della violenza ha reso note cifre allarmanti sulle condizioni di sicurezza del Paese (che sta vivendo un boom di sequestri lampo, oltre 16mila nel solo 2009), il presidente Chavez torna all’attacco con un fitto calendario di decisioni che vanno a toccare stavolta il settore finanziario. Continua
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“L’economia americana è indebolita, la fiducia del paese è scossa, ma l’America si riprenderà e uscirà dalla crisi più forte di prima”: con un appello bipartisan a rimboccarsi le maniche e a “ricostruire” tutti insieme il Paese, il presidente Barack Obama ha dato una iniezione di ottimismo agli Stati Uniti in recessione. “Il peso della crisi non determinerà il destino della nazione: le risposte ai nostri problemi non sono fuori dalla nostra portata. Esistono nei laboratori e nelle università, nei nostri campi e nelle nostre fabbriche, nell’immaginazione dei nostri imprenditori e nell’orgoglio dei nostri lavoratori, i migliori del mondo”.
“Queste qualità” ha detto Obama nel primo discorso alle Camere da quando si è insediato alla Casa Bianca cinque settimane fa “hanno fatto dell’America la più grande forza di progresso e prosperità nella storia umana. Ora il Paese deve unire le forze e confrontare le sfide, ancora una volta assumersi le responsabilità del proprio futuro”.
Nessuno zuccherino per indorare una pillola amara in un ambizioso discorso in stile Ronald Reagan, dominato dai temi della politica interna. Siamo onesti, ha detto Obama: “La crisi non è nata ieri”. Ci vorranno tre anni per la ripresa totale dell’economia, aveva avvertito il capo della Fed, Ben Bernanke, poche ore prima che Obama cominciasse a parlare alle 21 ora di Washington. Un cocktail di speranze e di dure realtà di oltre 50 minuti, interrotti da applausi scroscianti davanti a deputati, senatori, membri del governo, generali, giudici costituzionali, eroi come il pilota Sully Sullenburger, miracolosamente ammarato sull’Hudson, e il banchiere di Miami Leonard Abess, che ha distribuito ai 399 dipendenti il bonus da 60 milioni di dollari.
Due i grandi assenti: il ministro della giustizia Eric Holder nel caso in cui una catastrofe nucleare avesse investito il Capitol e tutti i suoi occupanti sarebbe stato lui ad assumere le redini del Paese. E il senatore Ted Kennedy, gravemente malato e salutato da una “standing ovation” quando Obama gli ha reso omaggio. Pochi gli accenni alla situazione internazionale, sempre con un richiamo ai valori (”L’America non tortura”) e in nome di un nuovo impegno al “dialogo con il mondo”. Crisi economica e crisi fiscale sono collegate, non è possibile rimettere in rotta il Paese senza affrontarle entrambi, ben consapevoli che l’emergenza di oggi viene da lontano e occorre por fine all’era di profonda irresponsabilità che ha portato l’America al punto in cui è oggi. La replica dei repubblicani era stata affidata all’astro nascente del partito, il giovane governatore della Lousiana Bobby Jindal, che ha accusato Obama di pessimismo.
Ma il neo-presidente, consapevole dei “tempi straordinari” in cui ha assunto il suo mandato, ha detto che l’America è una nazione che “vede promesse nel pericolo”, che sospinta dalla guerra fredda “ha mandato l’uomo sulla Luna”. Invitando gli americani a non farsi ossessionare dalle altalene di Wall Street, Obama ha ribadito la filosofia del piano di stimolo e delle riforme promesse in campagna elettorale, in vista della presentazione del budget giovedì prossimo, che prevede nel lungo periodo il dimezzamento del deficit. Indipendenza energetica, riforma della scuola e della mutua (”i costi della salute creano una bancarotta ogni mezz’ora”) sono i capisaldi della piattaforma, che contiene anche un piano di risparmi: il team Obama ne ha individuati per 2.000 miliardi in un arco di dieci anni, andando al cuore di alcuni mostri sacri: da Medicare, la mutua per le anziani, alla Social Security, al Pentagono, per gli appalti senza bando di concorso che hanno fatto sprecare miliardi di dollari in Iraq.
Il VIDEO servizio:
Il piano da 700 miliardi di dollari appena approvato dalla Camera per salvare l’economia americana ha percorso in pochi minuti il rettilineo della Pennsylvania Avenue che separa il Congresso dalla residenza del presidente degli Stati Uniti: Bush era in attesa nell’Ufficio Ovale, con la penna già in mano ansioso di incassare prima possibile un raro successo della sua amministrazione in questo crepuscolo della sua permanenza alla Casa Bianca.
Un successo agrodolce per Bush. Il presidente americano, che fino a poche settimane fa continuava a professare un solitario ottimismo sulla robustezza dell’economia americana ha dovuto arrendersi alla evidenza. Con una inversione di rotta a 180 gradi ha cominciato a minacciare catastrofi se il Congresso non avesse approvato a tempo record il piano di salvataggio messo freneticamente a punto dal suo ministro del Tesoro Henry Paulson.
Ed è un successo agrodolce per Bush perché l’intervento massiccio del governo per salvare con i soldi del contribuente i predatori di Wall Street dai pasticci combinati con i “mutui facili” è totalmente opposto alla filosofia dell’inquilino della Casa Bianca di intervento minimo nelle operazioni dei mercati finanziari. Ma Paulson l’ha convinto che il rischio del non intervento era troppo grosso stavolta: bisognava togliere rapidamente dal sistema finanziario il “veleno” dei mutui a super-rischio se si voleva evitare un devastante effetto domino.
Oggi, pochi minuti dopo la sofferta approvazione della Camera, che aveva già bocciato il piano il 29 settembre, Bush è uscito nel giardino della Casa Bianca per elogiare “lo spirito di cooperazione tra il Congresso e la mia amministrazione” che ha portato alla rapida approvazione di un piano che “ha mostrato al mondo che gli Stati Uniti intendono stabilizzare i loro mercati finanziari e mantenere un ruolo di guida nella economia globale”. Bush ha ammonito che l’impatto del piano sulla economia Usa “non sarà immediato”. Ma ha anche espresso la speranza che il denaro pubblico che sarà impiegato per acquistare i beni a rischio possa essere in futuro, almeno in parte, recuperato quando i beni acquisiti aumenteranno il loro valore.
L’approvazione del piano, al termine di una battaglia serrata che ha visto anche un drammatico appello televisivo di Bush alla nazione ed una insolita riunione alla Casa Bianca con la partecipazione dei due candidati alla presidenza, rappresenta comunque un agognato successo per un presidente che lascerà in eredità al suo successore due guerre (in Iraq e Afghanistan) ed una crisi economica dal futuro ancora molto incerto. Per Bush, giunto a livelli record di impopolarità, tenuto a distanza dai candidati repubblicani che devono sottoporsi al giudizio degli elettori a novembre, ormai rassegnato a non veder concluso entro il suo mandato lo storico accordo di pace tra israeliani e palestinesi in cui sperava, anche il successo agrodolce del piano salva-Wall Street è un evento degno di una rara celebrazione.
Dopo Cnbc Europe e Cnbc Asia, il leader americano dei canali d’informazione finanziaria, Cnbc, sbarca in Africa. Inaugurata oggi nel quartiere degli affari di Johannesburgh (Sudafrica), Cnbc Africa intende conquistare imprenditori e businessmen africani con notizie di finanza diffuse 24 ore su 24, in tempo reale, su tutto il continente. Nel giustificare una scelta destinata a sorprendere, il presidente di Cnbc, Mark Hoffman, ha dichiarato che “l’Africa è una regione protagonista di una crescita commerciale e finanziaria significativa“.
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