Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Manifestazione a Kabul contro gli Stati Uniti per il "Burn a Koran Day" ( Credits: LaPresse)
Sulla home page del sito del Dove World Outreach Center campeggia la copertina del suo ultimo libro, il cui titolo indica con nettezza quale sia il pensiero del Reverendo Terry Jones : L’Islam è il Male. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

John McCain e la governatrice dell'Arizona Jan Brewer (Credits: LaPresse)
Era una partita tra establishment e outsider; era una gara tra chi aveva (avuto) milioni di dollari da investire e chi, invece, quella montagna di soldi non l’aveva. Continua

Marco Rubio (AP Photo/Cliff Owen)
di Marco De Martino - da New York
Ha 38 anni ma sembra così giovane che, quando era già un deputato del Congresso della Florida, venne confuso con il ragazzo di bottega: «Va’ a farmi queste fotocopie» gli dissero. Su Twitter, che ama usare anche più delle conferenze stampa, parla non solo di politica ma anche di quanto ci mette sua moglie a prepararsi per uscire a cena e dei testi di Snoop Dogg, il rapper che è tra i suoi cantanti preferiti. Quando si è posto il problema di raccogliere fondi per la sua campagna elettorale, ha quindi citato la canzone Gin and juice (Gin e succo di frutta): «La mia mente rivolta ai miei soldi e i miei soldi nella mia mente». Continua
Al Fatah a Congresso, ventanni dopo l’ultima volta

AP Photo/Tara Todras-Whitehill
Abu Mazen (Mahmud Abbas) è intervenuto oggi, a Betlemme, al sesto Congresso di Fatah, vent’anni dopo la sua ultima convocazione, avvenuta nel 1989 a Tunisi. Per tre giorni i circa 2.260 delegati dovranno rinnovare i quadri direttivi di questa organizzazione e formulare un nuovo programma politico.
Nel suo intervento, Abu Mazen ha denunciato come “golpisti e corrotti” i leader di Hamas e, rivolgendosi alla gente di Gaza, ha assicurato che “la Palestina resterà unita” e ha aggiunto: “Noi non permetteremo ad Hamas di distruggere l’unità” del popolo palestinese.
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Gli eredi di Marcos rendono omaggio a Corazon Aquino

AP Photo/Jay Morales
I figli del dittatore Ferdinand Marcos hanno reso omaggio oggi, nella Cattedrale di Manila, alla salma della ex presidente democratica delle Filippine, Corazon Aquino, prima donna a diventare presidente in Asia e primo presidente democratico dopo la fine della dittatura di Marcos.
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14 anni fa, in Croazia, l’Operazione tempesta

AP Photo/Srdjan Ilic
A distanza di 14 anni dall’operazione militare croata denominata “Tempesta”, lanciata con l’obiettivo di riconquistare i territori controllati dai serbo-croati, si sono svolte oggi a Belgrado delle cerimonie commemorative. A partire dal 4 agosto 1995, nell’arco di qualche giorno 250.000 serbi della Krajna furono obbligati alla fuga dall’esercito croato.
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Convalidati gli arresti dei “ribelli” nello Xinjiang

AP Photo/Kyodo News
Alcune agenzie cinesi riportano che nella regione dello Xinjiang sono stati arrestati oggi altri 83 indagati per i violenti scontri etnici dello scorso mese di luglio tra i musulmani Uighuri e i cosiddetti “Han”, durante i quali rimasero uccise 197 persone. Le accuse vanno dall’incendio doloso, all’aggressione, all’omicidio, ma le date dei processi non sono ancora state fissate. Secondo le fonti ufficiali cinesi, le persone arrestate sarebbero, in totale, 718, anche se, in precedenza, le forze dell’ordine avevano confermato di aver trattenuto almeno 1.500 persone, del cui rilascio non si sono ancora avute notizie. Durante una conferenza stampa dello scorso 29 luglio a Tokyo, la leader in esilio della dissidenza uighura, Rebiya Kadeer, ha parlato di ”circa 10.000 persone sparite in una notte a Urumqi”.
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Pronto al lancio lo shuttle Discovery

AP Photo/John Raoux
Presso il Centro spaziale Kennedy di Cape Canaveral, in Florida, procedono i preparativi per la prossima missione - la STS-128 - dello shuttle Discovery verso la Stazione spaziale internazionale (Iss). La navetta è stata spostata questa mattina dall’hangar di assemblaggio ed i tecnici la stanno lentamente trasportando fino alla torre di lancio 39A, da dove decollerà il prossimo 25 agosto.
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Se ne va la carpa Benson, con i suoi 29 kili

Ansa/Epa/Angling Times
Secondo quanto riferito dai media locali, la carpa Benson - che coi suoi 29 chili era ritenuta la carpa più grande del mondo - è stata trovata morta, galleggiante nel Bluebell Lakes, vicino alla britannica Peterborough, dove nuotava e ingrassava dal 1995. Benson aveva dai 20 ai 25 anni ed era stata catturata 63 volte (nella foto del maggio 2008, insieme a uno dei 63 pescatori che ce l’hanno fatta).
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Sentenza contro terroristi di Mumbai

AP Photo/Rajanish Kakade
Syed Mohammed Haneef Abdul Rahim è una delle persone condannate per gli attacchi terroristici che, nel 2003, causarono 52 morti e ferirono più di 100 persone nella capitale finanziaria dell’India, Mumbai. Un tribunale ha riconosciuto Rahim colpevole insieme alla moglie ed al figlio.
A fare notizia, a volte, sono le cose che non accadono. Come a Miami, in Florida, dove per la prima volta dal maggio 1966 è trascorso un mese intero senza che si registrassero omicidi né rilevanti fatti di sangue. Un bel record per la squadra omicidi di questa città di 500mila abitanti bagnata dal sole, dove nel 2008 si sono verificati 55 omicidi contro gli 87 del 2007. L’ultima vittima è Demetrius Sherman, 26 anni, assassinato con un colpo di pistola il 26 settembre scorso. Per poco però il record stava per sfuggire alla polizia. Bobby Lee Porter si è preso due colpi di pistola alle gambe dal fratello della sua fidanzata. Nonostante i colpi gli abbiano attraversato le arterie femorali, i dottori del Ryder Trauma Center sono riusciti a salvarlo. La chiave di volta, spiegano gli investigatori al Miami Herald, sta spesso tutta qui. Vent’anni fa molti non si sarebbero salvati. Oggi gli interventi ospedalieri d’urgenza trasformano le vittime potenziali in scampati, e poi in testimoni. Un’occasione per fare pulizia. “Sono i sopravvissuti ad aiutarci spesso a catturare gli assassini”, ha spiegato all’Herald Delrish Moss, un ex investigatore della città.

Lo sanno anche le pietre. I cubani di Miami, gli irriducibili di Calle Ocho, hanno sempre votato repubblicano, a differenza del resto dei “latinos” statunitensi, che tradizionalmente votano democratico in un rapporto di due a uno. La storia, tuttavia, non sempre si ripete e, questa volta, in vista delle presidenziali Usa, potrebbero esserci molte sorprese. Soprattutto se il candidato che uscisse vincitore dalle primarie democratiche dovesse essere Barack Obama. L’uomo del turbante, come ormai lo chiamano affatto amichevolmente i supporter di Hillary Clinton, ha infatti chiarito che, se dovesse diventare presidente degli Stati Uniti, farebbe subito “due primi passi” assai graditi alla comunità di Miami: togliere le restrizioni ai viaggi aerei e navali verso l’Avana e azzerare le limitazioni all’invio di rimesse in denaro dagli Usa verso l’isola caraibica introdotte dall’amministrazione Bush nel 2004 e considerate come fumo negli occhi dai cubani in esilio.
Gli esuli del castro-comunismo che oggi risiedono e votano negli States non sono del resto gli stessi di 45 anni fa: circa il 60 per cento di loro è arrivato sulle coste della Florida dopo il 1980 e, in base a due sondaggi (condotti il primo dalla Florida International University e dal quotidiano Sun-Sentinel e l’altro da Bendixen & Associates) per questi “new comers” prima di tutto viene la famiglia: le politiche che aumentano la “tensione” con l’isola caraibica e le sofferenze dei loro famigliari (e sono tanti) rimasti a Cuba sono ritenute dannose. Più che impedire i voli aerei (uno ogni tre anni in base alla legge attuale) e porre barriere all’invio di rimesse in denaro verso la madrepatria (adesso il limite massimo è di 100 dollari al mese) come è stato fatto nel 2004, moltissimi esuli cubani desiderano esattamente il contrario. E per questo oggi sarebbero disposti, in controtendenza con il passato, persino a votare per un presidente democratico anche se finora la nomina di Raúl Castro e degli altri dirigenti è avvenuta chiaramente nel segno della più assoluta continuità politica.

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Più che una vittoria, un’ipoteca sulla nomination repubblicana in vista del voto di fine 2008. John McCain ha sconfitto in Florida Mitt Romney (36 vs 31) e sta per incassare anche il sostegno chiave di Rudy Giuliani. L’ex sindaco della Grande Mela, inchiodato al 15%, solo un punto sopra Micke Huckabee, sta infatti meditando il ritiro e avrebbe già manifestato l’intenzione di consegnare in dote allo stesso McCain i voti decisivi del suo feudo: lo Stato di New York.
Quella di McCain, eroe della guerra del Vietnam, è una vittoria del “parlar chiaro” da veterano. Premiato da pensionati dell’esercito e cubani in esilio del Sunshine State, il senatore dell’Arizona può guardare ora all’appuntamento chiave del 5 febbraio (quando si recheranno alle urne i cittadini di oltre venti Stati) con il vento in poppa. Con il profilo da front-runner, il superfavorito nel campo repubblicano. Promette una guerra senza quartiere al terrorismo islamico, ribadisce la necessità di rimanere in Iraq fino alla vittoria finale, si presenta agli elettori come il più determinato sostenitore dei soldati al fronte e della nuova strategia di stabilizzazione del generale Paetrus.
Ma diversamente dai neocon, il suo essere a fianco degli uomini in armi non ha venature messianiche o ideologiche. Molti big del suo partito, il Gran Old Party, infatti lo guardano con diffidenza, lo considerano un repubblicano atipico, pronto persino a collaborare con i senatori democratici su una proposta di legge sull’immigrazione che piace ai liberal. Insomma, un repubblicano che, sui temi delle politiche sociali, assomiglia ai democratici: favorevole all’estensione delle polizze sanitarie finanziate dallo Stato, non ossessionato dal taglio delle imposte, e persino sostenitore di un programma di salvaguardia dell’ambiente che è considerato una bestemmia dalla destra del suo partito.
A garantire per lui, di fronte ai suoi colleghi di partito, c’è però un passato, durato cinque anni, in un carcere di Hanoi. McCain, che fu torturato e da quell’esperienza è uscito ancora più temprato: è tutto fuorché un traditore.
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McCain e Mitt Romney, i due favoriti
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Con Rudy Giuliani fuori gioco e in caduta libera nei sondaggi, la battaglia per la nomination repubblicana in Florida che potrebbe definire gli equilibri nel Gran Old Party (GOP) in vista del supertuesday del 5 febbraio è diventata una partita a due tra il senatore John McCain, l’eroe del Vietnam che punta tutto sulla guerra al terrorismo “islamofascista”, e l’ex-governatore del Massachussets Mitt Romney, il manager mormone che punta tutte le sue carte sul rilancio economico e sulle questioni domestiche in un momento in cui spirano forti, in America, i venti della recessione e della crisi sociale.
A decidere le sorti della partita del GOP nel Sunshine State, in programma martedì 29 gennaio, potrebbero essere ancora, a quarantasette anni dall’invasione della Baia dei Porci, gli ottocentomila cittadini di origine cubana che, nelle elezioni politiche generali, si recano in massa alle urne per sostenere il Partito repubblicano e già nel 2000 consentirono a Bush di vincere, per poche migliaia di voti, contro Kerry. Per garantirsene il sostegno non c’è candidato che non si sia recato al Centro per la Resistenza contro la dittatura (Miami) per mostrare le sue credenziali anticomuniste e promettere un futuro di “libertà e benessere” nell’Isola caraibica. Il punto è però che i figli dell’esilio si sentono ormai cittadini americani, e a differenza dei loro genitori, non sentono più sulla propria pelle, come parte di un passato che non passa, la crisi dei Missili del 1962, le espropriazioni forzate degli inizi degli anni 60 o le tragedie della repressione postrivoluzionaria. Guardano altrove e, quando si recheranno alle urne, non voteranno pensando al destino politico dell’Isola caraibica ma a quello economico e sociale degli Stati Uniti, convinte come sono che il castrismo stia per implodere a causa delle sue contraddizioni interne, non già a causa di una resistenza organizzata dai loro padri della lobby di Miami.
Non sarà sufficiente insomma che McCain, che ha vinto in New Hampshire e Sud Carolina e ottenuto in Florida prestigiosi sostegni (come quello del governatore Charlie Crist), rivendichi il fatto di essere stato torturato da un agente cubano in un carcere di Hanoi per fare il pieno tra gli elettori cubani delle nuove generazioni e ricevere nelle prossime settimane, dai miliardari di Miami, quel sostegno finanziario, nelle sue casse ormai vuote, necessario per tenere testa al suo rivale. Dal canto suo Romney, dopo essersi imposto in Nevada, Wyoming e Michigan, ha bisogno di vincere in uno stato importante come la Florida per riuscire ad acquisire una popolarità a livello nazionale che secondo molti è stata gonfiata finora solo grazie a riusciti ‘blitz’ pubblicitari e all’impiego del suo immenso patrimonio personale.
La battaglia tra i due è scivolata su toni particolarmente astiosi quando McCain ha accusato il rivale di avere “alzato bandiera bianca” in Iraq stabilendo un calendario di ritiro delle truppe americane e Romney ha accusato il senatore di avere inventato di sana pianta l’accusa. L’unico pezzo da novanta che dovrebbe stare alla finestra, in questa battaglia che potrebbe decidere le sorti della nomination repubblicana, è Rudy Giuliani, l’ex-sindaco di New York che era partito favorito ma che, con un eccesso di protervia, ha scelto di non puntare un euro sui primi Stati in cui si votava per concentrarsi solo sulla Florida e sugli Stati più popolosi. Risultato: l’ultimo sondaggio Zogby gli assegna un misero 13% delle intenzioni di voto, un punto dietro a Micke Huckabee, mentre McCain e Romney, con il 30% a pari merito nel voto di domani, sono diventati gli uomini da battere.
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