- Tags: Afghanistan, Bakwa, caduti, elicotteri, folgore, Guerre di pace italiane, Ied, Marchini, paracdutisti, talebani, Tuccillo
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Genieri italiani "a caccia" di ordigni talebani (Credits: Pio-Herat)
La morte del primo caporalmaggiore Roberto Marchini dell’8° Reggimento Genio Guastatori Folgore ucciso da un ordigno talebano a tre chilometri a ovest della base di Camp Lavaredo a Bakwa ripropone il tema della crescente escalation della minaccia talebana nei distretti orientali di Farah. Un’area della quale questo blog si è occupato in più occasioni da quando, nel settembre scorso, gli alpini assunsero il controllo delle tre basi e avamposti situate nei distretti di Bakwa e Gulistan.
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(Credits: Gianandrea Gaiani)
Il suo nome significa valle delle rose anche se il fiore più diffuso nella Valle del Gulistan è senza dubbio il papavero da oppio il cui raccolto è appena terminato. Il distretto del Gulistan, nell’est della provincia di Farah, costituisce l’area più difficile per i militarti italiani del contingente schierato in Afghanistan che la presidiano da appena nove mesi. Nel settembre scorso gli alpini del Settimo reggimento ereditarono dai marines statunitensi e dalle truppe georgiane (che da queste parti avevano ottenuto ben pochi successi contro i talebani) tre basi fatiscenti e spartane. Entro dicembre ben sei militari italiani sono caduti sotto il fuoco nemico tra Bakwa e Gulistan, il prezzo pagato per stabilizzare almeno le aree circostanti le postazioni italiane: le basi avanzate (Fob) di Camp Lavaredo, Ice e l’avamposto Snow. Un combat out post come lo definisce la Nato nel quale il 31 dicembre scorso venne ucciso il caporalmaggiore Matteo Miotto. Continua

(Credits: Gianandrea Gaiani)
Mancano due settimane all’inizio del processo di transizione che vedrà sette aree dell’Afghanistan assicurate al controllo esclusivo delle forze di Kabul. Un test importante per misurare la capacità di polizia ed esercito afghano di affrontare gli insorti anche senza l’intervento diretto degli alleati ma fondamentale anche per valutare la fattibilità del progressivo disimpegno dei soldati della Nato.
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Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

Parcadutisti della Folgore in Afghanistan (foto G. Gaiani)
L’area di Bala Murghab, dove lunedì sono morti due alpini e altri due sono rimasti feriti, è da due anni una spina nel fianco dello schieramento italiano e alleato nell’Afghanistan Occidentale. Continua
Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

Afghanistan: passaggio di consegne per i militari italiani
L’accettazione del voto di ballottaggio per la presidenza dell’Afghanistan tra Hamid Karzai e Abullah Abdullah è stato accolta con grande favore da tutte le diplomazie occidentali ma pochi sembrano aver fatto i conti con le difficoltà organizzative insite nell’istituire una nuova tornata elettorale in così breve tempo (si voterà il 7 novembre) e con i crescenti problemi di sicurezza legati alle iniziative militari e terroristiche talebane. Continua
- Tags: 517, Afgahnistan, attentato, folgore, Ied, italiani, kabul, onu, soldati, telebani, urne, voto
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da Shewan (Afghanistan), Fausto Biloslavo
Il fumo nero e lugubre si alza in un istante per una quindicina di metri. “Attenzione Ied alla testa del convoglio”, lanciano subito l’allarme (ascolta l’AUDIO) per radio i paracadutisti della Folgore in uno dei blindati più vicini all’esplosione. La tensione è alle stelle. La trappola esplosiva, chiamata in gergo Ied, era nascosta sulla strada.
I parà che spuntano della botola dei mezzi puntano le mitragliatrici pesanti verso le casupole di Shewan, roccaforte dei talebani. La striscia d’asfalto che stiamo percorrendo è la famigerata 517, soprannominata l’autostrada per l’inferno. Il convoglio composto da soldati italiani, americani e poliziotti afghani scorta due camion con il materiale elettorale per le presidenziali del 20 agosto. I talebani di Shewan da giorni annunciano con gli altoparlanti delle moschee che i veri fedeli dell’Islam non devono andare alle urne. Chi sgarra rischia di venir sgozzato o quantomeno di vedersi tagliare il dito, che sarà segnato con l’inchiostro indelebile per evitare che lo stesso elettore voti più volte.
La colonna è partita alle 13.30 da Farah (Afghanistan sud occidentale) per portare urne, schede e altro materiale elettorale nel distretto a rischio di Bala Baluk.
Novanta chilometri di paura, con i talebani che attendono i convogli come avvoltoi. Prima ancora di arrivare nell’area “calda” di Shewan giungevano segnalazioni di insorti in avvicinamento verso il convoglio (ascolta l’AUDIO). Li hanno visti i piloti degli elicotteri d’attacco Mangusta giunti in appoggio dal cielo. Ad un certo punto la strada si infila fra quattro casupole in fango e paglia, dove i civili afghani sembrano scomparsi da un momento all’altro.
I talebani avevano già colpito e dato alle fiamme due cisterne afghane e un camion che trasportava un’ambulanza. Le carcasse fumanti che superiamo sono la prima avvisaglia che ci stanno aspettando. Nel blindato Lince del tenente Alessandro Capone, 30 anni, romano, comandante del primo plotone Nembo, i parà sono pronti al peggio. La trappola esplosiva ha colpito un Coguar americano, all’inizio della colonna con l’obiettivo di immobilizzarlo e bloccare tutto il convoglio. Invece il mezzo anti mina resiste e prosegue senza registrare feriti a bordo.
Sui tetti delle casupole stanno cercando riparo alcuni soldati dell’esercito afghano. “L’Ana (le forze armate di Kabul, nda) ha visto qualcosa” urla il parà che spunta dalla botola del Lince. Tutti hanno il dito sul grilletto e ci si aspetta un’imboscata in piena regola dopo lo scoppio dell’Ied. Invece la coppia di elicotteri Mangusta, che svolazzano bassi su Shewan, consigliano i talebani di tenere giù la testa. L’attacco è fallito. Il materiale elettorale un’ora dopo arriva destinazione (ascolta l’AUDIO) , ma la battaglia per le elezioni in Afghanistan continua.
Visualizza Attentato talebano ai parà del 13/08/2009 in una mappa di dimensioni maggiori
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di Fausto Biloslavo
L’ultima battaglia è scoppiata il sabato di Pasqua, con i soldati italiani che dirigevano il fuoco degli elicotteri americani Apache contro i talebani. Ma era l’ultima di una lunga serie. A piedi, con i muli, nei mezzi che assomigliano a gatti delle nevi blindati, gli alpini paracadutisti dell’avamposto di Surobi, 70 chilometri a sud-est di Kabul, ce la mettono tutta. Centoquaranta uomini a cominciare dai corpi speciali, i ranger del reggimento Monte Cervino, con i paracadutisti della Folgore e gli esperti Cimic degli interventi umanitari e di ricostruzione. Tutti in prima linea nella guerra degli italiani in Afghanistan.
Assassinio Pezzullo: parlano i capi villaggio afghani
Gli alpini del reggimento di artiglieria di Fossano stanno di vedetta sulla postazione Olimpo in trincee fatte di pietre, come sul Carso nel 1915-18. I soldati italiani, sferzati dal vento e con la faccia bruciata dal sole, raccontano che all’orizzonte “passano gli elicotteri, sfrecciano i caccia e si sentono le esplosioni dei bombardamenti nella valle di Tagab”. Una roccaforte talebana dove gli americani pestano duro. La postazione Olimpo è un cocuzzolo che domina Camp Tora, la base avanzata italiana. La presenza sovietica negli anni Ottanta è segnalata dai resti di alcuni bunker. Anche il mullah Omar, il capo guercio dei talebani, aveva usato la base come alloggio.
I soldati italiani sono arrivati lo scorso dicembre e hanno già sostenuto otto conflitti a fuoco. L’ultimo il 22 marzo, sabato di Pasqua, quando un velivolo senza pilota americano ha perso il segnale ed è atterrato intatto nella famigerata valle di Uzbeen, sotto controllo italiano. Si trattava di un Predator warrior, armato per attacchi mirati contro i vertici nemici. Un obiettivo ghiotto per i talebani.
La postazione Olimpo che domina Camp Tora
Quando gli alpini paracadutisti sono piombati sul posto, assieme ai soldati afghani, è scoppiato l’inferno. Dalle montagne circostanti lanciavano razzi da 107 millimetri e sparavano con armi automatiche. I soldati italiani hanno risposto al fuoco chiamando l’appoggio aereo. Quattro fra poliziotti e militari afghani sono stati feriti e soccorsi dal tenente medico della task force Surobi. Dopo i caccia sono arrivati gli elicotteri e gli americani. I paracadutisti del 185esimo reggimento acquisizione obiettivi hanno guidato da terra l’attacco degli Apache, con razzi e cannoncino di bordo, sulle postazioni talebane. La zona di competenza italiana comprende tre valli compresa Jagdalek, che ai tempi dell’invasione sovietica era una roccaforte dei mujaheddin.
Il distretto di Surobi è sempre stato terreno di battaglia tra fazioni. La più famosa è l’Hezbi i Islami, il partito fondamentalista armato fondato da Gulbudin Hekmatyar. Ossia uno dei peggiori signori della guerra oggi alleato dei talebani. Il paffuto comandante della polizia di Surobi, Yardil Khan, sostiene che fra i monti si annidano pure cellule di Al Qaeda. All’inizio di marzo, nella valle di Tizin frequentata dalle pattuglie italiane, due pachistani sono saltati in aria mentre preparavano una trappola esplosiva.
I soldati della task force Surobi stanno applicando in Afghanistan una specie di dottrina Petraeus, dal nome del generale americano che ha ottenuto qualche successo in Iraq. Le pattuglie in ricognizione s’infilano nel paesaggio lunare delle valli di Surobi. Percorrono tortuose mulattiere dove i blindati Puma e Lince passano a stento.
Al controllo del territorio si affiancano attività umanitarie e di ricostruzione a favore della popolazione. Gli uomini del Cimic di Motta di Livenza, la cooperazione civile-militare, vanno nei villaggi di fango e paglia, incastonati sulle pendici delle montagne, assieme con i corpi speciali italiani. Il medico apre un ambulatorio volante per gli abitanti e il veterinario controlla il bestiame. Il Cimic costruisce un pozzo o ristruttura la moschea.
La distruzione delle armi ritrovate
Talvolta, con l’aiuto di infermiere francesi, si fanno visitare anche le donne coperte dal burqa color turchese. Le chiamano missioni Pink (rosa) Medcap. Se c’è bisogno di generi di prima necessità e la neve non permette di portare gli aiuti con i mezzi normali gli alpini noleggiano asini, come facevano con i muli durante la Seconda guerra mondiale. La colonna si inerpica per ore fra i monti. L’obiettivo è raggiungere i villaggi sperduti a oltre 2 mila metri di quota con viveri e medicinali. A dorso di mulo arrivano i pacchi famiglia tricolori con 5 litri di olio e altrettanti di riso, zucchero, grano e piselli.
La dottrina Petraeus all’italiana prevede di farsi amici i malek, i capivillaggio, e anche i mullah. “Una volta ci hanno permesso di entrare in moschea. Spesso sacrificano un montone e sempre ci offrono il chai, il tè afghano con l’aggiunta di latte di capra” racconta il maggiore Nicola Piasente, comandante della task force. Biondino, nato a San Giorgio di Nogaro in provincia di Udine, ha tre figli. Nell’ultimo anno è stato dieci mesi in missione all’estero.
Non sempre fila tutto liscio. Il 13 febbraio il primo maresciallo Giovanni Pezzulo, del reparto Cimic, è stato ucciso nella valle di Uzbeen “con colpi di arma da fuoco portatile”. In realtà, come Panorama ha scoperto, si è trattato di un omicidio in nome della guerra santa. Ecco com’è andata. Gli italiani hanno appena concluso l’attività giornaliera di pattugliamento e aiuto alla popolazione nel villaggio di Qaleh ye Kalan. Il mezzo cingolato sul quale viaggia Pezzulo, in colonna con due fuoristrada dell’esercito afghano, finisce in un’imboscata. Gli italiani rispondono subito al fuoco. Al secondo colpo di Rpg (lanciarazzi russo) un mezzo afghano inchioda bloccando la colonna. A questo punto il maresciallo Pezzulo scende dal blindato, che lo protegge. Il maggiore Piasente se ne accorge. Assieme al maresciallo Enrico Mercuri, degli alpini paracadutisti, scende dal mezzo correndo per recuperare Pezzulo sotto il fuoco indemoniato dei talebani.
“Mercuri è stato colpito a una gamba e il maggiore lo ha caricato in spalla portandolo al sicuro” racconta un militare italiano. I due alpini paracadutisti raggiungono il grosso delle forze che si battono contro i talebani. Un sergente dei ranger di Bolzano si offre volontario per tentare un’altra sortita. Assieme a quattro uomini chiusi in un blindato, che fila a tutta velocità alla ricerca del disperso. A un certo punto vedono una macchia rossa di sangue e un corpo sprofondato nella neve.
“Appena siamo scesi sibilavano i proiettili” ricorda oggi un militare. Un uomo copre gli altri sparando a raffica con la mitragliatrice Minimi sui talebani nascosti dietro i massi. Quando caricano Pezzulo di peso sul mezzo è già cadavere. “Non ci potevamo credere” sospira un soldato italiano. “Giovanni aveva sempre la battuta pronta. Anche quella mattina avevamo scherzato”.
Nel frattempo arriva l’appoggio aereo con l’ordine di bombardare, ma il pilota, che passa a volo radente per impaurire i talebani, evita di sganciare. Non riesce a individuare il bersaglio e teme di colpire i civili del villaggio. La battaglia dura quasi 45 minuti.
“Il soldato italiano (Pezzulo) è stato ferito una prima volta, mentre stava sparando. Poi lo hanno colpito di nuovo” racconta Haji Harsala Khan, capo del vicino villaggio di Rudbar. Barbone bianco e turbante grigio, vorrebbe che gli italiani tornassero nella valle di Uzbeen a portare aiuti. “Il vostro soldato è stato ucciso dal comandante Sultan. Si è avvicinato e ha sparato all’italiano che era ferito. Poi gli ha preso le armi. Io ero presente”. L’assassinio viene rivendicato dal portavoce dei talebani nella zona, Qari Ezharullah, che Panorama raggiunge via telefono.
Sultan è un tagliagole locale assoldato dai talebani che, prima di essere ferito in uno scontro tra fazioni agli inizi di aprile, si vantava dell’uccisione del soldato italiano. E i suoi scagnozzi hanno cercato di vendere il fucile mitragliatore di Pezzulo al mercato nero per 4 mila euro. Nessuno ne parla, tantomeno durante la campagna elettorale, ma gli alpini paracadutisti nell’avamposto dimenticato di Surobi hanno combattuto con i talebani otto volte dagli inizi di febbraio.
La battaglia del sabato di Pasqua
In gergo militare li chiamano Tic (truppe in contatto). Il 3 febbraio sono iniziati gli scontri con razzi esplosi a 800 metri dalla colonna italiana. Il giorno dopo un altro attacco. “Sulla via del rientro dalla valle di Uzbeen nevicava” racconta un ufficiale. “Non si vedeva nulla, ma i talebani dovevano avere postazioni fortificate sulle montagne. Quando siamo passati, hanno iniziato a sparare sulla strada. Dopo avere risposto al fuoco ci siamo sganciati”.
La notizia non è mai trapelata. Ma fonti militari a Kabul rivelano che nel convoglio c’era pure il generale degli alpini Alberto Primicerj, la più alta carica italiana al quartier generale della missione Nato nella capitale afghana. “Contro le truppe internazionali che ci hanno invaso (compresi gli italiani, nda) e il regime fantoccio di Kabul, la guerra santa continua” minaccia Ezharullah, il megafono talebano nella zona di Surobi.
Aiutare la popolazione per strapparla all’influenza delle bande armate serve anche a creare una rete di informatori. “Molti girano con la valigetta piena di dollari, ma noi non paghiamo un solo centesimo. Piuttosto portiamo un ingegnere per costruire un pozzo, i viveri quando i villaggi sono isolati dalla neve, oppure costruiamo una clinica o una scuola. Così scopriamo i ‘tesori’”. A parlare è il tenente degli alpini paracadutisti Giovanni Carofalo, 28 anni, originario di Roma. Barba d’ordinanza, parla il pasthun, la lingua locale, e anche gli afghani lo chiamano Nanni. I “tesori” sono gli arsenali che gli stessi abitanti del luogo e i malek fanno ritrovare. Domenica scorsa, nella valle di Tizin sono saltati fuori razzi, granate di mortaio, munizioni e dieci mine antiuomo cinesi nuove fiammanti. Il giorno dopo sono stati consegnati 20 chili di tritolo e altre mine. La task force Surobi ha già scoperto 28 arsenali e sequestra in media 150 chili di droga alla settimana.
Gli aiuti alla popolazione
“Le armi arrivano soprattutto dal Pakistan e dall’Iran” sostiene il malek Jamil Fedaye, uno dei capitribù più importanti di Surobi, amico degli italiani. L’intelligence della Nato segnala anche armi irachene, soprattutto fucili mitragliatori kalashnikov, attraverso la rotta iraniana.
Se a Surobi gli alpini paracadutisti sono in prima linea, anche nell’Afghanistan occidentale, dove operano 1.300 soldati italiani, non si scherza. Il prossimo mese arriverà a Herat, sede del comando, uno psicologo militare. La missione è avvolta dalla riservatezza, ma il suo intervento potrebbe riguardare la sindrome dell’assedio o lo stress da combattimento. Perché gli italiani in Afghanistan fanno la guerra. Per mantenere la pace.
I racconti dei malek afghani
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