
Albert Uderzo con Obelix / Ansa
“Joyeux Anniversaire” gli cantano i suoi discendenti in tutta la Francia. “Fortuna dies natalis” gli direbbe l’avversario di sempre, Giulio Cesare. Asterix il gallo compie 50 anni. Continua
- Giovedì 29 Ottobre 2009

Albert Uderzo con Obelix / Ansa
“Joyeux Anniversaire” gli cantano i suoi discendenti in tutta la Francia. “Fortuna dies natalis” gli direbbe l’avversario di sempre, Giulio Cesare. Asterix il gallo compie 50 anni. Continua
di Silvia Grilli
Di solito, dicevi Francia e ti veniva in mente il paese della gioia di vivere. Famiglie piene di bambini. Una settimana lavorativa accorciata a 35 ore. L’adulterio vissuto con spensierata leggerezza. Un presidente, Nicolas Sarkozy, tutto furori, testosterone, ottimismo e iperattivismo. Continua

Il regista Roman Polansky è stato arrestato in Svizzera su richiesta degli Stati Uniti
Credevamo forse di essere gli unici in Europa con il discutibile privilegio di poter spiare dal buco della serratura i vizi privati degli uomini di potere? Ci sbagliavamo. Continua
Nella foto: un momento della sesta tappa del tour (9 luglio). Credits: AP Photo/Christophe Ena
Tour de France: stop agli auricolari
14/07/2009 - Per la decima tappa del Tour de France - e per quella di venerdi’ prossimo le autorità sportive francesi hanno ottenuto dall’Unione ciclistica internazionale (Uci) che siano proibiti i dispositivi per il collegamento audio che servono a comunicare con lo staff tecnico. La tappa di oggi procede ad andatura lenta, verosimilmente in segno di protesta contro il nuovo divieto, seppure nessun team l?abbia ufficializzata. Un gruppo di quattro corridori e’ in fuga (con uno scarto fisso di 1′30”), ma la velocita’ media e’ di circa 38 km/h contro i 41-43 previsti dagli organizzatori.
Credits: AP Photo/Bas Czerwinski
15/07/2009 - Angelo Furlan viene medicato in corsa dal dottor Gerard Porte. Si è ferito durante l’odierna undicesima tappa (192 km), con partenza da Vatan e chiusura a Saint-Fargeau, nella Francia centrale.

Scuole di massima sicurezza. Metal detector all’entrata, perquisizioni di zaini e cartelle, guardie e riservisti della polizia all’uscita. Per gli studenti francesi la scuola potrebbe presto trasformarsi così, a metà tra il terminal aeroportuale e il penitenziario. Almeno secondo gli auspici del presidente Nicolas Sarkozy e del suo ministro dell’istruzione Xavier Darcos. “Nemmeno una tromba di scale abbandonata ai delinquenti” ha tuonato oggi il presidente francese, che in campagna elettorale torna a giocare la carta della sicurezza che tanta popolarità gli aveva dato da ministro dell’Interno. Se l’annuncio si trasformerà in realtà, i provvedimenti avranno inizio dal prossimo anno scolastico con un decreto ad hoc. Per il presidente francese, bisogna concentrarsi “su 25 aree, 21 delle quali nella regione di Parigi e quattro nelle province”, che sono “devastate dalla delinquenza, dalla droga e dal traffico di armi”.
“Questi non capiscono niente degli studenti, per loro sarà una sfida, un divertimento. Voglio vedere a che ora si riuscirà ad entrare in classe con questi sistemi” ha detto il verde Daniel Cohn Bendit, (uno che di agitazioni studentesche se ne intende) capeggiando una delle critiche più diffuse alle politiche dei controlli annunciate da Sarkozy: “per i ragazzi turbolenti degli istituti delle banlieues il metal detector o i controlli dei professori saranno una provocazione, una sfida”.
Ma l’idea di Sarkozy e di Darcos, che ha parlato per primo di perquisizioni e metal detector, deriva da alcuni fatti di cronaca avvenuti nelle scuole che hanno scosso i francesi: accoltellamenti di professori, aggressioni, risse. Ancora una volta il presidente ha nel suo obiettivo i ragazzi delle banlieues, che definì “racaille”, feccia, da ministro dell’Interno nei giorni delle rivolte del 2005. ”Dobbiamo riconquistare i quartieri caduti in mano ai delinquenti - ha detto Sarkozy- ”funzionari specializzati avranno il compito di individuare tutti i segnali esterni di improvvise ricchezze e colpire i malviventi nel portafogli. Nemmeno una strada o una tromba delle scale deve rimanere in mano ai teppisti”.

Medhani è in Italia dal 2004. Ha lasciato l’Eritrea perché contrario alla guerra - LEGGI ANCHE: Lo speciale migrazione
Testo e foto di Giampaolo Musumeci
Molti rifugiati scelgono come approdo le coste dell’Italia, quarto paese al mondo per numero di domande di asilo. Nel 2008, le richieste sono state 31 mila, il 75 per cento delle quali da migranti sbarcati nelle coste del Meridione. Molti migranti pensano che una volta ottenuto lo status di rifugiato possa iniziare una nuova vita. Ma non è così. O per lo meno lo è abbastanza raramente. La crisi economica che attanaglia l’intera Europa infatti non risparmia nessuno.
Sono in gran parte eritrei, ma anche etiopi, somali e sudanesi i circa 200 rifugiati e richiedenti asilo per motivi umanitari che hanno sfilato per le vie centrali di Milano. Secondo il leader della protesta, un eritreo di 37 anni, che si fa chiamare Paulus, il corteo è composto al 40% da rifugiati, molti dei quali sono in Italia da anni. Il resto sono richiedenti asilo. Quasi tutti sono arrivati via mare dalla Libia. “E’ meglio morire che vivere così, come animali - ha detto Paulus. “Noi veniamo dalla paura, abbiamo vissuto per anni nella paura e ora non abbiamo paura più di nulla”. Gli extracomunitari innalzano cartelli con scritte come ‘Il dormitorio è una prigione’ e ‘Venga rispettato il diritto all’asilo’. Nelle scorse settimane gli immigrati dal Corno d’Africa hanno rifiutato le sistemazioni proposte dal comune di Milano. Ecco tre storie di rifgugiati che vivono in Italia che abbiamo raccolto.

Mikies è un rifugiato di 21 anni, è eritreo e viene da Asmara dove ha lasciato i genitori, una sorella e un fratello. Da sei mesi è a Milano, da un anno in Italia. La sua casa ora è il Parco di Porta Venezia. Mikies, dopo aver lasciato la sua terra, ha vissuto la durezza della prigione libica di Kufrah, nel deserto, dopo essere stato catturato: “I poliziotti libici ci picchiavano, quasi tutti i giorni, uomini e donne, senza motivo”. Ha rischiato la vita durante il viaggio di tre giorni in mare alla volta di Lampedusa. “Sono partito perché volevo solo la libertà, ma ora vorrei una casa e un lavoro. Certo, in Norvegia e nei paesi del Nord Europa, essere rifugiati è un’altra cosa. Ti danno una casa e ti permettono di lavorare” dice.
Medhani ha 27 anni ed è di Asmara. È a Milano con la sorella e un nipotino di due anni. È in Italia dal 2004: “Ero un militare in Eritrea ma non volevo andare a combattere quella guerra. Se torno, mi sparano”. Non sa cosa fare: non trova lavoro, non trova casa. Una cosa è certa: di tornare indietro “non se ne parla nemmeno”.
Mukahmil ha 22 anni ed è etiope di Addis Abeba. “Sono in Italia da due anni e sette mesi. Sono riuscito a lavorare solo 5 mesi girando tra Verona, Trento, Bolzano, Roma e Milano. Facevo il magazziniere. Ogni giorno faccio chilometri per chiedere a tutte le agenzie interinali e cooperative se c’è un lavoro, ma nulla”. La sua storia è da brividi: “Ho passato due anni in prigione a Kufra senza poter comunicare coi miei familiari. Ero così debole e malconcio che non riuscivo nemmeno a camminare. Poi ho lavorato ancora a Kufrah e Bengasi per poter guadagnare i soldi per arrivare a Lampedusa. Alla fine sono stato tre volte nelle prigioni libiche. E l’ultima volta mi hanno rilasciato perché ho pagato 400 dollari”.
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Di Giampaolo Musumeci
Il forzato ritorno di 227 migranti in Libia ha violato il diritto di asilo di queste persone, ponendole a rischio di trattamenti inumani e degradanti. Human Rights Watch (Hrw) stigmatizza così, dopo la viva protesta della Conferenza episcopale, l’operazione condotta ieri dalle motovedette italiane. “L’Italia si comporta come se avesse fatto qualcosa di positivo rimandando immediatamente queste persone indietro” sottolinea Bill Frelick, responsabile del settore rifugiati dell’organizzazione.
“In realtà, hanno negato a queste persone il diritto di asilo e le hanno messe in una situazione difficile. Sappiamo quanto duramente la Libia ha trattato altri migranti rientrati nel Paese”. I ricercatori di Hrw, che si trovano in Sicilia, dopo aver visitato Malta e la Libia, hanno racconto le testimonianze dei migranti, che parlano di maltrattamenti e detenzioni in condizioni inumane da parte delle autorità libiche. Hrw sottolinea che l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani proibisce all’Italia di rifiutare il diritto di asilo quando vi è il rischio di trattamenti degradanti e inumani.
E la denunce di questo tipo riguardanti il paese del Colonnello Gheddafi sono tante, tantissime. Torture, continui abusi dei diritti umani, vera e propria compravendita dei migranti, come fossero schiavi, connivenza della polizia con i trafficanti, prigionie lunghe e ingiustificate. Vi sono testimonianze di come migliaia e migliaia di migranti siano abbandonati, dopo mesi di prigionia, nel deserto a sud della Libia, al confine col Niger, spesso senza viveri e senza acqua. Per i migranti la Libia è un vero inferno.
La levata di scudi da parte anche di Cei, Vaticano, Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu e opposizione non ferma comunque la nuova strategia del Governo. Proprio oggi Maroni, nel corso della cerimonia per il 157° anniversario della fondazione della Polizia, ha ribadito che l’operazione di ieri, “che ha consentito per la prima volta il respingimento diretto in Libia dei clandestini che si trovavano in acque internazionali, conferma l’avvio di una nuova fase nel contrasto all’immigrazione clandestina”.
“La vita delle persone che disperatamente cercano di sottrarsi alla miseria o alla guerra - ha detto ancora il Ministro - viene per noi prima di ogni altra considerazione e questo principio ha sempre ispirato l’attività di “search and rescue” che le forze di Polizia e la Marina Militare svolgono nel Mediterraneo, spesso anche in acque non di competenza italiana”. Quanto alla mancata verifica se vi fossero o meno le condizioni per la richiesta di asilo, Maroni aveva già liquidato la questione ieri affermando che la cosa spetta alle organizzazioni presenti in Libia e non all’Italia. Riguardo alla possibile presenza di minori segnalata da Save The Children, Maroni ha detto che non gli risultava la presenza di bambini a bordo.
Chiamato in causa durante l’anniversario della Polizia a Piazza del Popolo, anche il Ministro della Difesa Ignazio La Russa è intervenuto sul tema. Quella dei respingimenti, ha detto, è “la soluzione più giusta nei confronti dell’immigrazione clandestina, perché solo così si fa capire che non conviene più sbarcare in Italia. E chi critica questa linea “o accetta che gli immigrati finiscano nei Cie, con inutili sofferenze” oppure “vuole che si eluda la legge”. Per La Russa, la “vera novita”‘ di tutta questa operazione è che la Libia “ha accettato di riprendersi gli immigrati”. E in effetti, questo è un dato eclatante. Da anni il governo libico usa come arma politica la questione immigrazione e il flusso di migranti verso Lampedusa.
I recenti accordi con il governo italiano hanno certamente ammorbidito Gheddafi e reso più piane le relazioni tra i due paesi, anche in considerazione dei risarcimenti (per la guerra coloniale) e degli investimenti milionari che l’Italia si è impegnata a dare: 5 miliardi di dollari in vent’anni, sfruttamento di gas e petrolio libici, con l’Eni in prima linea. E la gestione dell’immigrazione fa parte della contropartita garantita da Gheddafi.
Testo e foto di Giampaolo Musumeci
Niente più “jungle” a Calais. Niente più “terra di nessuno” nella cittadina francese. Pochi giorni fa, il ministro francese per l’immigrazione Eric Besson ha annunciato lo smantellamento della “jungle”, la giungla, un accampamento di alcune centinaia di afghani che da anni sorge vicino al porto della cittadina francese in una zona boschiva. Uomini tra i 15 e i 30 anni, reduci da viaggi lunghissimi, di mesi a volte anni, dall’Afghanistan ma anche da Iran, Iraq e Kurdistan, pronti a nascondersi dentro ai camion diretti in Inghilterra stazionano lì, in una vasta area che nessuno frequenta, tranne, a volte, la Polizia. Calais, ultima frontiera dell’immigrazione, Calais, ultima spiaggia per migliaia di migranti.
E così, entro l’anno, la “jungle” potrebbe sparire, e con essa le tende e le capanne costruite dalle centinaia di rifugiati e profughi che vedono in Calais un buon punto di partenza per arrivare a Londra. Quelli che vedi qui tra gli alberi, sono tutti ripari di fortuna, costruiti con tronchi e legni, resti di vecchie tende, lamiere. Ci si dorme anche in tre o quattro, specie d’inverno quando il vento freddo dell’oceano rende la giungla un inferno di neve, fango e umidità. Se potessero, i migranti rimpiangerebbero il vecchio centro d’accoglienza della vicina Sangatte, gestito dalla Croce Rossa, che nel 2002 Nicolas Sarkozy, allora ministro degli Interni dal pugno di ferro, decise di chiudere.
“Attira i migranti”, si disse. “Come se un profugo in fuga dalla guerra venisse qui in Francia per farsi una doccia”, ribattevano le associazioni. Assisto alla costruzione di una tenda di cinque nuovi arrivati: sono appena scesi dal treno che arriva da Parigi. Sono stati fortunati: nessun controllo di Polizia alla stazione. Così stasera possono “mettere su casa”, grazie agli altri afghani che già vivono nella giungla e che aiutano i nuovi arrivati.
La vita nella “jungle” o nella “piccola Kabul” come alcuni la chiamano, scorre uguale e monotona tutti i giorni: si lotta contro il freddo, si esce dal fitto bosco per andare nei punti di raccolta delle associazioni “Secours Catolique” e “Salam”, per avere un pasto caldo, si attende per fare una doccia calda, quando è possibile. A volte si fa la coda al supermercato per comprare qualcosa. “Viviamo come i pellerossa, nelle tende” è capace di ironizzare Ahmed, 23 anni, di Kabul, a Calais da tre mesi, fisico minuto e voce imperiosa. Anche lui stasera ci proverà ancora.
“Voglio raggiungere Birmingham - mi racconta Khaled, 27 anni di Herat - dove c’è mio fratello Mohamed che mi aspetta, assieme a mio zio. Sono quasi due anni che mi aspettano. Hanno una casa e un lavoro in Inghilterra”. Khaled e Ahmed sono passati anche loro da Patrasso, l’altro “collo di bottiglia” nella rotta dell’immigrazione che da est conduce in Europa. Sanno che cosa vuol dire attendere. Qui a Calais, tutto è scandito dalle partenze dei “ferry boat” verso Dover, verso l’Inghilterra. Allora, in gruppetti di tre o quattro, ma a volte anche molto più numerosi, si tenta di saltare la recinzione che protegge l’area portuale. Metri di rete e filo spinato e telecamere rendono difficilissimi i tentativi. In più, la polizia francese pattuglia regolarmente la lunga strada che costeggia il porto e dalla quale partono gli “assalti”. E dentro l’area, ci sono i controlli a infrarossi della polizia britannica, che scannerizza un camion su tre, a caccia di calore corporeo.
Per questo, molti migranti tentano di nascondersi nei camion, prima che questi entrino nel porto. Spesso i tir diretti oltremanica stazionano nei parcheggi di Calais per alcune ore, prima di entrare nell’area portuale. Spesso, l’autista si concede un po’ di riposo o un pasto caldo in uno dei tanti ristoranti della cittadina francese. Quello è il momento: i migranti, nascosti dal buio, li vedi sgusciare fra i camion, le mani corrono veloci alle maniglie dei portelloni, a volte a forzare le chiusure, per infilarsi dentro. Altre volte, si cerca il nascondiglio tra i semiassi. Una pratica rischiosissima, se non si conosce bene il tipo di camion. Lo sa bene chi ha fatto la stessa cosa nel porto di Patrasso per arrivare in Italia. Se sbagli a sistemarti tra le ruote, alla prima manovra, muori schiacciato. Poco meno di una roulette russa. “Non ho paura” mi dice Ahmad, se Dio vuole morirò, se Dio vuole arriverò in Inghilterra, Inshallah. Sono qui per cambiare la mia vita e Dio mi assisterà”. E così anche stasera, dalla giungla di Calais, usciranno ombre silenziose, tradite solo da un ramo spezzato. E parole bisbigliate, e a volte canti, appena sussurrati in kurdo o in farsi. Khaled e Alì anche stasera, camminano verso il porto. Inshallah, sarà la volta buona per loro. Insahallah, England.
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LEGGI ANCHE: l’African House, l’altra faccia di Calais - Le rotte dell’immigrazione dall’Africa
Testo e foto di Giampaolo Musumeci
La “jungle” non è l’unico lato nascosto di Calais. E nemmeno il più eclatante. Forse è solo quello più drammaticamente evidente. A poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria, in zona semicentrale, c’è una vecchia area industriale dismessa. Un grosso capannone in legno che ospita, in media, trecento africani, quasi tutti eritrei e somali. Uomini, donne e bambini che dormono su materassini e sacchi a pelo e letti di fortuna, sopra un cumulo di immondizia che trasborda dalle fondamenta dell’edificio. Accendono i fuochi per scaldarsi e cucinare dentro all’ex fabbrica. L’odore è a tratti insopportabile. Ecco, benvenuti all’African House.
Questa è la parte nera di Calais, la parte africana che è rigorosamente separata da quella abitata dagli afghani o dagli iracheni. Qui non è difficile sentir parlare italiano. Roben è eritreo, ha 24 anni, ed ha vissuto in Italia per due anni, a Roma. Ha in mano un permesso di soggiorno per asilo politico. Che non gli è servito a molto perché non è riuscito a trovare uno straccio di lavoro nella Capitale. Ora vuole tentare la fortuna in Inghilterra, ma è già sei mesi che è qui a Calais.
Anche Jonas vuole raggiungere la Gran Bretagna. Ma è senza documenti. Così, quando ogni giorno, al mattino e alla sera, la polizia francese irrompe nella fabbrica per i consueti controlli, è uno dei primi a fuggire. Non sempre la polizia preleva migranti per l’identificazione. Ma quando lo fa, per loro, sono dolori. In base alla circolare “Dublino2” la richiesta di permesso di soggiorno va fatta nel primo paese in cui avviene l’identificazione del migrante. E se sorpreso in un altro paese europeo, deve essere rispedito lì. Per questo, essere identificati qui in Francia significa legare il proprio futuro, nel bene e nel male, al paese transalpino. E per chi vuole andare in Inghilterra, magari a raggiungere amici o familiari, equivale a una tragedia. Anche qui nell’African House, come nella “jungle” il tempo scorre lentissimo. Si gioca a calcio nel piazzale antistante alla fabbrica, si attende l’orario dei pasti caldi che le associazioni come “Salam” garantiscono ai migranti. Un altro edificio più piccolo, a fianco al grosso capannone, anche quello è occupato dagli africani. Fra loro, anche qualche nigeriano. Per andare a vedere dove vivono, si fa per dire, bisogna arrampicarsi su quello che era una volta il primo piano dell’edificio. Una scala vecchia e mezza marcia mi consente, con difficoltà, di arrampicarmi.
Al piano superiore, l’odore di rifiuti è meno forte e si confonde con quello di Zighnì, l’inconfondibile piatto tipico eritreo. Ci sono alcune donne che cucinano su un fornelletto a gas. Altre riposano su vecchi materassi. Un gruppo di ragazzi, invece, si sta vestendo. Sono le 18, è ora di andare. Perché anche qui, all’African House, tutti attendono le partenze dei traghetti per Dover.
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Ennesimo sequestro-lampo dei manager francesi. Il quarto dopo quelli dei dirigenti di Sony France, 3M e Caterpillar. Questa volta è toccato a quattro dirigenti della filiale francese della Scapa, un gruppo britannico di nastri industriali, che aveva annunciato a febbraio la chiusura della fabbrica nella zona orientale del Paese. Quattro i dirigenti rapiti. Il direttore di Scapa France, quello di Scapa Europa, un altro dirigente e il direttore del personale. Tutti trattenuti da martedì nei loro uffici dagli operai in lotta contro la chiusura della filiale francese. La gendarmerie, anche questa volta, per non incendiare gli animi, non è intervenuta. Ordini di Parigi. Il gruppo Scapa dà lavoro a 1.500 persone nel mondo, una sessantina delle quali nella filiale francese.

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