Oggi il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías riceve il suo omologo colombiano Álvaro Uribe Vélez nella città di Coro (Venezuela nord-occidentale) e lo fa, sono parole sue, “come si riceve un fratello”. Un bel giro di valzer rispetto a quattro mesi fa quando l’ex tenente dei paracadutisti di Caracas aveva deciso di chiudere le frontiere con Bogotá e mobilitare decine di carri armati al confine, dichiarandosi pronto a fare la guerra al governo colombiano colpevole di aver ucciso in un’operazione militare al confine ecuadoriano il numero 2 delle Farc, Raúl Reyes, commemorato da Chávez come “un vero rivoluzionario”.
La vita è strana. Soprattutto in America Latina dove ai giri di valzer e alle contraddizioni di Hugo sono oramai un po’ tutti abituati. Ma perché stupirsi? Non è lui del resto che dall’aprile 2002 non perde occasione per attaccare a parole l’impero Usa, colpevole a suo dire di aver tentato di rovesciarlo con un golpe durato 48 ore, cui però ha continuato a vendere in questi anni la maggior parte del petrolio venezualeano prodotto dalla Citgo, la società petrolifera di proprietà della compagnia statale venezuelana PDVSA (sede centrale a Huston, Texas) , da qualche anno completamente controllata dal líder máximo di Caracas?
Oggi Uribe sarà ricevuto come “un fratello” da Hugo che, sino a qualche mese fa, assai prima della liberazione di Ingrid Betancourt, era il politico ad avere più credito presso i guerriglieri delle Farc e nei cui campi era facile vedere drappi inneggianti alla rivoluzione bolivariana. Lo stesso Chávez lo scorso anno si era prima proposto a Uribe come mediatore tra la guerriglia e il governo di Bogotá, ricevendo per tutta risposta da Uribe un deciso diniego. Offeso per non poter più fare “a piacere” il padrone in casa d’altri, quattro giorni dopo Hugo interrompe le relazioni con la Colombia e il 27 novembre richiama con urgenza il suo ambasciatore dalla Bogotá del “fratello” Uribe. Dopo aver fatto liberare qualche ostaggio senza che nessuna radio svizzera denunciasse alcun pagamento, a gennaio Chávez lancia un appello affinché le FARC siano tolte da Unione Europea e Usa dalla lista dei gruppi terroristi e vengano riconosciute internazionalmente come gruppo insorgente perché “io confino con loro, non con la Colombia”.
Poi le minacce di guerra a Bogotá di inizio marzo, le denunce di Uribe secondo il quale Chávez “finanzierebbe il genocidio”, la morte (o uccisione) del leader fondatore delle FARC, Manuel Marulanda alias Tirofijo e, lo scorso 2 luglio, la liberazione della Betancourt per mano dell’esercito colombiano, aiutato tecnologicamente da Washington e da un paio di militari israeliani in pensione. Un colpo durissimo per Hugo passato nel giro di poche ore da possibile salvatore di Ingrid a vero sconfitto dell’operazione colombiana. La vita è strana e a volte il passato è meglio dimenticarselo. Soprattutto per Hugo che oggi incontrerà Álvaro per l’undicesima volta da quando è a Miraflores. Anche perché la crisi economica e la recente scarsità di alcuni prodotti base come il latte e la carne in Venezuela impongono a Chávez l’intensificazione dei rapporti commerciali con Uribe, ieri “servo dell’Impero” e oggi “fratello”. Ma, soprattutto, suo principale fornitore di alimenti.
- Venerdì 11 Luglio 2008
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