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(Credits: Oxfam international)

La recessione e le turbolenze finanziarie non hanno fatto impazzire soltanto lo spread, hanno fatto aumentare anche le ineguaglianze sociali all’interno del G20. Al club per altro appartengono anche paesi la cui economia è in uno stato di salute decisamente migliore di quello della vecchia Europa. Ma i poveri continuano a rimanere troppo poveri e i ricchi troppo ricchi. Continua

(Credits: AP Photo/Virginia Mayo)
L’aria di Cannes ha fatto cambiare idea a Georgos Papandreou. Il premier greco, dopo aver suscitato un polverone di polemiche e aver provocato la caduta libera delle Borse annunciando un referendum sul piano degli aiuti europei, ha fatto un passo indietro, abbandonando l’ipotesi di una chiamata alle urne entro il mese di dicembre.
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Un’inchiesta “il più possibile rapida” dovrà far luce sulla morte di Ian Tomlinson, il giornalaio stroncato da un infarto dopo essere stato spinto a terra da un agente durante il G20 a Londra. Lo ha assicurato il ministro dell’Interno, Jacqui Smith, poche ore dopo la diffusione di un video, pubblicato da The Guardian, che mostra Tonmlinson, 47 anni, che con le mani in tasca passa davanti a un cordone di agenti e viene spinto a terra da uno di loro. Sir Paul Stephenson, capo della polizia metropolitana, ha detto che tutto il corpo di polizia sostiene l’apertura di un’inchiesta che è stata affidata a una Commissione indipendente.
Il figliastro di Tomlinson, Paul King, ha detto alla Bbc di volere giustizia per sé e per la sua famiglia. “Fino a quando non sarà tutto chiaro” ha aggiunto, “e avremo le risposte che cerchiamo, mostro padre non potrà riposare in pace”.
A diffondere il video è stato un broker newyorkese, indignato per il fatto che la famiglia della vittima non avesse ancora avuto risposte. La vicenda è approdata anche in parlamento, dove i liberaldemocratici hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta penale e hanno parlato di “nauseante e ingiustificata aggressione” da parte della polizia.

Sono passati solo sette anni e sembra un secolo. I tempi delle frizioni tra la «vecchia Europa» (copyright: Donald Rumsfeld) guidata da Jacques Chirac e gli Stati Uniti d’America di George Bush sulla guerra in Iraq sono ormai alle spalle. Nelle strategie contro la crisi e contro il terrorismo islamico, nei toni, collaborativi, nel clima, cordiale, che si è imposto ieri al G20 di Londra e, oggi, al vertice Nato di Strasburgo che segna il rientro della Francia di Sarkozy nel comando integrato e il debutto assoluto di Barack Obama nell’Alleanza Atlantica.
Accolto da una folla festante a Parigi, Obama, nella conferenza stampa congiunta con il presidente francese, ha lodato la «coraggiosa» scelta della Francia di guidare la Nato dopo decenni di orgoglioso auto-isolamento gollista. Ha chiesto all’Europa uno sforzo congiunto per stabilizare l’Afghanistan e contro il pericolo di nuovi attentati islamisti in Europa perché il nemico è comune e va affrontato insieme con strategie il più possibile concordate: «Al Qaeda - ha detto Obama - è ancora un pericolo, anche se è finita la presidenza Bush. E l’Europa è più vulnerabile in quanto più vicina geograficamente». Sarkozy, in cambio, ha dato luce verde alla nuova strategia americana in Afghanistan e si è detto pronto a «ad aiutare nel campo della formazione delle forze di polizia e degli aiuti economici» nel Paese asiatico. E Obama, di rimando: «Quando Stati Uniti e Francia operano di concerto aumentano le possibilità di pace e di prosperità nel mondo».
Parlando a un gruppo di studenti, al termine dell’incontro, Obama ha detto di sognare un mondo liberato dalle armi di distruzione di massa, annunciando, per questo fine settimana a Praga per gli vertice Ue-Usa, la presentazione di un grande piano per «un mondo senza armi nucleari». Ha invitato anche la comunità mondiale ad agire con rapidità per combattere i mutamenti climatici. «Il tempo sta per scadere. L’America deve fare di più, l’Europa deve fare di più». Infine, tornando sul tema caldo della chiusura del carcere di Guantanamo, Obama ha detto che «umiliare le persone non è il modo per combattere il terrorismo» ottenendo il plauso del suo omologo francese.
In agenda al vertice Nato, oltre che l’Afghanistan, anche la ripresa dei rapporti con la Russia, favoriti dal disgelo tra Obama e Medvedev. Il primo appuntamento per i leader dei 28 alleati - tanti sono diventati con l’ingresso mercoledì di Albania e Croazia - è venerdì sera con la cena nel casinò di Baden Baden, in vista, il 20 aprile, della prima riunione del Consiglio Nato-Russia dopo il congelamento seguito al conflitto georgiano.

Corsa contro il tempo per i leader del G20 costretti a chiudere a tutti i costi un accordo che eviti il fallimento della comunità internazionale nelle strategie anticrisi. Dopo che gli sherpa nel cuore della notte hanno dovuto prendere atto che il testo non era chiuso, oggi nel fortino blindato dell’Excel, l’asettica area ad est di Londra dove si svolge il vertice, i capi di Stato e di Governo del G20 hanno preso in mano il documento ed avviato una trattativa serrata su tutti i principali argomenti. A partire dal nodo dei paradisi fiscali che sembra al momento incagliato: troppe le resistenze ancora in piedi sul varo della cosiddetta ‘black list‘ dei paradisi fiscali la cui identificazione potrebbe slittare - secondo fonti diplomatiche - a data da definirsi, forse al G8 di luglio alla Maddalena. Stephen Timms, sottosegretario alle politiche fiscali del Tesoro britannico, è convinto però che la questione possa e debba essere affrontata: “Ora bisogna mantenere alta la pressione in modo da vedere risultati concreti. Vogliamo vedere firmato un accordo sui paradisi fiscali. Il problema - ha aggiunto - non è solo sulle tasse, ma anche sulla trasparenza delle attività finanziarie”.
Ma se tutti danno per scontato il raggiungimento di un accordo, più o meno profondo, adesso l’interrogativo è circoscritto all’ampiezza dell’intesa, alla sua profondità ed efficacia. Fonti che lavorano ai dossier hanno confermato che il testo sembra essere ancora troppo sbilanciato a favore degli Stati Uniti: “Troppi stimoli fiscali e poche regole”, ha sintetizzato all’Ansa la fonte. In questa battaglia negoziale Washington guida il gruppo di Paesi che vogliono un pacchetto di interventi ‘turbo’ immediati per stimolare la ripresa, mentre Parigi e Berlino continuano a reclamare il varo di una serie di regole stringenti per disegnare la nuova architettura del sistema finanziario internazionale.

Oltre al tema dei paradisi fiscali, la discussione è aperta anche sul rafforzamento dei soldi da destinare al Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e sulle misure per stimolare la crescita economica. Nonché sulla proposta di fissare un tetto planetario ai compensi dei manager delle banche. Intanto, all’esterno, si stanno radunando i manifestanti che anche oggi protesteranno contro la globalizzazione e i devastanti effetti della crisi.
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Il secondo summit mondiale dei G-20 si è aperto a Londra tra le proteste dei manifestanti e i rituali della diplomazia. C’è chi è arrivato a muso duro, come Nicolas Sarkozy, che ha già minacciato di andarsene dal vertice se non verranno fuori dei risultati concreti, chi invece come Silvio Berlusconi pensa che “le decisioni più importanti si prenderanno al G8 in Italia”. Questa sera, a cena a casa Brown, al numero 10 di Downing street, i 29 (ai 20 iniziali si è aggiunto lo spagnolo Zapatero, poi ci sono anche i presidenti di organismi internazionali come il Fondo monetario internazionale o il Financial stability forum) commensali hanno iniziato a chiarirsi le idee faccia a faccia gustando il menu “british” preparato dallo chef Jamie Olivier.
Sotto l’attenzione più di tutti è stato Barack Obama, impegnatissimo in questa sua prima visita europea da presidente. Barack e la moglie Michelle hanno bevuto il tè delle cinque con la regina Elisabetta e il marito, il principe Filippo duca di Edimburgo. Sua Maestà ha accolto la first couple d’America ricevendo in dono un I-pod con le foto della sua visita negli Stati Uniti. Regalo cui ha ricambiato con una fotografia sua e del consorte incorniciata che finirà dietro la scrivania di Obama.
Ma per il presidente Usa l’esame vero comincia stasera: sul documento che sarà prodotto dal vertice l’accordo non è stato raggiunto. In generale sono due gli “schieramenti”: da una parte Usa e Gran Bretagna che chiedono di aumentare i piani di stimolo, dall’altra Francia e Germania che chiedono più controlli sulla finanza e sui paradisi fiscali. La bozza delle conclusioni ”non è sufficiente”, le nuove regole del sistema finanziario mondiale vanno varate “ora e qui” e non sono ”negoziabili”. Queste le dichiarazioni con cui Sarkozy e Angela Merkel si sono presentati in sintonia. Ma non va dimenticato il ruolo fondamentale della Cina e dell’India, che è poi il motivo per cui si è passati al G-20: senza le forti economie emergenti la ripresa è un miraggio.
Toni più concilianti sono stati usati invece da Obama e Brown, che hanno invitato a “agire subito” e guardare ai punti che ”ci uniscono piuttosto che a quelli che ci dividono perché non possiamo trovare un’intesa su tutti i punti”. Il premier britannico si è poi soffermato sulle banche: “è proprio giunta l’ora di ripulirle” ha detto. ”E’ uno dei test per misurare il successo di questo vertice: gli altri sono - ha spiegato Brown - il no al protezionismo, la creazione delle basi per un’economia a basse emissioni, il sostegno ai più bisognosi”.
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- Tags: Barack Obama, crisi, davos, finanza, forum, g20, G8, idee, klaus-schwab, liberismo, mercato, produzione, stato, word-economic
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“L’economia americana è indebolita, la fiducia del paese è scossa, ma l’America si riprenderà e uscirà dalla crisi più forte di prima”: con un appello bipartisan a rimboccarsi le maniche e a “ricostruire” tutti insieme il Paese, il presidente Barack Obama ha dato una iniezione di ottimismo agli Stati Uniti in recessione. “Il peso della crisi non determinerà il destino della nazione: le risposte ai nostri problemi non sono fuori dalla nostra portata. Esistono nei laboratori e nelle università, nei nostri campi e nelle nostre fabbriche, nell’immaginazione dei nostri imprenditori e nell’orgoglio dei nostri lavoratori, i migliori del mondo”.
“Queste qualità” ha detto Obama nel primo discorso alle Camere da quando si è insediato alla Casa Bianca cinque settimane fa “hanno fatto dell’America la più grande forza di progresso e prosperità nella storia umana. Ora il Paese deve unire le forze e confrontare le sfide, ancora una volta assumersi le responsabilità del proprio futuro”.
Nessuno zuccherino per indorare una pillola amara in un ambizioso discorso in stile Ronald Reagan, dominato dai temi della politica interna. Siamo onesti, ha detto Obama: “La crisi non è nata ieri”. Ci vorranno tre anni per la ripresa totale dell’economia, aveva avvertito il capo della Fed, Ben Bernanke, poche ore prima che Obama cominciasse a parlare alle 21 ora di Washington. Un cocktail di speranze e di dure realtà di oltre 50 minuti, interrotti da applausi scroscianti davanti a deputati, senatori, membri del governo, generali, giudici costituzionali, eroi come il pilota Sully Sullenburger, miracolosamente ammarato sull’Hudson, e il banchiere di Miami Leonard Abess, che ha distribuito ai 399 dipendenti il bonus da 60 milioni di dollari.
Due i grandi assenti: il ministro della giustizia Eric Holder nel caso in cui una catastrofe nucleare avesse investito il Capitol e tutti i suoi occupanti sarebbe stato lui ad assumere le redini del Paese. E il senatore Ted Kennedy, gravemente malato e salutato da una “standing ovation” quando Obama gli ha reso omaggio. Pochi gli accenni alla situazione internazionale, sempre con un richiamo ai valori (”L’America non tortura”) e in nome di un nuovo impegno al “dialogo con il mondo”. Crisi economica e crisi fiscale sono collegate, non è possibile rimettere in rotta il Paese senza affrontarle entrambi, ben consapevoli che l’emergenza di oggi viene da lontano e occorre por fine all’era di profonda irresponsabilità che ha portato l’America al punto in cui è oggi. La replica dei repubblicani era stata affidata all’astro nascente del partito, il giovane governatore della Lousiana Bobby Jindal, che ha accusato Obama di pessimismo.
Ma il neo-presidente, consapevole dei “tempi straordinari” in cui ha assunto il suo mandato, ha detto che l’America è una nazione che “vede promesse nel pericolo”, che sospinta dalla guerra fredda “ha mandato l’uomo sulla Luna”. Invitando gli americani a non farsi ossessionare dalle altalene di Wall Street, Obama ha ribadito la filosofia del piano di stimolo e delle riforme promesse in campagna elettorale, in vista della presentazione del budget giovedì prossimo, che prevede nel lungo periodo il dimezzamento del deficit. Indipendenza energetica, riforma della scuola e della mutua (”i costi della salute creano una bancarotta ogni mezz’ora”) sono i capisaldi della piattaforma, che contiene anche un piano di risparmi: il team Obama ne ha individuati per 2.000 miliardi in un arco di dieci anni, andando al cuore di alcuni mostri sacri: da Medicare, la mutua per le anziani, alla Social Security, al Pentagono, per gli appalti senza bando di concorso che hanno fatto sprecare miliardi di dollari in Iraq.
Il VIDEO servizio:

Per Bush è l’ultimo grande vertice internazionale da presidente
La foto-ricordo l’hanno dovuta scattare due volte, i “grandi” della terra. Colpa di Cristina Fernandez Kirchner, la presidente argentina, arrivata in ritardo al National Building Museum di Washington. Ma a parte lei, era un’altra l’assenza più vistosa: quella dell’uomo che guiderà la prima potenza mondiale nei prossimi quattro anni. Barack Obama era a Chicago, a curare la transizione del prossimo gennaio. Ma ha comunque voluto rimarcare il suo interesse per il summit della capitale, a modo suo, con un videomessaggio sul suo “ufficio virtuale”, il sito change.gov: ”Sono lieto che il presidente Bush abbia iniziato questo processo, perché la nostra crisi economica globale richiede una risposta globale coordinata”. Sulla sua scrivania la bandiera, libri di Kennedy e una palla da basket con dedica. Ovvio che l’assenza del presidente eletto limiti di molto le prospettive di questo vertice anti-crisi, non a caso ne è già stato fissato un secondo per marzo. Obama non ha comunque snobbato il vertice, tanto che ha inviato due dei suoi “ambasciatori” più prestigiosi ad incontrare le delegazioni dei vari paesi: Jim Leach e Madeleine Albright (ex segretario di Stato con Clinton).
Le posizioni dei “Grandi” - La parte del padrone di casa è quindi spettata, come ovvio, al presidente Bush, all’ultima grande ribalta internazionale. E la sua è stata una difesa del capitalismo liberista: “La crisi non è finita, ma il libero mercato è il cammino più sicuro. Non dobbiamo cadere nel pericolo delle misure protezioniste”. Insomma, chi si aspettava una “rivoluzione” del mercato globale probabilmente resterà deluso, almeno per ora. I commenti dei leader alla vigilia della seconda giornata di lavori erano comunque improntati a un cauto ottimismo. Di “progressi in corso” ha parlato il premier britannico Gordon Brown, mentre la cancelliera Angela Merkel ha sostenuto che il vertice “adotterà un piano d’azione per rilanciare l’economia mondiale il più rapidamente possibile, con cinquanta misure da realizzare entro marzo”. La Germania insiste molto sulla regolamentazione: “Nessun mercato, nessun prodotto sia senza supervisione” ha detto la Merkel. “E’ finito il capitalismo del fai da te, visto che le banche sono state costrette a rivolgersi all’aiuto statale” così si è espresso Nicolas Sarkozy, il principale promotore dell’incontro. “Non aspettiamoci ricette miracolistiche” ha avvertito Silvio Berlusconi, che ha commentato la cena offerta da Bush, “C’era un buon clima”, ha spiegato il premier, ”Si è parlato di misure concrete” come il ‘’sostegno alle banche” o la possibilità di usare le leve fiscali per alleggerire il peso che già grava sui cittadini. Tra le “facce nuove” si è distinto il presidente brasiliano Lula: “Grazie alla crisi dobbiamo correggere cose che erano sbagliate da prima della crisi; dobbiamo rafforzare le entità multilaterali perché in un mondo globalizzato abbiamo bisogno di organizzazioni serie e rappresentative per prendere decisioni globali”.
Il documento - I leader dei 21 paesi presenti (più l’Ue, le Nazioni Unite e le autorità monetarie mondiali: Fondo Monetario, Banca Mondiale, Financial Stability Forum) hanno raggiunto un accordo su di un documento del quale già si conoscono i punti base:
- La responsabilità del sistema finanziario e della mancata regolamentazione dello stesso nella crisi
- La necessità di dare impulso alla domanda globale con un’azione coordinata e una politica fiscale e monetaria espansiva
- La necessità di una riforma delle autorità di supervisione e vigilanza
- Il compromesso della difesa del libero mercato e il rifiuto di un protezionismo eccessivo
- L’avanzamento negli accordi di Doha Round entro l’anno
Il documento finale dovrebbe essere ridotto dalle 25 pagine (”scritte fitte fitte” ha fatto notare Belusconi) previste inizialmente alle 5-8, per renderlo più comprensibile all’opinione pubblica. “Il nostro lavoro sarà guidato - si legge nella bozza del documento - dalla fiducia condivisa che i principi del libero mercato, il commercio aperto e i regimi di investimenti, così come mercati finanziari regolamentati in maniera efficace possano promuovere il dinamismo, l’innovazione e lo spirito di iniziativa che sono essenziali per la crescita dell’economia e dell’occupazione e per la lotta alla povertà”. Tra le anticipazioni filtrate, anche la volontà comune di creare entro il 31 marzo una lista delle istituzioni finanziarie che mettono a rischio l’economia globale.
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