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Partito il G20 a Washington, “Ma la soluzione è nel Sud del Mondo”

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  • Tags: g20, Stefano-Manservisi, Sud-del-mondo
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Lunga tavolata a Washington per i leader mondiali del G20 | Ansa

Tra pochissime ore, a Washington, le delegazioni di venti paesi ricchi ed emergenti daranno il via a un Summit del G20  attesissimo in cui le principali potenze del pianeta sono chiamate a dare risposte concrete e efficaci alla gravissima crisi finanziaria che sta colpendo l’economia mondiale. In appena cinque ore di discussioni, Stati Uniti, Unione Europea (rappresentata da Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna e Paesi Bassi), Cina, Russia, India, Giappone e Brasile, per citare solo i paesi più importanti, dovranno trovare un terreno d’intesa in grado di dissipare le divergenze messe in luce dalla stampa internazionale alla vigilia del Summit. Impresa non facile se si pensa alla fase di transizione politica delicatissima che sta attraversando il paese ospite. Ma il presidente uscente Bush non intende lasciare le chiavi della Casa Bianca a Barack Obama senza aver raggiunto risultati concreti. Più cauti invece Unione Europea e paesi emergenti che, nonostante la recessione economica sia ormai alle porte (ieri la zona Euro vi è entrata ufficialmente), preferiscono aspettare l’insediamento ufficiale di Obama il 20 gennaio 2009. “Un Bretton Woods II” ricorda Le Monde nel suo editoriale, “richiede un po’ di tempo. La mitica conferenza del dopo Guerra era durata tre settimane, con una fase preparatoria di oltre due anni”. Nel frattempo però, il G20 dovrà mandare segnali importati a un’opinione pubblica mondiale quanto meno irrequieta. A Washington si scontreranno due visioni opposte della crisi: da un lato, l’amministrazione Bush insiste sulla necessità di garantire autonomia e libertà al mercato; dall’altro, l’Unione Europea chiede all’unanimità una sorveglianza rafforzata sulla finanza. Fra loro si sono intromessi i paesi emergenti (Cina, India e Brasile in testa), protagonisti di pressioni diplomatiche senza precedenti per conquistare spazi all’interno delle principali istituzioni internazionali, tra cui l’FMI .

Una cosa è sicura: le decisioni del G20, sia quelle odierne che quelle future, avranno conseguenze determinanti per il destino della popolazione mondiale. Una risposta non adeguata rischierebbe di rendere ancor più precaria la vita di centinaia di milioni di esseri umani, soprattutto nel Sud del mondo. A richiamare l’attenzione sui rischi che incorrono i paesi poveri sono le Giornate europee dello sviluppo (Development Days), un forum di discussione lanciato nel 2006 dall’Unione Europea in cui si incontrano attori politici, capi di Stati, società civile e operatori dello sviluppo. La terza edizione che inizia oggi a Strasburgo e che prevede la presenza di oltre 3.000 partecipanti, è un’occasione per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla necessità di investire nelle politiche di aiuto allo sviluppo. “Pensare di affrontare questa crisi escludendo i più deboli è sbagliato, oltre che pericoloso. La costruzione di un nuovo sistema passa per gli investimenti in continenti esclusi come l’Africa e lo sviluppo dei paesi poveri”. Questa è la convinzione di Stefano Manservisi, dal 2004 a capo della Direzione Generale per lo Sviluppo e per la relazioni con i paesi ACP (Africa-Caraibi e Pacifico) presso la Commissione europea .

Direttore, qual è stato finora l’impatto della crisi finanziaria nei paesi in via di sviluppo?

Sul piano strettamente finanziario e bancario, l’impatto è stato abbastanza limitato. Questo perché il sistema finanziario e bancario dei paesi in via di sviluppo, e in particolar modo quelli africani, non è molto integrato nel sistema mondiale, quindi non potrà o non è nella situazione di correre gli stessi rischi dell’ondata finanziaria negativa che invece colpisce l’Europa e tante altre parti del mondo più sviluppato. Detto questo, l’Africa rischia di essere il continente più colpito dalla crisi economica.

Perché?

Per vari motivi. Intanto, gli africani dovranno fare i conti con una diminuzione degli investimenti stranieri diretti; secondo, è molto probabile che ci sia la tentazione da parte dei paesi ricchi di diminuire gli aiuti pubblici allo sviluppo; infine, una crisi economica europea provocherebbe un calo delle rimesse gli immigrati africani. Sul piano dell’economia reale, l’Africa è un continente che dipendente molto dalle esportazioni di materie prime. Ora l’estrema volatilità dei corsi di queste materie prime non aiuta.

Quali le soluzioni per uscire dalla crisi?

Sarà necessario investire di più nei paesi in via di sviluppo, ma non solo. Appare più che mai necessario trovare dei meccanismi che consentono a questi paesi di partecipare attivamente alle decisioni che si stanno per assumere a livello mondiale.

Che tipo di risposte i paesi in via di sviluppo si possono aspettare dal Summit del G-20?

Più che aspettare delle risposte dal G-20, questi paesi dovrebbero aspettarsi di parteciparvi. Purtroppo non è andata così, almeno non in questa prima fase. Tuttavia, spero che a Washington ci si renda conto che la formulazione un po’ cosmetica di nuove regole di sorveglianza finanziaria non basta per costruire un nuovo sistema. In ballo qui è il modo con cui intendiamo regolare la globalizzazione. Di sicuro se si continua ad escludere i più poveri, le soluzioni non verranno fuori.

A cosa dobbiamo questa esclusione?

La dobbiamo al fatto che in casi come questi si ragiona in base al peso finanziario e non in termini di peso delle risorse umane. Ora, è difficile poter pensare che questa crisi è una crisi finanziaria a cui si danno delle risposte strettamente finanziarie. Qui abbiamo a che fare con una crisi finanziaria e umana che colpirà i più poveri, inclusi quelli nei paesi più sviluppati. Investimento e sviluppo devono quindi far parte della soluzione. Ma non sarà facile. Finora è prevalsa la logica secondo la quale chi ha il Pil più forte prende le decisioni.

Che contributo potrebbe dare l’Unione Europea?

Intanto speriamo che l’Unione Europea continui a muoversi unita perché molti di questi temi non sono necessariamente di competenza dell’Unione, ma bensì di competenza degli Stati membri. Grazie al forte impulso della presidenza francese e del presidente Sarkozy, sinora questa unità è stata preservata. In seconda battuta, sia Sarkozy che il presidente della Commissione Barroso hanno espresso la volontà politica di voler includere i paesi poveri [nel processo di riforma del sistema finanziario ed economico internazionale, ndr]. Bisognerà vedere fin dove si riuscirà ad andare.

Di sicuro Bruxelles dovrà vedersela con Obama…

E’ chiaro che la posizione del prossimo presidente americano sarà molto importante. E’ altrettanto chiaro che questo Summit del G20 si tiene con un’amministrazione americana che non è in grado di prendere delle decisioni forti. Washington è un punto di partenza importante, poi si dovrà aspettare l’investitura di Barack Obama.

E l’Italia che ruolo può coprire?

L’Italia assume la prossima presidenza del G8, il che significa che può giocare un ruolo estremamente importante per consentire ai paesi in via di sviluppo di avere una voce in capitolo sull’attuale crisi.

Che cosa si aspetta dal governo Berlusconi?

Tre cose: investire nello sviluppo; implicare i paesi poveri nei processi decisionali; capire di non avere a che fare unicamente con una crisi finanziaria, ma bensì con una crisi di uomini. Spero a riguardo che il suo governo riesca a invertire la rotta sul piano degli aiuti pubblici italiani allo sviluppo che purtroppo stanno scendendo a un livello molto basso. Posso capire tutti i problemi economici e sociali che un paese europeo sta attraversando, lungi da me poi la volontà di dare giudizi su scelte di politica nazionale di qualsiasi paese dell’Unione, perché la povertà cresce anche in Europa, ma ritengo opportuno un forte dibattito nazionale in Italia su cosa vuol dire oggi investire nello sviluppo. Che non significa tanto investire in una carità generica, ma bensì sul nostro futuro. Basti pensare alle ripercussioni dei fenomeni migratori e dei cambiamenti climatici. Non trovando soluzioni ai problemi che colpiscono il Sud del mondo, questi problemi diventano nostri. E’ una logica impietosa, da cui non si sfugge.

Intanto però molti paesi ricchi stanno rivedendo a ribasso i fondi da destinare alla lotta contro la povertà. Non solo l’Italia…

Guardi, la volontà politica contenuta nei testi sulla lotta contro la povertà impegna l’Europa a fare quello che ha promesso, cioè raggiungere lo 0,56% del Pil in aiuti pubblici allo sviluppo (APS) nel 2010 e lo 0,7% nel 2015. Con oltre 47 miliardi di euro spesi nel 2007, oggi l’Europa è il più grande donatore al mondo. Le conclusioni dell’ultimo consiglio dei ministri dicono poi chiaramente che l’Europa manterrà i suoi impegni. Spero che ognuno farà la sua parte.

Che impatto avrebbe una risposta non adeguata della Comunità internazionale sui paesi poveri e sull’Europa?

Difficile dirlo. Di sicuro i più poveri rischiano di rimanere sempre più confinati ai margini del sistema economico mondiale. L’aumento della forbice già drammatica delle disuguaglianze sociali rischia di intensificare i fenomeni migratori dal Sud verso il Nord del mondo, così come rischiano di intensificarsi gli scontri ideologici che danneggiano il dialogo a favore della violenza. E questi scontri creeranno delle situazioni in cui la povertà estrema genera delle pandemie che arriveranno anche da noi. Per non parlare dei disastri climatici e ambientali. Tutto questo non è fantascienza, è quasi matematica.

Che segnale intendete mandare da Strasburgo con i DevDays?

I Development Days sono un forum di discussione dove attori politici, capi di Stati, società civile e operatori dello sviluppo si incontrano privilegiando il punto di vista europeo. Essendo l’Europa il più grande donatore internazionale, è giusto che i DevDays riportino l’attenzione dei media su tematiche cruciali come la lotta alla povertà. Su questo fronte, il ruolo delle Autorità Locali sarà sempre più importante. Oggi gli aiuti pubblici europei che passano attraverso i comuni, le province, le regioni, è quantitativamente molto importante. In Spagna rappresenta il 15% degli aiuti spagnoli, in Germania è del 10%. In un contesto di possibile riduzione degli aiuti pubblici nazionali, vediamo che quelli degli Enti locali invece aumentano. Questo fenomeno è tanto più positivo che nell’ambito della cooperazione decentrata le Autorità locali esportano più facilmente “buon governo”. Tra comuni o regioni del Nord e del Sud del mondo ci si capisce presto. Su questo piano, l’Italia è all’avanguardia.

 

  • joshua.massarenti
  • Sabato 15 Novembre 2008

Europa, un piano comune per il G20. E Obama chiama Berlusconi

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  • Tags: Berlusconi, g20, Washington
  • 2 commenti

Tour Eiffel illuminata di blu

La Tour Eiffel illuminata con i colori europei per celebrare l’inizio della presidenza francese della Ue (Afp)

Il 15 novembre, data del G20, si avvicina. E al summit tra le principali economie del pianeta (un G8 allargato ai paesi emergenti e alla Spagna, inclusa oggi), l’Europa vuole arrivare con una voce sola. Nicolas Sarkozy, presidente di turno del consiglio europeo, vuole essere quella voce. “Chiederemo subito decisioni forti, ambiziose e operative” ha detto oggi al termine del vertice dei capi di stato dei 27 a Bruxelles, “proposte concrete entro 100 giorni, non sarà una serata mondana”. Contrariamente a quanto era sembrato ieri, il neopresidente americano Barack Obama non sarà presente al vertice, anche se probabilmente concorderà con gli uomini di Bush le decisioni per il futuro, “La crisi è grave, non potevamo aspettare il suo insediamento” ha detto il presidente francese. Ma certo Obama sarà a Washington nei giorni del vertice per incontrare bilateralmente i leader mondiali e gettare le basi del secondo G20, che si terrà quando ormai sarà insediato alla Casa bianca.
L’obiettivo dell’Ue è riscrivere le regole dei mercati: nella dichiarazione conclusiva del vertice informale dei leader si parla di rafforzare le regole e la vigilanza, ”combattendo ogni forma di protezionismo”, ”trasformando il Fondo monetario internazionale nella principale istituzione responsabile della stabilità finanziaria mondiale” e realizzando un ‘’sistema di allerta globale” contro i rischi. Tra i cinque punti indicati affinché si traducano in decisioni al G20, oltre alla fine dei paradisi fiscali, c’è una riforma delle agenzie di rating, delle norme contabili, un codice di condotta per evitare che nell’industria finanziaria siano presi rischi eccessivi, senza escludere il sistema remunerativo.
Infine si chiede di “affidare all’Fmi la responsabilità prima, con l’Fsf, di raccomandare misure per ristabilire la fiducia e la stabilità. Il Fondo dovrà inoltre essere dotato delle risorse necessarie e degli strumenti appropriati per sostenere i Paesi in difficoltà ed esercitare pienamente il suo ruolo di sorveglianza macroeconomica”.  ”Partiamo con un mandato unanime per portare la posizione comune dei 27 al G20 del 15 novembre”, ha assicurato Silvio Berlusconi, giudicando buono il documento ”in cinque punti concreti” di fatto formalizzato oggi dai leader europei.  Il premier è stato chiamato questa notte dal presidente eletto Barack Obama, dopo la conferenza stampa tenuta da quest’ultimo a Chicago. “Una lunga e cordiale telefonata” così la definisce una nota di Palazzo Chigi, “in cui è stato confermato lo stretto rapporto di amicizia e collaborazione fra i due paesi anche in vista dell’imminente presidenza italiana del G8”. Il colloquio con il premier era atteso dopo che, in giornata, il nuovo “commander in chief” aveva chiamato tutti gli altri leader del G8.

  • emanuele rossi
  • Venerdì 7 Novembre 2008

Esordio anticipato per Obama al G20: è la richiesta della Casa Bianca

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  • Tags: Casa-Bianca, g20, Usa
  • Un commento

Barack Obama dopo la vittoria

Obama si insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio, ma il suo esordio sulla scena internazionale come Presidente Usa potrebbe avvenire prima: funzionari dell’amministrazione Bush stanno infatti verificando la possibilità che il successore di George W. Bush partecipi al vertice del G20 sulla crisi economica, in programma a Washington per il 15.
Nel primo giorno dopo le elezioni Obama ha già nominato il suo capogabinetto: ha scelto il deputato dell’Illinois Rahm Emanuel, un clintoniano di ferro, come chief of staff della sua amministrazione. Alla Casa Bianca, i texani di George W. Bush si preparano a fare le valige: arriva la squadra di Chicago. Guidata dall’ex capo di gabinetto di Bill Clinton, l’italo-americano di Chicago John Podesta, la transizione per una nuova amministrazione Barack Obama è già cominciata.

Con Podesta lavorano a stretto contato di gomito i concittadini Valerie Jarrett, economista, e David Axelrod, l’architetto della vittoria. La priorità immediata del presidente eletto è la nomina del nuovo ministro del Tesoro: in pole position c’è l’ex ministro del Tesoro di Clinton, Lawrence Summers. La poltrona è bollente per la peggior crisi economica e finanziaria dai tempi della Grande Depressione: la decisione potrebbe arrivare in settimana e comunque prima del G20 del 15 novembre a Washington. Oltre a Summers, nel toto-nomine per l’eredità di Henry Paulson figurano un ‘grande vecchio’, l’ex capo della Fed Paul Volcker, e un giovane, il presidente della Fed di New York Timothy Geithner, 47 anni come Obama. Più un ex Goldman Sachs, il governatore del New Jesey John Corzine: “Mi piace il lavoro che faccio, ma mai dire mai”, ha detto alla Cnbc, aggiungendo di non aver parlato con nessuno dello staff di Obama della questione. Hillary Clinton alla Giustizia: possibile ma non probabile.

Mentre tra i nomi che circolano per il posto di Attorney General c’è anche quello di Andrew Cuomo, figlio dell’ex governatore italo-americano dello stato di New York, Mario Cuomo, che ha dato negli ultimi mesi battaglia a colpi di denunce contro i superbonus dei Ceo di Wall Street.
La poltrona del Pentagono potrebbe per il momento rimanere a Bob Gates, mentre per il posto di Consigliere della Sicurezza Nazionale Obama potrebbe puntare sulla ’sua’ Rice: Susan Rice, 44 anni, afroamericana come Condi e anche lei con radici a Stanford, è stata la guru di politica estera nella campagna dopo aver servito come assistente segretario di Stato per l’Africa sotto Clinton. Una donna, la deputata Jane Harman, potrebbe diventare ‘zarina’ dell’intelligence. Per il dipartimento di Stato sta facendo una lobby spietata il senatore John Kerry (Obama è stato messo in guardia, ai repubblicani non piace), mentre si parla anche del deus ex machina degli accordi di Dayton sulla ex Jugoslavia e ex ambasciatore all’Onu Richard Holbrooke: appoggio’ Hillary durante le primarie.

  • redazione
  • Giovedì 6 Novembre 2008
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