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Le immagini del mondo, questa settimana, 6 - 10 luglio 2009

Riesplode la protesta in Iran

Credits: Lapresse

09/07/2009 - Anche se il clamore nei media occidentali sembra sfumato resta alta la tensione a Teheran a quasi un mese dalle elezioni e dall’avvio della rivolta contro il regime clericale.

Le altre foto

Le immagini delle violenze nello Xinjiang
Credits: Lapresse

08/07/2009

A Urumqi, città dello Xinjiang, Cina, la situazione rimane tesa dopo l’esplosione di violenza etnica (le storie su Panorama.it) che ha provocato oltre 150 morti.

Le altre foto - (2)

g8


Credits: Ansa

08/07/2009 -I protagonisti del G8 all’Aquila. I leader degli otto paesi più ricchi della terra si sono incontrati all’Aquila per l’annuale summit. All’incontro, presieduto dal premier Silvio Berlusconi si sono poi aggiunti i leader di Brasile, Cina, India, Messico, Sud Africa e Egitto per discutere delle questioni legate al cambiamento climatico, Il Presidente cinese ha lasciato prima del previsto L’Aquila per tornare in Cina ad affrontare la crisi delli Xinjiang.

Le altre foto, (2, le first ladies),  (3).

l'ultimo saluto dei fan

Jacko: l’ultimo saluto dei fan

Le altre foto e altre ancora e poi quelle delle veglie.

Otto anni dopo Genova, ora tocca a L’Aquila. Ma cosa resta di quel G8?

Gli scontri al G8

Otto anni dopo, l’unica costante è Berlusconi. A L’Aquila (dall’8 al 10 luglio) come a Genova nel 2001, sarà lui, con qualche capello in più, il padrone di casa. Per il resto, tra i due “G8″ sembra passato un secolo. Basti pensare che nel luglio 2001 le torri gemelle erano ancora al loro posto nello skyline di New York, Barack Obama era uno sconosciuto politico dell’Illinois, a Genova i “no global” sfilavano in 300mila, Al Gore soffriva il caldo a casa sua, Beppe Grillo spaccava i computer alla fine dei suoi spettacoli e la Roma aveva appena festeggiato lo scudetto. Che ne é stato dei protagonisti di quei giorni di Genova 2001? Vediamo di ricapitolare:

I No Global:

Ormai i “no global” esistono solo nella testa di qualche giornalista o patito dei World Social forum. Le tante anime che avevano assediato la zona rossa di Genova con lo slogan “Un altro mondo è possibile” si sono divise ognuna per la propria strada: in Italia c’è chi ha scelto il volontariato, chi ha dato vita a proteste più local (No Dal Molin, No Tav, No triv…), chi ha seguito con entusiasmo Beppe Grillo e i “Vaffa day”, chi si è buttato in politica (vedi Francesco Caruso), chi ha abbracciato l’ambientalismo e la lotta al riscaldamento globale, chi è tornato ai centri sociali e all’anarco-insurrezionalismo. Le nuove leve sono cresciute con l’Onda studentesca. A otto anni di distanza, però, anche il “nemico” dei No Global, il modello neo-liberista della finanza globale, ha mostrato tutte le sue crepe. E le proteste, anche violente, sono ricomparse su scala globale con un altro slogan “Non pagheremo la vostra crisi”.

Vittorio Agnoletto:

il portavoce del “Genoa Social Forum” ha passato gli ultimi 4 anni al parlamento europeo, eletto con Rifondazione. Nel 2009 si è presentato alle elezioni europee con la “lista anticapitalista” di Ferrero e Diliberto, che non ha raggiunto il 4% necessario. Il 7 luglio, secondo la sua agenda on-line, sarà a Bruxelles, lontano da L’Aquila e dai megafoni.

Luca Casarini:

Il leader dei “disobbedienti” e delle “tute bianche” ha continuato con il suo attivismo nel Nord est, ma meno sotto i riflettori. Nel 2008 ha pubblicato con Mondadori un romanzo noir “La parte della fortuna“. Sulla copertina, un graffito di Banksy: una specie di black block che lancia un mazzo di fiori invece di un sasso.

I black block:

Che fine hanno fatto i “casseur” professionali e violenti che avevano accompagnato tutte le manifestazioni antiglobalizzazione del “popolo di Seattle”? Per un periodo sembravano scomparsi e ripudiati dopo Genova dagli altri manifestanti. Periodicamente ricompaiono sotto altri nomi e sigle: in Grecia alle manifestazioni contro la polizia, a Londra per il G-20 lo scorso aprile.

Manu Chao:

Nel 2001 era il leader musicale della protesta ben più degli anti-debito Jovanotti e Bono Vox. Ha continuato a fare il musicista giramondo, con due dischi più intimisti (Sibérie m’etait contée e La radiolina) e molto meno attivismo, anche se nei suoi concerti mette sempre il discorso del Subcomandante Marcos.

Gianni De Gennaro:

Capo della polizia nel 2001, lo “squalo” è stato uno dei principali accusati per il blitz alla scuola Diaz e le torture di Bolzaneto. Dal processo è uscito assolto. Il governo Prodi lo nominò capo di gabinetto del Ministero dell’Interno, poi commissario straordinario per l’emegenza rifiuti in Campania. Nel maggio 2008 diventa il direttore del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza). Il 1 luglio i pm genovesi hanno chiesto una condanna a due anni per De Gennaro, con l’accusa di aver indotto a falsa testimonianza l’ex questore Francesco Colucci.

La “Diaz” e Bolzaneto:

Per l’irruzione alla scuola Diaz (94 “no global” pestati, arrestati e rilasciati il giorno dopo) e le detenzioni e le torture nella caserma di Bolzaneto, i processi in primo grado sono durati sette anni. Con la sentenza dello scorso novembre, il tribunale di Genova ha condannato per la Diaz in totale 13 appartenenti alle forze dell’ordine a un totale di 35 anni (nessuno di loro andrà comunque in carcere). Quindici le condanne per Bolzaneto. I vertici sono stati tutti assolti.

Mario Placanica

La morte del giovane Carlo Giuliani fu l’avvenimento che segnò il G8 genovese. Il carabiniere che gli sparò, Mario Placanica, è stato indagato e poi prosciolto. Nel 2003 fu coinvolto in un incidente stradale e denunciò un presunto sabotaggio dei freni della sua auto. Nel 2005 fu dichiarato non idoneo al servizio nell’Arma e dimesso. Decisione contro la quale fece ricorso. Nell’agosto 2008 Mario Placanica, assistito dal legale Carlo Taormina, ha sporto denuncia contro ignoti per l’omicidio di Carlo Giuliani.

I presidenti

Come già detto, l’unico a comparire nella foto di gruppo del G8 del 2001 e in quella del 2009 sarà Berlusconi. George W. Bush ha lasciato il carico con una popolarità sotto le scarpe (quelle che gli ha tirato un giornalista iracheno), Jacques Chirac ha visto succedergli l’odiato Sarkozy, Tony Blair viene rimpianto dai laburisti inglesi che vogliono disfarsi di Brown, Schroeder ha trovato una nuova vita come consulente dei russi di Gazprom. I primi ministri canadese (Jean Chrétien) e giapponese (Junichiro Koizumi) hanno concluso il loto mandato. Quanto a Vladimir Putin, ha lasciato il posto a Dmitri Medvedev, ma la sua voce continua a essere quella che conta a Mosca e dintorni.

Il G8

Già, il vertice stesso dopo Genova, la zona rossa, il morto in piazza, gli scontri, non è stato più lo stesso. Dal 2002 in poi infatti è sempre stato organizzato in piccoli centri o località vacanziere, più isolati e controllabili. Nel corso dell’anno scorso, con la crisi economica, è stato di fatto soppiantato dal G20, il summit che ha incluso i nuovi protagonisti dell’economia mondiale come Cina, India e Brasile.

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Il debutto di Obama per rialzare l’America: “Più forti dopo la crisi”

il presidente Usa Barack Obama
“L’economia americana è indebolita, la fiducia del paese è scossa, ma l’America si riprenderà e uscirà dalla crisi più forte di prima”: con un appello bipartisan a rimboccarsi le maniche e a “ricostruire” tutti insieme il Paese, il presidente Barack Obama ha dato una iniezione di ottimismo agli Stati Uniti in recessione. “Il peso della crisi non determinerà il destino della nazione: le risposte ai nostri problemi non sono fuori dalla nostra portata. Esistono nei laboratori e nelle università, nei nostri campi e nelle nostre fabbriche, nell’immaginazione dei nostri imprenditori e nell’orgoglio dei nostri lavoratori, i migliori del mondo”.
“Queste qualità” ha detto Obama nel primo discorso alle Camere da quando si è insediato alla Casa Bianca cinque settimane fa “hanno fatto dell’America la più grande forza di progresso e prosperità nella storia umana. Ora il Paese deve unire le forze e confrontare le sfide, ancora una volta assumersi le responsabilità del proprio futuro”.

Nessuno zuccherino per indorare una pillola amara in un ambizioso discorso in stile Ronald Reagan, dominato dai temi della politica interna. Siamo onesti, ha detto Obama: “La crisi non è nata ieri”. Ci vorranno tre anni per la ripresa totale dell’economia, aveva avvertito il capo della Fed, Ben Bernanke, poche ore prima che Obama cominciasse a parlare alle 21 ora di Washington. Un cocktail di speranze e di dure realtà di oltre 50 minuti, interrotti da applausi scroscianti davanti a deputati, senatori, membri del governo, generali, giudici costituzionali, eroi come il pilota Sully Sullenburger, miracolosamente ammarato sull’Hudson, e il banchiere di Miami Leonard Abess, che ha distribuito ai 399 dipendenti il bonus da 60 milioni di dollari.

Due i grandi assenti: il ministro della giustizia Eric Holder nel caso in cui una catastrofe nucleare avesse investito il Capitol e tutti i suoi occupanti sarebbe stato lui ad assumere le redini del Paese. E il senatore Ted Kennedy, gravemente malato e salutato da una “standing ovation” quando Obama gli ha reso omaggio. Pochi gli accenni alla situazione internazionale, sempre con un richiamo ai valori (”L’America non tortura”) e in nome di un nuovo impegno al “dialogo con il mondo”. Crisi economica e crisi fiscale sono collegate, non è possibile rimettere in rotta il Paese senza affrontarle entrambi, ben consapevoli che l’emergenza di oggi viene da lontano e occorre por fine all’era di profonda irresponsabilità che ha portato l’America al punto in cui è oggi. La replica dei repubblicani era stata affidata all’astro nascente del partito, il giovane governatore della Lousiana Bobby Jindal, che ha accusato Obama di pessimismo.

Ma il neo-presidente, consapevole dei “tempi straordinari” in cui ha assunto il suo mandato, ha detto che l’America è una nazione che “vede promesse nel pericolo”, che sospinta dalla guerra fredda “ha mandato l’uomo sulla Luna”. Invitando gli americani a non farsi ossessionare dalle altalene di Wall Street, Obama ha ribadito la filosofia del piano di stimolo e delle riforme promesse in campagna elettorale, in vista della presentazione del budget giovedì prossimo, che prevede nel lungo periodo il dimezzamento del deficit. Indipendenza energetica, riforma della scuola e della mutua (”i costi della salute creano una bancarotta ogni mezz’ora”) sono i capisaldi della piattaforma, che contiene anche un piano di risparmi: il team Obama ne ha individuati per 2.000 miliardi in un arco di dieci anni, andando al cuore di alcuni mostri sacri: da Medicare, la mutua per le anziani, alla Social Security, al Pentagono, per gli appalti senza bando di concorso che hanno fatto sprecare miliardi di dollari in Iraq.

Il VIDEO servizio:

G8: accordo minimo, e in extremis, sui gas serra

G8leaders

Ci è mancato poco che il G8 naufragasse sugli scogli delle divisioni. Ma in un improvviso sussulto di orgoglio, i leader del G-8 riuniti a Tokayo, in Giappone, sono riusciti a salvare la faccia raggiungendo una serie di accordi e impegni comuni impensabili fino a 48 ore fa e chiamando in causa anche le economie emergenti perché facciano la loro parte e demandando la definizione del piano allo United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc), la cornice negoziale dell’Onu sul clima che coinvolge 200 Paesi.
Tutti più o meno d’accordo dunque sul senso politico della questione di fondo: il riscaldamento del pianeta è un’emergenza da affrontare attraverso “profondi tagli” delle emissioni al più presto. In realtà si tratta di un accordo minimo, che non prevede né cifre né scadenze e che rimanda tutto al negoziato sul clima in sede Onu e alla prossima Conferenza di Copenahgen del novembre 2009 che dovrà disegnare gli scenari post-Kyoto per la lotta al Co2.
In sostanza, nonostante gli sforzi della presidenza giapponese del G8, Cina ed India hanno respinto gli accordi di programma rappresentati dal documento sul clima, che prevedeva l’impegno a dimezzare le emissioni per il 2050. I Paesi emergenti sottolineano che la possibilità di raggiungere questi obiettivi di lungo termine dipende anche da “tecnologie economiche, nuove, innovative e più avanzate”. Quindi, chiedono una forte “cooperazione tecnologica con trasferimento di conoscenze avanzate”. Naturalmente nel documento si riconosce che uno sforzo di queste dimensioni per abbattere le emissioni “richiederà una più grande mobilitazione di risorse finanziarie sia nazionali che internazionali”.
Questi gli accordi e gli impegni raggiunti dagli otto Grandi.

Gas serra ridotti del 50% entro il 2050. Nel documento finale i capi di Stato degli otto paesi più industrializzati hanno sorpreso un po’ tutti impegnandosi “a tagliare fino al 50% le emissioni di gas responsabili dell’effetto serra entro il 2050“.

L’intesa raggiunta dal G8 al termine di una lunga notte di trattative è stata definita dal presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, la prova di “una nuova visione comune delle maggiori economie”, mentre la cancelliera tedesca, Angela Merkel, già protagonista nel summit tedesco del 2007 di pressioni fortissime a favore dell’ambiente, si è detta convinta che “il mondo non potrà più scappare dai propri obblighi”. Alla vigilia del summit di Hokkaido, nessun esperto avrebbe scommesso sulla possibilità che gli Stati Uniti accettassero di compiere lo sforzo politico necessario per raggiungere l’accordo ambizioso previsto a Copenhagen nel novembre 2009. E invece no, per la prima volta l’amministrazione statunitense sembra orientata a favorire il ri-aggiornamento dell’attuale protocollo di Kyoto (in scadenza nel 2012). I leader del G-8 hanno tuttavia ribadito che a questo sforzo si devono associare i paesi emergenti, tra cui la Cina e l’India, le nazioni meno rispettose dell’ambiente nel sud del mondo. Presenti in Giappone in qualità di paesi ospiti, i governi cinese e indiano hanno diffuso assieme a Sudafrica, Brasile e Messico, un documento in cui definiscono “essenziale che i Paesi sviluppati diano l’esempio e riducano entro il 2020 le loro emissioni di gas serra tra il 25 e il 40% rispetto al livello raggiunto nel 1990″, e addirittura “tra l’80 e il 95% entro il 2050″. Dal canto loro, la società civile ha espresso commenti molto negativi sugli sforzi annunciati dal G8 per contrastare i cambiamenti climatici. Il Wwf parla di “un accordo deludente”, mentre Oxfam sostiene che “entro il 2050 il pianeta sarà già bruciato”.

Energia e caro petrolio. Altro tema centrale di Tokayo: il caro-petrolio. Nel suo documento finale, il G8 ha ribadito le “profonde preoccupazioni” espresse dai leader al loro arrivo sull’isola di Hokkaido. Ciononostante hanno affermato la loro volontà a “rimanere fiduciosi” riguardo le previsioni di crescita economica. Tra i limiti rivelati dagli adetti ai lavori è mancata una posizione comune sulle cause che hanno generato l’aumento del prezzo del greggio, ormai pronto a sfondare il tetto dei 150 dollari. Nella loro dichiarazione, gli otto leader invitano i Paesi produttori ad aumentare la produzione “sul breve termine”, mentre sul “medio termine” è auspicabile un incremento degli investimenti. Di fronte allo spauracchio della sicurezza energetica, paesi come la Francia e l’Italia non hanno esitato a riaffermare il loro aperto sostegno all’energia nucleare, “intesa come uno strumento chiave per ridurre la dipendenza dai carburanti fossili e ridurre di conseguenza l’emissione di gas serra”. Segno evidente delle preoccupazioni che stanno agitando i paesi ricchi, i leader del G8 hanno proposto l’organizzazione di “un forum sull’energia che si concentri sull’efficienza energetica e le nuove tecnologie che possono contribuire al dialogo tra produttori e consumatori”.

Povertà e crisi alimentare. A tenere banco in questo summit di Hokkaido sono stati ovviamente gli effetti disastrosi causati dall’aumento recente dei prezzi dei generi alimentari e la conseguente mancata disponibilità di cibo per milioni di persone nel Sud del mondo. Alla vigilia del Vertice giapponese, la Banca Mondiale aveva ricordato che l’attuale crisi alimentare rischiava di proiettare oltre 100 milioni di esseri umani sotto la soglia della povertà. Di fronte a tale scenario, il G8 ha annunciato di mettere a disposizione 10 miliardi di dollari a titolo di ” misure addizionali per dare assistenza a quanti soffrono la fame”. Ma l’annuncio non convince le organizzazioni non governative presenti a Tokayo. Raggiunto telefonicamente da Panorama.it, Luca de Fraia, direttore delle policy di ActionAid International (sezione Italia), sostiene che ” l’impegno del G8 di 10 miliardi di dollari lascia indefinito il reale periodo di esborso “. Peggio, “non è previsto nessun sistema vincolante che garantisca il fatto che questi aiuti verranno effettivamente sborsati dai paesi membri”. Sulla scia della crisi alimentare, i paesi ricchi hanno confermato gli impegni presi al Summit di Gleneagles nel 2005, i quali prevedevano di raddoppiare gli aiuti allo sviluppo portandoli da 25 a 50 miliardi di dollari annui entro il 2010. Anche in quel caso predomina lo scetticismo. “Nell’aprile scorso” sottolinea De Fraia, “l’organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo aveva denunciato un buco di 40 miliardi di dollari rispetto alle promesse fatte dal G8 nel 2005. Ora, dubito che dal luglio 2008 al dicembre 2010 si possa colmare il gap che sussiste tra lo stato attuale e gli impegni di Gleneagles”. Nessuno sconto neppure sui 60 miliardi di dollari che i paesi ricchi hanno promesso di sbloccare entro i prossimi cinque anni per la lotta contro Aids, tubercolosi e malaria, e rafforzare i sistemi sanitari dei paesi più poveri. “L’obiettivo dell’Accesso Universale alle Cure entro il 2010 è ormai fuori portata”, denuncia Luca De Fraia. “L’impegno allo stanziamento di 60 miliardi di dollari già preso allo scorso Vertice di Heiligendamm è stato confermato, ma verrà spalmato su cinque anni invece che su tre, e questo è un passo indietro fondamentale che non consentirà di garantire l’accesso alle terapie anti-retrovirali agli oltre sette milioni di persone che attualmente rischiano di perdere la vita”.

Il VIDEO servizio:

G8 in Giappone: il flop annunciato

Economia

Cambiamenti climatici, energia e crisi alimentare. Sono questi i temi posti in cima all’agenda del Summit del G-8 che da oggi riunisce a Tokayo, sull’isola giapponese di Hokkaido, i capi di Stato delle otto nazioni più potenti del mondo. Nell’era della globalizzazione, ci sarà ovviamente spazio per attori insostituibili come Russia, Cina, India e Brasile, la cui presenza in Giappone sarà rafforzata dalla partecipazione ai tavoli di negoziati dei principali leader africani per discutere di lotta contro la povertà.

Scenari foschi. Il clima politico, si sa, non è dei più felici. Rispetto ai Summit precedenti, dove a tenere banco erano soprattutto i ‘no-global’, quest’anno i vari Bush, Merkel, Sarkozy e Berlusconi devono fare i conti con sfide politiche, economiche e ambientali assai più impegnative per chi deve decidere sulle sorti del mondo. Un dato su tutti: se l’anno scorso i leader del G-8 avevano espresso preoccupazione per un petrolio a quota 70 dollari il barile, c’è da chiedersi quale sarà il tenore del loro comunicato stampa finale quando si tratterà di trovare una posizione comune su un barile ormai pronto a sfondare il tetto dei 150 dollari.

Corsa all’atomo. Nonostante le dichiarazioni ottimistiche rilasciate ieri dal presidente americano George W. Bush e dal premier giapponese Yasuo Fukuda, a Tokayo si annunciano tre giorni di fuoco. Sul fronte energia, il G-8 dovrebbe rivolgere un appello a favore di un dialogo più intenso e trasparente tra produttori e consumatori, ribadendo nel contempo un suo impegno (generico per la verità) a monitorare il mercato e le “cause complesse” del carovita. Al centro dell’attenzione, ci sarà ovviamente il nucleare, su cui Francia e Italia stanno puntando molto come fonte energetica alternativa. Non così invece in Germania, dove Angela Merkel è l’unico cancelliere ‘occidentale’ a non voler scommettere sull’atomo.

L’asso di Angela: ridurre i gas serra. Non a caso, la cancelleria tedesca punta tutto sulla giornata dedicata ai cambiamenti climatici (se ne parlerà mercoledì 9 luglio) per imporre un confronto globale (con Cina e India) sul destino del protocollo di Kyoto. Lo scorso anno, a Heiligendamm, la Merkel era riuscita a strappare al G-8 la promessa di “considerare attentamente” l’obiettivo di ridurre del 50% le emissioni di gas a effetto serra entro il 2050. Di sicuro la Germania può contare sull’appoggio del governo giapponese, che nel giugno scorso ha addirittura annunciato una riduzione del 60-80%. Purtroppo, le ambizioni nippo-tedesche rischiano di frantumarsi sui dissensi profondi che permangono sia all’interno del G-8 che tra i paesi più industrializzati e quelli emergenti.

Altri nodi. Al suo arrivo in Giappone, il presidente Bush ha affermato che gli Stati Uniti sono pronti a giocare un ruolo “costruttivo”, ma tutti sanno che il sostegno degli USA al protocollo post-Kyoto (previsto nel novembre 2009 a Copenhagen) è vincolato a un accordo globale che impegni Cina e India nella lotta contro il ‘climate change’. La stessa Unione europea rischia di presentarsi in Danimarca con idee molto divergenti fra chi, come Francia, Germania e Italia, intendono favorire le energie alternative, mentre i paesi dell’est non vedono di buon occhio l’abbandono del carbone. Anche in quel caso quindi, il Summit di Hokkaido rischia il mezzo fallimento.

Silvio Berlusconi

Guerra alla povertà. Terzo e ultimo tema che il G-8 affronterà è la lotta contro la povertà. Lo farà oggi assieme ad alcuni leader africani con un ordine del giorno scombussolato dalla crisi alimentare. Tanto per rassicurare, pochi giorni fa il presidente dell’Organizzazione delle Nazioni per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), Jacques Diouf, ha dichiarato che per via del boom dei prezzi dei cereali il numero di persone a rischio fame era salito a 50 milioni nel 2007. Sempre per voce di Diouf, la FAO stima a 24 miliardi di dollari i fondi annui supplementari necessari per arginare la crisi. Alcuni paesi, come Giappione e Italia, hanno già fatto sapere di voler aumentare gli aiuti da destinare a quei paesi colpiti dai rincari e dalle carenze di cibo. Ma dalle parole ai fatti c’è un mondo.

Africa e Europa. Quello che separa il G-8 e gli africani rimane abissale. Nel Summit di Gleneagles (2005), i leader delle otto potenze industriali avevano promesso di raddoppiare i fondi per l’Africa, passando da 25 a 50 miliardi di dollari annui entro il 2010. Purtroppo ricorda a Panorama.it Luca de Fraia, direttore delle policy della sezione italiana di ActionAid International, “l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la coperazione economica (Ocse) stima che con l’attuale tendenza, nel 2010 mancheranno tra i 38 e i 40 miliardi di dollari per centrare l’obiettivo quantitativo di Gleneagles”. Dopo le rivelazioni del Financial Times, secondo il quale la bozza del comunicato conclusivo del summit di Hokkaido aveva annacquato cifre e obiettivi, il G-8 sembra orientato a voler ribadire le promesse fatte nel passato e riconoscere la necessità di accrescere gli aiuti da destinare all’Africa dopo il 2010. Per gli esperti, nonostante i soliti proclami positivi, il G-8 giapponese non dovrebbe riservare molte sorprese. A trionfare sarà il solito status quo…

bangladesh15

Herr Merkel, il First Gentleman che disdegna la mondanità

Il cancelliere tedesco, insieme al marito, dal balcone del palazzo del Festival operistico di Bayreuth<br> [i](Foto: Ansa)[/i]
Schivo, silenzioso, con un senso dell’umorismo un po’ piatto, così lo descrivono i giornali tedeschi. D’altronde cosa ci si può aspettare da uno scienziato? E poco importa, a lui, se è il first gentleman della donna più importante d’Europa. Joachim Sauer, di mondanità e apparizioni pubbliche non ne vuole sapere. Il marito di Angela Merkel agli incontri ufficiali al seguito della moglie, a fotografi e colazioni tra capi di Stato e compagne, preferisce l’ombra del suo laboratorio. L’ha preferita addirittura il giorno della vittoria elettorale del 2005, quando lei stava diventando Cancelliera tedesca, la Frau di Germania: si è limitato a guardare l’incoronazione in tv. Discreta presenza. Come dire… impercettibile.

Professore di chimica quantistica, vera autorità nel suo campo, Joachim vuole essere per se stesso e non perché “marito di”. E a giustificarlo nella sua assenza al fianco di super-Angela c’è una carriera, la sua, impegnativa, con un calendario fitto di appuntamenti, che lo tiene indaffarato per 14 ore al giorno. E, come dice Gerd Langguth, professore di scienze politiche all’Università di Bonn e autore di una biografia sulla Merkel, non ha neanche così tanta voglia di “portare la borsetta della moglie”. Come biasimarlo? Alla faccia della stampa tedesca che è impazzita attorno alla sua figura. Il Bild Zeitung, due anni fa, il giorno dopo l’elezione titolava: “Merkel - wo war Ihr Mann?” (”Merkel - dov’era suo marito?”).
“Il fantasma dell’Opera” è ormai il nomignolo affibbiatogli. Questo perché, grande amante di musica classica e soprattutto di Wagner, l’unica uscita ufficiale che Joachim non si fa mancare è per il Festival di Bayreuth, rassegna operistica e uno degli eventi di maggiore visibilità in Germania. La sua filosofia di basso profilo lo distingue dagli altri first gentleman, abituati invece alle telecamere, e che per di più hanno fatto della loro popolarità e della presenza mediatica l’arma vincente per il successo delle mogli. È questo il caso del “Pinguino” (così definito perché originario dell’estremo sud della Patagonia), Néstor Carlos Kirchner, ex presidente argentino a cui è succeduta la moglie, l’ex primera dama Cristina Fernández de Kirchner. Ed è il caso di Bill Clinton, che grazie alla sua notorietà e al suo passato politico (e privato) ha reso Hillary una delle candidate più papabili al seggio presidenziale americano. Ma a Joachim no, non parlate di riflettori e palcoscenici. Addirittura ha fermamente proibito ai suoi studenti di rilasciare interviste su di lui. E non provate a chiamarlo “Mr Merkel”, neppure per scherzo: il suo viso tirato potrebbe irrigidirsi anche di più.
Il cancelliere tedesco in visita al presidente americano, nel ranch di Crawford, Texas<br> [i](Foto: Ansa)[/i]
Solo alla bandiera a stelle e strisce e all’accento yankee non sa dir di no. Per Bush e consorte è andato volentieri contro la sua normale ritrosia, accompagnando Angela nella visita privata nel ranch di Crawford. D’altronde per gli States ha un amore viscerale: dopo la caduta del muro di Berlino il suo primo viaggio fu proprio in America, in California, dove lavorò per diversi mesi. E nel giugno scorso ha presenziato anche il Forum del G8 a Heiligendamm, unico first gentleman tra first lady, facendo gli onori di casa e intrattenendo le sette spose. Sfoggiando anche qualche sorriso, che ha fatto quasi più notizia, in Germania, del Forum stesso.
Per dirla alla Moretti, “lo si nota di più se va e si mette in disparte o se proprio non va?”.

Da sinistra Laureen Harper (Canada), Ludmila Alexandrovna Putina (Russia), Flavia Prodi (Italy), Laura Bush (USA), Joachim Sauer (Germania), Cherie Blair (Gran Bretania), Margarida Sousa Uva (UE) e Akie Abe (Giappone)<br> [i](Foto: Ansa)[/i]

Visto dal mondo arabo: tutti gli errori degli otto Grandi


Il vertice dei G8 a Heiligendamm ha avuto un impatto mediatico anche nel mondo arabo. Interessanti, in particolare, i commenti dei giornali algerini, visto che il Presidente Bouteflika era tra i leader invitati ai colloqui sull’Africa. “Chi avrebbe scommesso negli anni Novanta che un decennio più tardi i grandi della Terra avrebbero invitato il primo degli algerini ad unirsi ai loro dibattiti?”, si chiede L’Expression.
Se gli otto Grandi ora hanno voglia di ascoltare i consigli dell’Algeria su uno degli argomenti che conosce meglio, cioè l’Africa, - sostiene il quotidiano - è perché gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno portato il mondo a riflettere sul fatto che l’Algeria aveva già conosciuto il terrorismo in precedenza e saveva saputo difendersi da sola, anticipando quella guerra all’estremismo islamico inaugurata dagli Usa dopo l’attacco alle Twin Towers.

L’editoriale di Liberté è invece molto più critico nei confronti dei G8, accusati di mantenere raramente le promesse sugli aiuti ai Paesi poveri. L’Africa, sostiene il giornale algerino, non ha bisogno di aiuti qualsiasi, ma di sostegni per la creazione di imprese e di posti di lavoro, per la formazione professionale e l’aggiornamento tecnologico, come promesso da precedenti accordi, mai messi in pratica. Ancora più duro il parere di Mohamed Bouhamidi apparso su Le Soir d’Algérie. Il giornalista che nel 2004 subì una condanna per aver criticato il presidente algerino si chiede con quale diritto le otto grandi potenze si sono arrogate il privilegio di decidere le sorti del mondo. “Su quale base legale? Nessuna. In linea di principio, l’Onu rimane la sola struttura mondiale legalmente abilitata ad ospitare le discussioni sullo stato del pianeta. Il protocollo di Kyoto è stato adottato sotto la sua egida.” Ma – suggerisce Bouhamidi – ora i G8 non sembrano più disposti ad ascoltare i pareri di tutte le nazioni e “su proposta di G. W. Bush, un nuovo processo di discussione potrebbe portare alla sostituzione del protocollo di Kyoto e quindi del processo precedente iniziato dall’Onu.”

Anche nel resto del mondo arabo il vertice ha suscitato commenti interessanti. Il quotidiano del Qatar Al Rayah ha messo a confronto il summit di Heiligendamm e il controvertice africano, sottolineando che i problemi affrontati dai Paesi ricchi e da quelli svantaggiati sono stati molto diversi. Così, mentre Stati Uniti e Russia discutevano di progetti avveniristici come lo scudo spaziale, “il cosiddetto summit dei poveri che si è tenuto a Sikaso, in Mali, e cui hanno partecipato i leader dei Paesi più poveri dell’Africa, ha chiesto ai Grandi di garantire alcuni dei bisogni primari di ogni essere umano, come il cibo, e ha affermato che il minimo che questi Paesi possano fare è cancellare il debito.” Infine, Al Hayat, quotidiano panarabo stampato a Londra, ospita l’opinione della giornalista libanese-americana Raghida Dergham sullo scontro fra Putin e Bush sullo scudo spaziale. Entrambi i leader, che lasceranno il potere nel 2008, vogliono passare alla storia come dei decisionisti; fanno la voce grossa per mantenersi padroni della scena e far dimenticare i problemi che hanno oscurato la loro credibilità: le tentazioni dittatoriali del capo del Cremlino e gli errori della Casa Bianca in Iraq.

ActionAid al G8: l’Italia soffre di avarizia patologica negli aiuti all’Africa

Romano Prodi, presidente del Consiglio
“L’Italia è un paziente che soffre di vuoti di memoria, dimentica gli impegni presi e mostra segni di avarizia patologica”. È questa la diagnosi formulata dalla sezione italiana di ActionAid International per denunciare le strane amnesie che colpiscono il nostro paese quando si tratta di trasformare le parole in fatti (leggi anche G8 e povertà, solo aiuti gonfiati). “E purtroppo” commenta da Heilingedamm Luca De Fraia, “non si intravedono segnali di convalescenza. Almeno non in questo G8″. Per il direttore delle campagne d’informazione di ActionAid, “quello di Prodi sarà un Summit senza grandi sorprese. Con ogni probabilità, il premier italiano confermerà la sua strenua volontà di sradicare la povertà in Africa e nel Sud del mondo, sapendo benissimo di non aver mantenuto le promesse fatte agli elettori durante la campagna elettorale dello scorso anno”.
Scusi De Fraia, a quali promesse si sta riferendo?
Si riveda il programma elettorale di questo governo. Il capitolo “cooperazione e sviluppo” era una voce di spicco. Ora, su questi temi c’è un mandato preciso da parte degli elettori del centrosinistra. Oggi il governo non può far finta di nulla e appellarsi alle condizioni economiche preoccupanti in cui versa il paese. La crisi c’era anche sotto il governo del centrodestra…
Eppure Prodi ha ribadito nel suo ultimo incontro con le ong italiane di voler rilanciare la cooperazione.
Il messaggio che Prodi ha consegnato alle ong è in realtà quello di voler verificare nel processo di definizione del Dpef e della legge finanziaria gli spazi a disposizione per dare risposte concrete agli impegni internazionali più stringenti come il Fondo Globale contro l’Aids e alla necessità di raggiungere lo 0,51% del Pil entro il 2010.
Ma con che faccia ci presentiamo in Germania rispetto ai nostri partner?
Prodi sbarca a mani vuote! Contrariamente all’Italia, Stati Uniti e Germania stanno dando alcuni segnali positivi. Il presidente americano ha appena annunciato il raddoppiamento dei fondi Usa per la lotta all’Aids, mentre il cancelliere tedesco Angela Merkel ha presentato un piano convincente che prevede l’aumento significativo degli aiuti pubblici della Germania a favore dello sviluppo. Noi invece non siamo nemmeno capaci di saldare i conti con il Fondo Globale per la lotta contro l’Aids.
E quanto dobbiamo a questo fondo?
Esattamente un anno fa il premier italiano aveva incontrato la Coalizione italiana per la lotta contro la povertà, giurando che il suo governo avrebbe saldato i 150 milioni di euro di arretrati. Un anno dopo il saldo è salito a 280 milioni di euro, con la conseguenza che l’Italia rischia di perdere la sua poltrona nel board di questo Fondo.
Un’altra amnesia?
Guardi, il vero motivo per cui l’Italia è così indietro rispetto agli altri paesi è lo scarso interesse dei nostri politici ai temi della povertà nel mondo. Non a caso, i problemi emergono ogni qualvolta che il parlamento deve sganciare delle risorse. Si tratta di un disimpegno bipartisan, che chiama in causa sia il centrosinistra che il centrodestra.
L’Italia, lo sappiamo, non sta attraversando un periodo felice. Centinaia di migliaia di famiglie italiane non riescono più a tirare avanti. Perché mai dovremmo sobbarcarci le disgrazie altrui?
Le ong italiane sono perfettamente consapevoli dei disagi socio-economici del nostro paese. Siamo altrettanto consapevoli che questo governo, come quello precedente, deve fare scelte delicate di politica economica, riequilibrare i conti pubblici. Però l’impressione è che i temi della lotta alla povertà non sono mai presi nella loro giusta considerazione. E qui c’è chi si sbaglia di grosso. Oggi viviamo in un mondo globalizzato che ci propone delle sfide decisive a cui dobbiamo dare risposte globali. I nostri politici non possono continuare a pensare in termini isolazionisti. Ciò che accade in Darfur, in Niger o in Congo, presto o tardi si ripercuote sul nostro paese. Pensiamo ai fenomeni migratori che tanta paura incute tra i nostri politici. Che cosa li origina se non la fame, le guerre e la povertà? Al di là dei sentimenti di giustizia sociale, in cui credo profondamente, è urgente aprire gli occhi sul mondo che ci circonda.

APPROFONDIMENTI:
Prescrivi al governo la cura per far tornare alla mente gli impegni presi nella lotta all’Aids.
Scarica i rapporti di ActionAid sulla lotta contro la povertà.
Qui il sito del Fondo Globale per la lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria.
Per informazioni sul disimpegno dei paesi ricchi nella lotta contro la povertà.

G8 e povertà: Italia vergognati. Solo aiuti gonfiati

Le Ong lamentano le false promesse dei capi di Stato del G8 sugli aiuti ai paesi poveri e manifestano a Rostock in occasione del G8
Ormai le latitudini non contano più: ovunque si presenti, l’Italia fa solo figuracce. L’ultima, in ordine cronologico, ci giunge dalla Germania, dove stamane è iniziato il Summit che riunisce i capi di Stato delle otto nazioni più potenti del pianeta. Romano Prodi dovrà rendere conto su uno dei temi centrali del G8: l’Africa e, più in generale, la lotta contro la povertà nel mondo.
Purtroppo, il conto si preannuncia salatissimo. Con buona pace del miliardo di esseri umani costretti a vivere con meno di un dollaro al giorno, l’Italia è uno dei peggiori erogatori di aiuti allo sviluppo (Aps) tra i paesi occidentali.
In una lettera aperta al governo Prodi il 15 maggio scorso, le 160 organizzazioni non governative aderenti all’Associazione ONG italiane ha ricordato che “la percentuale del prodotto interno lordo destinato agli aiuti pubblici allo sviluppo nel 2006 è ai minimi storici dello 0,20% (2.925 milioni di euro in cifre assolute)”, il che equipara “il nostro paese a Stati come Cipro, Ungheria o Slovenia” relegandolo “all’ultimo posto dell’Unione Europea e a fanalino di coda dell’insieme dei paesi Ocse”. Le accuse delle ong italiane (che si aggiungono a quelle delle ong internazionali che hanno protestato già ieri a Rostock, nella foto), trovano conferma nel rapporto pubblicato il 3 aprile 2007 dall’Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economici. Nella lista dei 22 paesi membri dell’Ocse, l’Italia si piazza al terzo ultimo posto, davanti a Stati Uniti (0,17%) e Grecia (0,16%), ma lontano anni luce da Svezia (1,03%) o Austria (0,80%).
Di questo passo, il nostro paese non riuscirà mai a rispettare gli impegni presi a Barcellona nel 2002 (impegni che impongono a ongi paesi Ue di dedicare agli Aps lo 0,51% del Pil entro il 2010 e, così come fissati dagli Obiettivi del Millennio, lo 0,7% entro il 2015).
Ma il quadro diventa ancora più inquietante se si pensa che oltre il 44% degli aiuti italiani nel 2006 rientra sotto la voce “cancellazione del debito estero” contratto da alcuni paesi nei confronti dell’Italia (è il caso dell’Iraq a cui abbiamo cancellato 374 milioni di euro). Questo significa che in termini reali, la percentuale di Pil italiano riservato alla lotta contro la povertà sprofonda allo 0,11%. Da cui l’espressione “aiuto gonfiato”. Non bastasse, scopriamo che il 38% degli aiuti forniti dall’Italia per lo sviluppo del Sud del mondo è “legato”.
In altre parole sostiene la sezione italiana dell’ong internazionale ActionAid, “il nostro paese condiziona l’aiuto all’acquisto di beni e di servizi made in Italy” (leggi l’intervista ActionAid: l’Italia soffre di avarizia patologica). Nel correre ai ripari, Prodi ha voluto rassicurare le ong italiane in un una riunione tenutasi a Palazzo Chigi alla vigilia del Summit del G8. Nel corso dell’incontro, il premier ha affermato che il rispetto degli impegni di Barcellona “è il minimo che si possa fare” che “faremo tutti gli sforzi per mantenere questa tabella di marcia“.
Ma lo stesso Prodi ha poi dovuto ammettere che “la volontà di recuperare in fretta queste inadempienze si scontra con delle forti difficoltà”. Un modo come un altro per dire che i poveri del mondo dovranno fare a meno del tesoretto…



Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino: Mondadori riporta in edicola una sua testata storica, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

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