Cambiamenti climatici, energia e crisi alimentare. Sono questi i temi posti in cima all’agenda del Summit del G-8 che da oggi riunisce a Tokayo, sull’isola giapponese di Hokkaido, i capi di Stato delle otto nazioni più potenti del mondo. Nell’era della globalizzazione, ci sarà ovviamente spazio per attori insostituibili come Russia, Cina, India e Brasile, la cui presenza in Giappone sarà rafforzata dalla partecipazione ai tavoli di negoziati dei principali leader africani per discutere di lotta contro la povertà.
Scenari foschi. Il clima politico, si sa, non è dei più felici. Rispetto ai Summit precedenti, dove a tenere banco erano soprattutto i ‘no-global’, quest’anno i vari Bush, Merkel, Sarkozy e Berlusconi devono fare i conti con sfide politiche, economiche e ambientali assai più impegnative per chi deve decidere sulle sorti del mondo. Un dato su tutti: se l’anno scorso i leader del G-8 avevano espresso preoccupazione per un petrolio a quota 70 dollari il barile, c’è da chiedersi quale sarà il tenore del loro comunicato stampa finale quando si tratterà di trovare una posizione comune su un barile ormai pronto a sfondare il tetto dei 150 dollari.
Corsa all’atomo. Nonostante le dichiarazioni ottimistiche rilasciate ieri dal presidente americano George W. Bush e dal premier giapponese Yasuo Fukuda, a Tokayo si annunciano tre giorni di fuoco. Sul fronte energia, il G-8 dovrebbe rivolgere un appello a favore di un dialogo più intenso e trasparente tra produttori e consumatori, ribadendo nel contempo un suo impegno (generico per la verità) a monitorare il mercato e le “cause complesse” del carovita. Al centro dell’attenzione, ci sarà ovviamente il nucleare, su cui Francia e Italia stanno puntando molto come fonte energetica alternativa. Non così invece in Germania, dove Angela Merkel è l’unico cancelliere ‘occidentale’ a non voler scommettere sull’atomo.
L’asso di Angela: ridurre i gas serra. Non a caso, la cancelleria tedesca punta tutto sulla giornata dedicata ai cambiamenti climatici (se ne parlerà mercoledì 9 luglio) per imporre un confronto globale (con Cina e India) sul destino del protocollo di Kyoto. Lo scorso anno, a Heiligendamm, la Merkel era riuscita a strappare al G-8 la promessa di “considerare attentamente” l’obiettivo di ridurre del 50% le emissioni di gas a effetto serra entro il 2050. Di sicuro la Germania può contare sull’appoggio del governo giapponese, che nel giugno scorso ha addirittura annunciato una riduzione del 60-80%. Purtroppo, le ambizioni nippo-tedesche rischiano di frantumarsi sui dissensi profondi che permangono sia all’interno del G-8 che tra i paesi più industrializzati e quelli emergenti.
Altri nodi. Al suo arrivo in Giappone, il presidente Bush ha affermato che gli Stati Uniti sono pronti a giocare un ruolo “costruttivo”, ma tutti sanno che il sostegno degli USA al protocollo post-Kyoto (previsto nel novembre 2009 a Copenhagen) è vincolato a un accordo globale che impegni Cina e India nella lotta contro il ‘climate change’. La stessa Unione europea rischia di presentarsi in Danimarca con idee molto divergenti fra chi, come Francia, Germania e Italia, intendono favorire le energie alternative, mentre i paesi dell’est non vedono di buon occhio l’abbandono del carbone. Anche in quel caso quindi, il Summit di Hokkaido rischia il mezzo fallimento.
Guerra alla povertà. Terzo e ultimo tema che il G-8 affronterà è la lotta contro la povertà. Lo farà oggi assieme ad alcuni leader africani con un ordine del giorno scombussolato dalla crisi alimentare. Tanto per rassicurare, pochi giorni fa il presidente dell’Organizzazione delle Nazioni per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), Jacques Diouf, ha dichiarato che per via del boom dei prezzi dei cereali il numero di persone a rischio fame era salito a 50 milioni nel 2007. Sempre per voce di Diouf, la FAO stima a 24 miliardi di dollari i fondi annui supplementari necessari per arginare la crisi. Alcuni paesi, come Giappione e Italia, hanno già fatto sapere di voler aumentare gli aiuti da destinare a quei paesi colpiti dai rincari e dalle carenze di cibo. Ma dalle parole ai fatti c’è un mondo.
Africa e Europa. Quello che separa il G-8 e gli africani rimane abissale. Nel Summit di Gleneagles (2005), i leader delle otto potenze industriali avevano promesso di raddoppiare i fondi per l’Africa, passando da 25 a 50 miliardi di dollari annui entro il 2010. Purtroppo ricorda a Panorama.it Luca de Fraia, direttore delle policy della sezione italiana di ActionAid International, “l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la coperazione economica (Ocse) stima che con l’attuale tendenza, nel 2010 mancheranno tra i 38 e i 40 miliardi di dollari per centrare l’obiettivo quantitativo di Gleneagles”. Dopo le rivelazioni del Financial Times, secondo il quale la bozza del comunicato conclusivo del summit di Hokkaido aveva annacquato cifre e obiettivi, il G-8 sembra orientato a voler ribadire le promesse fatte nel passato e riconoscere la necessità di accrescere gli aiuti da destinare all’Africa dopo il 2010. Per gli esperti, nonostante i soliti proclami positivi, il G-8 giapponese non dovrebbe riservare molte sorprese. A trionfare sarà il solito status quo…
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Schivo, silenzioso, con un senso dell’umorismo un po’ piatto, così lo descrivono i giornali tedeschi. D’altronde cosa ci si può aspettare da uno scienziato? E poco importa, a lui, se è il first gentleman della donna più importante d’Europa. Joachim Sauer, di mondanità e apparizioni pubbliche non ne vuole sapere. Il marito di Angela Merkel agli incontri ufficiali al seguito della moglie, a fotografi e colazioni tra capi di Stato e compagne, preferisce l’ombra del suo laboratorio. L’ha preferita addirittura il giorno della vittoria elettorale del 2005, quando lei stava diventando Cancelliera tedesca, la Frau di Germania: si è limitato a guardare l’incoronazione in tv. Discreta presenza. Come dire… impercettibile.
Professore di chimica quantistica, vera autorità nel suo campo, Joachim vuole essere per se stesso e non perché “marito di”. E a giustificarlo nella sua assenza al fianco di super-Angela c’è una carriera, la sua, impegnativa, con un calendario fitto di appuntamenti, che lo tiene indaffarato per 14 ore al giorno. E, come dice Gerd Langguth, professore di scienze politiche all’Università di Bonn e autore di una biografia sulla Merkel, non ha neanche così tanta voglia di “portare la borsetta della moglie”. Come biasimarlo? Alla faccia della stampa tedesca che è impazzita attorno alla sua figura. Il Bild Zeitung, due anni fa, il giorno dopo l’elezione titolava: “Merkel - wo war Ihr Mann?” (”Merkel - dov’era suo marito?”).
“Il fantasma dell’Opera” è ormai il nomignolo affibbiatogli. Questo perché, grande amante di musica classica e soprattutto di Wagner, l’unica uscita ufficiale che Joachim non si fa mancare è per il Festival di Bayreuth, rassegna operistica e uno degli eventi di maggiore visibilità in Germania. La sua filosofia di basso profilo lo distingue dagli altri first gentleman, abituati invece alle telecamere, e che per di più hanno fatto della loro popolarità e della presenza mediatica l’arma vincente per il successo delle mogli. È questo il caso del “Pinguino” (così definito perché originario dell’estremo sud della Patagonia), Néstor Carlos Kirchner, ex presidente argentino a cui è succeduta la moglie, l’ex primera dama Cristina Fernández de Kirchner. Ed è il caso di Bill Clinton, che grazie alla sua notorietà e al suo passato politico (e privato) ha reso Hillary una delle candidate più papabili al seggio presidenziale americano. Ma a Joachim no, non parlate di riflettori e palcoscenici. Addirittura ha fermamente proibito ai suoi studenti di rilasciare interviste su di lui. E non provate a chiamarlo “Mr Merkel”, neppure per scherzo: il suo viso tirato potrebbe irrigidirsi anche di più.
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Solo alla bandiera a stelle e strisce e all’accento yankee non sa dir di no. Per Bush e consorte è andato volentieri contro la sua normale ritrosia, accompagnando Angela nella visita privata nel ranch di Crawford. D’altronde per gli States ha un amore viscerale: dopo la caduta del muro di Berlino il suo primo viaggio fu proprio in America, in California, dove lavorò per diversi mesi. E nel giugno scorso ha presenziato anche il Forum del G8 a Heiligendamm, unico first gentleman tra first lady, facendo gli onori di casa e intrattenendo le sette spose. Sfoggiando anche qualche sorriso, che ha fatto quasi più notizia, in Germania, del Forum stesso.
Per dirla alla Moretti, “lo si nota di più se va e si mette in disparte o se proprio non va?”.
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Il vertice dei G8 a Heiligendamm ha avuto un impatto mediatico anche nel mondo arabo. Interessanti, in particolare, i commenti dei giornali algerini, visto che il Presidente Bouteflika era tra i leader invitati ai colloqui sull’Africa. “Chi avrebbe scommesso negli anni Novanta che un decennio più tardi i grandi della Terra avrebbero invitato il primo degli algerini ad unirsi ai loro dibattiti?”, si chiede L’Expression.
Se gli otto Grandi ora hanno voglia di ascoltare i consigli dell’Algeria su uno degli argomenti che conosce meglio, cioè l’Africa, - sostiene il quotidiano - è perché gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno portato il mondo a riflettere sul fatto che l’Algeria aveva già conosciuto il terrorismo in precedenza e saveva saputo difendersi da sola, anticipando quella guerra all’estremismo islamico inaugurata dagli Usa dopo l’attacco alle Twin Towers.
L’editoriale di Liberté è invece molto più critico nei confronti dei G8, accusati di mantenere raramente le promesse sugli aiuti ai Paesi poveri. L’Africa, sostiene il giornale algerino, non ha bisogno di aiuti qualsiasi, ma di sostegni per la creazione di imprese e di posti di lavoro, per la formazione professionale e l’aggiornamento tecnologico, come promesso da precedenti accordi, mai messi in pratica. Ancora più duro il parere di Mohamed Bouhamidi apparso su Le Soir d’Algérie. Il giornalista che nel 2004 subì una condanna per aver criticato il presidente algerino si chiede con quale diritto le otto grandi potenze si sono arrogate il privilegio di decidere le sorti del mondo. “Su quale base legale? Nessuna. In linea di principio, l’Onu rimane la sola struttura mondiale legalmente abilitata ad ospitare le discussioni sullo stato del pianeta. Il protocollo di Kyoto è stato adottato sotto la sua egida.” Ma – suggerisce Bouhamidi – ora i G8 non sembrano più disposti ad ascoltare i pareri di tutte le nazioni e “su proposta di G. W. Bush, un nuovo processo di discussione potrebbe portare alla sostituzione del protocollo di Kyoto e quindi del processo precedente iniziato dall’Onu.”
Anche nel resto del mondo arabo il vertice ha suscitato commenti interessanti. Il quotidiano del Qatar Al Rayah ha messo a confronto il summit di Heiligendamm e il controvertice africano, sottolineando che i problemi affrontati dai Paesi ricchi e da quelli svantaggiati sono stati molto diversi. Così, mentre Stati Uniti e Russia discutevano di progetti avveniristici come lo scudo spaziale, “il cosiddetto summit dei poveri che si è tenuto a Sikaso, in Mali, e cui hanno partecipato i leader dei Paesi più poveri dell’Africa, ha chiesto ai Grandi di garantire alcuni dei bisogni primari di ogni essere umano, come il cibo, e ha affermato che il minimo che questi Paesi possano fare è cancellare il debito.” Infine, Al Hayat, quotidiano panarabo stampato a Londra, ospita l’opinione della giornalista libanese-americana Raghida Dergham sullo scontro fra Putin e Bush sullo scudo spaziale. Entrambi i leader, che lasceranno il potere nel 2008, vogliono passare alla storia come dei decisionisti; fanno la voce grossa per mantenersi padroni della scena e far dimenticare i problemi che hanno oscurato la loro credibilità: le tentazioni dittatoriali del capo del Cremlino e gli errori della Casa Bianca in Iraq.
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“L’Italia è un paziente che soffre di vuoti di memoria, dimentica gli impegni presi e mostra segni di avarizia patologica”. È questa la diagnosi formulata dalla sezione italiana di ActionAid International per denunciare le strane amnesie che colpiscono il nostro paese quando si tratta di trasformare le parole in fatti (leggi anche G8 e povertà, solo aiuti gonfiati). “E purtroppo” commenta da Heilingedamm Luca De Fraia, “non si intravedono segnali di convalescenza. Almeno non in questo G8″. Per il direttore delle campagne d’informazione di ActionAid, “quello di Prodi sarà un Summit senza grandi sorprese. Con ogni probabilità, il premier italiano confermerà la sua strenua volontà di sradicare la povertà in Africa e nel Sud del mondo, sapendo benissimo di non aver mantenuto le promesse fatte agli elettori durante la campagna elettorale dello scorso anno”.
Scusi De Fraia, a quali promesse si sta riferendo?
Si riveda il programma elettorale di questo governo. Il capitolo “cooperazione e sviluppo” era una voce di spicco. Ora, su questi temi c’è un mandato preciso da parte degli elettori del centrosinistra. Oggi il governo non può far finta di nulla e appellarsi alle condizioni economiche preoccupanti in cui versa il paese. La crisi c’era anche sotto il governo del centrodestra…
Eppure Prodi ha ribadito nel suo ultimo incontro con le ong italiane di voler rilanciare la cooperazione.
Il messaggio che Prodi ha consegnato alle ong è in realtà quello di voler verificare nel processo di definizione del Dpef e della legge finanziaria gli spazi a disposizione per dare risposte concrete agli impegni internazionali più stringenti come il Fondo Globale contro l’Aids e alla necessità di raggiungere lo 0,51% del Pil entro il 2010.
Ma con che faccia ci presentiamo in Germania rispetto ai nostri partner?
Prodi sbarca a mani vuote! Contrariamente all’Italia, Stati Uniti e Germania stanno dando alcuni segnali positivi. Il presidente americano ha appena annunciato il raddoppiamento dei fondi Usa per la lotta all’Aids, mentre il cancelliere tedesco Angela Merkel ha presentato un piano convincente che prevede l’aumento significativo degli aiuti pubblici della Germania a favore dello sviluppo. Noi invece non siamo nemmeno capaci di saldare i conti con il Fondo Globale per la lotta contro l’Aids.
E quanto dobbiamo a questo fondo?
Esattamente un anno fa il premier italiano aveva incontrato la Coalizione italiana per la lotta contro la povertà, giurando che il suo governo avrebbe saldato i 150 milioni di euro di arretrati. Un anno dopo il saldo è salito a 280 milioni di euro, con la conseguenza che l’Italia rischia di perdere la sua poltrona nel board di questo Fondo.
Un’altra amnesia?
Guardi, il vero motivo per cui l’Italia è così indietro rispetto agli altri paesi è lo scarso interesse dei nostri politici ai temi della povertà nel mondo. Non a caso, i problemi emergono ogni qualvolta che il parlamento deve sganciare delle risorse. Si tratta di un disimpegno bipartisan, che chiama in causa sia il centrosinistra che il centrodestra.
L’Italia, lo sappiamo, non sta attraversando un periodo felice. Centinaia di migliaia di famiglie italiane non riescono più a tirare avanti. Perché mai dovremmo sobbarcarci le disgrazie altrui?
Le ong italiane sono perfettamente consapevoli dei disagi socio-economici del nostro paese. Siamo altrettanto consapevoli che questo governo, come quello precedente, deve fare scelte delicate di politica economica, riequilibrare i conti pubblici. Però l’impressione è che i temi della lotta alla povertà non sono mai presi nella loro giusta considerazione. E qui c’è chi si sbaglia di grosso. Oggi viviamo in un mondo globalizzato che ci propone delle sfide decisive a cui dobbiamo dare risposte globali. I nostri politici non possono continuare a pensare in termini isolazionisti. Ciò che accade in Darfur, in Niger o in Congo, presto o tardi si ripercuote sul nostro paese. Pensiamo ai fenomeni migratori che tanta paura incute tra i nostri politici. Che cosa li origina se non la fame, le guerre e la povertà? Al di là dei sentimenti di giustizia sociale, in cui credo profondamente, è urgente aprire gli occhi sul mondo che ci circonda.
APPROFONDIMENTI:
Prescrivi al governo la cura per far tornare alla mente gli impegni presi nella lotta all’Aids.
Scarica i rapporti di ActionAid sulla lotta contro la povertà.
Qui il sito del Fondo Globale per la lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria.
Per informazioni sul disimpegno dei paesi ricchi nella lotta contro la povertà.
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Ormai le latitudini non contano più: ovunque si presenti, l’Italia fa solo figuracce. L’ultima, in ordine cronologico, ci giunge dalla Germania, dove stamane è iniziato il Summit che riunisce i capi di Stato delle otto nazioni più potenti del pianeta. Romano Prodi dovrà rendere conto su uno dei temi centrali del G8: l’Africa e, più in generale, la lotta contro la povertà nel mondo.
Purtroppo, il conto si preannuncia salatissimo. Con buona pace del miliardo di esseri umani costretti a vivere con meno di un dollaro al giorno, l’Italia è uno dei peggiori erogatori di aiuti allo sviluppo (Aps) tra i paesi occidentali.
In una lettera aperta al governo Prodi il 15 maggio scorso, le 160 organizzazioni non governative aderenti all’Associazione ONG italiane ha ricordato che “la percentuale del prodotto interno lordo destinato agli aiuti pubblici allo sviluppo nel 2006 è ai minimi storici dello 0,20% (2.925 milioni di euro in cifre assolute)”, il che equipara “il nostro paese a Stati come Cipro, Ungheria o Slovenia” relegandolo “all’ultimo posto dell’Unione Europea e a fanalino di coda dell’insieme dei paesi Ocse”. Le accuse delle ong italiane (che si aggiungono a quelle delle ong internazionali che hanno protestato già ieri a Rostock, nella foto), trovano conferma nel rapporto pubblicato il 3 aprile 2007 dall’Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economici. Nella lista dei 22 paesi membri dell’Ocse, l’Italia si piazza al terzo ultimo posto, davanti a Stati Uniti (0,17%) e Grecia (0,16%), ma lontano anni luce da Svezia (1,03%) o Austria (0,80%).
Di questo passo, il nostro paese non riuscirà mai a rispettare gli impegni presi a Barcellona nel 2002 (impegni che impongono a ongi paesi Ue di dedicare agli Aps lo 0,51% del Pil entro il 2010 e, così come fissati dagli Obiettivi del Millennio, lo 0,7% entro il 2015).
Ma il quadro diventa ancora più inquietante se si pensa che oltre il 44% degli aiuti italiani nel 2006 rientra sotto la voce “cancellazione del debito estero” contratto da alcuni paesi nei confronti dell’Italia (è il caso dell’Iraq a cui abbiamo cancellato 374 milioni di euro). Questo significa che in termini reali, la percentuale di Pil italiano riservato alla lotta contro la povertà sprofonda allo 0,11%. Da cui l’espressione “aiuto gonfiato”. Non bastasse, scopriamo che il 38% degli aiuti forniti dall’Italia per lo sviluppo del Sud del mondo è “legato”.
In altre parole sostiene la sezione italiana dell’ong internazionale ActionAid, “il nostro paese condiziona l’aiuto all’acquisto di beni e di servizi made in Italy” (leggi l’intervista ActionAid: l’Italia soffre di avarizia patologica). Nel correre ai ripari, Prodi ha voluto rassicurare le ong italiane in un una riunione tenutasi a Palazzo Chigi alla vigilia del Summit del G8. Nel corso dell’incontro, il premier ha affermato che il rispetto degli impegni di Barcellona “è il minimo che si possa fare” che “faremo tutti gli sforzi per mantenere questa tabella di marcia“.
Ma lo stesso Prodi ha poi dovuto ammettere che “la volontà di recuperare in fretta queste inadempienze si scontra con delle forti difficoltà”. Un modo come un altro per dire che i poveri del mondo dovranno fare a meno del tesoretto…
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