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George-Bush
Per gli Stati Uniti è stato uno dei giorni più lunghi e drammatici della loro Storia. Con un voto shock, la Camera dei Rappresentanti ha bocciato il piano da 700 miliardi di dollari per il salvataggio di Wall Street varato dall’amministrazione Bush. Il clamoroso voto ha fatto crollare la Borsa di New York: in chiusura di contrattazioni, il Dow Jones ha toccato il suo minimo storico, arrivando a perdere il 6%. Il mondo politico e finanziario americano ha vissuto ore in preda al panico e al caos. Subito dopo l’esito (per lui) disastroso della votazione, il presidente si è detto molto contrariato e ha riunito d’urgenza i suoi più stretti consiglieri.
Il Segretario al Tesoro Henry Paulson, l’architetto del pacchetto di misure per mettere in stato di sicurezza l’economia statunitense, ha rilasciato dichiarazioni al limite della rabbia, chiedendo al Congresso di trovare al più presto una soluzione.
Il voto di Capitol Hill ha fatto riesplodere la polemica tra i due candidati alla Casa Bianca. Colpiti di sorpresa dal colpo di maglio del Congresso, i due hanno reagito in modo diverso: Barack Obama ha invitato alla calma, dicendosi convinto che, alla fine, la nuova legge passerà. John McCain, invece, si è scagliato contro il suo rivale e i democratici, accusandoli di aver voluto l’affossamento del pacchetto. In realtà, il piano da 700 miliardi di dollari è stato bocciato da uno schieramento bipartisan di deputati contrari, dove, però, in maggioranza, si registrano i congressmen del Grand Old Party. Per George W. Bush un doppio schiaffo. Il suo partito si è rivoltato contro di lui. “Quel piano rappresenta il maggior intervento del governo federale in economia da decenni a questa parte, almeno dalla Grande Depressione del ‘29. Molti deputati conservatori hanno giudicato eccessivo il ruolo interventista che si sarebbe attribuito l’esecutivo nel tentativo di regolamentare il Mercato. E, quindi, hanno votato contro - dice Darrell M. West, vice presidente del prestigioso Brookings Institution di Washington, esperto di politica interna americana.

“Ma tra i repubblicani, continua il politologo, c’era anche chi ha pensato che il piano fosse troppo costoso per i contribuenti. Sono le stesse motivazioni che hanno spinto decine di deputati democratici a ribellarsi all’accordo raggiunto dai loro leader. “Molti deputati degli Stati del Sud - spiega West - hanno fatto lo stesso ragionamento dei loro avversari politici”. I numeri parlano chiaro. La bocciatura è arrivata con 228 voti contro e 205 a favore.
133 repubblicani hanno detto no. Solo 65 lo hanno appoggiato. 94 sono stati, invece, i voti contrari democratici, mentre 140 quelli a favore.
Con queste cifre, le possibilità che il piano venga ripresentato alla Camera dei Rappresentanti appaiono remote, ma non impossibili. Una prossima votazione potrebbe essere tenuta giovedì prossimo. “Il pacchetto potrebbe essere resuscitato? “È una domanda da un milione di dollari” - risponde Darrell M. West. “I leader dei democratici e dei repubblicani cercheranno di ricostruire un consenso attorno ai provvedimenti. Il quesito però rimane quello: riusciranno a convincere i deputati repubblicani a votarlo?” Secondo il numero due del Brookings Institution ci saranno altre lunghe e difficili trattative, ma la legge non potrà essere snaturata. I principi base rimarranno gli stessi. Probabilmente, tra le pieghe, verranno rivisti alcuni meccanismi di controllo del mercato per permettere ai conservatori più riottosi di accettare il compromesso. Per il politologo, il pacchetto di misure avrà una seconda chance. E alla fine, dovrebbe passare. La Casa Bianca, però, dovrà muoversi in modo ben diverso rispetto a quanto fatto finora.
Prima della Gran Rifiuto della Camera, prima dell’apertura dei mercati, George W. Bush era apparso in televisione per fare pressione sui deputati affinché approvassero il pacchetto di misure. La nuova legge - aveva detto - va “alle radici della crisi” e manda il messaggio che gli Stati Uniti “vogliono seriamente riportare forza e fiducia nei mercati”. Le sue parole non avevano convinto le Borse, tanto che Wall Street aveva aperto in calo. E neppure, come poi si sarebbe visto, i membri del Congresso. La dichiarazione del presidente era stato il primo atto della lunga, difficilissima giornata della depressa economia statunitense. Nelle prime ore della mattina, sull’andamento della Borsa di New York avevano pesato anche le notizie relative a Wachovia, una delle maggiori banche statunitensi. Per salvarla è dovuto intervenire ancora una volta lo Stato americano. Citigroup, importante società finanziaria globale, ha deciso di rilevare le attività bancarie di Wachovia. Nell’ambito di questa operazione, la Fdci, l’organismo federale di assicurazione dei depositi, ha invece stabilito di assorbire 42 miliardi di dollari di debiti. “Il fallimento di Wachovia avrebbe posto un rischio sistemico” ha detto il segretario al Tesoro Henry Paulson.
Una dichiarazione che conferma come, ormai, l’economia statunitense stia cambiando - almeno parzialmente - rotta.
“Certo, se passa il piano di salvataggio, ci troveremmo di fronte ad un massiccio intervento statale, come non era mai accaduto nella recente storia americana - commenta Darrell M. West. “Gli Stati Uniti lascerebbero, in parte, la filosofia di un mercato scarsamente regolato per avviarsi verso un sistema più controllato dalle leggi e dalle normi dello Stato. Indubbiamente, una grossa novità”.
Il VIDEO servizio:

Il presidente Usa George Bush
George W. Bush in persona chiede al Cremlino di non riconoscere l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia dalla Georgia, come sollecitato invece oggi al presidente Dmitri Medvedev dai due rami del Parlamento di Mosca. “Chiedo alla leadership russa di non riconoscere quei territori separatisti” afferma il presidente degli Stati Uniti in comunicato diffuso da Crawford, la località texana dove Bush ha il suo ranch. “L’integrità territoriale georgiana e i suoi confini debbono imporre il medesimo rispetto che va a quelli di ogni altra Nazione, Russia compresa” continua il capo della Casa Bianca. E ricorda poi come Medvedev abbia aderito all’accordo di cessate-il-fuoco mediato dalla Presidenza di turno francese dell’Unione Europea, e accettato da Tbilisi, ribadendo che il futuro status di Abkhazia e Ossezia del Sud va demandato a “discussioni a livello internazionale”, in cui si tenga conto della loro sicurezza e stabilità.
“Si tratta di un approccio al problema appoggiato internazionalmente, che il riconoscimento pregiudicherebbe. Esso sarebbe inoltre incompatibile con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sono state approvate all’unanimità, e a favore delle quali anche la Russia ha coerentemente votato”, ricorda Bush nel documento, per confermare in conclusione che “gli Stati Uniti continueranno a ergersi al fianco del popolo georgiano e della sua democrazia, e a sostenere la piena sovranità e l’integrità territoriale della Georgia”.

Il premier indiano Singh e George Bush
Il premier indiano Manmohan Singh ha deciso: l’unica possibilità che gli resta per ratificare l’accordo nucleare stipulato con gli Stati Uniti prima della fine della Presidenza Bush è quella di chiedere al Parlamento indiano di votare la fiducia sul testo del trattato. In trattative dal 2005, il patto definito da Singh e Bush impegna i due Paesi in un reciproco scambio di conoscenze e tecnologie nucleari. Inoltre, a Nuova Delhi - che non ha sottoscritto il Trattato di non proliferazione (Tnp) nucleare del 1968, che a sua volta vieta alle nazioni non firmatarie di poter ottenere materiale fissile - verrà garantita la possibilità di acquistarlo dagli Stati Uniti purché venga utilizzato solo per usi civili.
Fino ad oggi l’accordo non è ancora stato ratificato per le forti polemiche che hanno surriscaldato il dibattito sulla questione sia in India che negli Stati Uniti. Nel primo caso fomentate dalla minoranza comunista al governo, che osteggia ogni tipo di avvicinamento verso Washington. Nel secondo caso è stato invece denunciato il forte incentivo alla proliferazione sottinteso dall’accordo, oltre che la violazione del Tnp e l’impossibilità di controllare che il materiale fissile venduto all’India sia effettivamente utilizzato per scopi civili.
La scorsa settimana il blocco comunista del governo indiano ha minacciato di abbandonare la maggioranza qualora la questione del nucleare non fosse stata archiviata. Tuttavia, recuperando l’appoggio di un vecchio rivale politico appartenente al partito Samajwadi, Singh è riuscito a mantenere il controllo del Parlamento evitando elezioni anticipate. Inoltre, dopo aver ribadito la reciproca intesa nei colloqui a margine del G8 in Giappone, Singh e Bush sembrano pronti a concludere definitivamente la questione dell’accordo nucleare. Sottolineando la necessità del nucleare civile per far fronte alla domanda di energia in costante aumento nel Paese, il 22 luglio Singh si rimetterà alle decisioni di un Parlamento in cui, salvo nuovi colpi di scena, dovrebbe continuare a mantenere la maggioranza. La sconfitta, naturalmente, porterebbe ad elezioni anticipate.
Continuano le provocazioni verbali del presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad. “I nostri nemici hanno fallito. Non sono stati in grado di fare nulla per fermare il nostro programma nucleare e ora siamo noi i vincitori”, ha ringhiato durante un comizio a Shahr-e-Kord, nella regione centrale dell’Iran. Non pago, Ahmadinejad ha detto di avere ricevuto, durante il suo viaggio a Roma per il vertice Fao, il sostegno di giornalisti, uomini d’affari e docenti che si sono lamentati con lui, e “con le lacrime agli occhi”, delle pressioni dei “sionisti” sul loro lavoro. Poi un messaggio a Bush, in visita a Roma da questo pomeriggio fino a venerdì: “Il tuo tempo è finito. Non sarai in grado di prendere un centimetro della sacra terra dell’Iran. L’America non è in grado nemmeno di darci un pizzicotto”, ha concluso sarcastico. Gli ha risposto il presidente Bush, parlando ad una conferenza stampa al fianco del Cancelliere Angela Merkel: ”La prima scelta è quella di risolvere con la diplomazia” il problema con l’Iran ”ed è esattamente ciò che stiamo facendo”. ”Ma tutte le opzioni restano sul tavolo”, ha avvertito.
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Schivo, silenzioso, con un senso dell’umorismo un po’ piatto, così lo descrivono i giornali tedeschi. D’altronde cosa ci si può aspettare da uno scienziato? E poco importa, a lui, se è il first gentleman della donna più importante d’Europa. Joachim Sauer, di mondanità e apparizioni pubbliche non ne vuole sapere. Il marito di Angela Merkel agli incontri ufficiali al seguito della moglie, a fotografi e colazioni tra capi di Stato e compagne, preferisce l’ombra del suo laboratorio. L’ha preferita addirittura il giorno della vittoria elettorale del 2005, quando lei stava diventando Cancelliera tedesca, la Frau di Germania: si è limitato a guardare l’incoronazione in tv. Discreta presenza. Come dire… impercettibile.
Professore di chimica quantistica, vera autorità nel suo campo, Joachim vuole essere per se stesso e non perché “marito di”. E a giustificarlo nella sua assenza al fianco di super-Angela c’è una carriera, la sua, impegnativa, con un calendario fitto di appuntamenti, che lo tiene indaffarato per 14 ore al giorno. E, come dice Gerd Langguth, professore di scienze politiche all’Università di Bonn e autore di una biografia sulla Merkel, non ha neanche così tanta voglia di “portare la borsetta della moglie”. Come biasimarlo? Alla faccia della stampa tedesca che è impazzita attorno alla sua figura. Il Bild Zeitung, due anni fa, il giorno dopo l’elezione titolava: “Merkel - wo war Ihr Mann?” (”Merkel - dov’era suo marito?”).
“Il fantasma dell’Opera” è ormai il nomignolo affibbiatogli. Questo perché, grande amante di musica classica e soprattutto di Wagner, l’unica uscita ufficiale che Joachim non si fa mancare è per il Festival di Bayreuth, rassegna operistica e uno degli eventi di maggiore visibilità in Germania. La sua filosofia di basso profilo lo distingue dagli altri first gentleman, abituati invece alle telecamere, e che per di più hanno fatto della loro popolarità e della presenza mediatica l’arma vincente per il successo delle mogli. È questo il caso del “Pinguino” (così definito perché originario dell’estremo sud della Patagonia), Néstor Carlos Kirchner, ex presidente argentino a cui è succeduta la moglie, l’ex primera dama Cristina Fernández de Kirchner. Ed è il caso di Bill Clinton, che grazie alla sua notorietà e al suo passato politico (e privato) ha reso Hillary una delle candidate più papabili al seggio presidenziale americano. Ma a Joachim no, non parlate di riflettori e palcoscenici. Addirittura ha fermamente proibito ai suoi studenti di rilasciare interviste su di lui. E non provate a chiamarlo “Mr Merkel”, neppure per scherzo: il suo viso tirato potrebbe irrigidirsi anche di più.
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Solo alla bandiera a stelle e strisce e all’accento yankee non sa dir di no. Per Bush e consorte è andato volentieri contro la sua normale ritrosia, accompagnando Angela nella visita privata nel ranch di Crawford. D’altronde per gli States ha un amore viscerale: dopo la caduta del muro di Berlino il suo primo viaggio fu proprio in America, in California, dove lavorò per diversi mesi. E nel giugno scorso ha presenziato anche il Forum del G8 a Heiligendamm, unico first gentleman tra first lady, facendo gli onori di casa e intrattenendo le sette spose. Sfoggiando anche qualche sorriso, che ha fatto quasi più notizia, in Germania, del Forum stesso.
Per dirla alla Moretti, “lo si nota di più se va e si mette in disparte o se proprio non va?”.
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Ignazio Ingrao da Washington
“Il Papa americano” titolava il settimanale Time, che ha dedicato la copertina alla visita di Benedetto XVI negli Stati Uniti. Un titolo che riassume bene l’incontro del pontefice con George Bush alla Casa Bianca, nel giorno dell’ottantunesimo compleanno del Papa. Tra i due si conferma una sintonia che mette tra parentesi due secoli di relazioni contrastate tra Santa Sede e Stati Uniti, incluso il pesante scontro tra Bush e Wojtyla sulla guerra in Iraq. Al pontefice sta a cuore indicare al mondo, e all’Europa in particolare, il modello americano come modello di riferimento per il rapporto tra religione e Stato: gli Stati Uniti come esempio di una democrazia fondata su un ordine morale. “La democrazia può fiorire soltanto, come i vostri Padri fondatori ben sapevano, quando i leader politici e quanti essi rappresentano sono guidati dalla verità e portano la saggezza, generata dal principio morale, nelle decisioni che riguardano la vita e il futuro della Nazione”, ha detto il Papa nel suo discorso alla Casa Bianca.
Il modello americano ben si coniuga infatti con il leit-motiv del pontificato di Ratzinger: la società occidentale, minata dalla secolarizzazione e dalla dittatura del relativismo, potrà avere un futuro solo se saprà tornare al suo fondamento, il Dio Creatore. “Sin dagli albori della Repubblica, la ricerca di libertà dell’America è stata guidata dal convincimento che i principi che governano la vita politica e sociale sono intimamente collegati con un ordine morale, basato sulla signoria di Dio Creatore”, ha detto ancora Benedetto XVI alla Casa Bianca di fronte allo staff presidenziale, i membri del Congresso (esclusi i candidati alle elezioni impegnati nelle primarie di martedì prossimo in Pennsylvania) e diecimila fedeli accorsi per l’evento, insieme con un gruppo di reduci dell’Afghanistan e dell’Iraq.
La difesa della libertà, ha aggiunto il Papa, “esige il coraggio di impegnarsi nella vita civile, portando nel dibattito pubblico le proprie credenze religiose e i propri valori più profondi. In una parola, la libertà è sempre nuova”. Nel suo discorso il pontefice ha anche citato il presidente Washington: “La religione e la moralità costituiscono “sostegni indispensabili” per la prosperità politica”. George W.Bush ha ricambiato il Papa con un’attenzione e una simpatia che è andata ben oltre il protocollo riservato ai capi di Stato: ha atteso Benedetto XVI all’aeroporto il giorno dell’arrivo, ha fatto sparare 21 colpi di cannone mentre Ratzinger varcava l’ingresso della Casa Bianca e ha fatto cantare “buon compleanno” al Papa affacciato al balcone, in un’atmosfera affettuosa e familiare. “L’America ha bisogno del suo messaggio e del suo insegnamento”, ha sottolineato il presidente nel suo discorso. A testimoniare della corrispondenza culturale e spirituale tra Bush e Ratzinger anche un altro particolare: nello studio ovale, al termine del colloquio, è entrata la moglie del presidente degli Stati Uniti e tutti e tre insieme hanno recitato una preghiera per la famiglia.
L’antipapismo protestante americano sembra insomma oggi un lontano ricordo. Anche le differenze confessionali sembrano annullate. È il “paradosso Bush”, come lo ha definito il Washington Post: accusato, a inizio mandato, di essere un “evangelico fondamentalista”, il presidente ha chiamato numerosi cattolici nel suo staff e in numerosi posti di comando. Tanto che c’è persino chi immagina un percorso di conversione al cattolicesimo simile a quello del britannico Tony Blair. In realtà, come ha osservato la Radio Vaticana, l’America oggi avverte il bisogno del sostegno morale del Papa per superare le difficoltà e le ansie del momento presente, legate alla crisi economica e alla guerra in Iraq. Stati Uniti e Santa Sede, come recita il comunicato finale dell’incontro, si impegnano oggi a combattere insieme la battaglia in difesa della vita umana, della famiglia fondata su matrimonio, contro il terrorismo e i fondamentalismi religiosi. Alla Santa Sede gli Usa promettono maggiore impegno in difesa dei cristiani in Iraq e per una soluzione negoziale del conflitto in Medio Oriente.
Il Papa, dal canto suo, non ha timore di indicare al mondo il modello americano di libertà religiosa e di democrazia che affonda le sue radici nel protestantesimo, nonostante negli ultimi anni, secondo il centro di ricerche religiose “Pew Forum“, il 32 per cento dei cattolici sia passato al protestantesimo episcopaliano, battista, metodista o pentecostale. Molto importante è la santa alleanza tra evangelici e cattolici sui alcuni temi etici, come accaduto nel caso della battaglia per salvare Terry Schiavo. Chi si aspettava qualche presa di posizione di Ratzinger contro la pena di morte, la guerra in Iraq, il rispetto dei diritti umani, l’individualismo e il materialismo della società americana, per il momento resta deluso. Ma saranno temi che, almeno in parte, il Papa affronterà nei prossimi discorsi a cominciare da quello, importante, ai vescovi degli Stati Uniti.

Al suo secondo e ultimo vertice con la Nato dopo quello di sei anni fa a Pratica di Mare, Vladimir Putin ha commentato con toni molto duri l’ipotesi di allargamento a est dell’Alleanza atlantica caldeggiata dagli Usa durante la conferenza di Bucarest. Una bocciatura senz’appello del progetto Usa (osteggiato anche da Sarkozy) che non deve portare a “un ritorno alla guerra fredda” ma obbligherà comunque Mosca - ha detto Putin - a prendere tutte le contromisure necessarie per “garantire la propria sicurezza” dalla “diretta minaccia” ai suoi confini. “La Nato distrugge il fragile equilibrio di sicurezza esistente in Europa”, ha tuonato il capo del Cremlino. Putin, che ha incassato il no di Parigi e di molti Paesi europei all’allargamento a Ucraina e Georgia auspicato da Bush, ha rimproverato inoltre la “demonizzazione” che della Russia hanno fatto alcuni Paesi Nato. Mosca, ha spiegato il presidente russo, si è ritirata pacificamente dall’est europeo dopo il collasso dell’Urss e ora “si aspetta qualcosa di reciproco che non si è ancora avverato”.
Il niet di Putin riguarda soprattutto l’allargamento della Nato a est, strumento secondo il Cremlino dell’espansionismo Usa in un’area di tradizionale influenza russa. Ma sul punto dello scudo spaziale americano le cui basi dovrebbero essere nella Repubblica Ceca e in Polonia, il numero uno del Cremlino, nonostante la contrarietà, è stato meno perentorio e ha demandato il tutto ai prossimi colloqui bilaterali con Bush. La sua posizione rimane diametralmente opposta a quella americana ma i toni non sono quelli feroci di qualche mese fa: “Nessuno può seriamente pensare - ha avvertito - che l’Iran si azzarderebbe ad attaccare gli Stati Uniti. Invece di chiudere Teheran in un angolo sarebbe molto più sensato immaginare insieme il modo di aiutare l’Iran a essere più trasparente”.
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Il summit della Nato che si apre oggi a Bucarest rappresenta un test di grande importanza per la salute di un’Alleanza sempre più spaccata tra un blocco di Paesi che contrappone gli anglo-sassoni più i nuovi partners dell’est Europa con i Paesi dell’Europa occidentale cofondatori della Nato. I temi spinosi sul tappeto sono almeno cinque.
L’allargamento a est dell’Alleanza prevede la prossima adesione di Croazia, Albania e Macedonia ma su quest’ultimo candidato potrebbe abbattersi il veto della Grecia che non riconosce uno stato che abbia lo stesso nome di una regione greca. Più complicata l’ampliamento della Nato a Ucraina e Georgia, le due repubbliche ex sovietiche la cui adesione è fortemente osteggiata da Mosca. Il Cremlino promette “ritorsioni” che in Europa molti temono possano riguardare le forniture energetiche. Per questo Germania, Italia e Francia vorrebbero prendere tempo e solo gli Usa sembrano avere fretta di “arruolare” ucraini e georgiani nel Membership
Action Plan (Map), anticamera dell’Alleanza.Tensioni aperte con Mosca anche per il sistema antimissile Usa National Missile Defense) che prevede la realizzazione di basi di intercettori e radar in Polonia e Repubblica Ceca. Basi che i russi considerano invece una minaccia diretta nonostante Bush li abbia esortati a unirsi all’Occidente nella realizzazione di un sistema contro i missili balistici.
Era dai tempi della Guerra Fredda che la Nato non aveva tanti punti di
contrasto con la Russia, non ultimo la gestione della crisi in Kosovo dove
sono schierati 16.000 soldati alleati e nel quale la maggioranza albanese ha proclamato l’indipendenza osteggiata dalla minoranza serba (che è maggioranza nel nord della provincia) e gode dell’aiuto di Belgrado e Mosca. Il punto più critico, anche perché si tratta dell’unico fronte bellico nel quale è impegnata direttamente la Nato, è rappresentato dalla gestione dell’emergenza afghana.
Il vero test per la salute dell’Alleanza si misurerà su un dato: quanti Paesi risponderanno affermativamente alle reiterate richieste anglo-americane (ma anche di Olanda, Canada e Romania) di inviare rinforzi e schierarli sui fronti caldi del sud Afghanistan. La Francia si è detta pronta a fornire rinforzi con compiti di combattimento ma non è ancora chiaro quanti saranno e dove verranno schierati. Anche la Germania offrirà probabilmente altre truppe ma manterrà i caveat che ne vietano l’impiego in azioni offensive e nel sud. L’Italia, che si presenta al summit con un governo dimissionario e con le elezioni alle porte, non invierà altre truppe né modificherà i compiti anche se entro l’estate è prevista un progressivo spostamento dei 2.500 militari schierati in Afghanistan verso Herat e nell’ovest lasciando a Kabul solo 400 soldati. Qualche rinforzo potrebbe giungere anche da Londra che già schiera 8.000 soldati a Helmand. Se si escludono altri piccoli contributi danesi e norvegesi e la disponibilità di 500 soldati offerta dalla Georgia, il summit di Bucarest dovrebbe confermare che la condivisione dei rischi tra i partners della Nato resterà una chimera. Non a caso il grosso dei rinforzi verrà ancora una volta dagli Usa che con i 4.000 marines appena inviati nel sud afgano schierano ben 19.000 dei 47.000 soldati messi in campo dagli alleati.
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C’è un futuro per la Nato?
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