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Georgia
La tensione tra Russia e Stati Uniti? E’ destinata a crescere. Le accuse di Vladimir Putin di un coinvolgimento americano nell’attacco georgiano contro l’Ossezia del Sud ? Un messaggio del Cremlino a John Maccain: non ti sognare di seguire la strada del tuo predecessore contro di noi, nel caso in cui fossi eletto alla Casa Bianca. Il prossimo obiettivo (politico, non militare) di Mosca ? L’Ucraina, ovviamente. Robert McMahon, giornalista, è il vicedirettore della rivista web del Council of Foreign Affairs, una delle più importanti istituzioni mondiali nel campo dell’analisi della politica internazionale. Da Washington, ora Mcmahon, dopo anni sul campo nell’Europa Orientale, monitora tutte le mosse di Mosca. E non è sorpreso della piega presa dagli avvenimenti.
“Siamo in una fase veramente calda - dice Robert McMahon. L’intervista alla Cnn, durante la quale Vladimir Putin ha accusato l’amministrazione Bush di aver spinto la Georgia contro l’enclave osseta per facilitare la campagna elettorale del candidato repubblicano è una pietra miliare del nuovo corso dei rapporti con la Russia. Con quelle parole siamo tornati indietro di almeno 15 anni. Se poi, le sommiamo ai movimenti delle navi militari di entrambe le potenze nel Mar Nero, be’… il panorama è veramente fosco. Ma c’è la possibilità di tornare ad usare toni amichevoli, anche se io scommetterei sull’aumento della tensione nelle prossime settimane”.
Una parvenza di dialogo comunque rimane. Una comunicazione aspra, in ogni caso. Che è fatta di messaggi distensivi accanto a chiusure nette. Il giornalista del C.F.A. racconta un paio di esempi. Ieri, nel vertice del Gruppo di Shangai - che include oltre la Russia, anche la Cina e e le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, dopo aver incassato l’appoggio dei paesi membri alla sua azione militare in Ossezia, la Russia si è dimostrata disponibile con l’Occidente e ha deciso di non impedire il passaggio sul suo territorio del materiale militare destinato alle truppe Nato in Afghanistan. Una mano tesa a Washington. Ritirata poche ore più tardi quando il ministro degli esteri russo Andrei Nesterenko ha minacciato conseguenze irreversibili nelle relazioni con l’Alleanza Atlantica dopo che il Consiglio della Nato ha condannato il riconoscimento moscovita di Abkhazia e Ossezia del sud. Un altro schiaffo dell’Orso Russo.
Che non si accontenterà di annettersi di fatto le due repubbliche ribelli georgiane. “Nell’agenda di Mosca, ora, al primo posto c’è l’Ucraina. Secondo molti osservatori - e io concordo con loro - se la Georgia è importante per Mosca, Kiev è fondamentale dal punto di vista strategico. Lì, nella penisola della Crimea ci sono le basi militari navali russe. L’Ucraina è la porta verso l’Europa occidentale, da lì passano i gasdotti e gli oleodotti diretti verso il Vecchio Continente. Lì, inoltre, abitano una ventina di milioni di persone originarie della Russia, come ha ricordato qualche giorno fa il Presidente Dmitri Medvedev. Anche Kiev ha chiesto di entrare nella Nato. La Georgia è stato un durissimo segnale di avvertimento nei confronti della dirigenza ucraina. Mosca vuole condizionare la politica di Kiev.”
Dopo questa escalation, la Casa Bianca vorrebbe isolare il più possibile Mosca. Ma, i partner europei sono restii a usare metodi duri con un paese - la Russia - ha il coltello dalla parte del manico, se si pensa alla questione energetica. Oggi, Parigi ha fatto sapere che nel vertice straordinario dei capi di stato e di governo della Ue che si tiene lunedì a Bruxelles non verranno adottate provvedimenti contro Mosca. ‘L’ora delle sanzioni non è arrivata”, hanno affermato le fonti dell’Eliseo. E ‘questa la dimostrazione di una divisione tra Usa e Europa sulla politica da adottare con la Russia ? “Al di là della retorica sull’unità, io penso che gli interessi europei nei rapporti con Mosca siano troppo importanti e delicati per accettare le richieste di Washington - afferma Robert McMahon. “Casa Bianca dice : cacciamo fuori i russi dal G8, ma la Germania risponde: aspetta un attimo, quello che è successo in Georgia è stato molto grave, ma noi non vogliamo arrivare ad una rottura con loro.” Vediamo come si comporterà Nicolas Sarkozy. La Francia è presidente di turno dell’Unione Europea. “Ma George W. Bush, nonostante tutte le dichiarazioni di simpatia da parte sua, non deve aspettarsi molto dalla Ue, per ora. E probabilmente anche in futuro” - chiosa il vice direttore di Council of Foreign Affairs.

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Per superare l’isolamento diplomatico Mosca cerca un primo sostegno internazionale al suo riconoscimento dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia al vertice, in programma tra oggi e domani a Dushambé, in Tagikistan, dello Sco, l’organizzazione per la cooperazione di Shangai che raggruppa Russia, Cina ed ex repubbliche sovietiche centroasiatiche come Kazakhstan, Uzbekistan, Kirzichistan e Tagikistan. Lo prevedono alcuni media russi, tra cui il quotidiano in inglese Moscow Times che cita una fonte del ministero degli esteri russo: “Mi auguro che lo Sco firmerà una dichiarazione che esprima inequivocabilmente un sostegno alla posizione russa nel conflitto con Tbilisi, condannando la violenza e apprezzando il ruolo della Russia nel mediare le ostilità”. Una bozza di dichiarazione è attualmente sul tavolo degli esperti. Se dovesse incassare il sì dello Sco, di cui Mosca dovrebbe assumere la presidenza di turno, si tratterebbe del sostegno più forte ricevuto finora da Mosca, dopo quelli isolati - e interessati - di Minsk e Damasco.
È intorno a mezzogiorno che il presidente russo Dmitry Medvedev è apparso sugli schermi della televisione di Stato per fare quell’annuncio che era nell’aria ormai da qualche giorno: “Firmerò il decreto per il riconoscimento dell’indipendenza di Abkhazia e dell’Ossezia del Sud che mi ha sottoposto il parlamento. Non è stata una scelta semplice ma è l’unico modo di salvare delle vite umane. Ormai è chiaro che una soluzione pacifica al conflitto non è nelle intenzioni della Georgia”. Il j’accuse del numero uno del Cremlino contro la leadership georgiana e i suoi “guardiani stranieri” è totale e la responsabilità della guerra ricade, secondo Mosca, interamente su Tbilisi: “La sua scelta, il presidente georgiano Mikhail Shakaasvili, l’ha compiuta la notte dell’8 agosto”, quando le truppe georgiane hanno attaccato la provincia ribelle dell’Ossezia del Sud. “Saakashvili - ha rincarato - ha scelto il genocidio per raggiungere i propri obiettivi politici”.
Reazioni internazionali. Non si sono fatte attendere le reazioni all’annuncio del Cremlino, giunto al termine di un Consiglio di Sicurezza sul Mar Nero cui ha partecipato anche il premier russo Vladimir Putin. A cominciare da Shakaasvili che ha equiparato il riconoscimento all’annessione, chiamando attorno a sé la solidarietà di tutto il suo popolo ma soprattutto della comunità internazionale. La Francia, che ha la presidenza di turbo dell’Ue, punta a ottenere dall’Unione Europea una condanna unanime della decisione della Russia già questo pomeriggio. Anche Angela Merkel, il cancelliere tedesco, durante un viaggio in Estonia, è apparsa tutt’altro che conciliante. “È una scelta totalmente inaccettabile e l’Unione europea dovrà dirlo forte e chiaro”. La posizione di Gran Bretagna, Stati Uniti e Nato era più scontata: “Ribadiamo la sovranità e l’integrità territoriale gerorgiana”, ha scritto in una nota il Foreign Office britannico. “Riconoscere l’indipendenza dei due territori georgiani è un atto deplorevole”, ha dichiarato un’infuriata Condoleezza Rice. Secondo il segretario generale della Nato, l’olandese Jaap de Hoop Scheffer, la mossa del Cremlino costituisce invece una “violazione diretta di numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riguardanti l’integrità territoriale georgiana”. Anche sul fronte economico la risposta degli investitori all’annuncio di Medvedev è stata tutt’altro che entusiasta: meno sei per cento alla borsa di Mosca.
Le precisazioni del Cremlino. Sulle accuse di non aver rispettato il patto Saarkozy, Medvedev, in un’ intervista al canale televisivo in lingua inglese ‘Russia Today‘, ha precisato la sua verità: “Mosca ha pienamente adempiuto ai propri impegni, previsti nei sei punti del piano a nome dell’Ue. Abbiamo ritirato le nostre truppe dalla Georgia, tranne che nella cosiddetta fascia di sicurezza”. Poi un accenno alla questione dell’indipendenza del Kosovo che aveva diviso su fronti diversi Russia e Occidente: “Quando si parlò del Kosovo, i partner occidentali lo giustificarono come un caso particolare. Ma ogni caso di riconoscimento è di per sé particolare. La situazione era particolare in Kosovo, la situazione è particolare in Ossezia del Sud e Abkhazia”, ha terminato con una punta di veleno.
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Il presidente Usa George Bush
George W. Bush in persona chiede al Cremlino di non riconoscere l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia dalla Georgia, come sollecitato invece oggi al presidente Dmitri Medvedev dai due rami del Parlamento di Mosca. “Chiedo alla leadership russa di non riconoscere quei territori separatisti” afferma il presidente degli Stati Uniti in comunicato diffuso da Crawford, la località texana dove Bush ha il suo ranch. “L’integrità territoriale georgiana e i suoi confini debbono imporre il medesimo rispetto che va a quelli di ogni altra Nazione, Russia compresa” continua il capo della Casa Bianca. E ricorda poi come Medvedev abbia aderito all’accordo di cessate-il-fuoco mediato dalla Presidenza di turno francese dell’Unione Europea, e accettato da Tbilisi, ribadendo che il futuro status di Abkhazia e Ossezia del Sud va demandato a “discussioni a livello internazionale”, in cui si tenga conto della loro sicurezza e stabilità.
“Si tratta di un approccio al problema appoggiato internazionalmente, che il riconoscimento pregiudicherebbe. Esso sarebbe inoltre incompatibile con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sono state approvate all’unanimità, e a favore delle quali anche la Russia ha coerentemente votato”, ricorda Bush nel documento, per confermare in conclusione che “gli Stati Uniti continueranno a ergersi al fianco del popolo georgiano e della sua democrazia, e a sostenere la piena sovranità e l’integrità territoriale della Georgia”.
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Mosca è pronta a interrompere tutti i rapporti con l’Alleanza atlantica. A poche ore dal sì del parlamento russo al riconoscimento dell’indipendenza delle due regioni separatiste georgiane Ossezia del Sud e Abkhazia, è il presidente Dmitry Medvedev ad alzare da Sochi i toni della polemica diplomatica contro Usa e Ue ribadendo il principio che il Caucaso è affare esclusivamente russo. E che pur di difendere i suoi interessi strategici e politici nell’area il Cremlino è pronto ad andare allo scontro con l’Occidente sospendendo del tutto i rapporti con la Nato. Ma il gelo potrebbe anche estendersi anche al processo di integrazione al Wto, perfino ai voli nello spazio che in questi anni hanno visto russi e americani viaggiare insieme verso la Stazione spaziale internazionale. L’obiettivo moscovita è di rivedere quegli accordi che imponendo tariffe doganali troppo alte - secondo il vicepremier Igor Chouvalov - penalizzerebbero l’agricoltora e la produzione russa. Insomma, alla guerra guerreggiata in Georgia potrebbe aprirsi la fase delle ritorsioni diplomatiche, militari e commerciali.
Le settimane che precedono il vertice straordinario dell’Unione Europea, convocato per il primo settembre da Nicolas Sarkozy, si annunciano tese. I carri armati e i soldati russi restano ben saldi nelle posizioni strategiche conquistate durante il conflitto e, nonostante il ritiro di Gori, continuano a controllare manu militari alcune zone strategiche della Georgia. Il braccio di ferro, come aveva previsto tempo fa George W. Bush, è destinato a durare “settimane” e l’Europa è in attesa di uno sbocco alla grave crisi diplomatica. C’è chi ventila la possibilità di sanzioni, ma il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, è cauto e deciso a concedere alla Russia ancora qualche giorno prima di ritornare sulle proprie posizioni: “C’è una tregua, il ritiro delle truppe è stato fissato in otto giorni: è già tanto ma conviene aspettare”.
E’ di ieri invece la notizia che i soldati russi, ritirandosi da Gori, avrebbero disseminato il terreno di mine pronte a esplodere contro un’eventuale riavanzata georgiana. La Russia continua a controllare almeno sei postazioni strategiche nella parte occidentale del paese (come i porti di Bitumi e di Poti dove una nave da guerra americana carica di aiuti è ancora in attesa di poter attraccare) e altre otto al confine con l’Ossezia del sud, anche attraverso i suoi “peacekeeper” con lo scudetto Mc in bella vista sul braccio. A rendere ancora più incandescente la situazione ‘è anche una dichiarazione del presidente georgiano Milhail Shakaasvili che ha ribadito che è intenzione di Tbilisi riconquistare le enclave filorusse dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia dopo aver ricostruito l’esercito distrutto dalla guerra: “La bandiera georgiana sventolerà su tutto il nostro territorio”. Sui motivi della sconfitta subita, Shakaasvili ha invece spiegato che è stato lui a dare l’ordine di fermarsi, per evitare il peggio: “Potevamo trasformare la guerra in un’altra Cecenia. Ma abbiamo preferito non fare nulla perché siamo una grande nazione europea. Magari li avremmo battuti ma avremmo dovuto andare in montagna e farci crescere le barbe. Ma sarebbe stato un dramma per la nostra nazione”.
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Di Giovanni Porzio
Negli affollati caffè di via Arbat, dove i moscoviti amano trascorrere le lunghe e tiepide serate estive, il vino georgiano è sparito da tempo. E le prime pagine dei quotidiani che girano fra i tavoli, grondanti di bellicosa retorica, sembrano stampate ai tempi della Guerra fredda. Con una differenza. I titoli, dicono i sondaggi, collimano oggi con i sentimenti dell’80 per cento dei lettori: il conflitto in Caucaso ha cancellato anni di umiliazioni e sancito il ritorno della Russia a una politica di grande potenza.
Secondo Fyodor Lukyanov, direttore di Russia in Global Affairs, il Cremlino meditava da tempo una mossa che gli consentisse di riaffermare le proprie aspirazioni egemoniche sull’ex sfera d’influenza sovietica: l’incauto presidente georgiano Mikhail Saakashvili è caduto nella trappola preparata da Vladimir Putin. «Ma gli Usa» sottolinea Lukyanov «non sono esenti da gravi responsabilità: il loro sostegno incondizionato alla Georgia e ai partiti filoatlantici nell’Europa dell’Est è stato vissuto, anche dalla gente comune, come una continua provocazione».
L’elenco delle «ingerenze occidentali» è lungo: il sostegno alle sconsiderate privatizzazioni russe degli anni 90, che spianarono l’ascesa agli invisi oligarchi; gli sforzi per spingere gli ex satelliti dell’Urss ad aderire a Nato e Ue; l’appoggio di Washington alle rivoluzioni rosa e arancione in Georgia e Ucraina; l’invio di consiglieri militari a Tbilisi; il dispiegamento di un sistema missilistico in Polonia (l’accordo, definito «atto di ostilità» dal presidente russo Dmitri Medvedev, è stato siglato il 14 agosto) e nella Repubblica Ceca; e il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, precedente che i secessionisti delle due enclave georgiane non mancheranno di far valere.
Putin ha agito con estrema decisione. A poche ore dall’inizio della crisi, mentre a Pechino George Bush si faceva fotografare con le atlete della squadra americana di beach volleyball, era già a Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord, a dirigere le operazioni. Dimostrando, se ce n’era bisogno, di essere ancora il vero capo del Cremlino. E di avere un disegno preciso. Dopo avere normalizzato la Cecenia con il tacito assenso di Europa e Usa, ha colto al volo l’occasione offertagli da Tbilisi per rompere l’accerchiamento da cui si sentiva minacciato e ribadire, non solo con lo strapotere economico, l’influenza russa nel Caucaso. Ha affondato, forse per sempre, le rivendicazioni territoriali della Georgia e ne ha compromesso l’adesione all’Alleanza atlantica, voluta da Bush e per fortuna bloccata dagli europei al vertice di Bucarest dello scorso aprile. E ha notificato un pesante avvertimento all’Ucraina, che aspira a divincolarsi dall’abbraccio dell’orso russo.
Ma Putin è anche riuscito a dividere l’Europa: se i paesi della nuova Ue, Polonia e stati baltici in testa, hanno apertamente solidarizzato con Tbilisi, Germania, Francia e Italia si sono mostrate molto più aperte alle ragioni di Mosca, che controlla una quota sempre maggiore delle riserve energetiche e delle forniture di gas del Vecchio continente. Dalla Georgia passano le pipeline che trasportano gli idrocarburi del bacino del Caspio alle coste del Mediterraneo: rotte alternative alla rete distributiva russa, come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (1 milione di barili al giorno) e il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (6 miliardi di metri cubi all’anno), ora considerati a rischio. Al pari degli investimenti per il megaprogetto Nabucco, gasdotto da 30 miliardi di metri cubi all’anno dal Turkmenistan all’Europa, il cui destino appare oggi segnato.
La vittoriosa sortita di Putin è stata in larga misura resa possibile dall’obiettiva debolezza di Washington. Da troppo tempo l’infinita campagna elettorale americana ha trasformato George W. Bush in un’«anatra zoppa», mentre il prestigio internazionale degli Stati Uniti, tra crisi finanziarie e contestate avventure militari, è sceso ai minimi storici. Insieme all’indice di gradimento del presidente. Alle prese con la difficile situazione in Iraq e Afghanistan, costretta a chiedere l’aiuto di Putin per frenare le ambizioni nucleari iraniane, la Casa Bianca si è trovata spiazzata di fronte al rigurgito neoimperiale del Cremlino. «Di fatto» afferma George Friedman, direttore dell’istituto di analisi geopolitica Stratfor, «siamo in una posizione di assoluta impotenza».
L’esatto contrario della Russia. Imbaldanzita dalla crescita economica e dalle straripanti risorse valutarie, forte del ricatto energetico sull’Europa, animata da un nazionalismo autoritario ma condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione, si è mossa con cinico tempismo calcolando esitazioni e incertezze occidentali. L’atteggiamento ambivalente dell’amministrazione Usa in Georgia ha convinto Mosca che la reazione di Washington si sarebbe limitata a una condanna verbale dell’intervento: a luglio, durante una cena privata, il segretario di Stato Condoleezza Rice aveva esortato Mikhail Saakashvili a non provocare una guerra che non avrebbe potuto vincere. Mentre in pubblico ripeteva le parole pronunciate da Bush nel 2005 in piazza della Libertà a Tbilisi: «L’America sarà sempre al vostro fianco».
Ma le opzioni di Washington non sono molte: congelare la collaborazione russo-americana nel settore nucleare a scopi civili, bloccare l’accesso di Mosca al Wto e la sua partecipazione al G8, procrastinare gli accordi di cooperazione con l’Ue. Misure di ripiego, quasi certamente inutili e in ogni caso non suscettibili di alterare l’equazione strategica che vede la bellicosa Russia di Putin riaffacciarsi da protagonista sulla scena mondiale. E non solo in Caucaso, Europa o Medio Oriente.
Negli ultimi anni Mosca ha allacciato relazioni commerciali con India, Cina e i paesi africani ricchi di materie prime. Ha rinsaldato i rapporti con Cuba. E con Hugo Chávez, bestia nera degli Usa, ha firmato contratti per la vendita al Venezuela di armi, tank, caccia e sommergibili per un valore di 30 miliardi di dollari.
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Dopo il voto unanime del Senato russo (130-0), anche la Duma, la Camera bassa, chiederà oggi al Cremlino di riconoscere l’indipendenza formale di Abkhazia e Ossezia del Sud, le due repubbliche separatiste filorusse della Georgia. L’esito del voto è scontato: Russia Unita, il partito presidenziale, ha di fatto una maggioranza blindatissima e la linea dura nel Caucaso della coppia Medvedev-Putin è sostenuta dalla stragrande maggioranza della popolazione russa. Un grosso vantaggio politico che Mosca intende far pesare nella complessa battaglia militare-diplomatico che si è aperta con la comunità internazionale sulla questione dell’integrità di Tbilisi.
Il presidente Medvedev non è però obbligato a riconoscere il pronunciamento del parlamento e potrebbe decidere di utilizzare il voto di oggi come semplice strumento di minaccia futura per rallentare e impedire che altri Stati al confine possano accelerare il processo di avvicinamento alla Nato. Uno di questi è l’Ucraina, dove il presidente Viktor Iuscenko ha dichiarato stamane che l’adesione dell’Ucraina alla Nato è l’”unico mezzo per proteggere la vita e il benessere delle nostre famiglie, i nostri figli e i nostri nipoti”. Il presidente georgiano Shakaasvili, a sua volta, ha poi ribadito che l’eventuale “secessione avrà effetti disastrosi” e che Abkhazia e Ossezia del sud appartengono “ora e sempre” alla Georgia: “Non credo che qualcuno nella comunità internazionale sia così irresponsabile da accettare la secessione di queste due repubbliche”.
In questo quadro, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha convocato per il primo settembre, nella sua qualità di presidente di turno dell’Unione europea, un vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dei 27, dedicato alla crisi nel Caucaso. Una nave da guerra americana intanto è arrivata davanti al porto georgiano di Batumi, con un carico di aiuti. Ma resta ferma al largo. Un altro fattore di tensione sul terreno, accanto a quello sulle reciproche accuse tra la Georgia e l’Ossezia sull’effettiva portata del ritiro russo, che rischia di riaccendere la miccia della guerra.
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Il Senato russo è pronto a votare a favore dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud. Nella battaglia diplomatica che si è aperta con l’invasione dell’Ossezia del sud da parte delle truppe georgiane, Mosca ormai ha ormai deciso di giocare a carte scoperte. E oggi, dopo aver di fatto avallato il probabile pronunciamento indipendentista da parte delle due repubbliche ribelli, ha posto il veto, in qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a una bozza di risoluzione francese che non solo ribadiva il principio dell’integrità territoriale della Georgia ma avrebbe imposto ai russi di ritirarsi dalle posizioni militari conquistate in Ossezia del sud durante la guerra. Mosca insiste invece sulla necessità, sancita dall’accordo di pace patrocinato da Sarkozy, di mantenere posizioni all’interno dell’Ossezia del sud. Ma questo è solo uno dei fronti del braccio di ferro diplomatico sul ritiro russo dalla Georgia. La questione dello scudo antimissile americano in Polonia infiamma le relazioni russo-americani. E nonostante le rassicurazione della Rice, il Cremlino ritiene che quelli polacchi siano missili puntati contro Mosca.
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