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Shalit, le foto della liberazione

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  • Tags: Gilat-Shalit, Israele, Palestina
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Il soldato israeliano liberato Gilad Shalit con il padre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Ehud Barak

Il soldato israeliano liberato Gilad Shalit con il padre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Ehud Barak (AP Photo/ GPO, HO)

Dopo cinque anni di prigionia, il soldato israeliano Gilad Shalit è stato liberato da Hamas, in cambio della scarcerazione di 477 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane (e altri 550 verranno messi in libertà entro due mesi).
In queste foto l’atteso momento della liberazione, da una parte il volto scarno e pallido di Gilad, dall’altro i pullman con i palestinesi che dai finestrini fanno cenno di vittoria e salutano la “primavera araba“. FOTO

  • simona.santoni
  • Martedì 18 Ottobre 2011

Gilad Shalit, fotostoria di un rapimento lungo 1941 giorni

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  • Tags: Gilat-Shalit, Israele, liberazione, prigionieri
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25 giugno 2007, Hamas rende noto un messaggio registrato di Shalit

Gilad Shalit a 19 anni, prima del sequestro

Più di cinque anni, quasi duemila giorni, è durato il sequestro a Gaza di Gilad Shalit, il soldato franco-israeliano tornato in libertà dopo l’accordo tra Israele e Hamas. Ecco una cronologia essenziale della vicenda attraverso le fotografie dei suoi momenti più significativi. FOTO

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  • Martedì 18 Ottobre 2011

Gaza: la sporca guerra di Hamas

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  • Tags: Gaza, Gilat-Shalit, Hamas, Israele, Khaled-Meshal
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Gaza, la sporca guerra di Hamas

LEGGI ANCHE: Troppa politica in quelle Ong – Le bugie sulle vittime civili palestinesi- Guarda la GALLERY

Di Fausto Biloslavo

«Morire con noi è un grande onore. Andremo in Paradiso assieme, oppure sopravviveremo fino alla vittoria. Sia fatta la volontà di Allah». Così reagivano i miliziani di Hamas alle suppliche dei civili palestinesi di non usare le loro case come postazioni durante la terribile offensiva israeliana nella Striscia di Gaza dal 27 dicembre al 18 gennaio.
Ora che i riflettori internazionali si sono spenti, Panorama è andato a vedere cosa succede a Gaza. E ha scoperto l’altra faccia della guerra, altrettanto sporca, che non ci è stata raccontata: interi palazzi presi in ostaggio, la popolazione utilizzata come scudo umano e, per i dissidenti, ancora oggi il rischio di beccarsi un proiettile in quanto «collaborazionisti».
Pericolo tutt’altro che teorico: dalla fine di dicembre 181 palestinesi sono stati sommariamente giustiziati, gambizzati o torturati perché contrari a Hamas. Ma non è finita: oggi il movimento islamico che governa Gaza con Corano e moschetto vuole controllare tutto, compresi gli aiuti e la ricostruzione.

Il palazzo Andalous, nel quartiere al-Karama di Gaza City, è ridotto a uno scheletro di cemento. Gli israeliani hanno pestato duro e a questa coppia di palestinesi di mezza età non resta che raccogliere i cocci di un appartamento ancora da pagare. Ci accompagnano su quel che resta delle scale interne, a patto che Panorama usi solo i soprannomi di famiglia. «Sapevamo che andava a finire così. Fin dai primi giorni dell’attacco i muqawemeen (i partigiani della “resistenza” palestinese, nda) si erano piazzati al dodicesimo e al tredicesimo piano, con i cecchini. Ogni tanto cercavano invano di sparare a uno di quegli aerei senza pilota che usano gli israeliani» racconta Abu Mohammed, scuotendo il capo. Nel palazzo, non ancora finito, vivevano 22 famiglie: oltre 120 civili, compresi donne e bambini. Gli israeliani hanno cominciato a telefonare sui cellulari degli inquilini intimando l’evacuazione. Poi, ai miliziani è arrivato un messaggio più esplicito: un caccia ha sganciato una bomba nel cortile deserto dall’altra parte della strada, senza fare vittime, ma aprendo un cratere enorme. «Una delegazione di capifamiglia ha scongiurato i miliziani di andarsene» riprende l’inquilino. «La risposta è stata: “Morirete con noi o sopravviveremo assieme”».
Il 13 gennaio gli F16 israeliani hanno centrato il palazzo alle 9 e mezzo di sera. «Di notte andavamo a dormire da parenti: ci siamo salvati, ma non abbiamo più la casa e dobbiamo pagare ancora 9 anni di mutuo» si dispera Om Mohammed, un velo sul capo. La Banca islamica non concede deroghe.
In un altro palazzo di Gaza, nel quartiere al-Nasser, vivevano circa 170 civili divisi su otto piani. Quando i miliziani si sono piazzati sul tetto, un ex colonnello palestinese è andato a parlamentare spiegando che avrebbero attirato le bombe israeliane sui bambini del palazzo. «Sarà un grande onore se morirete con noi» hanno risposto i difensori di Gaza. L’ufficiale ha insistito: per toglierselo di torno gli hanno sparato una raffica di kalashnikov sopra la testa.
A Sheik Zayed, 20 chilometri a nord, un farmacista palestinese era barricato con la famiglia al secondo piano del suo condominio. I militanti islamici hanno piazzato una trappola esplosiva sulla strada di fronte e si sono nascosti al terzo piano con il detonatore. «Volevano far saltare in aria il primo carro armato israeliano che passava. Ho cercato di spiegare che la reazione sarebbe stata furiosa e avrebbero colpito anche i nostri appartamenti. Alla fine, per salvarci, ce ne siamo dovuti andare» accusa il farmacista con un velo di rassegnazione negli occhi.
Nel quartiere Tel al-Awa di Gaza, invaso dall’incursione terrestre degli israeliani, c’è chi ha fatto l’ostaggio due volte. «Chiamami Naji, che significa sopravvissuto, perché se scrivi il mio vero nome mi ammazzano» scongiura il capofamiglia palestinese. «Quelli di Hamas arrivavano di notte a dormire nel sottoscala. Prima in uniforme, poi con abiti civili e le armi nascoste. Abbiamo cercato di sprangare il portone, ma non c’è stato nulla da fare. L’intero palazzo era usato come scudo dai miliziani, che avrebbero potuto essere bombardati in qualsiasi momento».
Quando gli uomini di Hamas vinsero le elezioni nella Striscia, Naji era contento del cambiamento, ma ora li odia. «Lanciano i razzi (su Israele, nda) senza alcun risultato militare, se non l’autodistruzione» spiega il sopravvissuto. «Lo fanno per ottenere soldi dai loro padrini iraniani e siriani». All’arrivo degli israeliani, nel quartiere i partigiani della «resistenza» erano spariti. Per trovarli i soldati sono entrati nel palazzo. Assieme agli altri uomini del condominio, il palestinese è stato tenuto prigioniero per un giorno e una notte. «Per due volte ho fatto l’ostaggio nella stessa guerra» sospira Naji. «E quelli di Hamas mi hanno addirittura minacciato che avremmo fatto i conti alla fine delle ostilità, perché protestavo».
In altri casi gli sgherri delle brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas, non si sono limitati alle minacce. Usama Atalla aveva 40 anni e cinque giorni prima gli era nata l’ultima figlia, Iman. L’hanno ammazzato il 28 gennaio, 11 giorni dopo il cessate il fuoco. Atalla era maestro elementare e attivista di al-Fatah, il partito del presidente palestinese moderato Mahmoud Abbas, meglio conosciuto come Abu Mazen. «Criticava apertamente Hamas, ma non ha mai imbracciato un’arma contro di loro» sostiene Mohammed Atalla, familiare della vittima.
Gli assassini sono andati a prenderlo a casa con due fuoristrada pieni di gente armata. Con il volto mascherato hanno mostrato dei tesserini della sicurezza interna palestinese. «Solo alcune domande di routine. Fra mezz’ora ve lo riportiamo» hanno detto alla famiglia. Il maestro elementare è stato torturato per una notte intera. Poi l’hanno ucciso con un proiettile nel fianco sparato a bruciapelo, poco prima di abbandonarlo agonizzante davanti all’ospedale Shifa.

Gaza, la sporca guerra di Hamas

«Dall’inizio della guerra abbiamo documentato 27 esecuzioni sommarie. Altre 127 persone sono state rapite, torturate o gli hanno sparato nelle gambe. Almeno 150 costrette agli arresti domiciliari. Di un centinaio di prigionieri di Hamas non sappiamo nulla. I numeri potrebbero essere più alti, ma molti casi non vengono denunciati perché la gente è terrorizzata». La denuncia sulla sporca guerra di Hamas contro i suoi oppositori arriva da Salah Abd Alati, della Commissione indipendente sui diritti umani di Gaza. Da Ramallah, capoluogo della Cisgiordania dove governa Abu Mazen, sono stati resi pubblici i nomi di 58 gambizzati. Ad altri 112 palestinesi hanno spezzato le gambe a colpi di spranga o con blocchi di cemento. In gran parte sono sostenitori di al-Fatah: li accusano di collaborare con Israele contro Hamas. Da Ramallah il ministro palestinese per i Prigionieri e i rifugiati, Ziyad Abu Ein, ha parlato di «terrorismo» e «di crimini commessi contro il popolo palestinese».
Una delle vittime è Aaed Obaid, ex poliziotto militare fedele ad al-Fatah. Occhi azzurri, barbetta rossa e volto scavato, è disteso dolorante su un divano di casa a Gaza City. Sotto la coperta nasconde la gamba sinistra fasciata. «Il 26 gennaio, verso le 7 di sera, ero seduto fuori del portone e parlottavo con mio fratello» racconta. «È arrivato un fuoristrada color argento, come quelli che usa Hamas, con quattro uomini armati e mascherati. Mi hanno preso, incappucciato e trascinato via. Non avevo fatto nulla». Prima l’hanno portato a un centro di addestramento dei miliziani dicendogli che lo avrebbero giustiziato. Poi lo hanno fatto pregare e ricaricato in macchina. «A un certo punto si sono fermati vicino all’ospedale Shifa facendomi sdraiare a terra. Mi hanno sparato due colpi di kalashnikov nella gamba sinistra, senza neppure dirmi di cosa mi accusavano».
Il fratello del gambizzato, Adel Obaid, è uno dei prigionieri di al-Fatah rilasciato dal carcere di Saraia, nel centro di Gaza, prima che gli israeliani lo bombardassero. Baffi curati, ha l’ira negli occhi. «Alcuni prigionieri sono rimasti feriti sotto le bombe e portati allo Shifa. Ne hanno uccisi almeno sette sui letti d’ospedale».
Dopo avere utilizzato la guerra per regolare i conti interni, ora Hamas vuole controllare la distribuzione degli aiuti e la ricostruzione. Per farlo ha provato a confiscare gli aiuti dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi.
Il 4 febbraio i poliziotti di Hamas hanno sequestrato 406 razioni di cibo e 3.500 coperte destinate a 500 famiglie palestinesi. Il giorno dopo il capo dell’Onu a Gaza, John Ging, ha dichiarato duro a Panorama: «È la prima e sarà l’ultima volta che rubano i nostri aiuti. Devono restituirli senza discutere». Nella notte, poche ore più tardi, sono state sequestrate altre 300 tonnellate di rifornimenti alimentari». L’Unrwa ha deciso di sospendere l’arrivo di aiuti a Gaza fino a quando non venisse riconsegnato il maltolto. Il 9 febbraio i fondamentalisti hanno ceduto e restituito tutto, ma puntano sempre a gestire il consenso attraverso gli aiuti.
«Quello che passa da Rafah, il valico con l’Egitto, finisce in mano a Hamas. Della distribuzione si occupano i Comitati sociali delle moschee, per il 90 per cento controllate dal movimento islamico» spiega Mkhaimer Abusada, docente di scienze politiche all’Università al-Azhar di Gaza. Le liste di distribuzione, che favoriscono chi appoggia Hamas, sono l’arma del consenso in cambio di aiuti. A fine gennaio la polizia ha fermato le autobotti di un’organizzazione umanitaria locale, che lavora per una ong italiana. Volevano le liste della distribuzione dell’acqua.
Per incontrare il responsabile di una ong palestinese, finanziata dall’Unione Europea e dall’agenzia americana Us Aid, giriamo guardinghi di notte. L’appuntamento è a Jabaliya. Il presidente dell’ong ha paura di Hamas, non degli israeliani. «Vogliono imporci i loro uomini per controllare la distribuzione» accusa la fonte di Panorama. «Ci hanno intimato di non condurre statistiche sulle case distrutte: metteranno le mani anche sulla ricostruzione. Conosco decine di famiglie che hanno subito l’aggressione israeliana, ma sono discriminate negli aiuti perché non appoggiano Hamas».
A Beit Lahiya, nel nord della Striscia, Fatima ha la casa semidistrutta. «Sono andata dalla Società islamica, un’organizzazione vicina a Hamas che si occupa di aiuti e ricostruzione. Non voto per loro. Guarda caso non ero registrata nella lista di distribuzione» riferisce la donna di mezza età avvolta in un velo multicolore.
A Gaza un giornalista ha perso una bella casa di due piani. Si è visto consegnare 380 euro per trovare una prima sistemazione. «Gli amici di Hamas si sono intascati 4 mila euro. A un mio vicino che ha avuto solo i vetri rotti, ma è dei loro, gli aiuti sono arrivati subito» protesta il giornalista.
Nonostante il disastro, il movimento islamico ha dichiarato vittoria. Fra i palestinesi della Striscia gira una battuta amara: «Ancora un paio di vittorie come questa e Gaza scompare dalla Terra». Ma qualcosa sta cambiando: un sondaggio del Centro Beit Sahour per l’opinione pubblica palestinese rivela che il consenso per Hamas nella Striscia è crollato dal 51 per cento di novembre al 27,8 dopo la guerra.

  • redazione
  • Lunedì 16 Febbraio 2009

Gaza: le bugie sulle vittime civili palestinesi

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  • Tags: Gaza, Gilat-Shalit, Hamas, Israele, Khaled-Meshal
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Palestinesi tra le macerie di Jebaliya a nord di Gaza

Di Fausto Biloslavo
Il mondo intero ha preso per buono il tragico conteggio delle vittime dei 22 giorni di attacco israeliano fornite dai palestinesi, ma cominciano a sorgere i primi dubbi. Nella cifra di 1285 morti riportati da tutti i media ci sono anche i poliziotti di Hamas (almeno 167) ed i militanti islamici accertati dagli stessi palestinesi. Il totale delle vittime civili si riduce così a 895 persone, comprese 111 donne e 280 bambini, ovvero minorenni. Gli israeliani fanno notare, però, che la maggioranza dei civili ha un’età compresa fra i 15 ed i 40 anni, che corrisponde a quella dei miliziani palestinesi. Per le strade di Gaza campeggiano le foto di “martiri” ragazzini, che si sono immolati per la guerra santa. Imbracciano il fucile ma non gli era ancora cresciuta la barba. Spulciando i nomi delle vittime identificate come civili dai palestinesi sono stati trovati comandanti della Jihad islamica, operativi delle brigate Al Aqsa ed Ezzedin al Qassam. Nessuno sa il vero numero di militanti uccisi, ma fra gli stessi uomini di Hamas a Gaza circola la cifra di 500 morti. Quanti non indossavano un’uniforme e sono stati conteggiati fra i civili?
L’esercito israeliano sta preparando una lista di nomi che dimostrerebbe come due terzi delle vittime sono in realtà miliziani. Secondo gli analisti delle forze armate ebraiche i civili uccisi sarebbero in tutto 250, ma non esiste alcuna dichiarazione ufficiale.

  • redazione
  • Venerdì 13 Febbraio 2009

Gaza: presto libero il soldato Shalit?

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  • Tags: Gaza, Gilat-Shalit, Hamas, Israele, Khaled-Meshal
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Gilat Shalit

LEGGI ANCHE:
Partita a scacchi sulla pelle di Shalit

Potrebbe essere a una svolta la trattativa per la liberazione di Gilat Shalit, il caporale dell’esercito israeliano rapito due anni e mezzo fa a Gaza dai miliziani di Hamas. Secondo quanto ha dichiarato il dirigente di Hamas Salah al-Bardawil all’agenzia palestinese Ma’an News, Israele sarebbe disposta, in cambio della cessazione del lancio dei Qassam e del rilascio del soldato sequestrato, ad allentare il blocco economico sulla Striscia facendo passare il 75% delle merci attualmente sotto embargo. Secondo il dirigente islamico Hamas avrebbe anche fatto pressione sull’Egitto perché convinca le altre fazioni palestinesi, tra cui la Jihad e le Brigate Martiri di Al Aqsa, a cessare il lancio dei Qassam verso Asquelon e Sderot. “Non abbiamo nessuna obiezione ad accettare la tregua in cambio della riapertura dei valichi e della cessazione delle ostilità”, ha detto Salah al-Bardawil. “E non siamo nemmeno contrari a inserire in queste negoziazioni il rilascio di Shalit. Abbiamo però chiesto chiarimenti sulle merci che Israele dovrebbe lasciar passare”. Alcune di queste, secondo Israele, vengono adoperate dai dirigenti islamici per fabbricare armi, anziché per aiutare la popolazione. Un punto di vista che Hamas non condivide.

Quanto alla richiesta di Israele che Hamas fermi  il contrabbando di armi attraverso i tunnel tra Gaza ed Egitto, un’altra delle richieste avanzate da Gerusalemme, Salah al-Bardawil ha risposto che Hamas non è uno Stato, e per fermare il contrabbando servirebbe la cooperazione di tutti gli Stati circostanti. In ogni caso, “Hamas non è d’accordo a bloccare l’importazione di armi perché questo significherebbe la fine della resistenza”.  Hamas ha fatto sapere anche al Cairo di essere disposta a un cessate il fuoco di almeno un anno se fosse riaperto il valico di Rafah con l’Egitto per far passare gli aiuti e i materiali per la ricostruzione della Striscia. Proseguono intanto le trattative tra i dirigenti islamici e l’Egitto per arrivare a una tregua nella Striscia. Il capo dei servizi segreti egiziani Suleiman sa che che senza un accordo di riconciliazione nazionale tra Hamas a Gaza e Fatah in Cisgiordania, le speranze di pace si riducono al lumicino. Anche di questo stanno discutendo al Cairo. Ma una delle questioni più calde nella complessa partita a scacchi che si è aperta in Medioriente dopo la fine della guerra è quella delle elezioni israeliane del 10 febbraio. Chi capitalizzerebbe dal punto di vista elettorale un’eventuale rilascio di Shalit in cambuio della sostanziale fine del blocco? Il falco Netanyahu o il duo Barak-Livni?

  • redazione
  • Mercoledì 4 Febbraio 2009

Gaza: partita a scacchi sulla pelle di Gilat Shalit

OkNotizie

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  • Tags: Gaza, Gilat-Shalit, Hamas, Israele, Khaled-Meshal
  • 5 commenti

Gilat Shalit
Il soldato israeliano rapito a Gaza due anni e mezzo fa

Gilat è vivo ed è in discrete condizioni di salute. Gilat attende e spera, si chiede quando tornerà a casa. Attorno al destino, alla salvezza di (Gilat) Shalit, il caporale israeliano rapito sul confine della Striscia di Gaza nell’estate di due anni e mezzo fa da un gruppo di miliziani palestinesi e poi tenuto in ostaggio da Hamas, si gioca un complicata partita a scacchi a cui prendono parte i protagonisti del conflitto mediorientale: non solo le due parti in causa, ma anche la Siria e l’Iran. E la sua sorte sembra essere sempre più collegata al cessate il fuoco a Gaza.

Dopo giorni di incertezza, dopo il silenzio seguito alla sospensione delle trattative per la sua liberazione, Noam Shalit, il padre del soldato, nell’incontro che ha avuto martedì sera con Nicolas Sarkozy ha avuto la rassicurazione che voleva: suo figlio è ancora vivo. Nel colloquio all’Eliseo, il presidente francese ha spiegato al genitore che produrrà ogni sforzo per giungere a una felice conclusione di questa lunga, drammatica vicenda. La Francia da tempo si muove in questa direzione. Gilad possiede il doppio passaporto e la sua nazionalità francese ha convinto Parigi a intraprendere una decisa azione per arrivare alla sua liberazione. Nello scorso mese di settembre, grazie agli uffici dell’Eliseo, Noam e Aviva Shalit riuscirono a fare arrivare una lettera al figlio nella sua prigione a Gaza.

Nel faccia a faccia con il padre, Sarkozy ha rivelato di aver parlato della vicenda direttamente con il presidente siriano Bashar Assad. Gli ha chiesto di fare pressioni su Hamas per rilasciare il soldato rapito. Fonti vicine alla famiglia Shalit confermano a Panorama.it che il destino di Gilad è legato allo scontro tra l’ala politica e quella militare di Hamas; un apparente duello tra falchi e colombe, che rispecchia anche gli schieramenti all’interno dei regimi siriano e iraniano sull’opportunità di compiere un gesto “diplomatico”, di pragmatico dialogo nei confronti di Israele, ma che soprattutto può essere inteso come un passo verso una più ampia trattativa sui futuri assetti del Medioriente, ora che Barack Obama ha preso il posto di George W. Bush alla Casa Bianca. La situazione è delicata e fluida, ripetono le fonti — che vogliono rimanere rigorosamente anonime, foriera - forse - di novità nei prossimi giorni. Positive? “Lo speriamo. E preghiamo” - è la laconica risposta. Dopo l’operazione “Piombo Fuso”, Hamas sembrava essere intenzionata a discutere del rilascio di Gilad Shalit.


Contatti indiretti, attraverso gli egiziani, si erano tenuti al Cairo nell’ambito delle trattative sul cessate il fuoco a Gaza. Il governo di Ehud Olmert aveva fatto sapere di essere disposto a pagare quello che le stesse fonti dell’esecutivo avevano definito un “prezzo terribile”: la scarcerazione di centinaia e centinaia, quasi un migliaio di detenuti palestinesi in cambio della libertà per il caporale di Tsahal; una decisione alla quale, in precedenza, si era sempre opposto proprio il primo ministro israeliano, il quale poi aveva cambiato idea. Nella riunione del gabinetto Olmert, convocata apposta per discutere del caso, a favore di un ammorbidimento delle posizioni nei negoziati si erano espressi anche il capo dei servizi segreti interni dello Shin Bet, Yuval Diskin, e il ministro degli Esteri - e futura candidata premier del partito Kadima alle prossime elezioni del 10 febbraio - Tzipi Livni. Palestinesi e israeliani ne avevano discusso al Cairo. Poi, però, è successo qualche cosa. I negoziati si sono arenati sulle reciproche chiusure rispetto agli altri punti dell’accordo riguardante il cessate il fuoco. Due giorni fa, una dichiarazione del portavoce del partito fondamentalista islamico al Cairo: Hamas non avrebbe più discusso della sorte di Gilat Shalit nelle trattative sulla tregua con Israele. La meta -  la liberazione del figlio - che sembrava così vicina a Noam e Aviva Shalit, improvvisamente si è allontanata. I falchi sembrano avere avuto il sopravvento. Ma il filo della speranza non è stato ancora tagliato. Nell’incontro con Sarkozy, il padre di Gilad ha ricevuto però qualche segnale incoraggiante. Riuscirà il soldato Shalit a tornare a casa?

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 28 Gennaio 2009

Israele: Barghouti in cambio di Shalit?

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  • Tags: Gilat-Shalit, Israele, Marwan Barghouti
  • 4 commenti

Marwan Barghouti

Potrebbe esserci anche Marwan Barghouti, l’ex leader dei Tanzim in carcere con cinque ergastoli per terrorismo, nella lista dei trecento prigionieri palestinesi che Gerusalemme si appresta a rilasciare in cambio della (eventuale) liberazione di Gilat Shalit, il maggiore di Tsahal rapito da Hamas nell’estate 2006 e ancora in vita, sembra, in un luogo supersegreto della Striscia di Gaza. Carismatico, tatticamente duttile, di formazione laica e nazionalista, Barghouti, 49enne cresciuto alla scuola di Arafat, è considerato dai suoi ammiratori (anche in Europa) una sorta di Nelson Mandela palestinese che si batte per i diritti del suo popolo, ma i suoi detrattori, tanti in Israele, lo considerano nientemeno che il più feroce, e colto, tra i leader della Seconda Intifada, il vero ideologo della guerra che, alle pietre, ha sostituito le cinture esplosive e gli attacchi contro i civili. Fondatore dei Tanzim, l’ala dura di Al Fatah, dipinto fino a pochi anni fa da Israele come il più pericoloso terrorista dell’Intifada Al Aqsa, parla correntemente cinque lingue, tra cui l’ebraico, tutte imparate dei lunghi periodi di carcere speciale passati nel corso della sua vita di “combattente”.

Dicembre 2007: l’ultima intervista esclusiva ad Al Jazeera

Secondo l’ex dirigente dello Shin Beth Gildeon Ezra, Barghouti è però l’unico leader palestinese che saprebbe farsi ascoltare dai giovani radicalizzati dei Territori e che potrebbe trovare un accordo con i capi politico-militari di Hamas, di cui ha più volte criticato, dal carcere, la piattaforma politica e il putch del 2006. Tutte caratteristiche, unite al carisma, che i più avvertiti dirigenti dello Stato ebraico considerano assai preziose se la trattativa dovesse entrare nel vivo: negoziare con un leader popolare e laico, convinto assertore della parola d’ordine due Popoli, due Stati, è la conditio sin qua non di un negoziato che abbia qualche speranza di successo. La clamorosa indiscrezione, del quotidiano degli Emirati Arabi Al Bayan, aggiunge altri particolari che avrebbero forse dovuto rimanere segreti: tra i prigionieri che potrebbero essere liberati ci sono anche Hassan Salame Abdullah Barghouti e Ibrahim Hamad, due pezzi grossi di Hamas. Ma ci sono altri elementi ad arricchire l’articolo di Al Bayan: in una prima fase Shalit potrebbe essere liberato, in cambio del rilascio di un certo numero di prigionieri palestinesi, in Egitto per consentire ai suoi parenti di fargli visita e accertarsi delle sue condizioni di salute. Infine, dopo il rilascio di altri prigionieri palestinesi, verrebbe accompagnato in Israele. Il ruolo del Cairo e del mediatore Omar Suleyman, nelle triangolazioni negoziali tra Fatah, Hamas e Israele, è ormai strategico. E’ nella capitale egiziana che si decide infatti il futuro di un negoziato che per ora è partito con premesse assai fragili: né Olmert né Abu Mazen sembrano sufficientemente forti da far digerire ai loro popoli i sacrifici necessari per un accordo. Barghouti, le stimmate del leader, invece le ha. Uno con l’aureola del martire ma anche capace di far politica, fermandosi sempre un passo prima del precipizio. Se dovesse negoziare con Netanyahu, il leader del Likud che tutti i sondaggi indicano come prossimo primo ministro israeliano, sarebbe un bel match. Due duri, uno di fronte all’altro, per un accordo. Un po’ come accadde tra Rabin e Arafat nei primi anni 90.
Il video del giorno: un soldato israeliano spara a un palestinese a Gerusalemme (by B’Tselem, l’associazione per i diritti umani israeliani)

  • paolo.papi
  • Lunedì 21 Luglio 2008

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